Quando la rivoluzione di Luglio diede speranza agli uomini buoni, che il
tempo fosse giunto in cui ogni cittadino chiamato ad esercitare una
parte di sovranità, è in obbligo di contribuire co' lumi, col braccio, e
col senno allo sviluppo progressivo d'un sistema di libertà, e alla
educazione nazionale, alcune riunioni si formarono a Parigi, ed altrove,
che a poco a poco acquistarono carattere di Società popolari. Erano
unioni d'uomini giovani, che s'erano da gran tempo affratellati nella
comunione degli studi, dell'amicizia, e delle operazioni. Avevano
cospirato insieme contro la tirannide di Carlo X, dal momento in cui
s'erano avveduti della impossibilità di transigere, e che a rovesciare
la forza non valea che la forza. Avevano combattuto insieme nelle tre
giornate, quando Parigi non avea che un grido, e la bandiera tricolore
risuscitava le glorie della rivoluzione. Ottenuta la vittoria, il primo
loro pensiero fu quello di custodirla, e vegliarne i frutti; e bagnati
ancora di sangue, bruni di polvere e di fumo si costituirono di mezzo
alle barricate, trono popolare, amici, ed educatori del popolo. Certo:
il loro mandato non era meno valido di quello che allegavano a
impadronirsi della rivoluzione gli uomini d'una camera eletta prima, che
la nazione avesse ritirato il mandato, e risolto di far da sé: formata
sotto la influenza del potere caduto, votata da Collegi elettorali
sedotti dalle trame ministeriali, o atterriti dalle baionette, giusta
leggi coniate della dinastia fuggitiva. Quello _degli amici del popolo_
era mandato segnato col sangue del popolo e il popolo un dí o l'altro se
ne sovverrà.
In diritto, la riunione d'un certo numero di cittadini ad oggetto di
discutere i mezzi migliori per provvedere al buono stato della nazione,
non è delitto. Sotto l'impero d'una costituzione, che accorda ad ogni
cittadino il diritto di _pubblicare_ le proprie opinioni, la
soppressione delle società pubbliche è, in tesi generale, una
illegalità. La stampa non è che una forma di pubblicazione: la parola
costituisce l'altro. Or chi direbbe la parola dover essere piú serva
della stampa? e donde trarre ragione di differenza in faccia alla legge
tra una società che parla, e una società che stampa?
Per noi, il principio d'un governo libero è uno, le applicazioni sono
moltiplici. Il diritto _individuale_ si stende, socialmente parlando,
fin dove incomincia il diritto altrui. I diritti politici de' cittadini
si stendono fin dove incomincia una violazione de' diritti politici
d'altri cittadini, una perturbazione nell'ordine pubblico. Se una forza
sottentra a interporsi fra questi due termini, prima che siano giunti a
un contatto di collisione, non v'è libertà. La possibilità che da
siffatte riunioni insorgano quando che sia inconvenienti, non basta a
discioglierle. Il principio di prevenzione, logicamente applicato, e
dedotto con tutte le sue conseguenze, trascinerebbe con sé il diritto di
sospendere ogni libertà pubblica, o individuale, senza motivo. Adottate
il principio nella sua estensione: voi precipitate nell'assurdo.
Ritenetelo in certi confini, e vietatelo in altri: eccovi ricaduto
nell'arbitrio; voi confidate un potere indeterminato al potere
esecutivo: voi lasciate ad esso la scelta de' casi ne' quali conviene
usarne; chi v'assicura della sapienza dell'uso? Il governo sopprimerà in
oggi una società, pericolosa davvero; chi vieterà che domani i suoi
satelliti non ne sciolgano una innocente, e virtuosa? -- La giustizia,
in uno stato ordinato con leggi stabili, non previene, reprime. La
riunione pone in pericolo la cosa pubblica? o commette azioni dichiarate
colpevoli? -- Punite le azioni: vegliate la condotta di que' cittadini:
intervenite, pacificamente quando vi pare ch'essi stiano presso a
traviare: convinceteli cogli stessi mezzi di pubblicità. Fino a quel
punto, stanno per voi diritti, e doveri. Piú oltre d'un passo, sta la
tirannide. In fatto, la Società degli _Amici del Popolo_, non pose,
sembra, in pericolo la cosa pubblica, né commise azioni colpevoli in
faccia alla legge, dacché la legge non la colpí. Disciolta violentemente
dal governo, appoggiato sopra una disposizione legislativa pugnante
coll'insieme dei diritti sanciti dalla rivoluzione, e riprovata da' suoi
organi stessi dinanzi alle Camere, la Società si giovò dell'altro mezzo
di pubblicità a esporre i suoi pensieri alla Francia: cotesti scritti
sono appunto quei che hanno dato moto al giudizio, dalla cui discussione
è tratto il discorso, che noi qui pubblichiamo; e questi furono
dichiarati innocenti; la condanna severa pronunciata contro alcuni degli
accusati, è desunta dalle difese parlate all'Udienza, non dagli scritti
citati in causa. Le opinioni, e gl'insegnamenti della Società non erano
dunque tali, che la legge, anziché proteggerne l'espressione, dovesse
punirla. La condotta del Governo, sciogliendo la Società, fu dunque
illegale.
Comunque, la Società fu disciolta. Gli _Amici del Popolo_ hanno credenza
repubblicana; e que' molti, che confondono ancora la repubblica colla
scure del terrore, senza avvedersi che il _terrore_ non fu se non
conseguenza della guerra, mossa alla Francia da' nemici della
repubblica, plaudirono al governo. Bensí la opinione traviata dalle
calunnie insinuate contr'essi, s'è corretta di molto dopo il processo,
finito pochi giorni addietro. I quindici repubblicani tradotti in
giudizio, stettero davanti a' loro giudici, come accusatori, anziché
come colpevoli. Trelat, Raspail, Thouret, Blanqui, e gli altri esposero
candidamente il loro simbolo, le loro teoriche, i loro voti. E noi
abbiamo creduto far cosa utile alla nostra Italia, esponendo una di
queste arringhe, pronunciate colla coscienza, della verità, e colla fede
dell'avvenire. Siamo a guerra dichiarata, e giova, che tutti gli uomini
liberi simpatizzino gli uni cogli altri.