Quando ideammo la _Giovane Italia_, le sorti della Romagna pendevano
incerte. La nota presentata alla segreteria di stato di Gregorio XVI, la
sera del 21 maggio 1831 assicurava agli stati pontificii riforme che
costituissero un'era _affatto nuova e felice_. -- La corte romana dava
invece illusioni e frodi, o minaccie. Ma le popolazioni forti del loro
dritto, e d'una promessa europea avevano assunta una attitudine energica
e deliberata, che avrebbe fruttato un miglioramento qualunque, se
l'intervento d'una forza brutale non avesse troncato a mezzo le speranze
autorizzate dalla diplomazia. -- Il popolo dall'impeto d'una
_rivoluzione_ caduta era passato ad una _opposizione_ parziale che non
varcava i confini di ciò che i gabinetti chiamano _legalità_. Il Papa
esauriva tutte l'arti d'una politica perfida per suscitarlo a moti
dichiaratamente rivoluzionarii. -- Ma il popolo s'avvedeva dell'inganno
e non si dipartiva da un sistema d'azione lenta e pacifica, ch'escludeva
ogni intervento straniero.
Allora, noi avevamo in animo d'esporre in un quadro esatto la condizione
di Bologna e della Romagna: i diritti che la espressione del voto comune
avea posti in luce: le inchieste fatte, e non contrastate: e le vie che
rimanevano alle potenze perché la rivoluzione inevitabile un dí o
l'altro scoppiasse meno sanguinosa e irritata dalla intolleranza d'una
parte e dalla impazienza dell'altra.
Era un tributo che si pagava per noi ad una illusione di giustizia
politica, che non esisteva se non nell'anime nostre. Guardando alla
importanza della questione che s'agitava, guardando all'utile che
sgorgava innegabilmente da un sistema di concessioni progressive, unico
sistema che valesse a indurre una pace che i governi invocavano primi,
guardando ai patti giurati, alla promessa sancita da una conferenza di
ministri europei, ai principii banditi da una nazione grande a un tempo
ed avida di tenere il primato della civiltà, noi cedevamo ad una
speranza, ad una lusinga che non fosse spenta ogni generosità nei
popoli. -- E però il linguaggio nostro era volto ad ammaestrarli delle
condizioni nelle quali era posta una gente insorta per eccesso di
tirannide, caduta in fondo per troppa credulità, schernita da quei
medesimi, che l'avevano accarezzata di lusinghe mortali. -- Ci
travolgeva un errore; e ne abbiamo rimorso; però che siamo a tale di
sventura e d'esperienza nel passato che oggimai ogni errore è delitto.
Questo errore noi lo scontammo amaramente; e il grido dei nostri
fratelli scannati nel nome di Cristo dai soldati del pontefice a
Ravenna, a Cesena, a Forlí, ci suona tremendo all'orecchio come un
rimprovero. -- La diplomazia europea non vide nei reclami legittimi d'un
popolo mille volte deluso che un pretesto all'intervento straniero. Le
baionette tedesche ci recarono solenne risposta. -- Quattro potenze
dichiararono nulle e intaccate di ribellione le pretese, ch'esse alcuni
mesi prima aveano dichiarate giuste e fondate. Quattro potenze diffusero
colle loro minaccie il terrore sovra una moltitudine inerme, incerta e
divisa -- poi, quando lo stupore ebbe spento anche quel poco entusiasmo
suscitato da una contesa civile -- quando l'oro ebbe stillata la
seduzione ne' ranghi dei cittadini -- quando il mutamento improvviso
ebbe scemata colla differenza delle opinioni la forza della concordia --
le potenze diedero il segnale, e dissero alle bande romane: _ferite il
cadavere._ -- Quattro mila soldati del pontefice s'affacciarono da un
lato, dodici mila tedeschi dall'altro. -- I nostri erano 1603!
Cosí doveva essere. -- Maledetto colui, che fida in altri che in se
medesimo!
Noi lacerammo lo scritto. -- Ogni sillaba ci pesava sull'anima come una
condanna -- e da tutto quel cumulo di conghietture, da quelle parole di
pace, da quella luce di speranza vilmente concetta, e stoltamente
nudrita, sorgeva un grido: guai a chi si commette alla fede dello
straniero! le illusioni della vittoria si convertono per lui in
derisioni d'inferno: i frutti ch'egli immaginava cogliere colle altrui
mani, si tramutano in cenere, come i frutti del lago Asfaltide. Oh! non
impareremo mai nulla dalle nostre sciagure? Non impareremo mai, che lo
schiavo non ha per sé e che il proprio braccio, e il proprio diritto?
Noi calchiamo una terra la cui polvere è polvere d'uomini venduti dallo
straniero. Non v'è pietra di tomba, non v'è rovina di monumento che non
ci parli una delusione, che non c'insegni un tradimento de' potenti che
ci sedussero alla confidenza per coglierci alla sprovveduta. E non
faremo senno mai della lunga vicenda?
Noi lacerammo lo scritto -- però che non avevamo mestieri di snudare
agli oppressori la infamia loro, né volevamo levar la voce a
giustificarci della sommessione apparente. Le infamie sono palesi, e la
vera giustificazione d'un popolo oppresso è quella, che si scrive col
sangue degli oppressori. Né maledizione, né gemito. -- Poi che non
abbiamo saputo maturare il tempo della vendetta, soffriamo in silenzio:
stiamo soli colla nostra rabbia: pasciamoci di furore muto: non lo
sperdiamo in lamenti, che nulla fruttano -- è tesoro, che dobbiamo
custodire gelosamente -- beviamo tutto il calice amaro: forse un giorno,
quando avremo esaurite l'ultime stille, frangeremo quel calice.
Perché, a chi rivolgerci? -- ai governi? cos'è per essi il gemito d'una
gente tradita? Son cinque e piú secoli, ch'essi trafficano di noi come i
mercanti de' poveri negri. Son cinque e piú secoli, ch'essi non guardano
in noi che come in materia di negoziati e di protocolli. -- Alle
nazioni? -- le nazioni stanno pei forti -- e noi non lo siamo: le
nazioni non hanno finora simpatia per la sciagura, ma per l'attitudine
dello sciagurato, scendono nell'arena talvolta a soccorrere al
gladiatore morente senza batter palpebra -- e noi finora -- convien
dirlo e arrossire -- abbiamo levata la mano prima di averla adoperata
sul nemico. -- Da esse ci verrà forse un compianto sterile e breve. Che
giova il compianto? Hanno pianto anche sulla Polonia. Hanno pianto,
mentre un ministro d'un popolo libero ne decretava la perdita come pegno
di pace. Ma quel pianto ha forse risparmiata una goccia sola del sangue
dei prodi? Quel pianto ha forse fecondata di nuovi difensori la polvere,
dove cadevano i primi? -- Lasciate star quella polvere! non agitate il
lenzuolo de' morti! -- Possono esse le vostre lagrime rianimare il
cadavere?
Un giorno, quando convinti della onnipotenza d'un popolo che vuole
rigenerarsi davvero, noi ci saremo levati di dosso la vergogna e
l'oltraggio, alzeremo la voce, e narreremo a' popoli, che allora ci
stenderanno la mano, l'arti adoprate del tedesco voglioso d'un nuovo
dominio, per trascinarci a insurrezioni brevi, e non concertate -- e
l'armi somministrate perfidamente, poche per la difesa, tante da
invogliare gl'incauti ad osare -- e l'oro diffuso a promuovere le
divisioni tra le guardie civiche e le moltitudini -- e le proteste di
pace fatte ad illuderci, e illudere un popolo vicino, mentre un proclama
pubblico imponeva la mossa alle truppe straniere -- poi le predicazioni
furibonde de' preti che rinnegano ogni santità di ministero: le calunnie
versate nell'orecchio delle ignare popolazioni: le stragi commesse sopra
gente inerme, e tranquilla, preparate con astuzia, e bassamente
scolpate. -- Quel giorno, verrà, però che nessuna forza può far
retrocedere il secolo, e i delitti di sangue si scontano nel sangue -- e
allora noi potremo narrar queste cose, e documentare la storia delle
nostre sventure, senza astio, senz'odio, senza rancore per la inerzia
delle nazioni, perché noi vagheggiamo da lungi la fratellanza europea, e
serbiamo dentro tanta potenza d'amore da affogarvi molti secoli di
memorie. Ma ora, fresche ancora le piaghe, calde le ceneri dei caduti a
Forlí, noi non potremmo rivolgere la parola allo straniero, senza che un
alito d'ira la facesse amara, e sdegnosa, senza che un fremito di deluso
vi scorresse dentro a convertirla in suono di maledizione. Però, abbiamo
risolto tacere per tutti, intorno agli ultimi eventi -- per tutti,
fuorché pe' nostri.
E ai nostri, traviati sovente ne' loro giudizi dalle menzogne, che i
governi italiani astutamente diffondono, gioverà ridire, come dagli
ultimi fatti della Romagna debbano trarre conforto a sperare ed osare,
anziché scoraggiamento, o terrore. Gioverà convincerli, che gli ultimi
fatti travisati da' nostri padroni a trarne un tentativo di rivoluzione
assoluta, per millantare d'averla vinta una seconda volta non furono in
sostanza che conseguenze d'una discussione municipale, d'una questione
piú civile, che politica, questione che né si doveva né si volle
sostenere coll'armi dalle moltitudini, però che la Romagna contempla,
anzi i fati italiani che i propri! -- e non pertanto quel pugno di
giovani, raccolto in armi, subitamente assalito, era tale, che i
pontificii disperavano vincerlo, se non lo atterrivano colla minaccia di
quattro nazioni, e colla mossa dell'Austriaco. Gioverà mostrar loro i
due vantaggi che sgorgano da que' fatti, il primo riposto nella
coscienza che ogni italiano può trarre dalla lotta durata dalle
legazioni contro la oppressione papale; della unione universale in un
solo voto di libertà; l'altro, che deriva dalla complicazione delle
differenze che regnano tra gabinetti, aumentata dalla nuova occupazione
tedesca e in oggi dalla francese. -- E noi ne parleremo forse
distesamente nel secondo fascicolo della _Giovine Italia_, dacché in
questo non possiamo per l'angustia dello spazio.
Ma i nostri concittadini della Romagna veglino da forti, e accolgano la
voce de' loro fratelli, che noi qui esprimiamo: vegliate, ed unitevi:
ritemprate il vincolo dalla concordia nel servaggio comune: non vi
lasciate sedurre a divisioni fatali da vanità meschine, da rancori di
municipio. Strignetevi nella comunione della sventura: santificatevi nel
pensiero della vendetta; però che la vendetta della patria è santa di
religione, e di solenne dovere. E sopratutto non fidate nello straniero.
Non fidate nello straniero, che vi reca speranze nuove, poiché v'ha
travolto nel precipizio: ritrarre il ferro dalla ferita, poiché s'è
immerso fino all'elsa, muta forse il feritore in proteggitore? Non,
fidate nello straniero, che oggi sommoverà i soldati del pontefice a
trucidarvi per ottener vanto il domani d'averli frenati, o puniti. Non
vi lasciate sedurre da quell'arti: non vi lasciate adescare da quel
finto sorriso. È il sorriso dell'assassino sulla sua vittima.
Ricordatevi dei vostri padri. Ricordatevi che quei ferri, ch'ora
s'ostenta di stendere a serbare intatto l'ordine pubblico, e a tutela
degl'individui, hanno tal macchia di sangue fraterno, che veglia fra il
tedesco, e voi, come un decreto di Dio tra l'innocente e lo scellerato.
-- Curvate la testa, poiché i fati lo vogliono, sotto il giogo
abborrito; ma frementi, vivi nell'odio, e col sospiro a quel giorno, che
darà moto in Italia al grido d'Unione, d'Indipendenza, e di Libertà.
_Un Italiano._
_P.S._ -- La occupazione francese, accaduta dopo scritto
l'articolo, complica gravemente la questione politica: la
complica di tanto, che forse a sciorla non varrà che la spada. E
non pertanto noi non vogliamo cancellare parole dall'ultime
linee dello scritto. L'Arti diplomatiche, e le paure de'
gabinetti possono rimovere _momentaneamente_ le nuove speranze.
Nuove combinazioni possono differire lo scoppio degli odi
celati, e giova, non obbliare come il ministero Perier è il
ministero della pace _à tout prix_, e come la esistenza sua è
stretta a questa pace, mercata finora l'Europa sa come. Chi
decise la occupazione, commise un errore contro il proprio
sistema; le conseguenze possono uscirne prepotenti, ed
irreparabili; ma gl'Italiani, noi lo ripetiamo, hanno a fidare
in sé, non in altri.
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_Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,_ benemerito italiano,
gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli, nel 1821.
Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.
Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi spazi del tempo, è per
l'Italia cinto di funereo lume; ciascuna contrada di quella miseranda
terra vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati
all'onnipotenza di un dispotismo contro del quale alzarono la voce, ed
osarono proclamare il diritto degli uomini: tutta la penisola che
dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un vasto sepolcro, ove tra
i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi d'ombre squallide, tremenda
s'innalza la tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri.
-- Da ogni regione Italiana sorge eziandio un grido lugubre che chiede
vendetta pel fiore de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra
ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto di avere amato la
patria...; o se qualche generoso, accostando la mano alle tombe di quei
trapassati osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito dai monti
al mare, ascolterebbe da ogni avello invocar la vendetta, -- imperocché
vendetta chiedono quei che caddero nelle provincie napolitane, e
piemontesi, per aver dato fede alla parola dei Re, ed innalzati al sommo
impero due principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in Europa per
la sola infamia del tradimento: vendetta parimenti dimandano coloro che
un ministro di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire, spegneva
sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: -- vendetta, fu l'ultima
voce de' morenti di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca la
spoglia di Pietro Colletta, già consunta per tiranniche persecuzioni, --
e del quale alla memoria io discorro breve cenno; e il discorso, non pur
depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce le urne degli
schiavi, -- ma qual pegno di animo libero ad uomo libero tributato, ma
quale invito a futuro riscatto.
Nella città di Napoli, di Antonio, avvocato, e Maddalena Minervino,
nacque Pietro Colletta, nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne
dietro un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi studi della
scuola militare di quella capitale: e quando la patria salutò l'aurora
di una repubblica (che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono
i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, -- e poscia
l'ebbero a compagno della proscrizione che una corte sleale fulminava,
ad onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti delle prime
potenze d'Europa: -- indi, mutatesi le fortune ed i tempi, e cacciati i
Borboni nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva il
Colletta ai sommi onori civili e militari, e vi perveniva non senza fama
d'intelligente amministratore e di sagace militare. -- Nominato
Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato, Tenente-generale dello
scientifico Corpo del genio, e Direttore generale di ponti-e-strade;
mostrossi sempre, qual era stato nella modesta giovinezza, cioè,
affettuoso con gli amici e coi propinqui, amorosissimo della patria, e
protettore de' talenti. -- Cadute poi l'armi dei Francesi, -- e
ritornati i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per viltà, e
riottenuti per opera straniera, disponevasi il Colletta a girsene in
volontario esilio, sapendosi quanta e quale fosse la fede de' reali di
Napoli; ma non glielo permettevano quei principi, che allora fingevano
vezzeggiare i liberali, -- che anzi il destinavano al comando della
divisione territoriale di Salerno. -- Assumeva quell'impegno il
Colletta, e con franchi accenti consigliava il ministero di secondare il
voto de' popoli che già chiaro appariva per ottenere una Costituzione
tante volte promessa dall'esule Ferdinando; e poiché quei consigli non
spiacevano ai ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando, e
sperava di essere un giorno veramente utile alla patria; ma quando
ritornavasi a quella ferocia, ch'è il primo attributo dei Borboni, ed
esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico o militare contra
i liberali, pria che contaminarsi e prestarsi ai voleri del dispotismo,
deponeva ogni pubblica cura, e ritornava alla vita privata per
continuare placidi studi che gli dovevano essere un giorno di conforto
nell'esilio.
Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque, quando si appressarono i
nembi; -- né cariche occupava, allorché udissi l'accento della
rigenerazione sulla vetta di Monteforte -- accento al quale risposero
tutte le provincie del regno, -- e che fu poscia ripetuto su i santi
evangeli da un re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de' popoli,
e 'l giudizio della Storia. -- Infranto in quella guisa il dispotismo,
ricomparivano i benemeriti cittadini ai pubblici ufficii, e con essi
riedeva il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava Comandante
supremo delle armi nella Sicilia, e finalmente sul finir del gennaio
veniva chiamato al ministero della guerra; -- né in tutti quegl'impieghi
esercitati, smentiva le antecedenti pruove date alla patria; -- soltanto
era anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario ordí onde
ingannare un popolo, il quale fidente ed ingenuo, erasi abbandonato
nelle sue mani, e che tardi comprese quanta simulazione e perfidia
allignasse nel cuore de' Borboni.
Mancate le promesse, -- calpestati i giuramenti col sussidio del Capo
della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi
il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella
sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; -- né
fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria:
il principe adunque lo designava a Canosa, -- e quel sicario della
legittimità lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di
sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella gelida Moravia: in vano
un cadente genitore reclamava il figlio, -- in vano i fratelli
chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, -- tutto
fu negato; -- ei partí per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad
attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. --
Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente
lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che
rimane all'esule, -- quello di scrivere i suoi mali; -- e questo
pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi nella gentile
Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo
III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro
pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poiché in esse sono
registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitti consumati
dai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più anni. -- Questo lavoro, che
tanti affetti destava nello scrittore, -- che tante memorie richiamava
al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e già sin dall'anno
1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorché
le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo
esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro
vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita,
quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e
spirava col pensiero alla patria, agli amici, -- ai congiunti.
Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú Toscana, che a loro padre
l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio
l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la
perdita, -- gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria,
i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo
alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che
nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i
resti inanimati di un chiarissimo uomo, -- d'un virtuoso cittadino, -- e
di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia
italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni
cuor generoso ne sentiva l'affanno: -- solo i despoti sorridevano: -- e
mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa
gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli,
lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non
si scoprissero, -- sperando l'altra che la Storia non divenisse di
pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano.
-- Ma, noi proscritti, -- nel giurar la vendetta de' nostri perduti
fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo
l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel
tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una
Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami
de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo
all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti che la opprimono;
-- lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, -- ai suoi sofferti
travagli, -- al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i
martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo
tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed
innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e
delle corone.
_Gio. La Cecilia._