ORAZIONE per Cosimo Damiano Delfante

Dentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana dal nostro emisfero

giace il _Fatale_, che nessuna altra cosa ebbe di comune con gli uomini

tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorrà giudicarlo, o chi

volendo potrà? Tremi la gente d'interrogare quel sepolcro, poiché le

sorgeranno nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenterà in vano

sostenere, o definire. Educato a dolentissima scuola, io da gran tempo

ho appreso a diffidare di coteste azioni, che i popoli chiamano virtú, e

delle altre che si vituperano pel mondo come delitti: conobbi l'uomo

stimare le imprese dall'evento, e ciò talvolta per ignoranza, spesso per

malignità, spessissimo per ambedue: -- vidi sempre l'infamia aggravarsi

sopra il caduto... Solo _perché caduto_, onde io e piansi, e risi, e

dubitai di tutto. -- Dunque con un cuore, che non si atterrisce, né

s'infiamma per cosa contemplata, anima grande, mediterò su di te. Molti

dei tuoi compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi servi ti

abbandonarono: molti ancora di quelli, che beneficasti ti hanno tradito:

la voce del poeta, che ti salutava Giove è spenta[54]; tu dormi polvere,

_e non coronata_, la tua potenza divenne di una memoria..., ma una

memoria piú durevole dei secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a

vederti vincere le battaglie egiziache![55]. Eterno tu avrai il dominio

dei tempi avvenire, perché la vittoria ha l'ale, non già la sapienza, né

si rapisce la fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti confessava

anche l'odio. Ora chi ti levò a sí stupenda altezza, la _pietà, o il

terrore_ dei viventi? Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei

pensieri, lord Byron sorge severo e ti domanda: «Spirito tenebroso!

perché conculcasti la stirpe, che umiliando ti si prostrava davanti? Tu

potevi salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi adoratori è stata la

tomba. O Dio! doveva il mondo essere sgabello a cosí abbietta

creatura?»[56]. -- Difenderò la tua causa. Dimenticando, che veniva

dagli uomini la voce: _scegli la tua parte, e sii oppressore, o

vittima_[57]; non avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per

sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava di speranza il

tristo carcere e scriveva[58]: doversi migliorare i destini umani, gli

utili ammaestramenti non potere riuscire invano; averli la stampa

diffusi per modo, che una nuova barbarie non sarebbe sufficiente a

sopprimerli, e la luce della filosofia tanto penetrata nei misteri del

sapere da poterne un giorno derivare facoltà di vivere immortali, e

notate, uditori, che egli teneva il veleno davanti per fuggire il

patibolo. Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo del _Fatale_,

sebbene piú moderato siccome conveniva all'indole di lui; e meditando

sopra le sue azioni sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con le

armi, con le leggi, e con la religione. -- Quando la fortuna del mondo

lo condusse in Affrica finse costumi da profeta, e le turbe lo dissero

Sultano del fuoco, e Sultano giusto[59]; -- tornato in Europa non depose

il disegno, favellò di destini, accennò stelle[60], e forse si tenne

davvero un eletto di Dio, -- _e forse egli era_: temendo poi in queste

nostre contrade troppo scarso il frutto, che si ricava dalla fede,

attese il Sapiente a governare _con la ragione_, e compose un codice,

monumento di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non gli arrisero

del tutto in questo nuovo disegno, imperciocché lo stato singolare del

secolo presente voglia _che l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi

andare alle superstizioni, né tanto incivilito per soddisfarsi del nudo

ragionamento_. -- Gli valsero le armi, felicissime un tempo; una volta

avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in Francia, ve lo fermò

l'occasione, ve lo mantenne il destino; gli parve quel paese quasi un

centro donde muovere le fila della sua trama per la universa Europa...

furono queste fila di ferro, e di fuoco, eppure piú fragili del velo,

che l'insetto ordisce nell'angolo della sala: -- disperdi l'opera

dell'insetto, ed ei tornerà a rifarla piú animoso di prima; turba

l'opera dell'uomo, e questi o disperato si asterrà dal riprenderla, o

consumerà la vita in vani conati per nuovamente comporla; quindi se io

mal non veggo il paragone torna in vantaggio dell'insetto!

[54] _Monti_, _Inno in morte dell'ultimo Re de' Francesi_.

[55] Proclama di Napoleone.

[56] _Ode to Napoleon Buonaparte._

[57] Versi di _Condorcet_.

[58] _Esquisse sur les progrès de l'esprit humain._

[59] _Jomini_, _Vie de Napoléon_, etc., etc.

[60] _Ségur_, _Histoire de la Grande-Armée_.

Se tu dunque, o _Fatale_, concepisti il disegno di _emendare le colpe

della creazione_, nessun voto piú degno di essere adempito l'Angiolo

della preghiera presentò al trono dell'Eterno. -- Forse teco rimasero

sepolti i destini del mondo, forse l'aquila imperiale fuggendo dalle tue

bandiere si portava la speranza, e non pertanto alla gloria, che ti

circonda potrebbe aggiungersi altra gloria piú splendida, voglio dir

quella di benefattore della umanità, e il tuo sepolcro potrebbe

annoverarsi tra i sacri pellegrinaggi.

Cosa importa, che il mio spirito contristato neghi l'umano

miglioramento, e dica: la guerra è in natura; notate _Austin_ inglese il

quale dopo diciassette anni di continue fatiche, giunge appena a

mantenere in vita comune quattordici animali di specie diversa

_pascendoli quotidianamente a sazietà_[61]; or dunque quanto piú dura

impresa fia quella di accordare gli uomini in pace poiché a loro non fu

concessa una somma di bene per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima

che si potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai costumi,

dalle voglie contrarie io derivi argomento di guerra perpetua? Cosa

ch'io mostri le pagine della storia eternamente contaminate dalle stesse

rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi la civiltà aver giovato

agli uomini per commettere le colpe con sottigliezza maggiore, e per

cuoprirle con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte, che avevano

di buono, o almeno di non tristo, la sincerità? Cosa, che io dichiari il

pensiero di sottoporre, il mondo ad un medesimo reggimento doversi

lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile, che da tenersi come

uscito da un cervello sano? E quando ancora questa sapienza diffusa

producesse alcun bene, potrei dimostrare come non essendo perenne, né

dapertutto uguale le sue conseguenze diventerebbero nulle. Dove io

questi, ed altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un mal

servigio alla società, né tu rimarresti meno il Benefattore degli

uomini, imperciocché io mi sia instruito a considerare il consiglio

disgiunto dall'opera, e quando per impotenza riesce inadempito ne

attribuisca il biasimo a Colui, che potendo, non concedeva facoltà

bastanti per conseguirlo, e la lode a chi volle, e non potè. -- Ma io ho

fede alla sentenza dell'_Ecclesiaste_: «Quello che è stato è lo stesso

che sarà, e quello che è stato fatto, è lo stesso, che si farà: e non

v'è nulla di nuovo sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri

possa dire: vedi questo, egli è nuovo? già è stato nei secoli, che sono

stati avanti di noi»[62]. E quella mano stessa, che apparve al convito

di Balthazar[63] sopra le rovine dei tempi trascorsi ha scritto la

legge: _Sii oppresso od oppressore._ Ho veduto la sapienza pellegrinare

attorno la terra, e non posarsi mai, e al suo partire sopprimere ogni

traccia della dimora; -- ho contemplato un popolo crescere, allargarsi,

e dominare per tutta la terra, divenuto poi debole cadere per infermità

interna, o per guerra di fuori; cosí tra le nazioni di cui conserviamo

memoria avvenne ai Romani, cosí ai Longobardi, cosí ai Francesi sotto

Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto

Napoleone, e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano

gli stessi destini nelle ragioni del declinare, e del sorgere. Quando io

considero l'assiduo alternare di siffatte vicende, esclamo dal profondo

dell'anima: oh! perché non si posava il tuo sguardo sopra la terra, che

ti dette la vita! Nel modo stesso col quale Dio creò la luce se

profferivi la parola: Italia sia, e Italia sarebbe stata. Se al volo

antico drizzavi l'aquila romana, meglio della tua francese avrebbe

conosciuto; e con la piú robusta percorso la via del firmamento; e se

avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo co' nostri petti difeso,

superati e non vinti giaceremmo insieme nella terra di Cammillo e degli

Scipioni... ma noi avremmo vinto perché la causa delle nazioni cimentata

dal sangue dei martiri termina sempre col trionfo, perché la parola del

forte, che spira in difesa della patria ha virtú di fecondare la sabbia

del deserto... e noi Italiani non siamo sabbia per Dio. -- Ahimè! forse

anche questo è un delirio, e la differenza, che passa tra il delirio del

sapiente, e quello dello stolto consiste in questo, che il primo ha

potere di troncarlo, con un _forse_, mentre il secondo deve continuarlo

all'infinito! Cominciai col dubbio, ho concluso col dubbio, valeva

meglio tacere... pure qual altra scienza oltre il dubbio conviene al

nato per morire? Gli umani ingegni non distinsero mai il bene, e il

male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto la morte; il periodo di

vita, che percorriamo è assai piú breve di quello, che sembra: due terzi

della infanzia, e della vecchiezza sono spesi nel sonno, un terzo ne

consumiamo nella pubertà, e nella virilità; l'uomo che vive ottant'anni,

ne ha dormiti quaranta![64] Gli occhi ne furono concessi per contemplare

la sciagura, e per piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria

vi han tali, che godono tormentare l'anima del fratello, e seminargli il

sentiero di triboli. Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra di

loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita di cui la ricordanza

gli spaventerà piú dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che

suoneranno loro piú terribili della chiamata dell'angiolo al giudizio di

Dio? No. Voi non siete feroci come Catilina, né simulati come Tiberio,

né maligni come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini non meritate né

anche la fama di Erostrato, vivete... io vi condanno a vivere, a rodervi

nella coscienza della vostra nullità.

[61] _Revue encyclopédique._

[62] _Ecclesiaste_, cap. I, X, XI.

[63] _Daniel_, cap. V.

[64] Cav. _Palloni_, _Riflessioni sul sonno, e sul sonnambulismo_.

Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie, leviamoci a respirare

un aere piú puro, e poiché di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi,

sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci d'illusioni,

c'inebbriamo di gloria se di felicità non possiamo.

Favelliamo di gloria. -- Napoleone Buonaparte tratto dalla volontà, e

dalle vicende muove in Egitto, lasciando la Francia temuta; e seco parte

la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi, al monte Tabor,

ad Aboukir, altri generali francesi le sue conquiste perdevano. --

Mantova presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata, la sconfitta

della Trebbia, -- l'altra di Novi -- Massena, già folgore di guerra,

adesso condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso,

Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in rovina. -- Napoleone

Buonaparte udite le sinistre notizie, abbandonava Alessandria, si poneva

all'avventura sul mare; scampato dagli elementi, e dai nemici, tornava a

Parigi. Qui giunto, con tali parole favellava al Direttorio: «Che avete

voi fatto di questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva lasciata!

Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove lasciai vittorie, ho incontrato

sconfitte... perché tanta miseria quando io vi consegnai i milioni

d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila Francesi tutti compagni

della mia gloria? -- Perirono»[65]. Cosí rampognava per ira, piú per

arte. -- Soppresso il Direttorio, ridotta in sue mani la somma della

Repubblica, pensa ristorarne la declinata fortuna, e agevolmente il

poteva, poiché seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti, che gli

oppongono la natura, e gli uomini superava, con sottilissimo ingegno; il

forte Bard sfuggiva, a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure

italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento co' suoi nemici

nei campi di Marengo; cotesta fu una battaglia di giganti; -- l'Austria

cadde; -- l'Italia tutta in poche ore tornò nel dominio Francese, il

Genio del primo Console prevalendo costrinse gli avversari a supplicarlo

di pace.

[65] _Jomini_, _Vie de Napoléon_.

Questi fatti raccontava la fama per le città italiane, sicché forte se

ne infiammavano le menti di quelli, che le udivano. -- Era in que' tempi

nei giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di accorrere sul

campo delle battaglie, che apertamente dimostrò, non anco in essi morto

l'antico valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocché

Napoleone fingendo amare le libertà italiane, richiamava in vita la

Repubblica Cisalpina. -- Ah! furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi

applicando al cranio di Buonaparte il sistema di Gall, lo trovò tanto

potente simulatore,[66] e il cuore dei giovani si lascia cosí di

leggieri prendere alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che

i posteri faranno su la memoria di quel Grande, malgrado le mie difese;

-- pure se gl'Italiani si lamentano, che tu non li abbia amati, non però

ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti col proprio sangue,

e con quello dei figli, essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti

perdoni com'eglino ti hanno perdonato. --

[66] V. _Les derniers moments_, etc.

Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in questa nostra patria Cosimo

Damiano Delfante. L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto ed

il sentirsi forte gli facevano mal comportare gli oscuri natali; -- e

l'esperienza insegna essere la ignobilità piú che la chiarezza del

linguaggio, stimolo acuto a ben meritare avendo la natura concesso

all'uomo maggiori potenze per acquistare, che non per mantenere. Ora

pervenuto Cosimo nostro al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere

il genio interno, si presentava al padre tutto tremante, e gli diceva:

«Chiamarlo la patria, né volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata;

non badasse al momentaneo dolore, tra poco la fama dei suoi fatti lo

consolerebbe di mille doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione».

-- Qual core fosse il mio, mi parlava Giovacchino Delfante, il quale

ottuagenario si vive con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno,

«qual core fosse il mio nel sentire il disegno di Cosimo, pensatelo

voi...» e fissatomi in volto aggiungeva: « -- No, voi nol potete

immaginare perché dalla vostra giovanezza suppongo, che non siate anche

padre...» Il mio corpo fremé per ogni fibra, l'anima si sollevò in un

sospiro, e tacqui; -- egli riprese: «Dio me lo aveva dato per unico

figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse la mia vecchiezza; -- Cosimo

fu di persona piú alto di voi, e piú robusto assai; di sguardo benigno,

se non che quando lo vinceva l'ira, ne tremavano tutti; e pure malgrado

il suo impeto, le amarezze piú forti, che mi abbia apportate sono

queste: nella notte in cui arse lo _Scipione_, -- voi avrete sentito da

vostro padre il caso dello _Scipione_, -- era un vascello Francese, che

incendiò nella nostra spiaggia, chi disse in que' tempi per negligenza,

chi per malizia, e veramente in quella occasione si commessero orribili

fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava da ogni parte

schegge, e ferramenti infocati, le artiglierie sparavano contro la

città; quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri parve ne

subbissasse Livorno; in quella notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a

casa, e si rimase con molto suo pericolo a contemplare dal molo cotesto

spavento. -- L'altro dolore me lo dette nel '98, allorché vennero i

Francesi a portarci un palo, e un berretto, che chiamavano la libertà, e

ci rapirono monumenti preziosi, ed averi. -- Il mio Cosimo non potendo

soffrire la superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello; il

repubblicano non vergognò adoperare l'arme contro un fanciullo di

quindici anni, ma il figliuol mio per quello, che poi me ne raccontarono

se la cavò bene, perché senza che io ne sapessi nulla, aveva imparato di

scherma; -- in cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli per

quanto aveva caro l'affetto di suo padre non ne facesse piú, alle quali

rimostranze, egli scusandosi, rispose: «Che il sangue voleva la sua

parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria meritava quella, ed altre

ancora». Per quanto le mie povere facoltà lo consentivano feci educarlo

come meglio potei; tutto egli apprendeva con prestezza maravigliosa in

ispecie le lingue, e quando si partí da Livorno sapeva il latino, il

francese, e l'inglese, di piú imparò il tedesco, lo svedese, e lo

spagnuolo. -- Io vedeva andare con lui le mie speranze; l'animo mi

presagiva male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo in sua

difesa la patria, sospirai considerando che non avevo altri figli, e

feci il sacrificio alla patria di questo unico mio; -- io lo benedissi:

la povera Uliva, che dopo la sua morte perdé alquanto del lume

dell'intelletto, univa alla mia la sua benedizione, piangendo come

piangono le madri quando si staccano da un figliuolo unico, e Cosimo

anch'egli tutto in lacrime si partí sul principiare dell'ottobre 1803».

Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava, la madre udendo

com'io mi fossi quivi condotto per iscrivere la lode del suo figliuolo

defunto, mi si accostò vacillando, e con pianto dirotto prese a baciarmi

il lembo del mantello! -- Volli consolarla, e non trovai la parola.

In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi dai suoi genitori,

giungeva a Reggio, e quivi volontario il 22 ottobre 1803, indossava la

veste del soldato. -- Egli però non era uomo da starsi lungo tempo

confuso col volgo, e infatti da una patente autentica della Repubblica

italiana io ricavo come dopo tre giorni lo creassero caporale, dopo otto

sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente, lo promovessero. Nel

14 aprile 1804, il Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi di

Eril, innamorato delle ottime qualità del nostro concittadino, desiderò

che col grado medesimo passasse a far parte della guardia del Presidente

nel battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire le onorate

parole con le quali il suo antico superiore Foresti gli accompagnava

quest'ordine:

«Il capo non può abbastanza palesare il suo dispiacere per la perdita al

corpo di un ufficiale, a che per la sua moralità, zelo, ed intelligenza

si è distinto nei differenti gradi da lui occupati nella mezza brigata;

si compiace però di vederlo collocato in un corpo ove piú vasto campo

gli è aperto per dimostrare i suoi talenti, e non dubita, che saprà con

la sua condotta meritare la stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e

camerata, e conservarsi cosí la vantaggiosa opinione, che lascia di lui

nella seconda mezza brigata».

Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano di questo valoroso,

trovo una lettera del Ministro della guerra a lui diretta con la quale

gli raccomanda di trasferirsi nei _dipartimenti_ dell'Olona, del Lario e

del Serio _per accogliere que' giovani che mossi da entusiasmo volessero

militare per la patria_, e poco sotto aggiunge molto promettersi

dall'opera sua come quello, che aveva grandissima influenza per le sue

relazioni ne' mentovati _dipartimenti_, e pei suoi modi cortesi riusciva

gradito all'universale. -- Veramente Cosimo Delfante avrebbe con buone

parole persuaso i piú schivi, ma giova ripetere come la gioventú

italiana non abbia bisogno d'invito per correre alle armi. -- Ricorda la

Storia come nel 1812 essendo stata imposta l'estrazione su i

_conscritti_ del _cantone_ di Chivasso _dipartimento_ della Dora nel

giorno decimo di ottobre, i giovani di Chivasso, e Varlengo

comparissero, quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco, e Malone

gonfi per insolita pioggia mancassero; non era da tentarsi il guado, che

l'acqua menava giú a furia, e non si trovavano barche. -- Il

Viceprefetto saputa la cosa aggiornava la estrazione al sabato venturo;

-- appena egli aveva profferito il decreto, i giovani di Brandizzo

grondanti acqua gli appariscono davanti: -- non avevano quei magnanimi

sostenuto, che si fosse detto di loro: -- i Brandissesi mancarono alla

chiamata, dell'onore, e poiché tentati diversi argomenti per traghettare

il torrente riuscirono invano, il piú robusto tra essi si lanciò

nell'acqua, prese la mano al compagno, e questi a un altro, e cosí

procedendo formarono una catena da una sponda all'altra, e con molto

pericolo non meno, che con gloria immortale superarono la corrente[67].

Tal era in que' tempi, e tale sarà, dove l'occasione si mostri, l'ardore

della gioventú italiana! --

[67] Cav. _Laugier_, _Gl'Italiani in Russia_.

Tornando adesso al nostro concittadino Delfante ho narrato in qual modo

nel periodo di pochi giorni dal grado di semplice soldato a quello di

sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse. A tanto gli

valsero l'ingegno pronto, le cognizioni acquistate; adesso ardeva

distinguersi con qualche bello atto di valore, né imperando Napoleone

Buonaparte era lungamente da aspettarsi il modo.

Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens conchiusa il 23 maggio

1802, e fino da quel tempo Sheridan aveva dimostrato qual fosse

l'opinione del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti;

mandarono pertanto a lord Whitworth, ambasciatore a Parigi, perché

ordinasse al governo di Francia sgombrare immediatamente l'Olanda,

concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di Malta, e

Lampedosa; se no, rompesse la guerra. -- L'esercito inglese è fatto

prigioniero nell'Annover, il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo,

l'Elettorato cade in potestà dei Francesi. -- Napoleone apparecchia a

Bologna sul mare le armi per condurre la guerra nelle Isole britanniche;

al punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime ogni apparenza di

uguaglianza, e desidera dominare solo su la Francia e l'Italia.

In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno Carnot.

L'Italia non può, né vuole contendergli il principato, egli prende di

sua mano la corona da gli altari; e se la cinge al capo, e reputando

fermare eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio

dell'anima: guai a chi la toccherà! Dio la toccò, Dio, che distrusse con

la corona la testa che la portava.

Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo Pitt sopra i destini

della patria, volendo volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con

Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede alle armi tedesche.

Muove Napoleone al soccorso e seco le milizie italiane, e il nostro

Delfante; seguendo le arme del _Fatale_ egli vide nemici con la

prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta, Vienna presa, lo

Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi apprestargli nei campi di

Osterlizza una nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere a

quel Terribile; dodici generali tra russi, e tedeschi spenti sul campo,

quarantacinque bandiere, centocinquanta cannoni ornarono il trionfo dei

Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace, l'altro per soverchia

generosità lasciato andare. --

Cosimo Delfante operò in questa impresa prove di valore, e ne venne

ricompensato col grado di tenente. Su le pianure di Osterlizza

quantunque inebbriato dalla vittoria non obbliò i cari parenti, che

stavano lontani trepidando per la sua vita, e scrisse loro del nuovo

grado, delle azioni fatte, di quelle, che statuiva di fare. -- Chiesi le

lettere al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte preso dal dolore

all'annunzio della sua morte. -- Siccome io credo, che l'affanno di un

padre per la perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera si

manifesti sia cosa sacra, cosí mi tacqui sconfortato. --

A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge la Prussia. Vinta a

Schleitz, ed a Saalfeld, prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici

giorni cessa di esistere quella potenza, che Federigo il Grande aveva

con tanto sangue, e con tanta politica instituita. -- Torna la Russia a

tentare la sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo, a

Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri 25,000 uomini sul campo di

Eylau, oltre a 60,000 su quelli di Friedland. -- Veramente io dubito

forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti racconti, ed anche i

presenti gli stimerebbero esagerati dove la turba delle madri, e delle

vedove le quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse pur

troppo. -- Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo IV di Svezia ardiva

solo opporsi alla potenza di Buonaparte: a ciò lo inducevano le

istigazioni inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della Norvegia. --

Buonaparte sdegnando adoperare il suo ingegno per opprimere cotesto

avversario, manda Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle

milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso si narra come Pino

procedendo alla volta di Stralsunda affidasse la condotta di un buon

numero di soldati al nostro cittadino ordinandogli aspettarlo in certo

luogo determinato: andava, e attendeva il Delfante; vedendo poi, che

tardava, e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava animoso

alla volta di Stralsunda; lo raggiunse dopo alcune ore il suo Generale,

e turbato non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiamò incauto,

gli disse imprudente. -- «Trovate dunque chi meglio adoperi prudenza di

me» rispose Cosimo, e se ne andava, senonché richiamatolo il buon

generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava a deporre lo sdegno,

e a starsi di lieto animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi

meriti, a ricompensarlo. -- Posto l'assedio intorno Stralsunda, certa

notte il generale gli commetteva portasse l'ordine ad un suo subalterno

di avvicinare i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad eseguirlo

celeremente, poiché quella stazione come troppo lontana, poteva da un

punto all'altro riuscire piena di pericolo. Andava Delfante, e trovato

che il superiore si era dipartito dai suoi soldati per darsi buon tempo,

egli desideroso di corrispondere alla fiducia, che in lui aveva riposto

l'ottimo Pino, con singolare perizia operò in modo, che il campo fosse

mutato. Il generale soddisfatto per quest'azione, appena n'ebbe inteso

il racconto, postagli la mano sulla spalla gli disse: «Tu sei un

valoroso capitano» e fino da quel punto Cosimo nostro tenne nella

milizia quel grado. -- Cadde Stralsunda, imperciocché Gustavo avesse per

difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII, e fu smantellata

da Brune; cadde ancora dopo pochi giorni l'isola di Rugen, e cosí ebbe

fine la guerra della Pomerania Svedese.

Comincia la guerra spagnuola; guerra per la quale si conobbe quanto

possano i popoli sebbene inesperti dell'arte militare allorché abbiano

fermo di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro città: --

ogni goccia di sangue versato per la patria produce nuovi difensori, e

quelli spenti, altri, e piú fieri risorgono finché l'oppressione non sia

superata. -- Ma da una parte non combatté sola la cupidigia d'impero; la

inquisizione soppressa, le barbare leggi abolite, gli errori o

distrutti, o diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano come

ancora si volesse migliorare; né dall'altra fu tutto amore di patria,

ché vi si aggiunsero le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini

di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo genio lo chiamava a mutare i

destini degli uomini, a costringerli onde i beneficii della civiltà

ricevessero; meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli perché

partecipati in modo, che parevano una pena, e il benefizio per forza

trasmesso equivale all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la

ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a mio senno, maniera unica è

questa per considerare le storie dove l'uomo non voglia ricercare i

fatti dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro, che li

operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze per giudicare le vicende

attuali.

Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria delle armi italiane, in

certa sua lettera scrivendo del nostro Delfante cosí si esprime: «Reduce

dai geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna, desideroso

d'imprendere geste maggiori. La battaglia di Trentapassos, quella di

Molinos del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio di

Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente un numero infinito di

fatti di arme levarono tra i piú distinti il nome dell'ottimo Delfante»

e poco sotto, «prode quanto buono, e generoso bisognava vedere con quale

tenerezza si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli stessi nemici

tostoché cessava lo strepito della battaglia. -- Oh! quante famiglie a

cui egli salvava vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo

fervidissime preci onde invocare la benedizione su quell'anima veramente

celeste; non v'era superiore, non compagno, non subalterno, che non lo

amasse, e lodasse. A lui davvero poteva applicarsi la divisa di Baiardo:

-- il cavaliere senza rimprovero, e senza paura». E questo è elogio con

tanta pienezza di animo gentile tributato alla memoria del compagno

defunto, da meritare, che almeno per una metà ritorni in onore del cav.

Laugier. -- Il padre Giovacchino Delfante mi narrava siccome presa

Figueras il figliuol suo, capitanando una mano di soldati rimanesse

stretto all'improvviso da troppo maggior numero di milizie spagnuole, le

quali schernendo, e mostrando le armi, intimassero agl'Italiani nostri

la resa. -- Cosimo voleva animare i suoi con la voce, né, vinto

dall'ira, potendo, dava con la spada assai piú forte eccitamento, che

con la bocca; si cacciò a corpo perduto nella folla, lo seguitarono i

suoi, e ne accaddero molte, disuguali mischie particolari. Ma i nemici

si addensavano su quel drappelletto di valorosi, già molti ne avevano

uccisi, piú molti feriti; -- chiusa allo scampo ogni via. -- Delfante

volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato il cerchio, si

avventa su quella, si sgombra il sentiero, e guadagna celerissimo co'

suoi una forra vicina: il nemico costretto a ridurre la fronte secondo

l'angustia del passo, perde ogni vantaggio, avvilito per le troppe morti

rallenta l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino cosparso

di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce salvi i soldati al campo

italiano. Mentre cosí il vecchio padre esponeva le geste del figlio, il

sangue gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori della

gioventú.

Meritavano queste prodezze conveniente mercede, ed egli già fino dal

principio della guerra era stato promosso al grado di aiutante di campo

del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva l'ordine della

corona di ferro; poco dopo la stella della legione di onore. Il cav.

Camillo Vaccani nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta

onoratamente il nostro Delfante, allorché il general Pino, circondato

dal colonnello Marsshal, su le alture dei monti Ramannà fece prigionieri

1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di Girona.[68] Narrasi

ancora ch'egli fosse dei primi a salire la breccia del forte Monjoui

presso Girona, dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate

prove di prodezza inaudita.

[68] _Campagna del 1809_, p. 3.

In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva poc'anzi, si vide fino a

qual punto estremo possano giungere o la ferocia, o l'eroismo della

creatura umana. -- Agostina da Zaragozza, fortissima vergine, fuggiti i

difensori, abbattuta la porta Petrillo, non dubita dar fuoco ai cannoni,

sfolgorare i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle mura; e

quantunque l'obbligo mi costringa ad esser breve, a me non riesce

esserlo tanto, che lasci innominata per queste mie carte l'illustre

donna Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a difesa di

Girona[69]. Nuove battaglie, dico, furono queste, che vado raccontando,

né da Napoleone aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare il

terreno, dispersi oggi i nemici tornavano piú infesti e numerosi domani;

il pugnale, e il veleno spensero piú vite, che non le armi guerresche;

_ed è santo ogni mezzo purché ordinato alla salute della patria_.

Ridotte in mucchi di sassi le mura delle città, era mestieri combattere

di contrada in contrada, di casa in casa, di piano in piano; ardevano i

cittadini le proprie dimore, e le rovine, e sé stessi sopra gli odiosi

stranieri precipitavano, oppure scavavano buche, vi nascondevano

polveri, e con la propria, la morte di molti nemici procuravano. Le

malattie, la fame, la dura necessità, che domarono fin qui ogni ente

mortale, non vinsero gli Spagnuoli; -- morivano, non si arrendevano.

Alvarez, comandante di Girona vicino a spirare anziché scendere alla

capitolazione dismesse la carica. Solo un dolore era comune ai vinti,

quello di non esser morti; rimproverati della feroce loro ostinatezza

rispondevano: «Se volete svergognarci davvero, fateci rampogna del viver

nostro dopo che giurammo morire; mostrateci gli edifizi, che pur sorgono

illesi, non i caduti, i prigionieri non i cadaveri.» -- «Infelice

popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi? Dove sono i tuoi

guerrieri? Quale hanno mercede nel riposo della patria? Come i tuoi

destini migliorasti? -- Mi valgano le parole del paterno mio amico

l'illustre generale Colletta[70]: «Alvarez morto in carcere, Bleke,

Fournays perseguiti, e disgraziati: O-Donnell, sentenziato come

traditore, schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo vivono

spatriati, o prigioni nella Francia: vive in Inghilterra da fuggiasco il

prode Mina: l'Empecinado è morto sul patibolo: ed in somma dei piú

chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per nuovi sconvolgimenti, chi

piú infelice mena il remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma

dimenticati, e mal visti». -- Oh! chiudete il volume della storia,

troppo vi soverchiano le memorie dei misfatti, e delle sventure onde

l'uomo possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata da infinita

tristezza. -- Salomone profeta apertamente lo insegna: «Non acquistate

sapienza, perché in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete

la scienza, perché in essa è perturbazione di spirito: il ricercare per

molti libri non mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce la

carne»[71].

[69] _Southey_, _Guerra della Penisola_.

[70] _Antologia_, n. 69.

[71] _Ecclesia._, c. XII.

Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare altre guerre, altro dolore.

Due colossi si stringono in battaglia di morte. Pare, che potenza umana

non potesse superare il _Fatale_, perché i geli, il fuoco la fame si

unirono in lega co' suoi nemici, e allora soltanto ne rimase abbattuto,

né meno si voleva per abbatterlo. -- Nel giorno 22 giugno si apre la

impresa russa. Quante speranze affidavano la Francia! Un capitano, che

non conobbe mai fuga, un esercito provato di oltre 500,000 uomini

numeroso, generali valorosissimi; però sembravano le parole profferite

in quei tempi da Napoleone profezia del futuro:

«Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi di Osterlizza, varchiamo

il Niemen, la seconda guerra contro la Russia sia non meno della prima

gloriosa alle armi francesi, e imponga termine alla influenza russa, la

quale da ben 50 anni turba le condizioni di Europa»[72]. Napoleone

traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato di Drissa, rompe il

nemico, lo insegue fin presso Polotosk; -- proseguendo il cammino,

valica il Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici a

Smolensko, arde la città; -- continua la via, giunge alla Moskowa. Le

storie moderne non ricordano battaglia piú sanguinosa di quella, che

s'ingaggiò su i campi di Borodino; vi piansero i russi morti 30,000

soldati, 40 generali; non si contarono i feriti. Mi sia concesso

dilungarmi alquanto nella narrazione di questa battaglia, avvegnaché

gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante vi operasse prove

mirabili. La somma delle cose si era ridotta su certa eminenza coronata

da fortini commessi alla difesa del generale Ostermann, e divisa dai

Francesi mediante il burrone di Goriskoi. -- Augusto Caulincourt,

generale, guidando la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito

animo si caccia giú del dirupo; fulminato dalle batterie nemiche perde

la vita; indietreggiano i suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in

vulcano: ne uscí prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri russi per

calpestare i corazzieri respinti. Mentre in questa parte la fortuna

favorisce alle armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito

italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati dal general

Likaczen sostengono francamente l'assalto. Cosimo Delfante considerando

il poco frutto che si ricava da quel trarre di lontano, e l'indugio

mortale, dispone avventurare un urto disperato; accennato ai prodi

compagni, nulla badando alle schegge striscianti intorno al suo capo, si

spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato oppongono i Russi

disperata resistenza, rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla

resa; -- rimasero tutti miseramente trucidati. -- Likaczen, capitano

infelice non codardo, sdegnoso di sopravvivere ai suoi, si precipita tra

le file italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in quella

ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero data, allorché

Delfante gridava: «si rimanessero, volere il russo un duello, e a lui

appartenere per diritto». Cosí dicendo lo affronta, e lo disarma.

Likaczen, fermo di finire la vita tratta una pistola se la volge alla

tempia, e qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con animose

parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva la spada. Il principe

Eugenio lo creò aiutante comandante dello stato maggiore sul campo di

battaglia, dicendo ad alta voce: «Valoroso Delfante, quest'oggi ti sei

comportato da eroe»[73]. -- Vinta la battaglia di Borodino, Moscua viene

in potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire la potenza del

_Fatale_ è ormai salita, adesso sentirà come siano amari i passi della

fuga, come lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come duro

l'esilio! -- Gli storici di questa impresa scrivono che meno sfortunosa

sarebbe riuscita la ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di

Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve che a lui pure piacesse

il disegno, e gl'Italiani con gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz,

gli sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse, o meglio di

quello possiamo supporre noi prevedesse, ordinò la ritirata a Smolensko.

Le sventure della grande armata furono descritte; qualcheduno, che le

vide, vive tuttora per raccontarle, e i popoli atterriti conoscono come

reggimenti interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante la

notte fossero contemplati alla mattina vacillare, e cadere senza, che se

ne rilevasse pure uno; udirono le genti come gli umani cadaveri

servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i mal vivi, e questi

piegarsi avidissimi su quelle orribili fiamme, e venire al sangue onde

ributtarne gli accorrenti, finché spinti sovr'esse mentre studiano

fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono miseramente abbruciati:

tali e piú tremende sventure ascoltammo, sí che i tormenti dell'inferno

di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto di queste verità.

-- Il 13 di novembre 1812, l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati,

e due volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale, o per

ferite, ed altra gente di ogni maniera, lacerati senza posa ai fianchi,

e alle spalle dai cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del

Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso torrente, vollero

costruirvi un ponte co' legni delle case vicine, ma quelli, che vi si

erano riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono traghettare

i cannoni carreggiandoli su le acque gelate; il ghiaccio si ruppe,

cannoni, e cannonieri sprofondando scomparvero per sempre; frattanto il

giorno declinava, il freddo si faceva piú intenso, i cosacchi impazienti

di strage e di rapina ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque

presso al morire desiderano rallegrarsi il cuore con una qualche

vendetta, e abbandonati i bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme

dei barbari, stendono le mani alla preda... una traccia di polvere

accesa dai nostri artiglieri appicca il fuoco ai cassoni delle munizioni

di guerra; -- rapitori, e rapine vengono con miserabile eccidio

sbalestrati per aria. -- Animoso, non utile conforto; nuovi cosacchi piú

inferociti di prima tornano all'assalto. -- Di su, di giú, come finsero

gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte andavano

i nostri per la riva del Wop, ponevano un piede per iscendere e non si

attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque grosse, l'altra sponda,

lontana atterrivano i piú forti; in questa le minaccie dei vincitori, e

gli urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un suono di pianto,

un gemere confuso, un invocare, e un imprecare il cielo, un chiedere, e

non trovare soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. -- Il

Viceré pensoso non sapeva a qual partito appigliarsi; -- leva gli occhi,

e guarda fisso Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse il

buon principe col guardo, dacché con la voce non osava manifestargliela,

si trae il cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia nel

fiume; molti come lui avventurosi toccarono la riva opposta, molti non

la toccarono; -- ma senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti[74].

[72] Proclama alla Grande Armata del 22 genn. 1812.

[73] _Laugier_, op. cit.

[74] _Ségur_, _Histoire de la Grande Armée_, l. IX, c. 13.

Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso. Correva il giorno

15 di novembre, quando il principe Eugenio con alcuni dei suoi si

dilungava da una torma di gente disordinata, infelice residuo

dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo circondano molte migliaia di

Russi capitanate dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; --

la gente, che seguitava Eugenio facendosegli intorno lo scongiurano ad

allontanarsi finché n'è tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella

penserebbe di per sé stessa alla sua salute; repugnante, Eugenio

abbandona quel pugno di prodi, raggiunge i suoi, ed ingaggia battaglia

su i piani di Krasnoie. La colonna dei fuorviati rimasta priva di capo

si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche, e composta in

drappelli serrati dà dentro alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e

piú mila nemici; -- questi pensando, che volessero deporre le armi,

aprono la fronte, e li lasciano entrare; quindi vedendo com'eglino non

si disponessero a nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni

tentativo di resistenza; rispondevano combattendo; sdegnosi i Russi li

fulminano con tutti i cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri

continuano; i Russi sia maraviglia, o terrore non osano toccarli, ed

essi orribilmente laceri si riparano entro le linee italiane, le quali

gli accolsero con altissime grida di gioia. -- Ora i Russi inseguenti

l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco, la sinistra alla

strada maestra. Eugenio studiando di sgombrare il cammino oppone la

seconda divisione alla sinistra dei Russi, la prima alla destra, nel

centro mette la guardia reale, la divisione Pino in riserva, gli

sbrancati si celano in certe macchie dietro l'ala destra del generale

Pino. -- I cavalieri russi dànno la carica; respinti dai nostri composti

in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare con la mitraglia, e

gl'Italiani di tutto manchevoli mal potendo rispondere a que' fuochi,

soffrono gravissimi danni. -- Eugenio si affanna a provvedere, e spinge

la seconda divisione contro il fianco destro del nemico, ma oppressa da

un fuoco terribile e da una cavalleria numerosa, si ripiega anch'ella in

battaglione quadrato. Rimasta per siffatta maniera scoperta la sinistra

della guardia reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si sforzano

romperla; ributtati aspramente non replicano l'assalto. Il Viceré

favellando agli ufficiali circostanti domandava a chi di loro con

alquanti de' piú valorosi desse il cuore di procedere lungo la strada

maestra, per raccogliere la prima divisione. Si offriva volenteroso

Delfante, e seco lui 200 spontanei. Quasi presago esser coteste le sue

ultime, operò prove di stupendo valore; lanciandosi con quel

drappelletto contro la foga dei cavalieri russi li trattenne, e convertí

la battaglia in molti combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia

non si rimosse, né fece sembiante di dolore, o di terrore; continuando

la mischia venne di nuovo ferito sul ginocchio, e sebbene la virtú

vitale per la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse,

non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso Francese, il signore di

Ville-Blanche, vedutolo tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e

facendogli forza lo trasse in disparte per fasciargli le piaghe. --

Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo a nome lo conforta a darsi coraggio:

«Altezza, risponde Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando la mia

famiglia». -- Compiute appena le parole, una palla di cannone gli rompe

le spalle, e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il viceré si

allontanava smarrito, i duecento compagni del nostro eroe morirono

tutti, ma prima di cadere, nel sangue dei nemici lo vendicarono. --

Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde se qualche suo patriotto

pellegrinasse in quelle remote contrade invochi sopra di loro la pace

dei forti? -- La pianura di Krasnoie è grande, e va ingombra d'infinite

altre ossa; eppure alle sacre reliquie manca, o Italiani, non solo

l'onore del sepolcro, ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente a

diffondere su que' campi di gloria la luce del canto.

O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno della lode tacerà dunque

pei defunti perché questi non dieno né speranze, né doni? -- Sovente

però il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue dalla sua viltà

tranne una speranza delusa, mentre il celebratore dei morti nel

compartirla altrui acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i

quali di conveniente elogio placassero le ombre dei nostri defunti, la

qual cosa dimostra quanto vada ingombra la mente dei troppi di paura, e

di viltà, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e l'ardire; --

benefizio estremo, che la fortuna o il destino concedono alle nazioni

cadute di condensare le virtú antiche della massa del popolo in alcuni

magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito sacro; io poi non sono un

magnanimo, ma nel mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo con

forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; -- e felice la

patria quando la lode dei trapassati non vorrà considerarsi come

esperimento d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene come

ufficio cittadino. -- Veramente a noi non dovrebbe esser mestieri

l'andare con tanto studio ricercando le geste dei nostri guerrieri se

piú fosse stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la causa; --

sconoscente! ei rifiutò far menzione dei nostri, egli usurpò le nostre

glorie[75]: italiano, e non francese fu il soldato il quale mezzo

sepolto dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero ebbe

presso alla morte se non quello di porre in salvo la stella dei prodi,

che acquistò combattendo sul campo di Vagria: popolo sconoscente!

dimenticando, che noi col nostro sangue ti acquistammo potenza, e onde

meglio ci gravasse il giogo francese pugnammo con mani italiane

poiché[76] il _Fatale_, quantunque nato di questa terra temendo nella

nostra libertà il tuo servaggio negò di rompere le antiche catene, tu

applaudisti al sussurro poetico di uno tra i tuoi il quale, seguitando i

canti del fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone, osò chiamar

noi _polvere di uomini!_[77]. Oh! Aroldo si beava nel sorriso del cielo

italiano, e gemé considerando, che cuopriva una terra addolorata, e quel

suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. -- Barbaro straniero,

che insulti l'angoscia solenne di un popolo caduto, possano le tue

parole tornarti amare su l'anima quanto la maledizione di tuo padre

moribondo. -- Or non è molto, quasi in ammenda di tanto delitto mosse da

quel paese una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani,[78]

ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura non cosí di leggieri

risana. Tenete per voi la lode, e l'oltraggio, noi né quella curiamo, né

questo: _Il giudizio dei posteri veglia severo su le colpe dei popoli, e

noi fidenti ci commettiamo a quel giudizio._

[75] _Laugier_, op. cit.

[76] _Réponse à Walter Scott, par le comte de St.-Leu._

[77] _Lamartine_, _Dernier chant de Childe-Harold_.

[78] _Revue Française, Art. sur l'Italie._

Ora nuovamente mi è dolce volgermi a voi, giovani fratelli: -- vedete

l'onore italiano come vilipeso! -- Sentite qual ne corra bisogno di

provvedere alla fama nostra! -- una gente, che altra volta chiamammo

barbara, come esempio di barbarie ci addita. -- Siate grandi! -- né mi

rispondete: -- che giova affannarci? non hai tu scritto, che gli uomini

saranno sempre infelici? -- Ma io ho scritto ancora, che voi potrete

diventare potenti; -- e le mie parole erano di dubbio; -- assuefatto a

dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema, pensate voi ch'io

volessi assumere la parte dell'Apostolo del male? -- Operiamo

magnanimamente, non ci curiamo del fine: -- forse l'antico agricoltore

non pianterà l'ulivo perché le sue mani non ne raccorranno il frutto? --

E forse io lessi male le pagine della storia; -- e forse l'affanno in

cui andava sepolto il bel fiore dei miei anni giovanili mi fece temere

ov'era sicurezza; -- chi sono io perché mi crediate come a Profeta? --

Non vi sarò compagno nel sepolcro? -- Sia adunque con voi anche quella

speranza, che la natura doveva avermi compartita; -- e dove la pietà dei

superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio pel quale ho già

stanche le membra, mi credesse degno di una lapide, che mi distingua dal

volgo dei morti, possano i figli felici stender la mano su quella

lapide, e dire: «Egli ha mentito». Essi però non oltraggino la mia

polvere, perché se il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini

si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il sangue, e del piú

puro del mio cuore -- e se a me, come a loro fossero corsi favorevoli i

tempi, avrei forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto

nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato l'ale dell'alta fantasia,

mentre ora di giorno in giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel

dolore.

La Giovine Italia · 第 6 / 13 题