confermare nelle speranze di cui mi scrivi, ma temo di fallire alle
esagerate aspettazioni che di me tu fai nascere negli altri e più ancora
in te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser mio dovere di
gareggiare con Alessandro e con Marco Aurelio, per non dire degli altri
insigni per virtù, mi prendeva un’agitazione ed un timore grandissimo di
parer del tutto privo del coraggio dell’uno e di non raggiungere,
nemmeno in piccola parte, la perfetta virtù dell’altro. Ripensando tutto
ciò, io mi sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era dolce
ricordare i colloqui d’Atene, e non desiderava che di cantare per voi, o
amici, come coloro che portano gravi pesi alleggeriscono cantando la
loro sofferenza. Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor
maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi che Dio mi ha
affidata quella stessa missione, per la quale Ercole e Dionisio, da
sapienti insieme e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura
che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso ogni pensiero di
quiete e di riposo, io mi studî di lottare in modo degno
dell’aspettazione. E qui tu rammenti i legislatori, Solone, Pittaco,
Licurgo, e soggiungi che ora si richiede da me, più ancora che da
quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste parole rimasi
stupito. Poichè io ben so che tu non ti faresti mai lecito nè di adulare
nè di mentire, e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura non mi
ha conferita nessuna qualità preclara, fuori di una sola, l’amore della
filosofia. E qui taccio delle avverse vicende che finora hanno reso del
tutto inutile quel mio amore. Io, dunque, non sapeva che pensare di
quelle tue parole, quando Dio mi suggerì che tu, forse, volevi
incoraggiarmi facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza dei
cimenti, in cui è travolta la vita dell’uomo politico. Ma quel discorso
mi distoglie da quella vita assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo
a navigare il Bosforo, e non facilmente e di buon animo neppur questo,
si udisse predire, da qualcuno esperto di arte divinatoria, ch’egli
dovrà attraversare l’Egeo o l’Jonio e avventurarsi in alto mare, e
l’indovino gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e i porti,
ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia, lieto se scoprirai una nave
da lontano e parlerai ai naviganti, e più e più volte pregherai Dio di
farti toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine della
vita, così che tu possa consegnare intatta la nave, e ricondurre sani e
salvi i naviganti alle loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra
materna, e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo saprai che in
quell’ultimo giorno — credi che colui il quale ascoltasse tale discorso
sceglierebbe per soggiorno una città vicina al mare, o, piuttosto,
dicendo addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio, tenendo a
vile la conoscenza di uomini illustri e di amici stranieri, di popoli e
di città, troverebbe saggio il detto di Epicuro, il quale ci insegna di
vivere nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto ciò, hai voluto
prevenirmi coll’involgermi nei tuoi rimproveri ad Epicuro, e col
combattere in lui la mia convinzione»³⁸⁷. E Giuliano continua affermando
ch’egli non merita questi rimproveri indiretti del suo maestro, perchè
nessuno più di lui abborre la vita oziosa. Ma è naturale ch’egli provi
un’ansiosa dubbiezza nell’assumere un ufficio pel quale si richiedono
doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio della virtù. E la
fortuna è doppiamente pericolosa, perchè quando è avversa ci abbatte, e
quando è favorevole ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi da
questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano afferma che la
prosperità ha trascinato alla rovina e Alessandro e i Persiani e i
Macedoni e gli Ateniesi e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i
generali dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca a sostegno
della sua tesi la testimonianza di Platone, il quale, nelle meravigliose
sue _Leggi_, dimostra il potere che ha la fortuna nel governo delle cose
umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave, ci insegna per mezzo
di un mito, che l’uomo preposto a regger i popoli deve cercare di
avvicinarsi alla virtù di un Dio. Dopo di aver citato il testo
platonico, Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo
integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene, per natura, sia un
uomo, deve diventare, per sua volontà, un essere divino, un demone,
gittando via tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell’anima, fuor
di ciò che è necessario alla conservazione del corpo. Or se un uomo,
pensando a ciò, trema nel vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti
pare che di costui possa dirsi che non desidera che l’ozio epicureo, e i
giardini e il sobborgo d’Atene, e i mirteti e la casetta di
Socrate?»³⁸⁸. Con una punta di giusto risentimento verso il maestro
Giuliano esclama: — Giammai mi si vide preferire questi agi alle fatiche
— e rammenta l’angustia della sua giovinezza tribolata, e le lettere che
mandava a Temistio, quando, a Milano, prima di partire per la Grecia,
egli era esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli, lettere
che «non erano piene di lamenti, e che non rivelavano nè piccolezza
d’animo, nè avvilimento, nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola
la testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso il giovane
imperatore. C’è anche Aristotele, che si accorda con Platone nel
chiarire le grandi ed insuperabili difficoltà che si trovano nel governo
dei popoli, e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze
della natura umana³⁸⁹. E, dopo aver riprodotto e commentato il testo di
Aristotele, Giuliano continua: — «Per tutti questi timori, io più volte
mi lascio andare a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non già
perchè mi hai posto a modello uomini illustri, Solone, Licurgo, Pittaco,
ma perchè mi consigli a portar fuori la mia filosofia dalle pareti
domestiche a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in causa della
malferma salute, si esercita, a stento, un pochino in casa, tu dicessi:
— Ora, tu sei giunto ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica,
nello stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti d’ogni
parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini, di cui devi esser
campione, ed alcuni dei barbari che tu devi riempire di stupore, onde
render loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe a togliergli
il coraggio ed a renderlo tremante prima della gara. Ebbene, con le tue
parole, tu ora mi hai reso tale. E se io ho rettamente giudicato di
tutto ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere, o se sbaglierò
completamente, ben presto me lo dirai».
³⁸⁷ _Iulian._, 328, 1 sg.
³⁸⁸ _Iulian._, 335, 12 sg.
³⁸⁹ _Iulian._, 337, 12 sg.
Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia, ai rimproveri di
Temistio che lo accusava di tiepidezza, Giuliano, nel chiudere la sua
lettera, non lascia senza confutazione una delle affermazioni con cui il
maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla coscienza del suo
dovere, e, più ancora, all’amore della iniziata impresa. Temistio, pare,
gli aveva scritto che la vita d’azione è preferibile e più onorevole
della vita contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto di
trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria un’azione
perenne. Giuliano, con un accento in cui si sente il rimpianto di un
ideale perduto, risponde: «O caro capo, degno di tutta la mia
venerazione, io voglio parlarti di un altro argomento intorno al quale
la tua lettera mi ha lasciato incerto e turbato. Io desidero di esser
istrutto anche di ciò. Tu dici che la vita attiva è più meritevole di
lode della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele»³⁹⁰. Ma
Giuliano sostiene che il testo di Aristotele non dice affatto ciò che
Temistio vuol cavarne, poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e
dei filosofi politici e, in genere, di quelli che fanno puramente un
lavoro mentale, ma non già degli uomini lunatici, e molto meno dei re.
Sì, dice Giuliano, gli uomini più felici e più benefici sono i
pensatori, e la loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori.
«Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose ben più grandi di
Alessandro... Chi mai fu salvato dalle vittorie di Alessandro? Quale
città per lui fu meglio governata? Quale uomo diventato migliore? Ne
troveresti molti che per lui sono diventati più ricchi, nessuno
diventato più sapiente e più assennato, se pur non è diventato più vano
e superbo. Ma tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia,
si possono dire salvati da Socrate»³⁹¹. Il filosofo, conclude Giuliano,
invocando, con figliale riverenza, ad esempio la vita stessa di
Temistio, confermando con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi
tale quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e più utile
consigliere delle belle azioni di colui che le impone coi decreti e con
le leggi.
³⁹⁰ _Iulian._, 340, 20 sg.
³⁹¹ _Iulian._, 342, 7 sg.
Per sentire quanto v’ha di strano e di interessante in queste
considerazioni e in quest’aspirazione alla vita tranquilla e serena del
filosofo, dobbiamo ricordare che ci vengono da un uomo il quale si era
accinto alla più arrischiata delle imprese, un uomo che, dal fondo della
Gallia, era venuto, con una piccola schiera, ai Balcani, onde strappare
al cugino Costanzo la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto,
appena raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento, al
desiderio di solitudine studiosa? Certo, nè Giulio Cesare, passato il
Rubicone, nè Bonaparte, dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come
Giuliano. Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in tutti gli
scritti di Giuliano, una parte la quale non è che un esercizio
scolastico non lo si potrebbe negare. Ma, pure, chi legge questa lettera
sente che la tesi non è inventata a freddo, e riproduce veramente una
data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente un’anima
contemplativa. Non era un ambizioso; non fu il desiderio del potere che
lo spinse alla sua perigliosa avventura. Se non ci fosse stato un
movente d’ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso dalla
Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati, la dignità imperiale.
La sua condotta, in Antiochia, non fu quella di un uomo smanioso
dell’applauso, amante di popolarità, desideroso di allargare e di
consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un uomo invasato di
un’idea. Quest’idea, la cui realizzazione gli si imponeva come un
dovere, lo aveva mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza
alle aspirazioni del suo animo, all’imagine di felicità che gli brillava
nella mente ansiosa di studio, nella fantasia allucinata da mistiche
aspirazioni. Egli si considerava lo strumento necessario ad un
determinato programma, la restaurazione dell’Ellenismo, che per lui
voleva dire la restaurazione della saggezza e della virtù. Vedemmo,
nell’allegoria del discorso contro Eraclio,³⁹² come questo programma
fosse per lui l’espressione di un ordine divino, come egli attribuisse
al volere degli dei e la salvezza sua e la designazione all’autorità
imperiale. Ed egli, certamente, credeva in tutto ciò. Giuliano era
propriamente esaltato nel suo ideale e pronto a dedicargli tutte le
forze dell’ingegno e della volontà. Un gruppo d’uomini illustri,
Sallustio, Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva in lui la sola
speranza di salvezza dalla marea crescente di Cristianesimo e di
barbarie che minacciava di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava,
temeva solo ch’egli non si mostrasse abbastanza ardente nell’azione, e
non esitava a rimproverare di mollezza, lui, l’eroe di Strasburgo, il
generale infaticato, il sapiente amministratore. E non è senza un lieve
sentimento di amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa
dignità ch’egli così chiude la sua lettera a Temistio: «Il riassunto di
questa mia lettera che è diventata più lunga di quanto doveva è questo:
— non è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro al piacere ed
all’ozio, o ami l’agiatezza che io mi lagno della vita politica. Ma,
come dissi cominciando, io so di non aver nè l’educazione adatta, nè
l’attitudine naturale, e di più ho il timore di far torto alla filosofia
che, pur tanto amando, io non acquistai, e che, già d’altronde, non è
onorata dai nostri contemporanei. Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora
respingo i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio mi conceda buona
fortuna ed una saggezza degna della fortuna! Ma io sento d’aver bisogno
d’essere aiutato prima di tutto dall’Onnipotente e poi con ogni mezzo,
da voi, o cultori della filosofia, ora che io son chiamato a guidarvi e
che per voi corro il cimento. Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo
mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la mia educazione e
l’opinione che io ho di me stesso, voi non dovete irritarvi per le mie
parole. Io ho la coscienza di non aver altra buona qualità se non quella
di non credere di essere un grand’uomo non essendolo, e, quindi, vi
supplico e vi scongiuro di non chieder a me grandi cose, ma di affidar
tutto a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze, e, nei felici
momenti, sarò saggio e temperato, non attribuendo a mio merito le opere
altrui. Facendo risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò
la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli la vostra».
³⁹² Pag. 214.
❦
La lettera a Temistio è un documento altamente onorevole per Giuliano, è
una prova parlante della modestia e della serena tranquillità d’animo e
di giudizio del giovane imperatore. Non meno interessante e adatta a
rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano, è l’altra lettera, da
lui diretta a Sallustio, per dirgli tutto il suo dolore nel vederlo
partire e per cercare qualche ragione di coraggio e di conforto.
Sallustio è il più insigne ed il più saggio degli uomini che Costanzo
aveva messo intorno al Cesare che andava a rappresentarlo nella Gallia,
ed il solo in cui Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva
veramente amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi, ottenuti da
Giuliano, il perfido Costanzo deliberò di richiamarlo, perchè, come ci
dice Giuliano stesso, nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa
virtù gli era divenuto sospetto³⁹³. E lo storico Zosimo aggrava
l’accusa, affermando che il movente di Costanzo era stata l’invidia
degli allori guerreschi raccolti dal cugino per aver seguiti gli
insegnamenti del sapiente consigliere³⁹⁴. Comunque sia la cosa, il fatto
è che Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non interruppe
mai le sue relazioni coll’amico lontano, e quando fu sul punto di
abbandonare la Gallia per correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò
per affidargli il governo e la difesa di quella grande provincia. Quanta
e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio, ci appare
mirabilmente nel fatto ch’egli solo comprese la follia ed il pericolo
della spedizione di Persia, ed all’imperatore che si era mosso per
l’infausta impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi e di non
correre alla rovina³⁹⁵.
³⁹³ _Iulian._, 362, 26. — διὰ τὴν ἁρετὴν εὐθέως αυτῷ γέγονεν ὕποπτος.
³⁹⁴ _Zosimo_, 206, 6.
³⁹⁵ _Amm. Marcell._, I, 316, 15 sg.
Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all’amico il quale, in
obbedienza al volere di Costanzo, sta per abbandonarlo, c’è, come negli
altri scritti, una larga dose di quella retorica scolastica, che era
l’ingrediente uggioso per noi, ma indispensabile della letteratura della
decadenza ellenica. Ma, insieme, c’è l’espressione di un affetto
profondo e vero, e di una raffinatezza di sentimento e di coltura che ci
dimostra come la consorteria — per usare una brutta parola moderna —
ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse una selezione nella
società già mezzo barbarica del secolo quarto, e trovasse, in questa
stessa sua condizione di aristocratico intellettualismo, una ragione di
esistere.
Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose, ed esprime il
pensiero che le disgrazie, sopportate con coraggio, trovano il rimedio
in sè stesse, perchè danno vigore al carattere dell’uomo. «Dicono i
saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano a chi ha
intelletto un benefizio che è più grande del male. Così l’ape, dall’erba
più acre che cresce intorno all’Imetto, assorbe un dolce succo, e ne
compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente sani e
robusti, abituati a nutrirsi comecchessia, i cibi più aspri, talvolta,
non solo sono innocui, ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati,
per natura e per abitudine, e malaticci per tutta la vita, anche i cibi
più leggieri arrecano sovente gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che
hanno cura del loro carattere, così da non averlo del tutto infermo, ma
moderatamente sano, se anche non potranno aver la forza di Antistene e
di Socrate, il coraggio di Callistene, l’impassibilità di Polemone,
sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare un conforto anche nelle
più tristi congiunture»³⁹⁶.
³⁹⁶ _Iulian._, 312, 7 sg.
Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena l’amico che, con
accento di sincera commozione, esclama: «Ma, se io mi esamino, per
constatare come sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere
tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta ch’io dovetti abbandonare
il mio educatore. Poichè, in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la
memoria, della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme
sostenemmo, della semplice e pura consuetudine, della schietta e saggia
conversazione, della nostra associazione in ogni bella impresa, del
nostro eguale ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi
vivemmo, vicini l’uno all’altro, nell’eguale disposizione d’animo, amici
uniti nei costumi e nei desideri. E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in
mente il verso d’Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè io ora sono
paragonabile a costui, ora che Dio ti ha sottratto, come già fece con
Ettore, fuori dai dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò
meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi ben sapendo che
io era vulnerabile solo nel caso che riuscissero a privarmi della
compagnia del fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro
collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non meno di me, appunto
perchè tu ora partecipi meno alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò,
temi di più per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non veniva,
per me, secondo a quello delle cose mie, ed io sapeva che tu ti
confortavi in egual modo con me. E, pertanto, io mi addoloro assai,
perchè a te che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri,
tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore e inquietudine»³⁹⁷.
³⁹⁷ _Iulian._, 313, 1 sg.
Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla difficoltà in cui
verrà a trovarsi, di dover governare, senz’amici intorno. Poi continua:
«Ma non è già solo per l’aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e
che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva contro di noi
dalla sorte e dagli avversari, ma bensì per la minacciata mancanza
d’ogni conforto e diletto che io sento dilaniarmi il cuore. A qual’altro
benevolo amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo? Di qual’altro
procurarmi la sincera e pura intimità? Chi ci consiglierà con saggezza,
ci rimbrotterà con benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza
arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l’amaro dalla parola, come
si toglie alle medicine ciò che hanno di troppo aspro, e si lascia ciò
che hanno di utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia. E,
privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti varranno a
persuadermi, ora che son quasi per esalare l’anima nel desiderio di te e
della tua affettuosa saggezza, a non vacillare ed a sopportare
coraggiosamente ciò che Dio mi ha imposto?»³⁹⁸.
³⁹⁸ _Iulian._, 315, 4 sg.
Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per lui e per Sallustio,
si rivolge agli esempi degli antichi, e ricorda Scipione, Catone,
Pitagora, Platone, Democrito, che tutti sopportarono con rassegnazione
l’assenza degli amici. Poi, con un movimento che è proprio tutto
retorico, pone in bocca a Pericle, il quale, partendo per la spedizione
di Samo, dovette rinunciare alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche
lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un artifizioso
discorso, di cui egli vuole applicare al caso proprio i lunghi
ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso, così continua:
«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo, liberamente cresciuto
in libera città, ammoniva la sua anima. Io, nato dagli uomini presenti,
conforto e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco di attenuare
l’amarezza del dolore, sforzandomi di adattare qualche conforto ad
ognuna delle imagini tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla
realtà delle cose»³⁹⁹.
³⁹⁹ _Idem_, 322, 5 sg.
E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti i guai che mi si
presentano alla mente è che, d’ora innanzi, io sarò lasciato solo, privo
di ideale compagnia, e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno con
cui io possa conversare con piena fiducia. Ma non mi è forse facile
conversare con me stesso? O, forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via
anche il pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare contro mia
volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come lo scrivere sull’acqua, il
cuocere una pietra, o lo scoprir l’orma dell’ala dei volanti uccelli.
Ebbene, dal momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci
sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà. Poichè non è possibile
che un uomo, il quale si affida all’Onnipotente, sia affatto trascurato
ed abbandonato. Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde
coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve fare e lo
distoglie da ciò che non deve. Così la voce del demone seguiva Socrate e
gli vietava di far ciò che non doveva. E Omero, parlando d’Achille,
esclama — _gli pose nella mente_ — indicando il Dio che sveglia i nostri
pensieri, quando la mente, rivolgendosi sopra sè stessa, si immedesima
con Dio, senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente non ha
bisogno dell’orecchio per imparare, nè Dio della voce per insegnare;
così che la comunicazione dell’Onnipotente con lo spirito avviene
all’infuori di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare che
Dio sarà presso di noi, e che noi saremo uniti nello spirito, toglieremo
al nostro dolore la sua intensità».
Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo così puro e
sublime, Giuliano si diverte a seminar la sua lettera di fiori retorici
raccolti nelle reminiscenze omeriche, e poi così la chiude:
«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato solamente in Illiria, ma in
Tracia, presso i Greci che abitano intorno al mare, fra i quali nato e
cresciuto, io appresi ad amare vivamente gli uomini, i paesi e le città.
E, forse, nelle anime loro non si estinse ancora del tutto l’amore per
noi, e, tu giungendo, sarai accolto con gran festa, e darai loro in
ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io non lo desidero e
vorrei piuttosto che tu ritornassi presto presso di noi. Ma, per ogni
evenienza, io voglio essere non impreparato e senza conforto, ed è per
ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno venire, dopo avermi
lasciato. Se mi confronto con te, io mi metto fra i Celti, con te, che
sei, fra i primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù, al
vertice della retorica, non imperito della filosofia, di cui solo i
Greci penetrarono le parti più ardue, inseguendo col ragionamento il
vero e non permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a prodigi
paradossali, come pur fa la maggior parte dei barbari. Ma, comunque ciò
sia, non insisto più oltre. Te, poichè ormai io devo congedarti con
parole di augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un dio benigno.
Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio degli amici ti guidi
sicuramente sulla terra. Se tu devi navigare, ti si appianino i flutti.
Che tu apparisca a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar la
gioia con la tua venuta, ed il dolore con la tua partenza. Che Dio ti
renda benevolo l’imperatore, e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e
ti prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!
«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti gli uomini buoni e
saggi, e soggiungo — Salve e vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni
bene ed il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna»⁴⁰⁰.
⁴⁰⁰ _Iulian._, 326, 8 sg.
❦
Giuliano portava, nei suoi affetti, l’entusiasmo di un’anima infervorata
in alti ideali. Coloro che militavano nel suo campo, che erano partecipi
dei suoi propositi, delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano
da lui una specie di culto.
L’entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante prove negli scritti di
lui che abbiamo citati, si manifesta nell’ammirazione illimitata,
ardente, iperbolica ch’egli sente pei suoi maestri, la quale lo
trascinava ad atti che a molti de’ suoi stessi amici parevano
sconvenienti alla dignità dell’imperatore. Narra Ammiano Marcellino⁴⁰¹
che un giorno, sedendo Giuliano nel tribunale di Costantinopoli, gli si
annunciò essere giunto dall’Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio,
l’imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando ogni cosa,
e la causa stessa che stava giudicando, corse fuori del palazzo,
impaziente di incontrarsi col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo
baciava, e con lui riverentemente ritornava nell’aula. L’onesto Ammiano,
che non partecipava alle mistiche aspirazioni del suo imperatore, vede
in quest’omaggio eccessivo pubblicamente reso al filosofo una
deplorevole ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben diverso è il
giudizio di Libanio. Egli ammira, senza restrizione alcuna, l’atto di
Giuliano. Narra Libanio che Giuliano aveva ripreso l’uso di prender
parte alle riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato,
perchè non era oratore, mentre Giuliano poteva rivaleggiare per
l’eloquenza con Nestore ed Ulisse. L’imperatore stava, dunque, un
giorno, tutto intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l’arrivo di
Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano corre alla porta,
provando la medesima impressione di Cherefonte alla venuta di Socrate.
Ma Cherefonte era Cherefonte e si trovava nella palestra, Giuliano era
il padrone del mondo ed era nel tribunale supremo. Così egli dimostrava
come la sapienza sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e
come tutto ciò che, in questa, c’è di buono è un dono della filosofia.
Accogliendolo ed abbracciandolo come è costume dei privati fra di loro,
o dei re pur fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non ne
facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare, non già l’uomo col
luogo, ma il luogo coll’uomo. Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in
quale uomo egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo di
colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè ha fatto questo? Non
solo, come alcuno potrebbe supporre, per rendere a Massimo il
contraccambio della educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad
educarsi tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal Sovrano è
disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò che da lui è onorato è da
tutti seguito»⁴⁰². Ammiano e Libanio partivano, nei loro giudizi, da
punti di vista opposti, e non avevano torto nè l’uno nè l’altro.
Ammiano, col suo buon senso d’impiegato onesto, deplorava tutto ciò che
poteva diminuire la dignità apparente del principe; Libanio, ellenista
fervente, ammirava l’omaggio reso dall’imperatore all’ideale filosofico
a cui si ispirava il rinascimento del Politeismo. Ma Ammiano, il quale,
praticamente, vedeva assai meglio di Libanio, s’ingannava quando
supponeva che, nell’atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.
⁴⁰¹ _Amm. Marcell._, I, 273, 1 sg.
⁴⁰² _Liban._, 574, 5 sg.
Nella personalità paradossale di Giuliano le più opposte tendenze si
trovavano riunite, senza escludersi a vicenda, e sinceramente si
manifestavano, a seconda dei casi e degli eventi del momento. Il
neoplatonico fervente era schietto, quando, all’annuncio dell’arrivo del
venerato maestro, dimenticava di essere imperatore. Le sue lettere sono
riboccanti di espressioni di ardente ammirazione per quei filosofi che
lo avevano iniziato ai misteri dell’Ellenismo rigenerato. Fra queste
lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico⁴⁰³.
⁴⁰³ Veramente l’autenticità loro è posta in dubbio dallo Zeller (680),
perchè sulla fede di Eunapio (21) si afferma che Giamblico morisse
vivente ancora Costantino, e, quindi, prima che Giuliano potesse
conoscerlo. Ma Eunapio è uno storico tanto infelice e confuso che
siamo autorizzati a dubitare dell’esattezza delle sue notizie. E,
d’altra parte, non si comprende quale interesse potesse trovare un
falsario ad inventare delle lettere di Giuliano a Giamblico, una
volta avvenuta la catastrofe di Giuliano e cancellata ogni traccia
del suo tentativo. D’altronde, quelle lettere, di cui or vedremo
qualche saggio, portano così chiara l’impronta dello stile di
Giuliano che a noi pare non si possa negarne l’autenticità. Forse
non erano dirette a Giamblico, ma a qualche altro dei capi del
movimento neoplatonico, a Massimo od a Crisanzio. Ma, non portando
intestazione, un copista, di molto posteriore all’epoca, ingannato
dall’iperbole delle lodi, vi metteva, di sua iniziativa,
l’indirizzo al maestro sommo della scuola a cui Giuliano si vantava
d’appartenere, alterando qua e là il testo, ed inserendo notizie,
sopratutto nella lettera 40ª, che non rispondono ai fatti della
vita di Giuliano.
Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo della rarità
delle sue lettere. Il principe risponde che, se anche il rimprovero
fosse meritato, la ragione della sua colpa è tutta nella naturale
timidezza che lo prende al pensiero di corrispondere con un tanto uomo,
ed esclama: «O generoso, tu che sei il salvatore riconosciuto
dell’Ellenismo, tu devi scrivere a noi senza risparmio, e scusare, per
quanto è possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole, quando
lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo sua natura, senza far
distinzione di chi viene sotto la sua luce, così tu, inondando di luce
il mondo ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori, se
anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti rende il
contraccambio. Anche Esculapio non guarisce gli uomini per la speranza
della ricompensa, ma adempie dovunque il mandato filantropico che gli è
naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico delle anime e delle menti,
onde salvare, in ogni modo, l’insegnamento della virtù, simile ad un
buon arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l’avversarlo,
esercita, per ogni evento, la mano. Certo non è eguale il risultato per
noi e per te, per noi quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te,
quando, per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi. Se anche
scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un gioco come di quei fanciulli
omerici che, sul lido, lasciano che si distrugga ciò che essi hanno
costrutto col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace di
qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe più caro ricevere una
sola lettera di Giamblico che tutto l’oro di Lidia. Se hai un po’
d’affetto per chi ti ama — e lo hai, se non m’inganno — guarda che noi
siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo che tu rechi loro, e
scrivici di continuo, e non indugia ad alimentarci delle tue virtù»⁴⁰⁴.
⁴⁰⁴ _Iulian._, 540, 16 sg.
Vediamo quest’altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere una lettera del
filosofo «..... io sono con te anche se sei assente e ti veggo
coll’anima come se tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di
te. Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti, a cui
scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti, quando testè mi si
annunciò esser giunto un amico apportatore di tue lettere, io era, da
tre giorni, malato di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da non
poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi, appena mi si annunciò che,
fuori della porta, v’era chi recava la tua lettera, balzando in piedi,
come uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii prima che
giungesse. E appena io ebbi nelle mani la lettera, lo giuro per gli dei
e per quello stesso affetto che a te mi lega, sull’istante fuggirono
tutti i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall’invitta presenza
del salvatore, tosto scomparve. Quando poi, aperta la lettera, la lessi,
imagina lo stato dell’anima mia e la pienezza del mio piacere! Io
ringraziava e baciava quel carissimo spirito, come tu lo chiami, quel
veramente amorevole ministro delle tue virtù, pel cui mezzo io aveva
ricevuto i tuoi scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un
venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera, la quale non
solo mi procurava il piacere di avere le tue notizie, ma anche mi
sollevava dai miei mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai,
leggendo quella lettera? Troverei parole sufficienti ad esprimere il mio
amore? Quante volte dal mezzo ritornai al principio? Quante volte
temetti di dimenticare ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come nel
giro di una strofa, io univa la conclusione al principio, ripetendo,
come in un canto, alla fine del ritmo, la melodia del principio! Quante
volte portava la lettera alle labbra, come una madre che bacia il
figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come se abbracciassi la
più cara delle amanti! Quante volte, baciandola, ho parlato e guardato
alla soprascritta che portava, come un profondo suggello, la traccia
della tua mano, quasi per trovare nella forma delle lettere l’impronta
delle dita della tua santa destra!... E, se mai Giove mi concedesse di
ritornare al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare, tu
non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai, come un fuggitivo, ai tuoi
banchi amati, trattandomi come un disertore delle Muse, e correggendomi
coi castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena, ma con animo
grato, come la correzione provvidenziale e salvatrice di un buon padre.
Che se tu volessi affidarti al giudizio che io farei di me stesso, e mi
concedessi di agire come voglio, o uomo insigne, sarebbe per me una
grande dolcezza l’attaccarmi alla tua tunica, e così non ti lascerei
mai, per nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei teco dovunque,
come quegli uomini doppi che sono descritti nelle favole. E le favole,
probabilmente, in quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in
realtà, accennano a ciò che ha di più sublime l’amicizia, figurando, nel
legame dell’unione, l’omogeneità delle anime dell’uno e dell’altro»⁴⁰⁵.
⁴⁰⁵ _Iulian._, 578, 21 sg.
Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po’ di
esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l’eco di un sentimento
vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò
che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti
all’Ellenismo, press’a poco nella posizione dei primi cristiani, quando
s’infervoravano per un’idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era
un vero apostolato ch’egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui
erano interessate le sorti dell’umanità, e, pertanto, egli sentiva per
coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande
movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso
di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità
d’imperatore. Giuliano era un santo dell’Ellenismo, e non avrebbe
esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente,
da quell’eroe ch’egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi,
godeva nell’umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori
di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo.
Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei
maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal
puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come
il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto
determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un
simbolismo grossolano e confuso. In secondo luogo, non dobbiamo
dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto
ed innamorato dell’antica civiltà, non era un pensatore preciso e
profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano
facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D’altronde, ciò che
propriamente stava a cuore di Giuliano era l’Ellenismo, la restaurazione
e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle
arti che avevano fatto l’ornamento e lo splendore del mondo greco. Il
suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado.
Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista.
Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo
possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che
muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà,
egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici
maestri.
L’entusiasmo di Giuliano, per l’idea a lui diletta e per gli uomini che
la rappresentavano, è l’indizio sicuro della tempra generosa ed
eccitabile dell’indole sua. Quest’indole si rivela nella maggior parte
delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stile
_decadente_, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le
squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace
nell’elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri
pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell’ingegno,
l’espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano,
scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi
di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch’egli scriveva a
Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo.
Libanio gli aveva promesso di mandargli un suo discorso. Ma il discorso
non giungeva, e Giuliano gli scrive⁴⁰⁶:
⁴⁰⁶ _Iulian._, 482, 21 sg.
«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo
Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a
rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a
te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il
riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma,
per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu
mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che
nell’aspettazione s’invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi
hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in
mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la
mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza
d’esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello
desideratissimo ed amatissimo».
E, ricevuto questo aspettato discorso, l’entusiastico imperatore scrive
a Libanio⁴⁰⁷:
⁴⁰⁷ _Idem_, 494, 1 sg.
«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho
letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare,
più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi,
che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che
armonia, che composizione!».
E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo,
presso di lui, aveva voluto lasciarlo, così scrive⁴⁰⁸: «Il saggio Omero
legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l’ospite che arriva e
lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della
amorevolezza che viene dai doveri dell’ospitalità, vale quella che
deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che
nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d’Omero, se io
avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo
il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di
ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu
potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco,
con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».
⁴⁰⁸ _Iulian._, 537, 4 sg.
Quando l’affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la
frase, come in questo biglietto ad Eugenio⁴⁰⁹. «Si dice che Dedalo,
plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll’arte far violenza alla
natura. Io lodo l’arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di
affidare l’incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse
lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella
degli uccelli, io non volerei verso l’Olimpo o verso l’amante sospirata,
ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura,
come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo
umano, non vuole che io m’innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie
parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per
altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non perchè possono
penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove
loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali
se non più forti l’ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i
compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».
⁴⁰⁹ _Idem_, 498, 10 sg.
Una lettera commossa è quella diretta all’amico Amerio, il quale gli
aveva annunciata la morte della moglie. C’è, in essa uno stoicismo
raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di
Epitteto e di Marco Aurelio⁴¹⁰.
⁴¹⁰ _Iulian._, 532, 10 sg.
«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte
della tua consorte, in cui mi esprimevi l’eccesso della tua angoscia.
Poichè, oltre all’essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che
una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si
spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che,
in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che
questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale
angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo
fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in
una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per
insegnargli che l’evento è umano e che lo si deve sopportare come
inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine
tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma
poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi
parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni per chi
non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione,
io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo
sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato.
Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un
conforto all’angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento,
la donna di Sparta offriva a Telemaco.
«Si narra che Democrito d’Abdera, non riuscendo a trovar parole che
valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli
promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch’egli volesse
procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non
risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l’adempimento
della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di
posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli
mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l’Asia,
avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario,
questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che
Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della
moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei
subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte.
Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata
qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli
diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni
eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre
non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia
mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario,
uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse
apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia
educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non
s’invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».
Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l’amicizia cogli
antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli
mostrava l’intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte.
All’amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua
venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:
«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto
della commedia — tu annunci promesse d’oro. — Orsù, dunque, fa seguire
il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L’amico riceverà
l’amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a
coloro che non se ne fanno un’abitudine. Ma coloro che hanno comuni le
cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne
faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così
che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo
insieme, senza l’ipocrisia della Corte, della quale sola credo che
finora tu hai fatto l’esperienza, con la cui veste i cortigiani,
lodandosi l’un l’altro, si odiano con un odio quale non l’hanno i nemici
dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda,
quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo
intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non
essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè
quando io veglio, veglio non tanto per me quanto per gli altri tutti,
come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d’inezie, e
faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma
ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare
dell’occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da
quell’uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di
Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà,
tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»⁴¹¹.
⁴¹¹ Il Basilio, a cui è diretta la lettera che abbiamo riprodotta, non
può evidentemente essere Basilio il Grande, il vescovo di Cesarea,
il compagno dei due Gregori nella lotta per l’unità della dottrina
ortodossa. È vero che Basilio era stato compagno di Giuliano,
insieme a Gregorio di Nazianzo, sui banchi della scuola d’Atene. Ma
è chiaro che Giuliano non avrebbe mai potuto rivolgersi, in termini
tanto amichevoli, ad uno dei più forti campioni del Cristianesimo e
chiamarlo a consiglio presso di sè, senza dire poi che, in questa
lettera, si parla di un giovane abituato all’ambiente cortigiano,
indicazione che in nessun modo si potrebbe applicare a Basilio.
Pertanto, questa lettera, indubbiamente autentica, è non meno
indubbiamente diretta a tutt’altro Basilio che al Basilio
cristiano.
Ma nell’epistolario giulianeo si trova un’altra lettera (pagina
596), la quale, invece, è indubbiamente diretta al Basilio
cristiano, ma essa è, non meno indubbiamente apocrifa. La goffa
presunzione a cui s’ispira questa lettera, che pare scritta da un
volgare millantatore, non può attribuirsi a Giuliano di cui
conosciamo la spiritosa modestia. Vi si odora tosto il falsario che
scrive ad avvenimenti compiuti. Giuliano descrive in questa
lettera, con gonfia iperbole, la grandezza della sua potenza,
riconosciuta da tutti i popoli della terra, e disprezzata dal solo
Basilio. Per punire costui del suo contegno ostile, gli impone di
portargli un enorme contributo in danaro, di cui ha bisogno per
l’imminente spedizione di Persia, e minaccia la distruzione di
Cesarea, nel caso che il vescovo avesse l’audacia di disobbedirgli.
Il contenuto e lo stile della lettera basterebbero a dimostrarne il
carattere apocrifo. Ma la prova più evidente è data dalla chiusa,
nella quale il falsario adopera a sproposito una notizia di
Sozomene. Narra costui che Apollinare di Siria, un letterato
cristiano, autore di traduzioni bibliche in versi greci, e di
operette morali, fatte sullo stampo dei modelli classici, aveva
scritto un trattato contro gli errori filosofici professati da
Giuliano e dai suoi maestri. Giuliano, dice Sozomene, letto il
trattato, avrebbe risposto ai vescovi che glielo avevano mandato
con queste tre parole — Lessi, compresi, condannai. — E i vescovi
gli avrebbero, a loro volta, risposto — Leggesti, ma non
comprendesti, perchè, se avessi compreso, non avresti condannato. —
E Sozomene aggiunge che questa risposta fu da alcuni attribuita a
Basilio (Sozomene 507). Ora, il falsario che ha inventata la
lettera di Giuliano, vi ha appiccicate, come chiusa, le tre parole
scritte dall’imperatore, in risposta al trattato di Apollinare,
parole che lì sono affatto fuori di proposito, ed anzi
riuscirebbero incomprensibili.
Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera⁴¹² con cui
Giuliano fa dono all’amico Evarghio di un suo campicello.
⁴¹² _Iulian._, 549, 18 sg.
«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro
campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente
perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di
grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto
sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare
con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di
venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con
la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, i
favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle,
poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e
la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui
fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati
dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma
intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah,
che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la
vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era
giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed
un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii
desiderio dell’antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi
ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d’agricoltore, un
breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del
tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor
sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a
dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto
non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma
siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più
le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici
— merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o
caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico,
ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi
questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi
qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».
Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in essa un sentimento
della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che
non può esser proprio che di un’anima aperta alle più vaghe impressioni.
Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo
che, dal colle solitario, fra una pagina e l’altra d’Omero, guardava il
mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest’ultimo figlio della
Grecia risentiva in sè tutto l’incanto della civiltà e del pensiero
ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori,
voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di
farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano
cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li
ripudiava!
Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l’animo
di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni
della natura e dell’arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa,
razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente
di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla
più pura saggezza. Ad un amico egli scrive⁴¹³: «Ci compiacciamo di
sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il
rigore con la dolcezza. Poichè l’unire la dolcezza e la temperanza alla
fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi
malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un’indole e
di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di
armonizzare l’una cosa e l’altra al solo bene, poichè i più saggi degli
antichi giustamente credettero che tale deva essere il fine di tutte le
virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o
fratello desideratissimo ed amatissimo».
⁴¹³ _Iulian._, 521, 11 sg.
La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da
Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui
diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in
Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio
quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,⁴¹⁴ Giuliano così
continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha
detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per
ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli
trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe
stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo
quello, non credendo a quest’altro, ed altro ancora mettendo a colpa di
coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe
della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli
relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era
stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non
concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di
molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui
dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli.
— Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall’agire con saviezza,
per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe
fatto neppure un tiranno che fosse appena ragionevole. E allora come
doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di
Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o
difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si
condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che
abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere
dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo
dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà
di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia
buona coscienza. E, se anche dovessi cedere il posto ad un successore,
non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e
male».⁴¹⁵.
⁴¹⁴ Pag. 71.
⁴¹⁵ _Iulian._, 496, 15 sg.
Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed
all’episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun
dubbio nella identificazione della persona. Ma c’è quell’appellativo di
_eunuco_ che non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli.
Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il
cortigiano Eusebio, l’eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e
che tanto odiava il principe. E imaginano un’ispezione che Eusebio
avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell’imperatore e che avrebbe dato
origine agli urti con Giuliano⁴¹⁶. La cosa è possibile, ma affatto
fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος
sia qui semplicemente un insulto, senza essere un’indicazione di una
condizione reale.
⁴¹⁶ _Koch., Kaiser Iulian._ 449.
Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano cercava di
indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio,
si abbandonava talvolta all’impeto della passione. Nè, certo, può essere
ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all’indomani
della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella
sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e
di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la
sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il
furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli
ringraziasse l’imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di
libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data
un’intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il
vescovo Giorgio, l’imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata
di capo,⁴¹⁷ ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario
il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva
sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si
preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato.
In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere
iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al
prefetto d’Egitto⁴¹⁸: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri
le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei
libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne
impadronissero degli uomini, ai quali non basta l’oro per satollare il
loro amore della ricchezza e pensano di potermeli portar via facilmente.
Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di
Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi
alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei
distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti,
insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più
minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di
Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà
per premio la libertà. Se poi cercasse d’ingannarti in questo affare,
mettilo, senz’altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di
Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io
era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».
⁴¹⁷ Pag. 283.
⁴¹⁸ _Iulian._, 487, 11 sg.
Pare che il prefetto d’Egitto, che era quell’infelice Edichio che, poco
più tardi, sentì tutta l’ira di Giuliano per non essersi mostrato
abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo
incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la
tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti
abbiamo, nell’epistolario, quest’altro bigliettino diretto a Porfirio,
probabilmente un impiegato dell’amministrazione egiziana⁴¹⁹. «Giorgio
aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d’ogni
scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei.
Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad
Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo,
se non ponessi tutta la cura nel rintracciarla, e se non riescissi coi
rimproveri, coi giuramenti d’ogni specie, e, se si tratta di schiavi,
usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono
in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a
riportarteli».
⁴¹⁹ _Iulian._, 351, 20 sg.
Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un
sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in
nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare
tirannico e crudele. Qui, certo, c’è una grave macchia sul carattere del
nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo
potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di
diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c’è tutto l’uomo, con
tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità.
Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi,
doveva organizzare l’ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava
con tutta l’intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare.
Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nel _Misobarba_,
di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari
religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni,
trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il
desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del
vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter
metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli
richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente
quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere
i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più
efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che
delle pompe imperiali, e fors’anche, della futura e sperata vittoria
contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare,
perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di
essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio
amministratore.
Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse
corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l’impero
sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva
fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei
vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si
rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di
giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale
e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche
veduto come uno de’ suoi propositi più fermi fosse di condurre
l’amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo
che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne
venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano
e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della
pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di
cui erano caricati; se l’impresa di Persia richiedeva ancora grandi
contributi da parte dei sudditi, l’imperatore aveva dichiarato, come
vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il
segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle
vene ormai esauste dell’economia dell’impero. L’epurazione radicale
della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli,
e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese
dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di Ammiano e di
Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più
eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore.
Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si
sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i
privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle
gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i
Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei
privilegi, protestavano come se si trattasse di un’offesa ai loro
diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice
imparziale.
Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un
istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui
era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva
discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni
di condottiero e di riformatore.
Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano
mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello
Stato. Nell’invito fatto all’ariano Aezio di venire da lui, gli concede
l’uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano
a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a
cuore, il riordinamento del servizio postale dell’impero. Le
comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi
tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da
un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell’amministrazione
romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e
corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava
il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del
mantenimento del sistema postale era sostenuta dalle provincie e dalle
città per cui passavano le strade. Ora, l’abuso si era infiltrato, ben
presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di
Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte
le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro
garbava, facoltà di passaggio gratuito, _evectiones_, e le finanze
municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini.
I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si
succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i
prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici,
in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in
special modo, lo scompiglio nell’andamento della posta ed obbligavano i
contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente
l’intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano,
innanzi e indietro, da un sinodo all’altro, con vetture e cavalli
appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto
intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da
recidere i nervi del sistema postale — _rei vehiculariæ succideret
nervos_⁴²⁰. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni
deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che
lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle
esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i
mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un
lavoro diventato insopportabile⁴²¹.
⁴²⁰ _Amm. Marcell._, I, 263.
⁴²¹ _Liban._, I, 569, 9 sg.
Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un
freno agii abusi, e regolò con legge le prestazioni dei servizi
gratuiti, le _evectiones_. Solo i governatori delle Provincie potevano
accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e
dovevano aver ricevuto, caso per caso, l’autorizzazione dell’imperatore.
Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi.
Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i
consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto
rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi
non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso
tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide —
egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile,
cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti
i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora
soffrivano per l’eccesso dell’ozio»⁴²². Fatta la dovuta parte
all’iperbole dell’apologista, resta sempre un merito grandissimo di
Giuliano nell’aver voluta e praticata una riforma così saggia e così
civile. La diligenza scrupolosa con cui l’applicava si vede, appunto,
nei pochi permessi per l’uso della posta pubblica ch’egli concede a
qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la
legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era
necessaria la parola diretta dell’imperatore per avere un favore che,
poco prima, entrava nelle abitudini comuni.
⁴²² _Liban._, I, 570, 11 sg.
❦
La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è
dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed
organizzatore di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui
commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul
mercato d’Antiochia. All’infuori di questo errore, dovuto anch’esso alle
buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza
dell’assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società
antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto
alcuno che non giustifichi l’asserto di Libanio che, se il tempo gli
fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto
l’impero come aveva fatto di quella della Gallia.
Della rettitudine e della bontà dell’uomo privato ci fanno fede le sue
lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine
gentilezza d’animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi
anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli
accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano
che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei,
brancolando nell’incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di
leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll’imperatrice
Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come
Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di
Eusebia, accusi apertamente costei d’aver uccisa Elena, per mezzo di un
lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la
responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche
come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano
stesso avrebbe, con l’aiuto di un medico, avvelenata la moglie⁴²³. A
Libanio riesce cosa facile il distruggere quest’ultima accusa. Ma il
fatto stesso che l’accusa si era sparsa, unito all’altro della notizia
curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo,
almeno nell’ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d’amore si
fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi
nell’ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito
dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto
all’orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio
veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile
polemista ne avrebbe fatto argomento di un’eloquente invettiva⁴²⁴.
⁴²³ Pag. 37 e sg.
⁴²⁴ Fra i moderni, il solo Anatole France, per quello che io so,
afferma la realtà dell’amore fra Giuliano ed Eusebia. _La nature du
sentiment qui unissait Eusébie et Julien n’est guère douteuse...
Tel qu’il etait, Eusébie l’aime_ (Vie littéraire, 4, 252). — Lo
spiritoso critico francese, quando scriveva quelle parole, non
conosceva ancora il busto d’Acerenza. Se l’avesse conosciuto,
avrebbe, forse, trovata nella prestante vigoria della figura di
Giuliano, una ragione di più per credere nell’amore della bella
imperatrice per lo sventurato cugino.
Se noi guardiamo un po’ addentro in questo oscuro episodio, troviamo che
il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con
la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena.
Giuliano, come sappiamo,⁴²⁵ fu due volte a Milano, durante il soggiorno
della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del
fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia
non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad
Atene; la seconda volta, sul finir del 355, per esser investito
dell’autorità di Cesare, sempre per l’influenza che Eusebia aveva sul
marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere
coll’imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La
corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che
spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l’occasione
per rovinare, nell’animo dell’imperatore, l’odiato principe e, insieme a
lui, la donna audace della quale l’innamorato Costanzo subiva il fascino
irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei
come di un’apparizione divina, davanti alla quale egli prova un
sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente
la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato.
Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e
Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto
dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto
che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a
mandare una lettera all’imperatrice nei giorni in cui si trattava della
sua elezione a Cesare⁴²⁶, pel timore che la lettera potesse essere
scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361,
quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un
ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna
ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto
dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano
così poco confidenziali ch’egli non solo non poteva parlarle, ma non
osava nemmeno mandarle un biglietto. Dunque nessuna intimità, e, meno
ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro
vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza
delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da
una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle
tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla
bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed
un intelletto elegante⁴²⁷. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata
in una Corte in cui i grandi dignitari dell’Arianesimo dominavano
sovrani, essa avrà seguito necessariamente l’indirizzo religioso di
coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano
essere per l’Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano
fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua
passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo.
Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva
le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di
salvarlo dall’uragano di barbarie cristiana che minacciava di
sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d’Eusebia, spiega
appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi
divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome
della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che,
certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma
essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per
la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi,
con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza
dell’imperatore...⁴²⁸» È ad Eusebia che Giuliano deve ciò ch’egli
considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene,
a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a
Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca,
per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di
libri greci⁴²⁹.
⁴²⁵ Pag. 37, sg.
⁴²⁶ Pag. 44, sg.
⁴²⁷ _Iulian._, 140, 5 sg.
⁴²⁸ _Idem_, 154, 16 sg.
⁴²⁹ Pag. 41.
Noi siamo, dunque, in alto, in un’aria di pura intellettualità. Eusebia
e Giuliano ci appaiono come due genii di poesia e di saggezza. Eusebia,
nel panegirico di Giuliano, si presenta circonfusa di un’aureola di
santità: è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto, disegnato
dal suo devoto e riconoscente ammiratore, par di risentire un po’ di
quel fascino che la bella imperatrice esercitava sui milanesi d’or son
quindici secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto Eusebia
alla corte di Milano e conosceva quanto essa aveva fatto per Giuliano,
non ha che parole di ammirazione per la sua virtù, ed afferma, scrivendo
di lei già morta, che non aveva rivali per la bellezza del corpo e dei
costumi e che, nell’altissimo culmine in cui si trovava, aveva saputo
conservarsi umana⁴³⁰. Ammiano pare non sospetti di relazioni illecite
fra Giuliano ed Eusebia, ed attribuisce l’azione dell’imperatrice in
favore del perseguitato principe alla giusta estimazione ch’essa faceva
delle sue virtù. Ma, a turbare la pura serenità di tale imagine, ecco
che Ammiano ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa si
trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa. Noi già abbiamo
accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo rivederlo più attentamente,
perchè si tratta di chiarire un mistero che influisce sinistramente sul
nostro giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo,
chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli aveva dato in moglie la
propria sorella Elena, onde render più stretti i legami che lo univano
al cugino, ritornato nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano
stesso, era stato preparato da Eusebia⁴³¹. Elena, figlia di
quell’imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra Zosimo, nel 326, da
Costantino, in un’orribile tragedia di gelosia⁴³², doveva avere, nel
novembre del 355, non meno di trent’anni. Pare, dunque, che Eusebia
combinasse un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena, l’anno seguente,
in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene, Eusebia, narra Ammiano, avrebbe
guadagnata la levatrice, e questa, con un voluto errore di operazione
ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere. Ma questo bel
fatto pare non accontentasse Eusebia. Costei avrebbe invitata Elena a
venire dalla Gallia a Roma, nell’occasione del solenne viaggio che, nel
357, essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell’invito era l’affettuosa
premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti romani; il motivo vero
era di propinare all’infelice un sottile veleno, pel quale dovesse
abortire, ogniqualvolta rimanesse incinta. Pare, che l’azione lenta del
veleno, minando l’organismo della donna, la conducesse, tre anni dopo, a
morte, morte misteriosa, appena accennata da Ammiano e da Giuliano, e
che, dai nemici di quest’ultimo, gli fu, addirittura, attribuita, quasi
egli fosse stato l’avvelenatore della moglie⁴³³.
⁴³⁰ _Amm. Marc._, I., 240.
⁴³¹ _Iulian._, 159, 1.
⁴³² _Zosimo_, 150, 1. sg.
⁴³³ Pag. 76.
Tutte queste voci poco precise hanno l’aria di non essere che
pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata ai delitti. La gelosia
dell’amante deve essere esclusa, come causa determinante, perchè,
davvero, poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti a distanza,
senza l’inasprimento di passione che dà la vicinanza e la vista
dell’essere amato. La gelosia della madre che, non avendo figli, —
Eusebia non ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la cugina, si
sarebbe rivelata, in un modo così atroce, la prima volta, nel caso
dell’infanticidio commesso dalla levatrice, e in un modo così raffinato,
la seconda volta, coll’intrigo dell’invito a Roma, per propinare il
veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile affatto
in una donna come Eusebia di alta coltura, e di animo tanto generoso da
non esitar a gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe
perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni dei cortigiani potenti.
È possibile che questa donna che tanto aveva fatto per collocare
Giuliano in una posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue
virtù, fosse poi rosa dall’invidia, al pensiero che quest’uomo da lei
ammirato e salvato, avesse dei figli? È possibile che di lei si possa
dire «_tanta tamque diligens opera navabatur ne fortissimi viri soboles
appareret_»?⁴³⁴.
⁴³⁴ _Amm. Marcell._, I, 94.
Pertanto a me pare che l’ipotesi più probabile è che Ammiano
raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose che, in odio di Eusebia,
dovevano correre nell’ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le
ripetesse senza tanti scrupoli, come, con una mancanza di scrupoli
ancora più grande, i nemici di Giuliano le volgevano a danno ed in
accusa diretta di lui. Però, dobbiamo ammettere che, se quelle voci
calunniose hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur essere
stato qualche fatto, qualche circostanza che dava loro un’apparenza di
credibilità. Ora, noi non abbiamo nessun documento col quale ricostruire
la storia della relazione coniugale di Giuliano con la moglie Elena.
Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che Elena è stata una donna
infelice, una sposa trascurata. Giuliano, che parla e scrive di tutto e
di tutti con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi scritti, e
pubblici e confidenziali, neppure una parola per la moglie che pur gli
fu compagna nei cinque anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno
del suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per dire che
l’imperatrice lo combinò, poi nel manifesto agli ateniesi ricorda che,
nel momento in cui avveniva il pronunciamento militare a Parigi e che i
soldati circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare, al piano
superiore, in una camera vicina a quella di sua moglie, ancora
vivente⁴³⁵. Quel gelido _ancora vivente_ — ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la
sola orazione funebre di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a
Vienna, nell’inverno del 360, mentre il marito già si atteggiava da
imperatore, in pompe e feste solenni. Il solo atto pietoso di Giuliano
verso di lei fu di mandarne la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un
sepolcro della via Nomentana, presso quello della sorella Costantina.
⁴³⁵ _Iulian._, 366, 3 sg.
La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia dei contemporanei
e diede gli elementi per creare intorno a lei una leggenda, per vedere
il mistero ed il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio
naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono creduti
colpevoli ed autori di una morte, che la sventura sola aveva, a poco a
poco, avvicinata e prodotta. La moglie di Giuliano è una di quelle
pallide figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all’orizzonte della
storia, circonfuse e come consacrate da un’aureola di lento e segreto
martirio. Sposata, già matura, ad un uomo che non l’amava, cristiana ed
educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle influenze
elleniche, essa non poteva comprendere il marito, e non era da lui
compresa. Nessuna comunanza intellettuale esisteva in quella coppia,
unita da un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva avere dalla
maternità le erano state rapite. Nell’aspro soggiorno della Gallia,
viveva in continue strettezze e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi
ognora più minaccioso il pericolo dell’urto fra il marito ed il
fratello, l’urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata e posta
inutilmente, come simbolo di pace, fra i due contendenti. Scoppiata la
ribellione e proclamato Giuliano imperatore, Elena non resse all’idea
della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi preparativi, nei
suoi piani, nei suoi sogni, non l’ascoltava. Ed essa conosceva troppo il
fratello, per non essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto
faceva credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe presa una
terribile vendetta. Lacerata da queste ansie crudeli, che la
tormentavano nel segreto dell’anima, Elena, struggendosi, si è consumata
e sparve, vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per gittarsi
nella tempesta della più audace avventura.
Possiamo, dunque, concludere, con l’imparzialità di cui ci siamo fatto
un dovere assoluto, che, se a Giuliano non può esser imputato nessun
delitto domestico, egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi,
assai probabilmente ha fatto l’infelicità della moglie. Colpa per sè
stessa assai grave, ma che pure, nella storia dei mariti di tutti i
tempi, non esclusi quelli dell’oggi, può trovare qualche attenuante.