Io diceva, cominciando questo studio, che nessun destino è stato più
miserando di quello di Giuliano, perchè la Chiesa, da lui inutilmente
combattuta, si è vendicata coprendo di una maschera odiosa la sua nobile
figura e rendendo esecrato il suo nome, che pur avrebbe avuto tanto
diritto al rispetto ed all’ammirazione dei posteri. Ma, dopo essere
stati lungamente nella sua compagnia, noi sentiamo farsi più viva la
commiserazione pel suo destino, perchè non vi ha, forse, nella storia,
altro esempio di tante e così splendide doti completamente sciupate in
una vana impresa. Pochi fra gli uomini apparsi sulla scena del mondo
meglio di lui forniti di tutte le forze necessarie ad esercitare sugli
eventi un’azione duratura. Nessun uomo più miseramente scomparso, senza
lasciare traccia alcuna di sè. L’opera di Giuliano è stata passeggera e
vana come il solco di una barca sulla superficie dell’acqua. Appena
passata la poppa, le acque divise si riuniscono ancora ed il solco non è
più rintracciabile. Così appena Giuliano spirava là, nella sua tenda,
sulla pianura persiana, il suo tentativo effimero svaniva nel nulla, e
la storia riprendeva il cammino come s’egli non fosse mai esistito. Si
può dire che il Cristianesimo non si è nemmeno accorto della guerra che
Giuliano gli ha mossa. Non l’ha fermato, neppure per un istante, nella
sua propaganda, non ha influito, in nessun modo, sul suo indirizzo e
sulle sue ulteriori manifestazioni.
La fortuna, sempre bizzarra, aveva, al tramonto dell’Impero, posto sul
trono dei Cesari, un uomo di vivo ingegno e d’animo forte e retto. Ed
egli non ha servito a nulla! I suoi sforzi si sono esauriti nel vuoto.
Un’idea, completamente sbagliata, si era impadronita di lui, ed ha
piegata la sua azione in una direzione in fondo alla quale avrebbe
trovato il baratro. Egli vi si è avanzato come un sonnambulo che non ha
la coscienza del mondo reale da cui è circondato. Non c’è, nella storia,
spettacolo più triste di questo sciupìo di forze preziose, ma non c’è
nemmeno spettacolo più interessante, perchè lo studio delle cause che
hanno reso possibile il sorgere di una così grande illusione in uno
spirito pur così aperto ed intelligente ci dà il mezzo di comprendere e
di valutare, nella sua portata reale, la rivoluzione religiosa che ha
condotto a rovina l’antica civiltà.
Quelle cause, noi le abbiamo scrutate e discusse nel corso di questo
lavoro. Ma non sarà inutile riassumerle ed insistervi, poichè in esse
sta tutto l’interesse della vita di Giuliano e, nella loro analisi, sta
la ragione del lungo studio che abbiamo intrapreso.
❦
Cerchiamo, primieramente, di abbracciare con uno sguardo il gran quadro
di cui abbiamo esaminate le varie parti. Il Cristianesimo era riuscito
vittorioso dell’antica civiltà, perchè aveva portati nel mondo due
principî essenzialmente novatori, i quali rispondevano alle condizioni
ed ai bisogni del tempo. In una mano portava il monoteismo, diventato
indispensabile ad un mondo pel quale l’antico politeismo si era ormai
vuotato d’ogni sostanza; nell’altra mano portava una legge morale che
urtava contro l’antica organizzazione della società basata sulla
prepotenza della forza, una legge che glorificava la debolezza e la
sventura, ed avrebbe dovuto inaugurare una nuova società basata
sull’amore e sulla coscienza della fratellanza umana. Se non che, il
Cristianesimo, adoperando come due leve quei due principî novatori, ha
potuto compiere la parte negativa del suo programma, ha potuto smuovere
dai cardini e rovesciare l’antica civiltà, ma non ha potuto compiere la
parte positiva, così che il giorno in cui, uscito vincitore dalla lotta
secolare da lui eroicamente affrontata, istituiva una nuova società,
questa si fondava ancora sulla prepotenza della forza, sulla violenza e
sul sopruso, e la sua legge divina rimaneva un ideale luminoso, ma senza
efficacia diretta sulle azioni dell’uomo. Quale la ragione di questo
strano fenomeno? Perchè mai, abbattuta l’iniquità antica da un Vangelo
divino, sorgeva una nuova iniquità più tenebrosa di quella che era stata
combattuta e sconfitta? La ragione di quel fenomeno storico è che
l’imperativo categorico di una legge morale non si trova già all’infuori
e al di sopra dell’umanità, si trova, bensì, dentro di essa, nella
condizione essenziale del suo spirito in un dato momento storico, e
nella conseguente necessità della sua organizzazione. Non è la legge
morale che rinnova la società, è la società già rinnovata che s’impone
la legge morale. Ora, una società non si rinnova, se non si rinnova il
suo modo di comprendere sè stessa e l’universo. Fin quando esisteva il
concetto antropomorfico della divinità, ed il concetto antropo e
geocentrico dell’universo, l’umanità poteva cambiar di veste, ma, nella
sostanza, doveva rimanere sempre eguale a sè stessa. Posto il concetto
di un Potere soprannaturale e soprarazionale, di un trascendente dotato
di un arbitrio assoluto, l’umanità avrebbe sempre trovato il modo di
eludere la legge che le era pesante, di piegare quel Potere alle sue
passioni, di farlo venire a patti, di dare alla forma esterna il valore
di un compenso contrattuale. Il rinnovamento della società non poteva
verificarsi se non quando al concetto di un arbitrio soprannaturale
venisse a sostituirsi il concetto del determinismo inalterabile di un
sistema naturale. Bisogna che l’umanità ponga sè stessa e l’universo nel
vero per organizzarsi con una legge a cui non possa sottrarsi. La legge
morale che il Cristo ha rivelata è la più sublime di tutte, è, anzi,
assolutamente perfetta, ma quella legge, appunto perchè moralmente
basata sul vero, doveva rimanere inefficace in un mondo
intellettualmente basato sul falso.
Giuliano, venuto al trono dopo mezzo secolo di Cristianesimo vittorioso,
trovava il vizio ed il delitto dominanti nella Corte, le lotte intestine
squarcianti la Chiesa ed il Clero, una profonda corruzione in tutte le
membra dell’impero cristiano. Egli s’illuse di poter salvare la civiltà
e di moralizzare il mondo, ritornando all’antico e fondando una specie
di Paganesimo cristianizzato. Giuliano, pertanto, non può dirsi un
retrogrado perchè, da una parte, cercava di ridurre ad un gerarchia
monoteista il _panteon_ ellenico, e, d’altra parte, riconosceva il
valore delle virtù che il Cristianesimo avrebbe dovuto diffondere
nell’umanità. Ma non può dirsi nemmeno un ingegno novatore, perchè non
ha saputo portare nel mondo nessun nuovo principio intellettuale, non
voleva che rivestire delle forme antiche quegli stessi principî
teologici e morali che il Cristianesimo aveva proclamati, quei principî
che gli avevano data la vittoria. Per iniziare una rivoluzione veramente
geniale e feconda, Giuliano avrebbe dovuto farsi promotore di una
religione senza sacrifici e senza culto, ed, intuendo la possibilità di
sollevare il mondo e l’uomo dal terrore di un arbitrio trascendente ed
assoluto e dai ceppi della superstizione, avrebbe dovuto porre le basi
di una civiltà che s’innalzasse sulla ragione e sulla scienza. Ma di
tutto ciò Giuliano non ebbe nemmeno il più lieve sentore.
❦
Il Cristianesimo, quale è apparso in Palestina, nella persona e
nell’insegnamento del suo fondatore, era la pura espressione di un
sentimento morale, l’aspirazione ad un ideale di giustizia, una protesta
terribilmente eloquente nella sua mitezza contro le iniquità del mondo.
La predicazione di Gesù, tanto originale pel soffio affascinante di
poesia che l’animava e per la squisita semplicità della forma,
continuava il solco già iniziato dai grandi profeti del tempo della
decadenza d’Israele, i quali ponevano nella conversione alla santità
della vita la condizione del risorgimento del loro popolo. Per Gesù, ed
è qui che sta propriamente la novità divina del suo Vangelo, la santità
della vita si esplicava nel concetto della fratellanza di tutti gli
uomini davanti ad un unico Padre, e, di conseguenza, nella condanna
della prepotenza e dell’abuso della forza, nell’esaltazione degli umili,
dei sofferenti, degli offesi.
Il primitivo insegnamento cristiano constava di due buone novelle, per
l’efficacia delle quali ha potuto sprofondare le radici anche in quei
suoli, che in apparenza, non gli erano adatti, perchè mancanti di ogni
lavoro di tradizioni preparatorie. In primo luogo, annunciava
un’imminente trasformazione che avrebbe cangiata la faccia del mondo,
puniti gli oppressori, sollevati gli oppressi. In secondo luogo,
affermava la rivelazione di una persona divina, che aveva avuta
un’esistenza storica, che era una persona ben determinata e concreta,
sulla cui esistenza non era alcun dubbio, in cui, pertanto, si poteva
credere con una sicurezza, la quale faceva ormai completamente difetto
alle esaurite divinità dell’Olimpo ellenico. Con la prima promessa, il
Cristianesimo calmava la sete di giustizia da cui era tormentato un
mondo soffocato dall’abuso della forza, eretta in diritto, mentre, con
la rivelazione del Cristo divino, rispondeva all’aspirazione di quello
stesso mondo di aver un Dio, in cui potesse credere, da sostituire agli
dei antichi, nei quali non credeva più. E, quando poi si vedeva questo
Dio prendere sopra di sè tutte le miserie umane e morir perseguitato,
come l’ultimo degli schiavi, l’apoteosi della sventura era compiuta, e
il Cristianesimo diventava naturalmente la religione a cui accorrevano
tutti gli infelici.
Pertanto, il Cristianesimo, nel periodo primitivo della sua esistenza,
era una religione essenzialmente morale e tutta di sentimento. Paolo, è
vero, appena convertito, aveva cercato di dare una spiegazione razionale
al processo della redenzione. Mente logica per eccellenza, Paolo non si
è convertito, se non quando quel processo fu ben chiaro in lui. Ma il
pensiero paoliniano rimase, per molto tempo, più che altro, un fatto
personale, e non pare che abbia esercitata, se non molto più tardi, una
grande influenza sullo svolgimento dottrinario del Cristianesimo. Era
l’azione della sua persona, del suo spirito, della sua volontà, era
l’annuncio della imminente rigenerazione del mondo per la ricomparsa del
Cristo, salvatore degli oppressi, la buona novella che chiamava alla
nuova dottrina le turbe dei credenti. Per quasi un secolo e mezzo, il
Cristianesimo, si mantenne in questo ambiente di fede semplice,
all’infuori di ogni apparato di dottrina sistematica. Coloro che si
chiamavano Cristiani non avevano di comune che una fede monoteista,
fondata sulla rivelazione di Dio, avvenuta nel Cristo, la speranza di
una vita eterna, garantita dal Cristo, e la coscienza del dovere,
assunto col battesimo, di tenere una condotta rispondente all’esempio,
lasciato dal Cristo. Gli scritti cristiani, anteriori alla seconda metà
del secolo secondo, la διδαχή, la prima lettera di Clemente, le lettere
d’Ignazio, gli scritti di Papia, la lettera di Barnaba, mostrano la
completa assenza di ogni apparato dottrinario nel Cristianesimo
primitivo, il quale non era, in fondo, che una norma di condotta
appoggiata, ad alcune verità e, sopratutto, ad alcune promesse rivelate
dal Cristo. Quei Cristiani primitivi vivevano, con tutta l’anima, nella
loro fede, e non sentivano alcun bisogno di rappresentarsela con un
complesso di dottrine determinate. Qual’era la dogmatica di quei
Cristiani? Ce lo dice Barnaba⁴³⁶. «Tre sono i dogmi del Signore, la
speranza... la giustizia... l’amore». E nella chiusa della sua lettera,
nel descrivere le due vie che si aprono al credente, la via della luce e
la via delle tenebre, egli traccia un programma il quale non è che l’eco
fedele della morale evangelica, in cui non è neppur l’ombra di un
principio dottrinario⁴³⁷.
⁴³⁶ _Barnaba_, 1, 6 — τρία οῦν δόγματα εστιν κυρίοu, έλπίς, δικαιοσύνη,
αγάπη.
⁴³⁷ _Barnaba_, 18-21.
Una prova singolarmente interessante della povertà delle dottrine
filosofiche nel Cristianesimo genuino, fino alla seconda metà del secolo
secondo, la troviamo nell’_Ottavio_ di Minucio Felice. Al tempo degli
Antonini, e precisamente sotto il regno di Marco Aurelio, durante il
quale avvenne la composizione di quel dialogo, il Cristianesimo
cominciava ad aver le sue reclute anche nella classe colta della società
romana. Minucio Felice era un avvocato di grido, un oratore ciceroniano,
uno scrittore elegante, un filosofo erudito. La sua difesa del
Cristianesimo ci dà, pertanto, una idea esatta di ciò che fosse il
Cristianesimo per quegli spiriti colti. Ebbene, il Cristianesimo di
Minucio Felice non è che un deismo monoteista estremamente semplice e
razionale, che non conosce neppur le prime linee di un sistema teologico
e metafisico, che abborre le esteriorità del culto, che pone in diretto
contatto con Dio la coscienza dell’uomo. «_Qui innocentiam colit, deo
supplicat; qui junstitiam, deo libat; qui fraudibus abstinet, propitiat
deum; qui hominem periculo subripit, deo optimam victimam cedit. Hæc
nostra sacrificia, hæc dei sacra sunt. Sic apud nos religiosior est ille
qui justior_»⁴³⁸. Era l’alta moralità del Cristianesimo, era la
razionalità dell’idea monoteista, era, infine, la semplicità del culto,
ciò che costituiva per gli spiriti eletti l’attrattiva del Cristianesimo
nascente. L’indole positiva dell’ingegno latino impediva la fioritura
dei parassiti metafisici.
⁴³⁸ _Minucio F._, 32, 3.
Se non che, nel mondo ellenico, il Cristianesimo non poteva conservarsi
in questo stato di semplicità dogmatica. La mente greca era tutta
imbevuta di speculazione metafisica. Non era, dunque, possibile che la
religione, cioè un’istituzione in cui è rappresentato il vincolo che
unisce il mondo alla sua causa, potesse conservarsi estranea alla
metafisica. Era, anzi, fatale che diventasse essa pure una metafisica.
Questa sorte era già toccata allo stesso Giudaismo che, pure, in
origine, al pari della religione di Maometto, era completamente impervio
alla speculazione filosofica. Bastò che il Giudaismo si allargasse, con
le sue colonie, nel mondo greco, perchè dovesse piegarsi all’efficacia
trasformatrice del pensiero filosofico, e costituisse, sulla base del
logos filoniano, una vera e propria metafisica. Fu in questo ambiente di
ebraismo ellenizzato che lo scrittore del Vangelo giovannico attinse
l’identificazione del Cristo col logos, e così aperse la porta alla
speculazione filosofica che doveva in breve impadronirsi della
religione. Il Gnosticismo fu il primo frutto del connubio del
Cristianesimo col mondo greco. Il Gnosticismo cristiano, che
probabilmente ebbe le sue radici in un Gnosticismo ebraico, in cui era
degenerata la filosofia filoniana, fu una specie di Neoplatonismo
anticipato, una metafisica fantastica e curiosa che si attortigliava
intorno all’idea del logos, e la soffocava con le sue frondi
lussureggianti. Nel Gnosticismo, il Cristianesimo, perdendo il suo
carattere di rivelazione di un principio rigeneratore dell’anima umana,
si trasformava in una complicata cosmologia, in cui il processo di
creazione si risolveva in un dualismo divino, fra i termini estremi si
intrometteva una gerarchia di spiriti e di divinità minori, sulla quale
primeggiava il logos, emanazione immediata del Dio supremo.
Dissi che il Gnosticismo cristiano fu una specie di Neoplatonismo
anticipato. Ciò è esatto, nel senso che l’uno e l’altro dei due sistemi,
col mezzo delle molteplici emanazioni divine, ricreavano un politeismo
effettivo sotto le ali di un monoteismo teorico. Ma ciò non toglie che
fra i due sistemi esistesse un’antipatia profonda, perchè il
Gnosticismo, innestandosi sul tronco del Cristianesimo, ne aveva preso
il concetto pessimista con cui quest’ultimo giudicava il mondo. Ed,
anzi, non riuscendo a spiegare la creazione di un mondo cattivo per
parte di un dio buono, era caduto nel dualismo, e dava ad un dio
perverso la responsabilità della creazione della materia. Il processo
della redenzione, compiuto dal logos disceso in terra, constava appunto
nella vittoria del dio buono, e nella conseguente liberazione delle
anime dalla servitù della materia e del male.
Ora, nulla più odioso di questo sistema cosmologico pel Neoplatonismo
genuino, pel quale il mondo è ottimo, perfetto in ogni sua parte,
rappresenta una fase di un processo evolutivo, in cui il bene e il male
hanno un valore relativo ed hanno ognuno, la loro ragion d’essere, un
processo al quale l’idea di redenzione non può che essere estranea,
perchè l’idea del redimere implica la premessa di un errore e di una
colpa che il Neoplatonismo non vuole vedere nel mondo e che a lui
parrebbe irriverente al concetto di Dio. Il Neoplatonismo, per bocca
stessa di Plotino, ha combattuto apertamente il pessimismo gnostico, ed
è anzi, probabilmente, su questa via ch’esso si incontrò col
Cristianesimo, e lo ha poi conglobato nella stessa polemica con cui
combatteva il Gnosticismo⁴³⁹.
⁴³⁹ Si veda, su questo punto, il recentissimo studio di Carl Schmidt,
_Plotin’s Stellung zum Gnosticismus, 1901_.
L’apparizione del Gnosticismo cristiano che minacciava di ricondurre il
Cristianesimo al Politeismo, ebbe la conseguenza di far nascere, come
antidoto della dottrina falsa, una dottrina vera, d’aver quindi dato
origine ad una teologia ortodossa, la quale servisse di strumento per
rintuzzare gli errori gnostici. Ora, la teologia ortodossa, finchè
rimaneva nell’ambiente latino, non poteva spiegare le ali a voli
metafisici di grande altezza. Per quanto avesse, anch’essa, come punto
di partenza l’idea del logos divino, pure non era il processo
cosmologico, ma, bensì, il processo di redenzione che costituiva per lei
l’essenza della religione. Non è il logos creatore, ma il logos
redentore che ispira la teologia d’Ireneo e di Tertulliano. Ma, nel
Cristianesimo, ha prevalso lo spirito greco, e questo ha sollevata la
speculazione cristiana ad una vetta, su cui, con Clemente d’Alessandria
e con Origene, si trasformò in un immenso sistema di metafisica
cosmologica che solo, per la presenza del Cristo redentore, si
distingueva dalla filosofia neoplatonica che le sorgeva al fianco.
Noi abbiamo già veduto quale fosse, nelle sue linee principali, il
pensiero d’Origene, quali le conseguenze che ne derivarono, quale lo
svolgimento del pensiero cristiano; abbiamo veduto come il Cristianesimo
si tramutasse in una dogmatica lussureggiante e come il mondo sia stato
travolto in una bufera di dispute metafisiche, nella quale completamente
si esauriva l’interesse religioso. Ora, questa trasformazione della
religione in scienza, o, diremo con parola più esatta, in filosofia,
fece sì che il requisito richiesto per esser cristiano non fu più il
riconoscimento di una data norma di condotta morale e l’aspirazione
ineffabile ad unirsi col Dio padre, rivelato dal Cristo. Fu, bensì, il
riconoscimento della verità di un dato complesso di dogmi filosofici,
l’essere ascritto ad un dato sistema dottrinario e scolastico. Questa
curiosa ed essenziale trasformazione ha condotto con sè l’impoverimento
morale del Cristianesimo. Nei tempi eroici del Cristianesimo, per esser
cristiani bisognava praticare date virtù, come insegna Ottavio nel
dialogo di Minucio Felice; nel terzo e nel quarto secolo bisognava
professare una data dottrina. Lo sciagurato Costantino, che s’era
coperto di delitti, ed aveva uccisi il figlio e la moglie, era, agli
occhi del grande Atanasio, un imperatore venerando, perchè aveva
raccolto il Concilio di Nicea ed aveva sostenuta la formola
dell’ομοουσιος. Nelle lotte teologiche che hanno, per tre secoli,
dilaniata la Chiesa, da una parte e dall’altra, non si guardava, nel
Cristiano, che una cosa sola, la professione dottrinaria. Il programma
del Discorso sulla montagna e della lettera di Barnaba o della διδαχή
aveva ceduto il posto alle formole dogmatiche che i Concilî si
scagliavano l’uno contro l’altro e che venivano raccolte dai partigiani
delle guerreggianti dottrine. In questa condizione di cose, in cui il
Cristianesimo si era intellettualmente ellenizzato, abbandonando la sua
prima natura, questa fu così completamente dimenticata che, quando si
volle ricreare, nel mezzo dell’edificio teologico, un sistema di morale,
non si ritornò al Vangelo e nemmeno a Paolo, ma si ripresero le
tradizioni dello stoicismo greco e latino. Ambrogio stesso, scrivendo il
suo libro dei _Doveri_, non fece che ricopiare il libro di Cicerone, il
quale, come si sa, non era che un rifacimento del trattato dello stoico
Panezio. Se non che, ogni efficacia redentrice in un Cristianesimo
siffatto che, intellettualmente, si arrampicava sulle rocce aride della
metafisica, e moralmente abbandonava il principio vivente dell’amore e
della fratellanza per risollevare la statua marmorea di una virtù
nutrita dell’idea astratta del dovere, non poteva che spegnersi del
tutto. Diventò una religione formalista, e, quel che è peggio, una
religione che poneva la salvezza non più nel rinnovamento dell’uomo
interno, come voleva Paolo, ma nel riconoscimento di esteriorità, tanto
dottrinali che rituali, le quali, da quella luminosa aspirazione
all’ideale, con cui si era affermata nel suo nascere, la tramutavano in
una complicata superstizione.
Ma il Cristianesimo non poteva perdere intieramente l’efficacia
moralizzatrice che gli aveva data la sua forza primitiva e la sua ragion
d’essere. La trasformazione della Chiesa in un’organizzazione
intellettuale che non richiedeva che il consenso a determinate dottrine,
portò, di conseguenza, la secessione di quegli spiriti che, nella
religione, cercavano qualche cosa di più, e che, pertanto, non potevano
acconciarsi alla mondanità opportunista di una religione ufficiale.
Costoro si ritraevano dal mondo e dalla vita sociale e davano origine
all’ascetismo monacale, che fu, come già accennammo, il ricovero in cui
vennero a rifugiarsi le tendenze ideali che il Cristianesimo aveva
gittate nel mondo.
❦
Ecco, dunque, lo spettacolo che offriva la società cristiana, nella
seconda metà del secolo quarto, quando già si erano svolte le
conseguenze del riconoscimento del Cristianesimo, fatto da Costantino.
Il Cristianesimo si era pervertito per adattarsi alle esigenze della
società in cui entrava come elemento essenziale della sua
organizzazione. Gli ideali altissimi che aveva rivelati al mondo,
inapplicabili affatto alla vita reale di quei tempi, già accennavano a
separarsene nell’isolamento dei monasteri, e il Cristianesimo non
appariva, a chi ne stava fuori, che come una forza distruttiva, la
quale, rovesciando tutte le tradizioni di patriottismo e di coltura su
cui si era innalzata l’antica civiltà, ne rendevano inevitabile la
catastrofe. Questo era il punto di vista da cui guardava il
Cristianesimo il filosofo imperiale che, unico superstite della famiglia
di Costantino, saliva al trono dei Cesari. Innamorato, nel fondo
dell’anima, della civiltà ellenica, egli voleva impedirne la rovina,
considerava come un supremo dovere il difenderla dai pericoli che
terribilmente la premevano. Per questo, egli odiava il Cristianesimo il
quale voleva, è vero, usufruire della sua eredità, ed apprendere a
parlare ed a scrivere secondo i suoi insegnamenti, ma, nella realtà, la
dissolveva e le toglieva ogni forza di resistenza.
Pensatore educato alla scuola dei neoplatonici, Giuliano trovava
preferibile la dottrina di Plotino e di Porfirio, ed, andando più in sù,
la dottrina di Platone a quella d’Origene e d’Atanasio che ne era la
derivazione intorbidata. Moralista severo, egli era disgustato della
corruzione in cui il Cristianesimo era caduto, appena assunto alla
dignità di religione riconosciuta. Tutte le passioni, tutti i vizî vi
avevano libera fioritura. Nè la Corte imperiale, nè le grandi città
dell’Impero erano state moralizzate dalla conversione al Cristianesimo.
La cristianissima Antiochia offriva a Giuliano uno spettacolo
scandaloso. Egli non poteva tacere il suo stupore ed il suo sdegno, così
da diventare antipatico agli Antiochesi, assai più perchè rigido censore
dei loro costumi che perchè nemico della loro religione.
In tale condizione di cose, parve a Giuliano che egli dovesse e potesse
risollevare le sorti della civiltà antica, dell’Ellenismo, com’egli
diceva, col ricostituire il Politeismo e col volgergli di nuovo la
corrente del sentimento e delle abitudini popolari. Ma sentì di non
poter far questo, se insieme non iniziava la riforma del Politeismo. Gli
dei naturalistici e nazionali dell’antico Olimpo greco-latino erano
completamente esauriti e nessuno poteva più credere in essi. Giuliano,
come vedemmo, li conservò, trasformandoli in altrettante espressioni
simboliche, aggruppate intorno ad un unico principio divino, a sua volta
rappresentato dal Sole, che era per lui il re dell’universo. In ciò
Giuliano non era che un neoplatonico, seguace più di Giamblico che di
Plotino, e non era per nulla un novatore. Ma ciò che è propriamente
originale ed interessante è che Giuliano, nel rinascimento
dell’Ellenismo, vedeva la vittoria di un alto principio di morale e di
virtù. Giuliano era un uomo, per eccellenza, virtuoso, austero, alieno
da tutti i godimenti mondani, idealista di natura e di educazione. Ora,
egli non riconosceva affatto che il Cristianesimo fosse stato un fattore
di moralità. Se si esclude il precetto dell’elemosina ai poveri, per la
quale egli eccita i suoi seguaci ad imitare i Galilei, non vi ha virtù
ch’egli riconosca esercitata dai Cristiani. Non vedeva, sopratutto in
alto, fra i vescovi stessi, che avidità di guadagno, ambizioni, lotte
accanite, incontinenza e violenza. Ed egli voleva ricondurre nella
pratica della vita quelle virtù che il Cristianesimo mondano lasciava
esulare nei cenobî. Qui sta propriamente la chiave esplicativa del
tentativo di Giuliano. Il Cristianesimo non aveva moralizzato il mondo,
egli credette di poterlo moralizzare ravvivando l’Ellenismo, che per lui
conteneva la somma della sapienza, della bellezza e della bontà.
Per far questo, Giuliano voleva ricondurre il mondo al Politeismo, ma ad
un Politeismo essenzialmente riformato. La religione, nel mondo antico,
era propriamente una funzione dello Stato. Un urto, una discordia, una
separazione fra la religione e lo Stato non era neppure imaginabile; la
religione era necessariamente l’ancella dello Stato, perchè era lo
strumento necessario, il fattore indispensabile della sua conservazione.
Il Cristianesimo perseguitato portò nel mondo il concetto di una
religione che si costituisce come una forza indipendente dallo Stato.
Ma, appena fu riconosciuto come religione ammessa nell’Impero, rivelò la
tendenza a sovrapporsi allo Stato, così da rovesciare le parti e da fare
della religione, organizzata disciplinarmente nella Chiesa, la potenza
dominatrice dello Stato servo.
Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più singolari del suo
tentativo, volendo fare della sua religione un istituto moralizzatore,
volle, egli pure, separarla dallo Stato, e tentò di organizzare una vera
Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio di dottrina e di
virtù. Noi abbiamo veduto, nell’analisi delle istruzioni date da
Giuliano a personaggi cospicui di quella sua Chiesa, come
l’organizzazione formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed a
quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere. Dicemmo
anche che, per la purezza delle intenzioni e per la natura dei consigli,
ch’egli dava ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini
che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere di Giuliano potrebbero
considerarsi come pastorali di qualche vescovo cristiano che s’ispirasse
agli ideali dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il
sentirvi, talvolta, un’eco genuina di quello stesso Vangelo che Giuliano
così cordialmente disprezzava. Egli voleva propriamente fondare sulla
santità la sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un soffio di
epurazione morale. E per riuscire a questo, nell’entusiasmo della
propaganda, dava di cozzo nelle abitudini e nei costumi del suo tempo.
Giuliano era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio del
puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva venir in mente che
ad un sognatore, educato nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il
mondo si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una morale
severa, in nome di Bacco e d’Apollo, diventati simboli di idee mistiche
e filosofiche. La società, che aveva, in sì breve tempo, corrotto il
Cristianesimo, non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare e
correggere dal Politeismo riformato. Ancora si sarebbe capito il ritorno
alla religione festosa e libera dell’Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col
suo culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che ne era stato
la grazia, il fascino supremo, e non trovava, all’infuori che nei pochi
iniziati da cui era circondato, che freddezza e scherno. Si comprende il
suo scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che si sfasciava
in ogni sua parte, sotto l’azione del Cristianesimo che le toglieva le
tradizioni, gli ideali, le credenze, tutto, infine, quel complesso di
principî di sentimenti che sono la ragion d’essere di una civiltà. Ma,
insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente insinuato in
tutti i meati, se posso così esprimermi, dell’anima sociale e
individuale che il ritorno all’antico sarebbe stato impossibile, ed egli
si è accinto all’impresa, non meno impossibile, di cristianizzare la
società e la religione, senza farle diventar cristiane. Egli vedeva che
il Cristianesimo, nella metafisica e nelle forme esteriori del culto, si
avvicinava al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel
Neoplatonismo e nei Misteri, al punto di poter dire che ne era una
copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli la filosofia di
Plotino e di Giamblico e i riti dei Misteri, a cui quella filosofia
serviva di base, aggiungendovi, come un cemento che tenesse insieme
l’edificio, l’istituzione di una gerarchia sacerdotale, la quale
riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia della Chiesa Cristiana.
E così quel giovane entusiasta ed illuso s’imaginava che avrebbe salvato
l’Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue tradizioni, la
sua poesia, le sue arti!
Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato mancava ciò che
formava la forza del Cristianesimo e che gli dava la possibilità di
vivere e di diventar sempre più potente, anche quando il suo
riconoscimento ufficiale e la sua trasformazione in un potere dello
Stato, gli avevano tolto intieramente quel carattere di protesta contro
le iniquità del mondo che era stato la fonte genuina del fascino da lui
esercitato al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di credere in
un Dio; non era possibile che si appagasse di larve, di simboli, di
ombre metafisiche; voleva un Dio, diremo così, storico, che gli fosse
imagine, rappresentanza, garanzia del Potere supremo che regge
l’universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio esclusivamente
nazionale e, sopratutto, se non ci fosse stato l’ostacolo insuperabile
della circoncisione, forse, il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù
sarebbe stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo questo
possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente, ha dovuto
ellenizzarsi, facendo assidere presso di sè il suo rivelatore, che
diventava un figlio ed, insieme, un intermediario fra lui ed il mondo.
La grande forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà di
quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla storicità oggettiva
della persona di Gesù. Il mondo aveva in Gesù una rappresentazione
divina, determinata, precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e
della sua esistenza reale non era possibile dubitare. La navicella della
fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti sistemi filosofici, aveva trovato
il porto in cui ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri
teologici con cui si gravava e si nascondeva quella figura divina, quali
fossero anche i traviamenti a cui le passioni, i pregiudizi, gli errori
degli uomini trascinavano i principi essenziali del suo insegnamento, il
Dio rimaneva sempre vivente ed esercitava sulle anime un’attrattiva
irresistibile. Si pongano a confronto gli inni infiammati d’amore che S.
Agostino innalza a Dio nelle sue _Confessioni_ con le invocazioni di
Giuliano al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente come il
Cristiano vivesse nella verità del sentimento, e quanto sforzo ragionato
entrasse, invece, nell’entusiasmo fittizio del Pagano. Così noi abbiamo
visto come Giuliano s’irritasse pel culto che i Cristiani rendevano ai
sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro che la memoria di coloro
che col sangue avevano testimoniato della loro fede doveva imprimere un
continuo eccitamento all’ardore della fede, e sollevare facilmente
all’ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale efficacia potevano
mai avere, davanti a queste imagini, davanti al Cristo che era vissuto
in un momento storico, che aveva rivelate promesse divine con un
linguaggio umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi fantasmi
che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari dei Misteri, e dalle
mistiche elucubrazioni dei filosofi neoplatonici? Se Giuliano fosse
stato uno spirito veramente religioso, uno spirito in cui la sete del
divino fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il duello da
lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse senza speranza pel suo
dio astrale, costretto a cedere il campo, anzi, a svanire in faccia
all’Uomo-dio che lo affrontava nella pienezza della sua realtà.
Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non sentì dove fosse
propriamente la forza del Cristianesimo, quale fosse la causa essenziale
che gli aveva data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del
mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate nel principio di
redenzione di cui il Cristianesimo era il nunzio desiderato. Il
Cristianesimo era una religione pessimista nel senso che poneva il male
come un fatto inerente al mondo ed all’umanità, ma insegnava, insieme, a
redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze, le aspettazioni
dall’iniquità della terra alla giustizia, al perdono, alla felicità del
cielo. Una religione non può essere veramente efficace sull’anima umana,
se non parte da un concetto pessimista. Quando il mondo appare come un
male, l’anima umana si attacca con passione alla promessa di un
oltretomba felice. La fede nella promessa le ispira la devozione,
l’eroismo, l’abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio,
all’ascetica voluttà dell’amore divino. Il concetto ottimista uccide la
religione, le toglie la sua radice più profonda, la riduce a cerimonie
festose, a riti formali da cui l’anima è assente. Certo, un pensatore
sublime, come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo
perfetto, assurgere all’estatica visione di Dio, ma la moltitudine non
sa seguirlo, e rimane avvinta alle preoccupazioni di una lieta
mondanità.
Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo era forte perchè era
la religione degli infelici, la religione della sventura e del
pentimento: non seppe penetrare nel concetto della redenzione che ne era
la pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali nei numi
simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo redentore vinceva tutto e
tutti, e si trascinava dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale,
con una forza d’attrazione a cui nulla poteva resistere.
❦
Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra false apparenze, lo
vollero giudicare. Giuliano desiderava la conservazione del Politeismo,
perchè vi vedeva il balsamo che avrebbe salvato l’Ellenismo; ma non
voleva il Politeismo col significato naturalistico o con le forme
nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva riformarlo, organizzarlo
a seconda delle esigenze dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un
reazionario, egli era però nell’antitesi più recisa con quel che oggi si
chiama il libero pensiero. In questo egli era davvero l’uomo del suo
tempo. Aveva un’inclinazione alle speculazioni metafisiche, ma aveva la
negazione dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui riconosciuta
la necessità dell’intervento continuo, diretto della divinità in ogni
fenomeno della natura, in ogni avvenimento della vita. La superstizione
pagana da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura della
superstizione cristiana. Forse il politeismo di Giuliano, se per
un’ipotesi impossibile, fosse stato vittorioso, sarebbe riuscito meno
funesto alla scienza del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia
politeista non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia ortodossa
che, per secoli, ha governato il mondo e fermato il pensiero dell’uomo.
Ma, certo, punto non entrava nelle intenzioni di Giuliano di promuovere
la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come, del resto, non
l’avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun sentore di ciò che fosse
la scienza. Nè Epicuro, nè Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli
autori di Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come aveva
servito a Platone, a Plotino, e come doveva servire a S. Agostino ed a
S. Tomaso, non ad altro che ad affermare il soprarazionale e il
soprannaturale, ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero
dell’uomo, senza lasciargli uscita possibile per osservare il mondo e
conoscere la realtà. La civiltà antica declinava e si spegneva, tanto
nel Neoplatonismo quanto nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione.
Non restavano che l’uomo in terra con le sue passioni, il trascendente
in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i due termini estremi, tenebre
impenetrabili.
Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare privo di ogni
geniale novità. Giuliano non era uno spirito inventore. Egli credeva di
poter salvare la civiltà antica, serbandone vive le forme esterne,
tenendo in piedi tutto l’apparato di istituzioni religiose che ne
avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era raccolta tanta parte
delle sue memorie, delle sue tradizioni, delle sue abitudini. Ma egli
non sapeva che, se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento
dell’antica civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè le
mancava il principio essenziale del progresso, e quindi non poteva
riparare le perdite che il tempo reca a qualsiasi organismo; era
diventata decrepita, aveva perduta ogni forza vitale, non poteva
resistere alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.
Il principio essenziale del progresso è la scienza, non la scienza di
ipotesi e di fantastiche concezioni metafisiche, ma la scienza oggettiva
che scopre e segue il processo razionale da cui è determinata la
fenomenalità della natura. L’uomo, mercè la sua facoltà d’astrazione,
ricrea idealmente, nel suo pensiero, l’universo, rappresentandolo in una
serie di cause e di effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed
in tale rappresentazione ideale si determina la vita dell’individuo e
della società. Ora, quando quella rappresentazione è illusoria e fallace
— e non può non esser tale quando non è che il frutto di una ragione che
si nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della vita
necessariamente errata ed incapace di miglioramento, che vuol dire di
progresso, perchè, senza conoscenza oggettiva, il vero rimane nascosto.
La concezione antropocentrica dell’universo e la concezione
antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere, posto
all’infuori e al disopra della natura e dell’umanità che esso regge con
un arbitrio assoluto, posano sopra un’illusione della mente umana, e
immobilizzano la vita in una rete d’errori nei quali quanto più cerca di
districarsi e tanto più si avvolge.
Il gittare in mezzo a questo errore fondamentale di concepimento un
principio morale, giusto e vero a nulla giova, perchè la falsità della
concezione in cui vive la mente umana ne rende impossibile
l’applicazione, anzi lo sterilizza e lo corrompe. Quando s’imagina che
il mondo è governato da un Dio, fatto a somiglianza dell’uomo, un Dio
che si guadagna con le preghiere, gli omaggi, le offerte, tosto le
passioni umane, che vogliono essere soddisfatte, cercano e trovano la
libertà del movimento in una religione formalista che dà all’uomo il
mezzo di ottenere da Dio la desiderata impunità. Di ciò il Cristianesimo
ha data una prova meravigliosa. Il Vangelo era stato propriamente la
buona novella. Gesù era venuto a rivelare quel sublime principio della
fratellanza e della solidarietà umana che è la sola fonte da cui può
scaturire la moralizzazione del mondo. Ma la fonte si è subito ostruita.
Il mondo non è stato punto moralizzato dal Cristianesimo, il quale, per
l’errata concezione metafisica dell’universo e della divinità, è tosto
diventato una religione di forme esterne e di dottrine fantastiche
imposte come verità assolute, una religione, che, nelle gesta della sua
onnipotente gerarchia, è diventata la negazione di sè stessa, ed ha data
al mondo quella società feroce, selvaggia, terribilmente appassionata,
senza pietà e senza amore, di cui la _Divina Commedia_ e i drammi di
Shakespeare ci presentano il quadro vivente.
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Giacomo Leopardi, allorquando, ancor giovanetto, nella solitudine del
natio borgo, si sprofondava, con sì tragico abbandono, nella voragine
sterminata dei suoi pensieri, scopriva nella ragione la causa del
disordine sociale, e la rendeva responsabile dell’umana infelicità.
Dalla ragione, dalla sola ragione venivano tutti gli errori, in mezzo ai
quali, l’uomo, staccandosi dalla natura, s’era andato perdendo ed
intricandosi, come in una rete da cui non poteva liberarsi. Il Leopardi
trovava, in questa sua convinzione, la conferma del mito biblico della
caduta dell’uomo. Fu l’uso e l’abuso della ragione che ha allontanato
l’uomo dallo stato di natura. In questo stato egli era guidato
dall’istinto, duce infallibile perchè limitato alla realtà dei fenomeni;
nello stato ragionevole, l’istinto cede il posto alla ragione, la quale
si pasce d’errori e di larve ed imagina un mondo che non risponde alla
verità. Ed è supremamente interessante il vedere come il Leopardi,
scrutando, con singolare acume d’osservazione, il problema del destino
umano, trovasse, nel suo sistema, la spiegazione del Cristianesimo e
della vittoria da esso riportata. Quando gli uomini furono giunti ad un
certo grado di coltura e di civiltà, la ragione non bastò più a sè
stessa, perchè scomponeva e distruggeva, con le proprie mani, quelle
illusioni che aveva create e che erano indispensabili per render
tollerabile la vita all’uomo. L’umanità, pertanto, sarebbe andata
incontro ad una catastrofe, se non fosse venuta una rivelazione divina,
la quale, all’infuori ed al di sopra della ragione, garantisce all’uomo
l’esistenza di un mondo ideale, senza la cui certezza, la compagine
umana, per l’effetto degli errori irreparabili della ragione, si
discioglie come un edificio senza cemento.
Se non che, nel pensatore di Recanati sotto la teoria sta pur sempre il
sentimento del nulla, il sentimento dell’_infinita vanità del Tutto_. Il
mondo ideale, garantito dalla rivelazione, non è che un mondo di
necessarie illusioni. Da qui l’attitudine disperata dell’infelice poeta
che, riconosciuti gli errori della ragione, non vedeva altra salvezza
che in un’illusione di cui, pur affermandola, dimostrava la vanità.
Ora il Leopardi era nel vero, quando additava nella ragione, che crea un
mondo ideale basato sul falso, la causa dei mali e del disordine umano.
Le società animali sono infallibili, perchè condotte, nell’esercizio
delle loro funzioni, dall’infallibile istinto. Ma la società umana,
finchè la ragione vi agisce con un’interpretazione errata ed illusoria
della realtà, non potrà organizzarsi che nella violenza, nel delitto e
nella sventura.
_Tantum religio potuit suadere malorum!_
è un verso che non si applica solo al sacrifizio d’Ifigenia.
Ma il Leopardi non seppe vedere che, se è vero che la ragione, colle sue
astrazioni premature ed arbitrarie, ha la funesta facoltà di porre, alla
compagine del Tutto, delle cause arbitrarie e fallaci, da cui consegue
il danno di un’organizzazione umana basata sull’errore, è pur vero che
essa ha, insieme, la provvida facoltà di correggere sè stessa, così che,
a poco a poco, sostituisce, nella spiegazione dell’Universo, il concetto
della legge al concetto dell’arbitrio, e, per questa via, riesce a
togliere alla divinità la veste antropomorfica, di cui essa stessa
l’aveva coperta, ed all’uomo il pregiudizio antropocentrico che essa gli
aveva donato. L’Universo è un fatto razionale. Ma la ragione, fin dai
primi suoi passi, volendo e non potendo spiegarlo razionalmente, lo
idealizzava in un’illusione irrazionale. Ora, non è nella rinuncia alla
ragione e nella persistenza nell’irrazionale che può collocarsi la
salvezza del mondo e dell’umanità. Tale salvezza, come lo attesta tutta
la storia del progresso umano, sta solo nel vero e nella luce crescente
di un’idealità, che razionalmente lo rappresenti e lo simboleggi.
❦
Fu infatti il pensiero scientifico che ha data una nuova orientazione
alla nave dell’umanità. Il giorno in cui prese inizio il movimento verso
un nuovo orizzonte non venne a coincidere col giorno in cui il
Cristianesimo gittò nel mondo un nuovo principio morale, per quanto
perfetto e sublime esso fosse, ma, bensì, con quello in cui la ragione
cominciò a squarciare il velo dogmatico che le toglieva la vista della
realtà, cominciò ad osservarla e sperimentarla nella sua oggettiva
consistenza. Copernico, Keplero, Bacone, Galileo, Newton furono i
nocchieri che piegarono la nave dal solco fino allora seguito. Ma ci
vollero secoli ancora prima che la conoscenza razionale della verità
diventasse un fattore efficace di evoluzione sociale. Il gran fatto del
secolo decimonono, il fatto pel quale può dirsi, per eccellenza, il
secolo novatore, è quello appunto di aver fondata l’organizzazione
dell’umana energia sulla base della scienza, che vuol dire sulla base
della verità.
La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un fenomeno essenzialmente
intellettuale. L’uomo non esercita la virtù, che vuol dire non agisce
pel rispetto e per l’amore verso gli altri uomini, perchè questo
rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi; è
necessario, onde questo avvenga, che i doveri della solidarietà umana
gli si impongano, nell’ambiente in cui vive, con un determinismo casuale
a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l’uomo, ricreando idealmente
il mondo nel suo pensiero, prima che albeggiasse la conoscenza
scientifica, non ricreava, col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che
un tessuto di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base ideale,
per quanto falsa, si organizzava la società. Il Cristianesimo ha gittato
nel mondo il principio della fratellanza umana che, facendo tutti gli
uomini solidali gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il regno
della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava le tenebre in cui
brancolava la ragione, e, pertanto, lasciava intatta la fallace
creazione ideale, su cui si fondava la compagine della società. La sua
opera non poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere
infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva portata nel mondo,
era isterilita dall’errore intellettuale contro cui veniva ad urtarsi.
Affinchè il principio vero della solidarietà umana si evolva sicuramente
è necessario che l’umanità posi sul vero; è necessario che il mondo
ideale che essa porta nel pensiero riproduca il mondo della realtà.
Rendere possibile la rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà,
ecco l’ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè noi
assistiamo al fenomeno in apparenza singolare, eppur naturale nella sua
essenza, che i principî morali posti dal Cristianesimo, calpestati
durante i secoli nei quali il Cristianesimo dominava come religione
indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci oggi che il
Cristianesimo è diventato una religione discutibile e discussa. Le virtù
fondamentali del Cristianesimo, la carità, la fratellanza, il rispetto
dei deboli, in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là, in qualche
anima eletta, nella cella di qualche cenobita; l’umanità ricorreva, di
quando in quando, a quelle virtù, come ad un empiastro pe’ suoi mali. Ma
la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto,
incontestato del più forte. Oggi le cose sono radicalmente mutate. La
necessità delle virtù che il Cristianesimo impone è sentita anche da
coloro che gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori
lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo, corrano ancora, a
grandi masse, le nuvole tempestose e la società sia ancor tutta una
lotta in cui la forza, troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello
spirito non v’ha fenomeno più grande di questa permanenza dell’ideale
cristiano, per la quale quei principi morali che furono posti dal
Cristianesimo, venti secoli or sono, e che ne costituiscono l’essenza,
sono diventati così potenti e luminosi che oramai non si può imaginare
una società, la quale non sia basata sovra di essi, e si riconosce che
il progresso sociale porta con sè la loro applicazione.
L’uomo antico professava un concetto dell’universo, attinto alla
speculazione metafisica dei grandi pensatori di Grecia. Il Cristiano
professava un concetto della vita orientato secondo la rivelazione
divina di una norma morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei
due concetti in un tutto organico. Tale riunione era necessaria per la
vittoria del Cristianesimo, ma, in essa, il concetto morale fu
sacrificato al concetto filosofico, e ne venne una società in cui
l’idealità morale del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi che
avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto filosofico
dell’antichità davanti al concetto scientifico del pensiero moderno,
ecco riappare vivente il genuino ideale cristiano, e riappare appunto
perchè contiene i germi di un’eterna verità.
Questa cristianizzazione della società, che si manifesta coll’orrore che
oggi ispira la guerra, un tempo condizione normale dell’umanità, e col
sentimento crescente dei doveri che avvincono l’uomo ai suoi simili,
così che cresce insieme il sentimento della responsabilità che compete
ad ognuno nella vita solidale della società, è dunque, un fenomeno che
indirettamente dipende dall’indirizzo scientifico che nel secolo
decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza razionale, della
realtà, mettendo in fuga gli errori e le larve, rende l’uomo capace di
rappresentare idealmente, nel suo pensiero, un universo vero, e,
siccome, in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà di
tutte le manifestazioni della vita acquista un’efficacia sempre
maggiore, così si crea una condizione di cose in cui le verità morali
intuite dal Cristianesimo primitivo s’impongono come un dovere
necessario, come un imperativo categorico a cui l’uomo sempre più
difficilmente trova il modo di sottrarsi.
Se l’antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice, alla poesia ed
alle arti, avesse avuto lo spirito scientifico, avesse potuto creare la
scienza oggettiva, la scienza che investiga l’universo con
l’osservazione e l’esperienza, scopre le leggi inalterabili che lo
reggono, e se ne serve per domare la natura ed aggiogarla al proprio
servizio, la civiltà non avrebbe avuto oscuramento; le invasioni
barbariche sarebbero state respinte, e l’incivilimento del mondo, in
luogo di discendere in una curva profonda, per poi risalire alla vetta
del pensiero moderno, avrebbe seguito una linea sempre ascendente,
guadagnando alcuni secoli al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo
scientifico nella civiltà antica pare strana quando si vede come di
quell’indirizzo essa abbia avuto il sentore. La mente d’Aristotele
poneva il principio dell’esistenza di una legge intrinseca all’universo,
considerato come il prodotto di un processo di moto investigabile e
determinabile dal pensiero umano. E quando ricordiamo come Euclide
avesse già affinato e perfezionato, in grado eccellente, quello
strumento indispensabile nelle ricerche intorno alla natura, che è la
matematica; come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi
principali della meccanica e della fisica; come ad Erone fosse già
balenata l’idea di servirsi del vapore, quale forza motrice; come
Ipparco e Tolomeo avessero applicato il calcolo alle osservazioni dei
fenomeni celesti, e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di
anatomia e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero antico,
dopo di essere arrivato fin sulla soglia della conoscenza oggettiva, si
è fermato, e non ha saputo entrare nel santuario. La causa di tale
funesta fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità
di rinnovarsi e di progredire, l’ha condannata ad un’inevitabile
decadenza, io credo deva esser cercata nell’organizzazione di quella
società, basata essenzialmente sulla schiavitù. La macchina del mondo
antico era alimentata dalla forza materiale dell’uomo stoltamente
sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la conseguenza che, essendo
il lavoro imposto e non giovando a chi lo produceva, mancava l’impulso
per giungere da un risultato migliore ad un altro migliore ancora. Tutto
rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che non contenevano
nessun germe di continua e vitale trasformazione. La scienza fornisce al
lavoro i mezzi per progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei
mezzi, reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via
dell’esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte le
conseguenze che vi sono latenti. L’ineguaglianza dei diritti umani e la
conseguente mancanza della libertà del lavoro produssero l’effetto che
l’attività umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a
percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la quale, se avesse
potuto svolgersi liberamente, avrebbe trasformato il mondo ed avrebbe
fatta partecipe la società antica di quel continuo incremento nei mezzi
di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità del progresso.
Le società antiche erano basate unicamente sulla robustezza dell’indole;
ma l’indole, nelle vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse
percorsero rapidamente a ritroso tutta la via su cui si erano avanzate,
e si consumarono in una decadenza da cui nulla valeva a sollevarle.
Tale decadenza non era stata, in nessun modo, rallentata dal
Cristianesimo. Anzi, esso l’aveva precipitata, sconvolgendo le basi
religiose e patriottiche su cui posava la vita civile dell’Impero. Il
Cristianesimo aveva razionalizzata la morale portando nel mondo i
principi della fratellanza e della giustizia, ma non aveva
razionalizzata la rappresentazione ideale del pensiero umano, nella
quale, anzi, aveva reso ancor più forte e predominante il concetto del
soprannaturale.
Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e onnipotente, ha dato
a questo concetto una forma vigorosamente dogmatica e ne fece uno
strumento per rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e per
togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà del pensiero e la
libertà del lavoro sono, e l’una e l’altra, fattori essenziali della
conoscenza scientifica della realtà; senza di essi non vi ha civiltà
progressiva e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non conobbe la
libertà del lavoro, il mondo cristiano non conobbe la libertà del
pensiero. Pertanto, nè l’uno nè l’altro di quei mondi ebbe una civiltà
progressiva. Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno in
cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo comune, hanno aperta
allo spirito umano la via per giungere alla conoscenza razionale e per
attenuare, se non per distruggere radicalmente, le illusioni
antropocentriche ed antropomorfiche per cui l’uomo ricrea nella sua
mente, con un’imagine falsa, perchè basata sovra un’idea errata, il
mondo della realtà.
❦
L’impresa tentata dall’imperatore Giuliano di fermare il Cristianesimo e
di far tornare il mondo al Politeismo ellenico, di sostituire
l’Ellenismo al Cristianesimo, è interessante perchè è un sintomo ed una
prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo stesso,
quando, al sicuro della persecuzione ed, anzi, riconosciuto come
istituzione legale e come strumento di regno, non ebbe più intorno a sè
quelle condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l’impresa di
Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico e storico. Dal
punto di vista filosofico perchè non indicava neppur lontanamente un
pensiero che accennasse ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del
tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente diverso, di un
pensiero che, nel fondo, restava identico a sè stesso, tendeva, anzi, a
sprofondare sempre più la ragione umana nelle tenebre dense e non
rischiarabili dell’irrazionale ed a sostituire al fecondo principio
religioso del Cristianesimo lo sterile formalismo di larve senza vita.
Non ebbe nessun valore storico, perchè passò come un sogno effimero; non
lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non fu che un segno dei
tempi, un segno che il mondo antico precipitava a rovina, e che, sulla
rovina, sarebbe rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei
barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere reliquie di una
civiltà di cui era stato l’unico erede, dopo averla sconfitta, di quella
civiltà per salvar la quale l’infelice Giuliano aveva voluto risollevare
dalla tomba le schiere esauste degli Dei dell’Ellade.
Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire, se rivela uno strano
acciecamento in chi lo promuoveva, se ci fa sorridere questo furore di
misticismo superstizioso in un uomo che pretendeva di combattere il
Cristianesimo, e sorridere non meno l’illusione di questo pensatore che
non si accorge di aggirarsi col suo nemico in uno stesso cerchio di
pensiero, se troviamo riprovevole il pregiudizio intellettuale che non
gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del Cristianesimo, il
principio vivificatore che il Cristianesimo portava nel mondo, non
possiamo chiudere l’animo nostro alla simpatia per l’uomo, che,
scomparso così giovane, ha trovato il tempo di lasciare, in sè stesso,
un mirabile esempio d’eroismo, d’entusiasmo e di fede, che ha posto a
servizio di un’idea la sua fortuna e l’immenso potere da lui
conquistato, che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia,
perseguitato e misero nei primi anni giovanili, poi, d’un colpo, al
fastigio della gloria e della potenza, ha serbata quasi sempre intatta
la serena padronanza del pensiero e della volontà, ha sempre tenuto
fisso lo sguardo all’idea che era il faro della sua vita. L’imperatore
Giuliano ci appare come un’imagine fuggitiva e luminosa all’orizzonte,
sotto cui era già tramontato l’astro di quella Grecia, che era per lui
la Terra santa della civiltà, la madre di quanto v’ha, nel mondo, di
bello e di buono, di quella Grecia che con figliale ed entusiastico
affetto egli chiamava la vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα!