Nel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua genialità, la
natura singolare di questo principe entusiasta che, sul trono dei
Cesari, poneva a servizio di un ideale irrealizzabile delle virtù di
mente e d’animo le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa,
avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano avesse regnato
a lungo, senz’altro scopo che la difesa e l’organizzazione dell’impero,
non avrebbe, lui pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico, ma
l’avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors’anche, impedito che si
sfasciasse nella catastrofe barbarica.
Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la comparsa di una
meteora luminosa che, appena accesa, si è spenta. Egli, quindi, non ebbe
il tempo di lasciare, nei fatti e nelle cose, l’impronta duratura della
sua azione. La sua memoria non vivrebbe che nella caricatura che ne
hanno disegnata gli scrittori cristiani, e parrebbe quasi che l’opera
sua si fosse limitata alla guerra contro il Cristianesimo e ch’egli
fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero rimasti i suoi
scritti che sono lo specchio genuino del suo carattere, delle sue
intenzioni, delle doti e dei difetti del suo spirito eccelso. È vero che
noi abbiamo in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove
dell’ammirazione che Giuliano aveva destata nei suoi contemporanei. Ma
Libanio è sospetto, perchè troppo interessato e compromesso nell’impresa
della restaurazione politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità
sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo, a Socrate, a
Sozomene, a tutta infine la tradizione cattolica. Così la figura geniale
di Giuliano è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio
dell’apostata, e così si è dimenticato il fatto, che, dal punto di vista
psicologico e storico, è il più curioso ed il più interessante di tutti,
cioè, che questo sciagurato apostata, che aveva tentato di soffocare il
Cristianesimo, era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente virtuoso,
il migliore degli uomini che siano sorti sull’orizzonte della vita
pubblica del Basso Impero. Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo
averne narrata la morte eroica, l’elogio di Giuliano, ci dice³⁴² come
fosse insigne per la castità e la temperanza della vita, per la prudenza
in ogni suo atto — _virtute senior quam ætate, studiosus cognitionum
omnium, censor moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor,
mortalia omnia despiciens_. — Perfetta la sua giustizia, mitigata dalla
clemenza, mirabile la sua conoscenza delle cose di guerra e l’autorità
con cui governava i suoi soldati, impareggiabile il valore con cui
combatteva, fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva
alle battaglie, al primo segno di incertezza. Saggia e moderata la sua
amministrazione, così da alleggerire i tributi, da comporre le liti del
fisco coi privati, da restaurare le finanze rovinate delle città, da
mettere, infine, un freno al disordine spaventoso che regnava nell’avido
e parassitico governo dell’Impero. E l’onesto storico non dissimula i
difetti del suo eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una
certa leggerezza nel risolvere, un’eccessiva facilità ed abbondanza di
parola, che doveva essere, diciamo noi, il riflesso di un’eccessiva
impressionabilità, constatabile anche in quelli, fra i suoi scritti, che
sono l’effusione schietta del suo spirito. Finalmente, e questo era il
difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile del suo sistema
filosofico, una tendenza alla superstizione, per cui egli prestava alle
esteriorità della religione che voleva restaurare un’importanza che
spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle cause che indebolivano
la sua propaganda. Tale il ritratto morale che Ammiano tratteggia del
suo imperatore, del quale descrive anche la figura forte ed agile
insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la barba irsuta che
finiva in punta, oggetto di scherno per gli Antiochesi, e splendente per
la bellezza degli occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie
della mente — _venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus
argutias indicabant_.
³⁴² _Amm. Marcell._, II, 40, 29 sg.
Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che sono la fonte
schietta della verità, diamo ancora una occhiata all’imagine che di lui
ci lasciarono i suoi due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo,
negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria, il secondo di
vituperarla, di lasciarla coperta di fango e di vergogna. Nel corso del
nostro studio noi abbiamo già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma
non sarà fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo qualche
mazzo di notizie preziose.
Cominciamo coll’osservare come, nei lamenti di Libanio per la catastrofe
di Giuliano, è impossibile non sentire l’espressione di un sentimento
vero e profondo, tanto più quando si pensa che il _Discorso necrologico_
e la _Monodia_ furono scritti quando già era scomparsa ogni traccia del
tentativo di restaurazione pagana, quando il Cristianesimo dominava di
nuovo sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la
manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore, costituire un
pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio, al pensiero che l’empio
Costanzo «dominò sulla terra, ch’egli contaminava, per quarant’anni, e
poi se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate le sacre
leggi, ha riordinate le buone istituzioni, risollevate le dimore degli
dei, riposti gli altari, richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti
nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre ed armenti, ora
nella reggia ed ora fuori, ora di notte ed ora di giorno, sospesa tutta
la sua vita alle mani degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo
l’ufficio minore dell’impero, e per un tempo ancor più breve l’ufficio
maggiore³⁴³, se ne partiva, così che la terra, che appena aveva gustato
tanto bene, non se ne potè saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri
mali fosse venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena affacciatasi
a noi, tosto si ritraeva, come in fuga. Per Ercole, ciò è troppo acerbo,
ed è l’opera di acerbi demoni»³⁴⁴. Poi Libanio, dopo aver ricordata la
desolazione dell’esercito, quando Giuliano, ferito a morte, ma ancor
respirante, veniva trasportato dal campo di battaglia alla tenda, e aver
detto che le Muse piangevano la morte del loro allievo e che la sventura
cadeva sulla terra, sul mare, sull’aere, esclama: «E noi tutti
piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i filosofi piangono colui
che spiegava la dottrina di Platone, i retori l’oratore valente a
parlare ed a scrutare il discorso degli altri, i litiganti un giudice
migliore di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete preda di
coloro che avranno l’incarico di spogliarvi! Oh, forza della giustizia
che già precipita e che presto più non sarà che un’ombra! Oh,
magistrati, come sarà vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei
poveri maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo! Oh, schiere di
soldati che perdeste un imperatore il quale, nei campi, provvedeva ad
ogni vostro bisogno! Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo, ed ora
calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel medesimo punto, acquistata e
perduta la potenza ed il vigore! Oh, rovina totale della terra!»³⁴⁵.
³⁴³ L’ufficio minore è quello di Cesare, il maggiore quello di Augusto.
³⁴⁴ _Liban._, 510, 5.
³⁴⁵ _Liban._, 516, 15.
A questo grido di dolore fa naturale contrasto il ricordo delle speranze
e delle aspettazioni che Giuliano aveva destate. L’imperatore, dice
Libanio, dava una suprema importanza all’istruzione; anzi, egli credeva
che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne³⁴⁶. Per
rimettere in onore l’istruzione completamente trascurata, egli stesso
scriveva discorsi e trattati di filosofia. Voleva anche che le città
fossero governate da uomini colti, e li investiva dell’ufficio, appena
trovasse in essi qualche virtù dell’uomo di governo. C’è, davvero, un
soffio poetico nell’entusiastica pittura che Libanio ci fa del viaggio
di Giuliano da Costantinopoli ad Antiochia. L’imperatore è mosso da un
pensiero dominante, la restaurazione dell’Ellenismo, e gode dei discorsi
assai più che dei doni, e piange di commozione, e si consuma in
un’attività prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto un
tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un poeta. «Fioriva il
giardino della sapienza, esclama Libanio, e la speranza degli onori
stava tutta nell’acquisto della coltura.... Egli tutto si adoperava onde
rinverdisse l’amore delle Muse»³⁴⁷. Era infine una nuova primavera
ellenica, una rifioritura di pensiero, di abitudini, di idee che
allietava gli spiriti sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e
dal predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto con quelle
idee e con quelle abitudini. Per comprendere, nella sua portata e nel
suo significato, la restaurazione tentata da Giuliano, dobbiamo cercar
di risentire le emozioni di questi superstiti amatori di una civiltà che
rapidamente scendeva al tramonto ed a cui essi si illudevano di poter
imprimere un movimento a ritroso che la riconducesse all’antico
splendore.
³⁴⁶ νομίζων άδελϕὰ λόγους τε καί θεῶν ιερὰ.
³⁴⁷ _Liban._, 575, 15.
Al movimento intenso di mente e di lavoro che gli imponevano i suoi
compiti di riformatore religioso, di generale e d’uomo di Stato,
Giuliano provvedeva con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri
e con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto ad assistere
alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente volgeva gli occhi
altrove, onorando insieme la solennità coll’esser presente ed i suoi
pensieri coll’esser assorto in essi. Non v’era lotta, nè gara, nè
applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni. Quando dava un
banchetto, vi prendeva parte quanto appena bastasse per dire che non era
assente³⁴⁸. E della sua attività, egli ci fa questa interessante
descrizione: «Essendo sempre assai sobrio e non gravando mai il ventre
di peso eccessivo, egli, direi quasi, volava di cosa in cosa, e, nello
stesso giorno, rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere alle
città, ai comandanti degli eserciti, agli amici che partivano, agli
amici che venivano, ascoltava la lettura dei messaggi, esaminava le
domande, rendeva lente le mani degli scrivani in confronto della
velocità della sua lingua..... I suoi segretari dovevano pur riposare,
ma non lui, che passava da un’occupazione all’altra. E quando cessava
dall’amministrare e pranzava, perchè bisogna pur vivere, egli imitava le
cicale, e, posando su mucchi di libri, cantava, finchè il crepuscolo o
la cura degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era ancor più
scarsa del primo pasto, e breve il sonno per questa tanta moderazione di
cibo. E allora venivano altri scrivani, che avevano passato sul letto,
il giorno, poichè era indispensabile questa successione nei servizî, e
questo darsi a vicenda il riposo. Egli mutava le forme del lavoro, ma
lavorava sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni di
Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore, da augure, da giudice, da
generale, da soldato, ed, in ogni cosa, da salvatore»³⁴⁹. Le cure del
regno non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi studi
prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così a lui si
rivolge, in altro luogo, Libanio — non è solo il frutto del lavoro che
facesti prima di diventare imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare
per amor suo. L’impero non ti costrinse a trascurare i libri. La notte è
ancora nella sua prima parte, e tu già canti più mattutino degli
uccelli, e componi i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».
³⁴⁸ _Liban._, 579, 5.
³⁴⁹ _Idem_, 580, 10 sg.
E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente apostrofe agli dei,
interessante anche perchè ci rivela di quali e di quante illusioni si
pascesse lo spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e
perchè ci si sente l’eco degli infervorati colloqui che egli avrà avuto
col suo imperatore, quando questi si preparava, in Antiochia, a dare,
con la sperata vittoria sui Persiani, il suggello e la sanzione alla
restaurazione dell’antica civiltà.
«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le vostre promesse? Perchè
non avete fatto felice colui che vi conosceva? Che potevate
rimproverargli? Che non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari?
Non costrusse i templi? Non onorò solennemente gli dei, gli eroi,
l’etra, il cielo, la terra, il mare, le fonti, i fiumi? Non combattè
coloro che vi combattono? Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come
Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso di Braside? Non
salvò forse l’umanità che stava per perire? Non fu nemico dei malvagi?
Mite coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti? Quale
grandezza di imprese! Quante espugnazioni! Quanti trofei! Oh, fine
indegno del principio! Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe fatto
parte dell’impero romano, governata dalle nostre leggi, e avrebbe da qui
ricevuti i suoi reggitori e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e
mutata la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo, in
Susa, sofisti e retori educare, con grandi discorsi, i figli dei
Persiani, e i nostri templi, ornati con le spoglie, portate di là,
narrare ai posteri la grandezza della vittoria, e il vinto stesso
gareggiare coi lodatori dell’impresa, ammirando questo, non ripudiando
quello, compiacendosi di una cosa, non sdegnandosi di un’altra, e la
sapienza, come una volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere il
posto ai templi, e correre tutti spontaneamente agli altari, rialzati da
quelli stessi che li avevano abbattuti, e quelli stessi praticare i
sacrifizi che rifuggivano dal sangue, e risorgere la prosperità delle
famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi, poichè si dice
che, in mezzo ai pericoli, egli pregasse gli dei che la guerra finisse
in modo che a lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche
imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane tutte le nostre
aspettazioni, ed ecco che l’atleta, già vicino alla corona, a noi giunge
nascosto nella bara. Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi
vive! Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo regno un puro
raggio di sole. Oh, città che fondasti! Oh, città cadenti che
risollevasti! Oh, sapienza che alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di
cui ti facesti forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in terra,
per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione! Oh, comune
felicità cominciata appena e subito finita! Noi soffriamo come un uomo
assetato che, portata alle labbra una tazza d’acqua limpida e fredda,
appena toccatala, se la vedesse strappar via»³⁵⁰.
³⁵⁰ _Liban._, 617, 5 sg.
Libanio così narra la conversione di Giuliano:
«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto a regnare, ed
essendo concordi in questo le testimonianze di quanti lo conoscevano,
non volle (l’imperatore Costanzo) che la sua fama si diffondesse in
troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E, pertanto, lo manda a
vivere a Nicomedia, città più tranquilla. Questo fu il principio d’ogni
bene per lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una scintilla di
scienza divina, a stento sfuggita alle mani degli empi. — Scrutando,
dietro a questa, le cose occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a
Giuliano — ingentilito dagli insegnamenti, il fiero odio contro gli dei.
Quando poi tu andasti nella Jonia, e conoscesti un uomo che è creduto ed
è saggio³⁵¹ e udisti ciò ch’egli insegnava intorno a quegli spiriti che
hanno composto e che conservano l’universo, e mirasti la bellezza della
filosofia, e gustasti la più pura delle bevande, scotendoti di dosso
l’errore e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato dalla nebbia
preferisti la verità all’ignoranza, la divinità legittima alla falsa,
gli antichi numi a quello che, da poco tempo, perfidamente s’era
insinuato. Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora
migliori sapienti (e anche qui si vede l’opera degli dei che, col mezzo
di Platone, ti ingrandirono l’intelligenza, onde con alti concetti tu
potessi accingerti alla grandezza delle azioni) già forte, e per la
fluidità della parola e per la scienza delle cose, prima ancora di poter
giovare agli interessi sacri, tu accennasti che non vorresti
trascurarli, venuta che fosse l’occasione, piangendo su ciò che si era
abbattuto, sospirando su ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò
che era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava vicino la futura
salvezza nel dolore presente»³⁵².
³⁵¹ Probabilmente Libanio allude a Massimo.
³⁵² _Liban._, 408, 5 sg.
Descritta l’azione salutare di Giuliano nella Gallia, così esclama
Libanio: «Certo, tu non avresti fatto tutto ciò, senza l’aiuto di
Minerva. Ma, avendo, fin da quando partisti da Atene, quella dea
compagna nel consiglio e nell’azione, come lo fu per Ercole contro il
cane mostruoso, comprendesti ogni cosa rettamente con la ragione, ed
ogni cosa bene operasti con le armi, non restando seduto nella tenda ad
udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti avanti, ed agitando il
braccio, e scotendo la lancia, e brandendo la spada, incoraggiavi col
sangue dei nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese,
eroe nelle pugne»³⁵³.
³⁵³ _Idem_, 413, 10 sg.
Dalle pagine di Libanio esce fuori un’imagine attraente e geniale.
Ardente di spirito, appassionato dei più nobili ideali, generoso ed
eroico, il giovine imperatore ci appare veramente degno dell’ammirazione
e dell’amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi maestri, i suoi
soldati. Certo, Giuliano era un uomo squilibrato. La sua fantasia
bollente e disordinata si univa, in modo singolare, alla pedanteria del
retore e del formalista. Ma c’è in lui un soffio eroico, qualche cosa di
giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo della civiltà ellenica, che
tolgon via, dalla sua figura, le macchie e i difetti, o, almeno, li
celano sotto i raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie
rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche nel ritratto dipinto da
Libanio, ed è la macchia della superstizione. Già lo dicemmo, più su,
parlando del Neoplatonismo. L’antichità era tutta superstiziosa. Perchè
non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto seguire la strada aperta
da Democrito, da Epicuro e da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la
strada opposta, esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre il
soprarazionale e il soprannaturale alla ragione ed alla natura, ciò che
vuol dire rinunciare a trovar le cause logiche degli effetti, ed a
vedere in tutto l’intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno
più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto, nessuno,
quindi, più di lui ardente promotore di tutti quegli esercizi di culto
con cui credeva di guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama
Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di sacrifizi, ed
incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi di paura. Ed erano
pellegrinaggi e canti sulle cime dei monti, e buoi che egli stesso, di
sua mano, sacrificando, offriva agli dei, e di cui poi banchettava la
gente. Ma, siccome non era facile all’imperatore uscire, ogni giorno,
dalla reggia per recarsi ai templi, eppure nulla è più giovevole della
continua convivenza con gli dei, così egli aveva costrutto, nel mezzo
della reggia stessa, un santuario al dio che conduce il giorno, e
partecipava e faceva partecipare gli altri ai misteri a cui si era
iniziato, ed innalzava altari separatamente a tutti gli dei. E la prima
cosa che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi, coi
sacrifici, agli dei»³⁵⁴. E nella _Monodia_, piangendo la morte all’eroe,
domanda: «Quale degli dei dobbiamo accusare? Tutti egualmente perchè
hanno trascurata la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio
delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui aromi, del
molto sangue versato e di notte e di giorno. Egli non era devoto agli
uni e negligente degli altri, ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere
dai poeti, e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori,
egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava le are di buoi e di
agnelli»³⁵⁵.
³⁵⁴ _Liban._, 564, 15 sg.
³⁵⁵ _Liban._, 508, 10.
Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale, e vi era tanto
versato che gli auguri, narra Libanio, lui presente, dovevano
rigorosamente dire la verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e
scoprir tutto³⁵⁶. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese, egli si
facesse accompagnare da schiere di auguri, e nulla tentasse senza aver
prima esplorate le viscere delle vittime e il volo degli uccelli. E
l’onesto Ammiano, col suo buon senso, riconosce che l’imperatore era
dedito ad un’eccessiva ricerca di presagi, e più superstizioso che
legittimo osservatore del culto — _presagiorum sciscitationi nimiæ
deditus... superstitiosus magis quam sacrorum legitimus observator_³⁵⁷.
³⁵⁶ _Idem_, 582, 10.
³⁵⁷ _Amm. Marcell._, II, 42, 30.
Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci pare che in questo
ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi, nella rifioritura, da lui
tentata, di riti puerili ed assurdi, egli abbia propriamente fatto opera
di reazionario. Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo è quello
appunto di aver purificato il culto, di aver liberati gli altari del
ributtante spettacolo delle vittime sgozzate. Però, se guardiamo bene in
fondo alla quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che
riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e da una parte e
dall’altra, riassuntivo e simbolico nel Cristianesimo, reale e continuo
nel Paganesimo. Il Cristianesimo, s’intende non quello del Vangelo, che
pone semplicemente l’idea sublime di un Dio paterno, ma il Cristianesimo
metafisico e dommatico, ha portato nel culto reso alla divinità delle
forme nuove ed assai migliori, ma non ha portato un concetto veramente
nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un arbitrio
onnipotente che si placa a forza di vittime non era stato strappato alla
radice. Giuliano, anche per questo rispetto, non è stato nè reazionario
nè progressista. Non ha fatto che vivere e muoversi nell’ambiente
intellettuale del suo tempo.
❦
Malgrado questa nera macchia di superstizione e di bigottismo, Giuliano,
quale ci è dipinto da Ammiano e dall’entusiastico Libanio, è una figura
d’uomo e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne
gli errori e le sventure, e proviamo per lui quella simpatia e
quell’ammirazione che sempre ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci
volgiamo a Gregorio di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del tutto
diversa, ci appare davanti l’imagine di uno scellerato e di uno stolto.
L’eroe delle imprese di Gallia e di Persia, l’uomo severo di principî e
di costumi, lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di
Gregorio, «quel drago, quell’apostata, quel gran macchinatore,
quell’Assiro, quel comune nemico e corruttore di tutti, che ha versato
sulla terra la rabbia e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le
sue parole inique³⁵⁸. E gli scritti di Giuliano sono scellerati discorsi
e scherzi, la cui forza sta tutta nella potenza dell’empietà, ed in una
sapienza, son per dire, da ignorante»³⁵⁹.
³⁵⁸ _Gregor._, 49.
³⁵⁹ _Idem_, 50. — άσοϕος, ιν’ οϋτως ονομάσω, σοϕία.
È tanto l’odio di Gregorio per Giuliano che il pio scrittore, onde
poterlo, con ancora maggior efficacia, accusarlo di perfidia, non esita
a farsi l’entusiasta apologista dell’imperatore Costanzo. Qui c’è un
voluto e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo che l’ariano
Costanzo era stato, non solo un feroce persecutore dei Pagani, ma un
persecutore non meno feroce degli ortodossi, tanto che il grande
Atanasio aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene Gregorio
è così infervorato nell’esaltare il nemico di Giuliano ch’egli osa
scusare in lui il persecutore dei suoi fratelli in Cristo, dicendo che
l’imperatore non era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell’unità
la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l’unione nell’errore
ariano era detestabile e funesta³⁶⁰. Ed egli attenua l’eresia di
Costanzo, e ne attribuisce la colpa agli altri. Parve, egli dice, che
Costanzo desse una scossa all’ortodossia³⁶¹. Ma tale apparenza è da
mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che hanno ingannato
un animo semplice e tutto infiammato di virtù. E, dopo tutto, esclama il
polemista, noi non possiamo dimenticare ch’egli è figlio ed erede di
colui che ha dato il fondamento della potenza imperiale alla fede
cristiana³⁶². E non possiamo dimenticare che Costanzo moriva lasciando
dominatore il Cristianesimo!³⁶³. Nulla più di queste lodi e di questo
esaltamento di un imperatore eretico, tirannico e crudele fatto da uno
dei principi della Chiesa, dimostra l’acciecamento delle passioni, ed
anche il traviamento morale in cui il Cristianesimo era caduto.
³⁶⁰ _Idem_, 64.
³⁶¹ την ὀρθὴν δὸξαν παρακίνεῖν ἔδοξεν.
³⁶² τὸν βαλλόμενον τὴν κρηπίδα της βασιλικῆς τῳ χριστιανισμῷ δυναστείας
και πίστεως
³⁶³ _Gregor._, 119.
Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo infernale intorno a
cui si addensano le più oscure e stolte leggende. Una volta, mentre
stava sacrificando, le viscere delle vittime gli si disposero in forma
di una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore, ma l’empio
apostata spiegò l’apparizione come un simbolo della sconfitta del
Cristianesimo³⁶⁴. Un’altra volta, Giuliano, guidato da un maestro dei
sacri misteri, discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni orrendi,
ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi. Atterrito Giuliano, quasi
senza pensarci, come difesa contro i demoni malvagi, ricorre
all’esorcismo a cui era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della
croce. E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due volte si
ripete lo strano esperimento, due volte constata Giuliano la potenza
dell’esorcismo cristiano. Egli è scosso; ma il maestro d’empietà che gli
stava al fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non già perchè
ebbero paura della croce, ma perchè ne ebbero ribrezzo. — E Giuliano,
persuaso da tale affermazione del suo maestro, discende con lui nella
caverna. — Leggende assurde ma sintomatiche, perchè rivelano il lavoro
della fantasia popolare ed insieme la credulità e l’artifizio dei
polemisti cristiani, i quali trasformavano l’utopistico ellenista, di
null’altro innamorato che d’Omero e di Platone, in una figura demoniaca
che incuteva spavento nell’animo commosso delle plebi cristiane.
³⁶⁴ _Idem_, 70 sg.
Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano un feroce persecutore.
Ciò che più irritava, nell’atteggiamento di Giuliano, i difensori del
Cristianesimo era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli
pretendeva di poter ricondurre il mondo all’Ellenismo antico. Che si
potesse in altro modo, che con la violenza, combattere il Cristianesimo
era, per quegli apologisti, affatto inammissibile, ed essi vedevano, in
quel tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò che il
nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella dimostrazione che,
malgrado le apparenze, Giuliano ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio
è, in tale dimostrazione, un polemista di singolare abilità. Egli
adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo e dell’ironia, e
tocca, molte volte, il vero. Infatti che, nella mitezza di Giuliano, ci
fosse una parte d’ipocrisia, è ben naturale. Si può affermare, senza
fargli torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa vanto,
non viene tanto da un giudizio imparziale e dal rispetto reale delle
convinzioni altrui, quanto dalla persuasione che la tolleranza fosse
un’arma migliore della persecuzione per raggiungere lo scopo che gli
stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce affatto il
vantaggio che, dall’atteggiamento del pagano imperatore, veniva ai
Cristiani. «Giuliano, egli dice, dispone le cose in modo ch’egli
perseguita, parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l’onore che ci
verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo»³⁶⁵. La differenza che
corre fra Giuliano e gli altri imperatori persecutori sta nel fatto che
questi perseguitavano lealmente, e con animo apertamente tirannico, così
che essi traevano gloria dalla violenza che esercitavano, Giuliano,
invece, è, nella sua persecuzione, miserabilmente astuto e vile³⁶⁶.
«Giuliano» — afferma Gregorio con un’acutezza che, sebbene avvelenata
dall’odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte, il vero — «divideva in
due sezioni la sua potenza, quella della persuasione e quella della
violenza. Quest’ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava al
volgo delle città, di cui è più terribile l’audacia perchè irragionevole
e più feroce l’impeto. E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col
non impedire le sommosse. L’ufficio più mansueto, e più degno di un
principe, quello della persuasione, lo teneva per sè. Ma non riesciva a
mantenervisi sino al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come
non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata, o all’Etiope il
color nero.... Così colui fu, pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la
sua stessa umanità era disumana³⁶⁷, la sua esortazione violenza, la sua
cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva parere di aver il
diritto di far violenza dal momento che non era riuscito a
persuadere»³⁶⁸.
³⁶⁵ _Gregor._, 72.
³⁶⁶ _Idem_, 73.
³⁶⁷ και ἦν λίαν απάνθρωπον αὺτῳ τὸ ϕιλάνθρωπον.
³⁶⁸ _Idem_, 74.
In queste parole di Gregorio, c’è indubbiamente un fondo di vero,
abilmente usufruito dal polemista che ha saputo opportunamente caricare
le tinte, ed ha descritto come uno stratagemma voluto, come una condotta
premeditata ciò che era, più che altro, il portato della necessità della
situazione. Seguendo il filo di quest’interpretazione necessariamente
ostile, Gregorio passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano,
che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere l’imperatore
direttamente responsabile, oppure esserne giustificata la causa, e
naturalmente ne fa tanti capi d’accusa contro il nemico. Tutto questo è
necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è la mirabile
invettiva, in cui l’oratore pone a raffronto le veraci virtù cristiane
contro le fallaci ed apparenti virtù pagane, e manda un grido di
vittoria³⁶⁹. Qui parla veramente un uomo infervorato e pieno di
entusiasmo per la verità della causa ch’egli difende. Quando tocca della
gloria dei martiri, Gregorio trova le più efficaci parole. Ma più
interessante ancora è quel brano in cui Gregorio, con un’originalità di
pensiero ed una forza di sentimento, di cui gli esausti oratori d’Atene
e d’Antiochia non avevano più nemmeno il sentore, pone in luce le
antitesi essenziali del Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono
dal contrasto fra il concetto pessimista del mondo presente e il
concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi per le quali il
Cristiano vero gioisce e si gloria delle pene terrestri come di un
processo di iniziazione alle felicità celesti, quelle antitesi che hanno
la loro più acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini
evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano non sentisse il fascino
di una così profonda e così nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza
dell’indurito pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi.
Gregorio s’ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto cercare la causa
dell’inesplicabile resistenza di Giuliano nel fatto che quelle belle
antitesi più non rappresentavano la condizione vera del Cristianesimo,
per le cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste e
futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che presentava uno
spettacolo deplorevole di discordia e di cupidigia. Certo il concetto
morale che culminava nell’apoteosi dell’umile e dello sventurato aveva
dato al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto secolo,
quel concetto era diventato una pura espressione retorica, a cui per
nulla affatto rispondeva la realtà. Era, dunque, naturale che ad un
animo educato nel culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel
confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse, nel ritorno
ad essa, la salvezza del mondo.
³⁶⁹ _Gregor._, 76 sg.
Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando vuole dimostrare che
non era atto di buona politica il tentar di ricondurre il mondo al
Politeismo, perchè oramai il movimento cristiano si era troppo
largamente diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo. I
successori di Costantino non potevano che seguirne l’indirizzo. Il
ritornare, sia pur temperandola nei modi, alla politica di Diocleziano
avrebbe indebolito ancor di più l’impero, rendendogli avversa la
maggioranza dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare
dell’opposizione che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto, come già
dicemmo, le campagne erano, in gran parte, rimaste fedeli al Paganesimo,
e lo rimasero per molto tempo ancora, se, circa trent’anni dopo la morte
di Giuliano, Libanio potè rivolgere all’imperatore Teodosio il suo
grande discorso sui templi onde supplicarlo a difendere i templi
campestri dal furore distruttore dei Cristiani³⁷⁰. E l’esercito rimase
sempre intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio affermi
ch’egli abolisse il vessillo portante il segno della croce³⁷¹. È vero
che Gregorio ci narra di un grande scandalo avvenuto nel campo; i
soldati cristiani si sarebbero presentati all’imperatore per restituire
il dono da lui ricevuto, nell’occasione del suo anniversario, appena si
accorsero che, col bruciare un grano d’incenso, secondo il desiderio
dell’imperatore, al momento di ricevere il dono, avevano commesso un
atto di culto politeista. Giuliano non avrebbe puniti i ribelli che
coll’esiglio, non volendo, dice Gregorio, fare dei martiri veri di
coloro che, nell’intenzione, già lo erano³⁷². Ma, in questo racconto,
Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni di una scena
solenne qualche episodio isolato, poichè il vero è che, nell’esercito di
Giuliano, non si è mai manifestato il più lieve indizio d’indisciplina.
Se, anzi, v’è cosa che dimostri la potenza d’attrattiva del giovane
imperatore è la devozione ardente ed illimitata che i suoi soldati
avevano per lui. Durante le campagne ardue e faticose di Gallia e di
Germania, nell’arrischiata avventura della ribellione a Costanzo, nella
grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia, i soldati lo
seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura. E nulla ci dice che i soldati
cristiani, e, certo, molti ne avrà avuto l’esercito, oscillassero nella
loro disciplina. Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio e
Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano, sia uscito da mano
cristiana, il mistero di cui fu avvolta la cosa e la segretezza del
complotto provano come nessun proposito di opposizione potesse mai aver
probabilità di successo fra le schiere obbedienti di Giuliano.
³⁷⁰ _Liban._, II, 164, 5 sg.
³⁷¹ _Gregor._, 75.
³⁷² ινα μὴ μάρτυρας εργάσεται τοὐς ὂσον τὸ επ’ αυτοῖς μάρτυρας. —
_Gregor._, 85 sg.
Fra gli atti di persecuzione attribuiti all’imperatore, Gregorio pone,
come già vedemmo, il famoso decreto, scolastico. Ma abbiamo già discusso
il valore del suo giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare
i colpi ch’egli mena alla sua vittima, pel tentativo di imitare, con le
istituzioni del Paganesimo riformato, le istituzioni del Cristianesimo.
Gregorio deve pur riconoscere l’umanità dell’iniziativa di Giuliano, ma
non riconosce la lealtà dell’intenzione. Giuliano, dice Gregorio, ha
voluto imitare quel generale assiro il quale, non riuscendo ad espugnare
Gerusalemme, si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente
ebraico, onde adescarli coll’armonia della sua loquela. Così Giuliano
fondava scuole, ospizî e perfino monasteri, voleva stabilire una
gerarchia sacerdotale simile alla cristiana, ed esortava all’esercizio
della carità verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio, se
sia stato un bene pei Cristiani che questo tentativo di Giuliano di
cristianizzare il Paganesimo venisse fermato, in sul nascere, dalla
morte dell’imperatore, poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo
carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo che le scimmie, per
voler imitare gli uomini, si lasciano pigliare, così sarebbe accaduto
anche di lui che si sarebbe impigliato nelle proprie reti, poichè le
virtù cristiane son parte intima della natura del Cristianesimo, e «non
son tali da potersi emulare da nessuno di coloro che vogliono tener
dietro a noi, essendo esse vittoriose non già per sapienza umana, ma per
forza divina e per la saldezza che viene dal tempo»³⁷³.
³⁷³ _Gregor._, 102 sg.
Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo scopo di dimostrare
che Giuliano era un persecutore. Siccome questo è uno dei punti più
interessanti la personalità dell’enigmatico imperatore, esaminiamolo
ancora una volta.
Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio moderatore, la sua norma
di condotta che gli impediva di ricorrere alla violenza per ottenere il
trionfo della sua causa, non v’ha scrittore imparziale che lo possa
affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si riuscirà mai a
trasformare il neoplatonico sognatore in un principe persecutore.
Tuttavia, una tesi sostenuta dall’acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un
altro scrittore, nell’ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano, è
che, nell’azione di Giuliano, vi sia stata una specie di evoluzione,
così che, cominciata sotto l’ispirazione di una grande temperanza ed
equanimità, sia poi andata mano mano inacerbendosi per modo da
presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se proprio non si
possono identificare a procedimenti di persecuzione, vi si avvicinano
assai.
A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e rispondente, più che
altro, ad uno schema preconcetto. Intanto, il regno di Giuliano fu così
breve, da non permettere un’evoluzione fondamentale del suo pensiero. E
poi quelle sue azioni non si lasciano affatto disporre nell’ordine
cronologico che si vorrebbe loro imporre, per dedurre la conseguenza che
Giuliano precipitava alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi che, a
torto, a nostro parere, ma che pure da uno scrittore partigiano, come
Gregorio, potevano essere messi sotto la luce sinistra di una
persecuzione religiosa, la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne
proprio all’esordio del suo regno, mentre l’editto di disapprovazione
degli Alessandrini per l’uccisione del vescovo Giorgio, fu scritto da
Antiochia. Quanto alle sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora
di questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante il suo breve
regno. Ma è impossibile il dire ch’egli le fomentasse per infierire
contro i Cristiani. Vedemmo, anzi, come, in casi gravi, egli si
appagasse di pene puramente amministrative.
Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe stato impossibile
di rinnovare la persecuzione classica degli imperatori precedenti. Come
dicemmo più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano per
_coercitio_, cioè per semplice misura di polizia. I Romani non
s’incaricavano punto della dottrina dei Cristiani, poichè la
persecuzione dogmatica era ad essi ignota affatto, e non andavano
nemmeno a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano
colpevoli. I Cristiani erano considerati una setta pericolosa allo
Stato; quindi, in date occasioni, l’autorità imperiale ne faceva, come
oggi si direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione
all’imagine dell’imperatore, li mandava al supplizio. Ma questi
procedimenti di polizia non sono possibili che contro un’esigua
minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza essa si
ribella, e ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo
di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è ciò che i Cristiani
avevano fatto, dopo che Costantino ebbe data al Cristianesimo
un’esistenza legale e riconosciuta.
Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto, non poteva più perseguitare
i Cristiani col sistema antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non
bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello ch’egli potesse dare.
Giuliano non poteva essere un protettore del Cristianesimo. Egli lo
combatteva, voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di fronte
il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma, e non si può volere
che tenesse una condotta che fosse in contraddizione con quel suo
programma. Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in piedi i
privilegi e le prerogative che avevano saputo conquistare, durante il
mezzo secolo del loro dominio. I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed
in Socrate, protestavano contro questo ritorno all’antico. Dal punto di
vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la condotta di Giuliano
non era, per questo, persecutrice o riprovevole. È con questi criterî
che vanno giudicati quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i
Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che Giuliano si riponeva
semplicemente nelle abitudini antiche di governo e di eguaglianza fra i
cittadini, come egli doveva pur fare per realizzare il suo programma.
Nell’amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale, che si
diceva che la Giustizia, fuggita in cielo, ritornava, lui imperante, in
terra. Ed, anzi, il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene
Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna, quale fosse la
religione di ognuno dei litiganti, pure nessuna sua definizione di lite
fu mai trovata dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero
di aver deviato, o per religione o per qualsiasi altro motivo, dal retto
cammino della equità. _Nec argui unquam potuit ob religionem, vel
quodcumque aliud ab æquitatis recto tramite deviasse_»³⁷⁴. Questa
dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale, che pur non tace
le colpe e i difetti del suo eroe, e che era del tutto impervio ad ogni
fanatismo religioso, risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano
fuor che nel caso, affatto personale, della sua lotta con Atanasio, non
ha mai fatto opera di persecutore. Tutti gli atti che i suoi nemici e
gli scrittori ecclesiastici, Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino,
additano come prove di persecuzione, non sono che provvedimenti intesi a
togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana, la posizione
privilegiata che le era stata creata. Ora, il dare a tale condotta, la
quale era nella logica dello scopo che Giuliano si era prefisso, il
colore di una persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere
forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo, mi pare sia
l’effetto di un giudizio parziale, di un giudizio mancante di
oggettività, e che va a cercare la colpa coll’intenzione prestabilita di
trovarla.
³⁷⁴ _Amm. Marcell._, I, 288.
❦
Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido di gioia per la
catastrofe di Giuliano. Il terribile oratore accumula sul capo del
caduto tutti gli oltraggi che gli fornisce la sua ricca fantasia o
ch’egli attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per poter
esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe chiamarlo insieme
Geroboamo, Acabbo, Faraone, Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta
della sua nella scoperta e nelle macchinazioni del male³⁷⁵. E di ciò è
prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la promessa da lui fatta di
ricostruire il tempio di Gerusalemme, promessa resa vana dal miracoloso
intervento di Dio. La narrazione della campagna di Persia è irritante
per lo spirito ingiusto e partigiano con cui è fatta. Tutta la
meravigliosa preparazione e l’abilità singolare con cui l’imperatore
riuscì a condurre trionfalmente l’esercito fino a Ctesifonte è negata da
Gregorio, che attribuisce quel successo all’artifizio dei Persiani che
volevano attrarre il nemico nel cuore del paese per meglio sconfiggerlo;
taciuto è l’eroismo di Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso.
Gregorio propriamente non sa a chi attribuire il merito dell’uccisione
di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità che il colpo sia partito
da mano cristiana. Ma gioisce della morte dell’imperatore, come della
salvezza del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che il suo corpo
fosse gittato nascostamente nel fiume, onde si credesse ch’egli fosse
scomparso e salito al cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come
lo spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità! Ecco che
diventa, nelle mani di un nemico, la scena commovente e sublime che ci
hanno descritta Ammiano e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge
davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno, eccessivi, e
davanti a questa voluta caricatura del personaggio storico, è, d’altra
parte, impossibile resistere all’impeto dell’eloquenza del trionfante
oratore. La chiusa del discorso di Gregorio risuona come un clangore di
tromba che saluta la vittoria. «Dammi, egli grida, dammi i tuoi discorsi
imperiali e sofistici, i tuoi irresistibili sillogismi, le tue
meditazioni. Le porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori
dissero a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere l’eco dei tuoi
canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga l’ierofante la stola
infame; sacerdoti, indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica
immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di disonore, risuoni il
nostro nunzio di verità divina. Si chiudano i tuoi libri falsi e magici;
si aprano i libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono
tanti apparecchi d’armi, tante invenzioni di macchine, tante miriadi
d’uomini, tante falangi? Fu più forte la nostra preghiera e la volontà
di Dio»³⁷⁶. Gregorio esulta all’idea di tutti i tormenti del Tartaro
ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano, poi esclama:
«Queste cose ti diciamo noi a cui doveva essere vietata la parola, per
quella tua grande ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi
decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una libera voce, che
maledice la tua stoltezza. Non pensi alcuno di trattenere le cataratte
del Nilo, cadenti dall’Etiopia nell’Egitto, nè i raggi del sole, se
anche per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua dei
Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta. Questo ti dicono
Basilio e Gregorio, i nemici e gli oppositori del tuo tentativo che tu,
sapendo esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita, la
dottrina e la concordia, riservavi all’estremo cimento, come un dono
trionfale e splendido pei demoni, se mai avessimo dovuto riceverti
ritornante dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso
pensiero, di trascinar teco nel baratro...
³⁷⁵ _Gregor._, 111. — ου γαρ εγὲνετο ποριμώτερα ϕύσις εκείνης εἰς κακου
εύρεσιν καὶ επίνοιαν.
³⁷⁶ _Gregor._, 126.
«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa colonna
più alta e più splendida delle colonne d’Ercole. Queste son fisse in un
luogo e non sono vedute se non da chi là si reca. Questa, essendo
mobile, può vedersi dovunque e da tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche
al futuro, infamando te e la tua impresa, ed insegnerà a non osar mai
una tanta ribellione a Dio, perchè ad eguale misfatto seguirebbe eguale
castigo»³⁷⁷.
³⁷⁷ _Gregor._, 132 sg.
❦
Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte l’una all’altra che ci
presentano di Giuliano questi scrittori suoi contemporanei, per alcuni
dei quali egli era un nume raggiante d’ogni virtù, per altri un mostro
abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati a conoscere il
vero, se non avessimo gli scritti di Giuliano stesso, sui quali non è
difficile il formarsi un concetto esatto dell’indole e delle doti
dell’uomo. Una gran parte di questi scritti venne già da noi esaminata,
nel corso di questo studio, e vi abbiamo trovati gli indizî del suo modo
di vedere nei problemi della filosofia e della religione, e la
spiegazione della sua condotta nelle complicate condizioni in cui si
trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di entrare nell’intimo del suo
spirito e sorprendere l’uomo. Per questo non ci possono essere di nessun
aiuto le due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano, in onore di
Costanzo, quando rientrò nel favore del cugino. Due brani, scritti sotto
la pressione della prudenza politica, non rispondenti, in alcun modo,
alle convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una prova della
decadenza in cui era precipitata la letteratura greca, nelle scuole dei
retori, dove l’arte dello scrivere si riduceva all’applicazione di un
determinato formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni degli
esempi della storia e della letteratura antica.
Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono onorevoli per
Giuliano. Si comprendono facilmente le ragioni di opportunità che
possono aver mosso il nuovo Cesare a comporre quegli elogi. Portato
improvvisamente al vertice degli onori, rivestito di un’autorità che lo
rendeva quasi collega dell’imperatore, sorretto, come egli si sentiva,
dell’appoggio vigilante e possente di Eusebia, egli poteva credere che
si iniziasse un’era nuova per lui. Da qui la necessità di non
compromettere nè il presente nè l’avvenire, e di guadagnarsi il favore
del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli i primi frutti
del suo ingegno e del suo studio. Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche
una parte grande al ricettario scolastico ed enfatico della scuola
retorica a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi, un’adulazione
così eccessiva da farci un senso penoso, sopratutto se ricordiamo ciò
che Giuliano stesso narrava pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè,
ch’egli si era subito accorto della malafede di Costanzo
nell’attribuirgli il nome ed il potere di Cesare, perchè si trovava
circondato da spie, guardato con sospetto dai generali del suo esercito,
tenuto quasi come un prigioniero³⁷⁸.
³⁷⁸ _Iulian._, 277, sg.
Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran potenza di
dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime in cui si trovava,
potesse mandare questi inni di ammirazione e di riconoscenza allo
sciagurato cugino, all’uccisore della sua famiglia! È un vero conforto,
quando, giunti al termine di queste declamazioni, noi udiamo lo
scrittore scusarsi di non dar le prove della virtù di cui ha abbellita
la figura di Costanzo, col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo,
ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il momento lo chiama
all’azione³⁷⁹, e quest’azione era, forse, la grande campagna contro la
coalizione germanica guidata dal re Conodomario, quella campagna che si
chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo!³⁸⁰.
³⁷⁹ ἑμοί οὐ σχολὴ τἀς μουσας ἐπὶ τοσοῦτον θεραπεύειν, ἀλλ’ ὤρα λοιπὸν
πρὸς ἔργον τρέπεσθαι. _Iulian._, 130.
³⁸⁰ Il prof. R. D’Alfonso, in un suo saggio sugli scritti di Giuliano
di cui non venni a conoscenza se non dopo pubblicato il mio libro,
saggio che, per la padronanza delle fonti e per l’acume e
l’imparzialità del giudizio, è un eccellente contributo agli studii
giulianei, sostiene una tesi che a me pare un poco arrischiata, la
tesi, cioè, che i panegirici di Costanzo siano stati scritti da
Giuliano con un’intenzione d’ironia, così che, invece d’essere
l’espressione di un opportunismo deplorevole, sarebbero un attacco
acerbo, per quanto velato, contro il nuovo e sempre infido
protettore. Ora, che Giuliano, nel segreto del suo pensiero, non
prendesse sul serio le lodi smaccate ch’egli profonde al cugino, è
cosa indubitabile. Ma ciò non basta a dare al suo discorso il
carattere dell’ironia. Bisognerebbe, per questo, che, avendo
qualche interesse a lasciar trasparire il suo vero pensiero, avesse
scritto in modo che gli uditori o i lettori potessero coglierlo
sotto una parola che dice l’opposto di ciò ch’egli intende. Ora,
questi panegirici furono scritti nella luna di miele della
conciliazione di Giuliano con Costanzo, il primo, probabilmente
durante il suo soggiorno a Milano, il secondo, in Gallia, alla
vigilia di una delle sue prime campagne. Giuliano aveva accettata
la sua nuova posizione che faceva di lui il secondo personaggio
dell’impero. Ciò posto, egli doveva ragionevolmente desiderare di
consolidar la sua base e di guadagnarsi sempre più il favore
dell’imperatore, o, almeno, di dissipare i sospetti che ancora
potevano nascondersi nell’animo suo. Quale leggerezza sarebbe mai
stata la sua, se, proprio nel momento in cui riceveva da Costanzo
l’ufficio di Cesare, e lo teneva in suo nome, egli lo avesse offeso
con le punzecchiature di una trasparente ironia! I due panegirici
sono scritti, e in parte sono giustificabili, per lo scopo di
sradicare la diffidenza che la coscienza delle proprie perverse
azioni doveva destare in Costanzo. Il punto più delicato, nei
reciproci rapporti fra i due cugini, doveva essere il ricordo della
strage perpetrata da Costanzo, alla morte di Costantino, del padre
e dei parenti di Giuliano. Ebbene, nel suo primo discorso, questi
prende nettamente posizione, ripetendo in proprio nome la scusa
sotto cui Costanzo attenuava il delitto. Giuliano parla dei saggi
provvedimenti presi da Costanzo nell’assumere l’impero, e poi
soggiunge questa frase: «se non che, forzato dalle circostanze,
contro tua volontà non impedisti agli altri di commettere degli
eccessi. — πλήν εἴ που βιασθεὶς ὑπὸ τῶν καιρῶν ἄκων ἑτέρους
ἐξαμαρτανεῖν οὐ διεκώλυσας» (_Iulian._, 19). Come dimostrammo nella
nostra trattazione, questa scusa non scusava affatto Costanzo, ma,
in ogni modo, gli dava la scappatoia per la quale sfuggire al
biasimo, gittando sugli altri la responsabilità del misfatto.
Questa spiegazione era ufficialmente ammessa, era una specie di
dogma che, alla corte di Costanzo, bisognava accettare ad occhi
chiusi. Giuliano, come lo dice nel manifesto agli Ateniesi, non ci
credeva affatto. Ma ciò non toglie che la sua dichiarazione, al
momento in cui l’ha fatta, dovesse essere considerata come una
garanzia ch’egli dimenticava il passato, e deponeva ogni pensiero
di vendetta, ogni sentimento di collera e d’orrore. Compiuto questo
passo, che per Giuliano doveva essere il più difficile e
ripugnante, al riconoscimento ipocrita della virtù di Costanzo,
egli entrava, a vele spiegate e senza ostacoli, nelle acque della
retorica adulatrice del suo tempo, e riempiva lo schema del
panegirico ufficiale con una materia che, meno che per qualche
punto del secondo panegirico, si trovava già _confezionata_ nei
magazzeni retorici della scuola.
Ma, se egli non era sincero, voleva esser creduto tale, e,
pertanto, l’intenzione ironica, a mio parere, deve essere esclusa
dai suoi discorsi. Fino alla battaglia di Strasburgo, Giuliano
credette di poter vivere in un pacifico componimento con Costanzo.
E, dal canto suo, cercava d’infondere nell’animo del cugino la
fiducia in lui e nell’opera sua e coi fatti e con le parole. Certo,
Giuliano, nei suoi scritti posteriori vuole farci credere che, fino
dal primo giorno, mentre egli passava trionfante, nel cocchio
imperiale, per le vie di Milano, egli aveva il presentimento della
verità e la certezza del tradimento di Costanzo. Ma noi non
dobbiamo prendere alla lettera tutto ciò che l’abile polemista dice
in sua difesa. E, d’altronde, dobbiamo fare una larga parte agli
effetti della prospettiva storica, la quale diminuisce le distanze
e ci fa vedere in iscorcio degli avvenimenti che, nella realtà, si
distendono su di una lunga via. Credo, pertanto, di poter
concludere che i due panegirici, sono stati scritti da Giuliano,
nell’intento reale di far cosa grata a Costanzo, e rispecchiano un
momento determinato della vita del nostro eroe.
Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso ufficiale è
scritto anche il panegirico dell’imperatrice Eusebia, che, in parte, già
conosciamo. Qui però si ode l’accento di un omaggio vero e l’espressione
di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto più segreto per questa
donna insigne che aveva portato in dote «un’educazione corretta,
un’intelligenza armonica, un fiore ed un’aura di bellezza da far
impallidire le altre vergini, come le lucide stelle, vinte dai raggi
della luna piena, nascondono il loro volto»³⁸¹. Ma del panegirico
d’Eusebia toccheremo più avanti, cercando di scrutare la natura dei
rapporti fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.
³⁸¹ _Iulian._, 109.
Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che hanno un intento
prettamente dottrinario, e che, quindi, non giovano alla nostra attuale
ricerca. Ma, negli altri scritti che ci son giunti, la genialità
spontanea di Giuliano, che già ci si è rilevata così originale nel
_Misobarba_, si presenta in tutta luce. Nel _Banchetto dei Cesari_, nei
discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto nelle lettere, balza
fuori l’uomo ed, insieme a lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto
che, coll’ispirazione genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica
letteraria di cui era stato nutrito.
Il _Banchetto dei Cesari_ è una satira piena di spirito e di saggezza,
che fa onore a Giuliano, e come scrittore e come uomo e come imperatore.
In quella satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di cui
mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova grazia presso di
lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile, davvero, questo giovane trentenne,
che, padrone del mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta, il
più savio degli imperatori. E su questa preferenza sono armonizzati
tutti i giudizi dello scrittore, i quali, se peccano, talvolta, di
severità, sono sempre ispirati da un alto sentimento morale ed espressi
con sottile arguzia.
Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale era un dovere il
ridere ed il divertirsi, non sapendo fare nè l’una cosa nè l’altra,
propone ad un amico di raccontargli un mito interessante. L’amico
accetta, e Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare
appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare a banchetto gli dei
e gli imperatori, su nell’Olimpo. Gli dei, accettato l’invito, accorrono
pei primi e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto,
Sileno vicino a Bacco, ch’egli diverte coi suoi scherzi e coi suoi
frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano gli imperatori, ad uno ad uno, e
Sileno ha per tutti una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e
Sileno — «Guardati, o Giove, che quest’uomo per amor del comando, non
pensi di portarti via il regno. Non vedi come è grande e bello. Mi
assomiglia, se non foss’altro, nella calvizie». — Lo segue Ottaviano,
che cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è rosso, ora è
nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno di piaghe e di ulceri, poi
Caligola che gli dei non vogliono vedere e che è cacciato via e
scagliato nel Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama: «Fai
male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo tuo successore, senza i
liberti Narcisso e Pallante. Falli venir qui, e, con essi, anche la
sposa Messalina, poichè, senza di essi, non è che una comparsa nella
tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l’alloro. E subito Sileno ad
Apollo — «Costui si atteggia ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò
tosto la corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato è
ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti, tutti accusati e derisi,
all’infuori di Nerva, di Marco Aurelio, a cui però Sileno rimprovera
l’indulgenza per la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di
Probo, che non ha altro torto che l’eccessiva severità. Poi viene il
quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, quartetto armonico ed
eccellente, se non ci fosse la nota discordante di Massimiano;
finalmente a quest’armonia succede un tumulto stridente. È Costantino
coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e Magnenzio sono
scacciati dagli dei.
Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta di aprire un
concorso per esame fra gli imperatori per vedere chi di loro otterrebbe
il premio degli dei. La proposta è accolta, tanto più che Romolo già da
tempo desiderava di poter avere qualche suo successore presso di sè. Ma
Ercole pretende che si chiami anche Alessandro, ciò che gli è concesso.
Gli dei stabiliscono che al concorso siano chiamati solo alcuni dei più
insigni imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano,
Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su proposta di Bacco, anche
Costantino, che, però, è trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad
ognuno dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per esaltare le
proprie imprese. Questi discorsi sono scritti, dal nostro poeta, con
fine accorgimento. Giulio Cesare ed Alessandro gareggiano fra di loro,
per attribuirsi la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che le
sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di quelle d’Alessandro,
questi ribattendo gli argomenti dell’altro, ed insistendo, sopratutto,
sulla circostanza da lui affermata che la gloria di Cesare viene
dall’imperizia e dalla pochezza dell’ingegno del suo avversario, Pompeo.
Costui, si vede, non era nelle buone grazie di Giuliano. Ottaviano vanta
la saggia amministrazione ch’egli ha fatto dell’impero, la fine della
guerra civile, l’aver dati alla potenza romana due confini ben definiti,
l’Istro e l’Eufrate, l’aver sanate le piaghe che le guerre continue
avevano inflitte allo Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato
degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle imprese di
guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la temperanza del suo governo,
e, con le sue parole guadagna la simpatia degli dei. Gli succede Marco
Aurelio, e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo questo
stoico; chi sa quali paradossi, e che meravigliose massime ci vorrà
rivelare! — Ma Marco Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me
non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare. Se voi ignoraste
le cose mie, sarebbe conveniente che io ve ne istruissi. Ma siccome a
voi nulla è nascosto, così voi mi darete quel premio che io posso
davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente saggio, come
colui che sapeva quando convenisse parlare e quando fosse bello
tacere.»³⁸² — Finalmente Costantino, rimasto sul limitare della sala,
non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese siano inferiori a
quelle degli altri. Ma, dovendo dir qualche cosa, cerca goffamente di
dimostrarsi superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui
combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni cittadini, come
avevano fatto Cesare ed Ottaviano, aveva vinto dei perversi tiranni. —
Marco Aurelio, egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha
dimostrato di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O Costantino,
tu ci presenti, come opera tua, i giardini d’Adone. — E che vuoi tu
dire, coi giardini d’Adone? — Son quelli che le donne, in onore
dell’amante di Afrodite, compongono con vasetti, in cui hanno piantate
delle erbe. Verdeggiano per un istante, e poi subito appassiscono!». — E
Costantino arrossì, comprendendo come ciò alludesse all’opera sua³⁸³.
³⁸² _Iulian._, 421, 19.
³⁸³ _Idem_, 423, 10 sg.
Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia per lo zio e cercava
di diminuirne la fama. Quest’antipatia ha la sua naturale origine dalla
posizione che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può parer
singolare che in questo esame che gli imperatori subiscono davanti agli
dei, non si faccia alcun cenno di ciò appunto che ai loro occhi doveva
essere la colpa maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva
dare a quel fatto, che per lui era un episodio passeggero, per quanto
empio, una importanza maggiore di quella che a lui pareva avesse;
fors’anche, non voleva scemare l’effetto della frecciata finale che,
come vedremo, egli ha scagliata all’apostasia di Costantino.
Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso. Ma gli dei non
sono ancora soddisfatti, perchè, per determinare il merito di ciascuno,
non basta conoscere le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver
avuta gran parte; bisogna conoscere l’intenzione con cui si son fatte. E
qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con qual fine, dice
egli ad Alessandro, hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer
tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e scherzoso discorso,
conduce Alessandro a riconoscere di non aver saputo vincere sè stesso. —
E quale, fu, domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? —
Essere il primo, e non solo non essere ma anche non esser creduto
secondo a nessuno. — Certo, osserva Sileno, tu fosti il più potente dei
tuoi concittadini. Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto ti
atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto che
risponde di aver avuto a scopo della sua vita il governar bene, e
Traiano che afferma aver avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma
con maggior moderazione, sono anch’essi scherniti da Sileno. Il solo
Marco Aurelio, con la semplicità delle sue risposte, vince i sarcasmi
del satirico dio. — Quale a te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio,
esser la scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. —
Ma cosa intendi, dice Sileno, per imitazione degli Dei? — E Marco
Aurelio — Aver meno bisogni che sia possibile, e beneficare quanti più
si può. — E tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E
Marco — Io di nulla, e di ben poco questo mio corpicciattolo. — Sileno,
esaurita ogni risorsa, cerca di imbarazzare il saggio imperatore,
rammentandogli le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il figlio.
Ma Marco Aurelio esce d’impiccio con una citazione d’Omero ed invocando
l’esempio dell’indulgenza di Giove che ha insegnato a tollerar la
moglie, ed una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine, se
non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto il turno di Costantino,
questi è addirittura schiacciato dagli scherni di Sileno, e gli dei
finiscono per votare, in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora
Mercurio, per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che, per
larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono scegliersi un dio
presso cui vivere protetti. Alessandro, appena ciò udito, siede presso
Ercole, Ottaviano presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove e
Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere, Traiano si accosta ad
Alessandro. E qui viene la strana chiusa che bisogna riprodurre con le
parole stesse di Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un
archetipo della vita, scorgendo, vicino a sè l’Incontinenza, le corse
incontro. Essa lo accolse dolcemente, lo abbracciò, lo adornò di pepli
brillanti, e lo condusse alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che
gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e scellerati, venite
a me con fiducia. Lavandovi con questo poco d’acqua io vi renderò puri
in un istante, e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di
purificarvi ancora, pur che vi battiate il petto ed il capo. —
Costantino fu ben lieto di star con lui, e condusse via i suoi figli dal
consesso degli dei. Ma i demoni, vendicatori dell’empietà lo
tormentarono, lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio del sangue che
hanno sparso dei loro congiunti».
Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso, ultimo degli
imperatori, e si fa dire da Mercurio: « — A te concedo di conoscere il
padre Mitra. Tu attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento ed
una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai andartene, la buona
speranza di aver per guida un dio clemente»³⁸⁴.
³⁸⁴ _Iulian._, 431, 8 sg.
Qui c’è davvero uno scherno atroce ed un’interpretazione supremamente
iniqua dell’ispirazione di Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui
l’indicazione — Gesù — non si riferisce alla persona del Cristo
evangelico, ma ad una personificazione della religione cristiana, quale
era ai tempi di Giuliano, e quale a lui si palesava. Ora, il vero è,
come già l’abbiamo osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per
nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di Giuliano, ciò ci
appare evidente dal fatto che fu possibile allo scrittore di accusare
Gesù di esser stato addirittura il demoralizzatore del mondo. Il
Cristianesimo aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare certe
aspirazioni dell’anima umana al momento in cui era apparso. Ma il
Cristianesimo non poteva moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non
si moralizzano per effetto di una dottrina che venga loro impartita dal
di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni dell’ambiente in cui
vivono, e del quale è conseguenza diretta l’idea tutta relativa della
moralità. Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data quantità di
doti buone o cattive che armonizzavano con la tempra dei costumi
esistenti; non è la morale che crea i costumi, sono i costumi che creano
la morale. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar
Cristiani si correva un grande pericolo, non lo diventavano che coloro i
quali erano suscettibili di un esaltamento di convinzione, e di una
disposizione eroica al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano
santi. Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione prima
tollerata, poi dominante, esso divenne, come tutte le altre religioni,
una veste che si indossa, ma che lascia intatto l’uomo che ne è
ricoperto. Fra i cristiani non meno che fra i pagani, v’erano i buoni ed
i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi. S.
Ambrogio sarà stato un uomo migliore di Simmaco o di Libanio rimasti
pagani, ma Giuliano, rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile
quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene convertiti al
Cristianesimo. Ora, la corte scellerata, per quanto cristiana, dei
Costantiniani non poteva non essere un focolare putrido di ogni fermento
abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino gli assassini della
sua famiglia, e li vedeva, insieme, esaltati dai Cristiani e lavati
d’ogni macchia, pel semplice effetto di una conversione affatto formale.
Da qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni speciali in cui
aveva vissuto, diventa spiegabile. L’errore di Giuliano, errore, del
resto, comune negli uomini, fu quello di imaginare un responsale in ciò
che era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega
leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità di ciò che
era la conseguenza della natura umana, posta in un determinato momento
della sua evoluzione³⁸⁵.
³⁸⁵ Io dissi più su (pag. 121) come, fra i pagani, corresse la voce,
riportata da Zosimo, che Costantino si fosse piegato in favore del
Cristianesimo, perchè assicurato che questa religione aveva la
facoltà di lavare le colpe commesse da un uomo. E nessuno avrebbe
avuto maggior bisogno di Costantino di quel lavacro. Dissi anche
che quella voce non poteva essere che leggendaria. Difatti
Costantino ha perpetrato i suoi maggiori delitti domestici,
l’uccisione della moglie Fausta, del figlio Crispo, del nipotino
Liciniano, molti anni dopo l’editto di Milano, e, d’altra parte,
desiderava così poco il lavacro purificatore, che ha ritardato fin
sul letto di morte a chiedere il battesimo. Però è impossibile non
riconoscere, nelle parole di Giuliano un’allusione a quella voce, e
bisogna dunque concludere che, presso i Pagani contemporanei, essa
fosse la spiegazione corrente della conversione di Costantino.
In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti di Giuliano, non
manca che il lavoro della lima, per esser eccellente, egli ci dice quale
sia secondo lui il dovere di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del
dovere ch’egli comprende in una disapprovazione comune tutti gli
imperatori che l’hanno preceduto, eccettuando il solo Marco Aurelio.
Pare che anche le glorie guerresche non trovassero grazia agli occhi
suoi, e non costituissero un merito per chi le avesse guadagnate.
Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore pacifico, tutto
intento a quella propaganda religiosa che era la sua più viva
preoccupazione. Ma la natura vinse la ragione ed egli dimostrò che,
malgrado le sue belle teorie, egli aveva molto di quell’Alessandro a cui
per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò le sue frecciate. Questo
neoplatonico incoronato era, nel profondo dell’essere, un soldato, e le
attrattive della gloria avevano per lui un fascino ch’egli non confessa,
ma che era irresistibile. È così che il primo suo pensiero, appena
toccato il trono, fu di gittarsi in quella folle guerra di Persia, che
non era voluta che dallo spirito di avventura e dal desiderio di far
stupire il mondo con un’impresa colossale. Quanto fosse vivo ed
impaziente quello spirito ce lo dice Libanio, il quale, nel discorso
necrologico, descrive l’ardore di Giuliano nel correre a quell’impresa.
A stento egli concesse un breve indugio pur necessario all’istruzione
dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore che alcuno
potesse dire di lui, schernendolo, che egli era della medesima famiglia
del timido Costanzo. Il re di Persia gli manda una lettera,
proponendogli di deferire ad una commissione arbitrale il componimento
delle discordie fra la Persia e l’Impero. Tutti scongiuravano Giuliano
di accettare la proposta. Ma egli, gittando via la lettera, dichiara
esser disonorevole il discutere coi distruttori di tante città, e
risponde al re non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso,
fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta che avrebbero,
forse, data molti di quegli imperatori a cui egli ricusa la sua
ammirazione, ma che non sarebbe uscita dal labbro del saggio Marco
Aurelio, il quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come ogni
cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente e senza passione,
ed avrebbe tanto preferito astenersene ed impiegare il tempo nelle sue
melanconiche meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed anche la
pedanteria si univano all’ardore giovanile ed al desiderio d’azione,
così da far di lui una delle figure più originali, più ricche di
contrasti e più interessanti della storia.
❦
Il lungo studio che abbiamo fatto dell’opera e degli scritti di Giuliano
ci ha già condotti ad aver un’idea chiara della natura di questa
personalità così interessante e paradossale che ha illuminate, come di
una meteora passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per affondare
l’antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla, senza aver cercato,
nelle sue lettere, qualche traccia più precisa delle sue doti e dei suoi
difetti. Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti documenti
della letteratura greca. Sventuratamente, pur nel numero esiguo in cui
son rimaste, ci pervennero guaste, incerte nel testo, manomesse con
interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile che, su di
esse, come, del resto, sugli altri scritti di Giuliano si esercitasse
l’acume della critica moderna, e se ne avesse un’edizione che le
illustrasse in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto,
storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi retorici, altre
sono editti e manifesti a città e magistrati, e, queste, noi già le
conosciamo. Molte sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle
impressioni del momento, ed è in esse che naturalmente si riflette più
genuina l’anima che le dettava.
Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere di Giuliano, diamo
un’occhiata a due altri interessanti suoi scritti, che stanno fra la
lettera ed il trattato, l’epistola a Temistio, e l’esortazione a
Sallustio.
Temistio era uno dei più insigni personaggi dell’epoca. Scrittore e
retore famoso, egli teneva scuola a Costantinopoli, ebbe il favore di
tutti gli imperatori da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l’alto
ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz’essere ascritto al cenacolo
neoplatonico, egli era un ellenista fervente. Ma, spirito alto e
generoso, raccomandava sopratutto la libertà del pensiero e la
tolleranza religiosa. È famoso il discorso tenuto, da lui pagano,
all’ariano imperatore Valente onde persuaderlo a desistere dalla
persecuzione contro i Cristiani ortodossi³⁸⁶. In quel discorso, Temistio
si pone al punto di vista di quel deismo razionale, indifferente delle
forme del culto, a cui s’era ispirato per un momento, Costantino, nel
decreto di Milano. Temistio deve aver esercitato una buona influenza
sull’animo di Giuliano.
³⁸⁶ _Socrat._, 205. — _Sozom._, 565.
La lettera a Temistio è propriamente sintomatica dell’indole del giovane
imperatore e della disposizione del suo spirito. Pare che Giuliano,
appena salito al trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le
incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto della vita di
studio a cui doveva rinunciare per sempre. Temistio gli rispose, pare,
con una certa durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi
doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio d’ozio e di
pace. Giuliano non rimase sotto i rimproveri dell’amico filosofo, e gli
scrisse questa lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori
cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza ed onestà.
Nulla di più caratteristico di un tale intimo ed amichevole dibattito
fra maestro e discepolo, nel quale quest’ultimo dà la ragione delle sue
incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni che nutriva in
cuore e che la sorte non gli permetteva di realizzare. Certo, l’uomo che
così sentiva e scriveva non poteva essere il mostro infernale che
Gregorio ha voluto ritrarre nella sua _colonna infame_.