IL DISINGANNO DI GIULIANO

L’infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava a sè stesso un

doloroso disinganno. Egli doveva, ben presto, persuadersi che tutti i

provvedimenti, da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto

gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene voluta e diretta

dall’imperatore stesso, non aveva che scarsissimi risultati. Il mondo

anche là dove non esisteva fervore cristiano, era indifferente alla

restaurazione del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava nel

vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le prove di tale condizione di cose

e, col suo ingegno arguto, ne comprendeva tutto l’amaro significato. Ad

un amico di Cappadocia, scrive³¹⁸: «Mostrami, in tutta la Cappadocia, un

sol uomo che sia genuinamente ellenico, poichè finora io non veggo che

gente la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che vogliono non

sanno come fare». E nella chiusa di quella lettera al gran sacerdote di

Galazia, di cui già conosciamo le istruzioni relative all’organizzazione

del sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in aiuto degli

abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno propizia la Madre degli

dei; se la trascureranno, non solo ne avranno rimprovero, ma, per quanto

acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio sdegno

A me nè accor, nè rimandar con doni

Lice un mortal che degli Eterni è in ira!

«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi di loro, ad essere

unanimemente devoti della Madre degli dei»³¹⁹.

³¹⁸ _Iulian._, 484.

³¹⁹ _Iulian._, 555.

Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella città stessa dove

sorgeva il santuario della Dea che era la figura principale del

Politeismo rinnovato, Giuliano si vedesse costretto a pungere lo scarso

zelo degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!

Ma particolarmente interessante, anche per questo rispetto, è la

graziosissima lettera che Giuliano scrive a Libanio, per narrargli la

marcia da Antiochia, a Jerapoli³²⁰. Al termine della prima tappa, a

Litarbo, Giuliano è raggiunto dal Senato d’Antiochia, a cui dà udienza

nella casa dove alloggia. Probabilmente gli Antiochesi desideravano

placare lo sdegnato imperatore che, abbandonando Antiochia, aveva

dichiarato di non voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della

conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio, nel caso

ancor non lo sapesse, quando si rivedranno. Da Litarbo va a Beroe, dove

rimane un giorno per visitare l’Acropoli, sacrificare a Giove un toro

bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al culto degli dei.

Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra il triste e l’ironico, «tutti

lodarono il discorso, ma ben pochi furono convinti, e questi lo erano

già prima del mio discorso!».

³²⁰ _Idem_, 515.

Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole, paragonabile solo a

Dafne, il sobborgo di Antiochia, prima che bruciasse il tempio d’Apollo.

La bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso, il

modesto palazzo imperiale, il giardino che lo circonda, meno splendido

di quello d’Alcinoo, ma simile a quello di Laerte, le aiuole piene di

legumi e di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da ogni

parte s’innalzano i profumi dell’incenso, e da ogni parte sacrifizi e

pompe solenni. Ma anche qui l’incontentabile imperatore, a cui lo zelo

religioso non lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è del

tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l’agitazione, eccessivo il lusso

di quelle feste. Gli dei devono esser onorati con tranquilla dignità.

Egli provvederà più tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso

Giuliano vedeva in quell’eccesso di manifestazioni il desiderio di

gittargli polvere negli occhi, più che una prova di sincera devozione.

Finalmente arriva a Jerapoli. Qui è ricevuto da Sopatre, l’allievo e il

genero del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La sua gioia

è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche caro, perchè, avendo

ospitati Costanzo e Gallo, pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha

saputo resistere e non fu preso dal morbo³²¹.

³²¹ οὐκ ὲλήϕθη τῆ νὁσῳ.

Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive a Libanio,

perchè gli sarebbe impossibile metter tutto in una lettera. Ma, tanto

per dargli un’idea di ciò che fa, gli narra di aver mandato

un’ambasciata ai Saraceni per averli alleati e di aver organizzato un

servizio di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali militari, di

aver riunita una quantità di cavalli e di muli pei trasporti e di aver

raccolte barche fluviali piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga

a tutto ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque e le

letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non fu mai più

intensamente occupato.

Del resto, la prova più evidente dell’insuccesso di Giuliano, ce la dà

Ammiano Marcellino. Costui non era cristiano. Sarebbe, dunque, a

supporsi che, scrivendo la storia dell’imperatore apostata, avesse

parole di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse in

Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto ciò. Ammiano è, per

questo rispetto, di una glaciale indifferenza. Egli ha qualche parola di

scherno pei Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più che

le bestie feroci, ma non prende nessun interesse all’opera di Giuliano

la quale, si vede, non era per lui che un esercizio, un’ubbia

fors’anche, di filosofo, a cui non valeva la pena di dar molta

attenzione. Ed anzi trova, come vedemmo, eccessivo, _inclemens_, il

decreto che toglie ai maestri cristiani l’uso dei libri pagani e non

esita a manifestare la sua disapprovazione per le manie rituali del

fervente imperatore. Ora, se tale era Ammiano, un uomo che, per la sua

coltura, si deve supporre particolarmente devoto alle memorie antiche, è

facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l’ostilità che Giuliano

avrà trovata nella massa sociale, a cui gli ideali dell’Ellenismo erano

divenuti del tutto estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che

dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo cenacolo

neoplatonico. Per vedere apprezzata l’opera sua dobbiamo rivolgerci al

discorso necrologico composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le

glorie di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in terra il

sentimento religioso che ne era stato esigliato³²².

³²² _Liban._, 249.

Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo ai suoi disinganni.

Grande doveva esser la sua gioia, quando qualche personaggio cospicuo

della Chiesa ritornava nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò pare

avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente profondo, in tutti, il

sentimento della vanità completa del tentativo di Giuliano e

dell’esaurimento del Politeismo. Il solo caso che si conosca è quello

del vescovo Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una lettera

che è una delle più preziose del suo epistolario, anche come vivace

pittura d’ambiente. Pare che Giuliano avesse sollevato a qualche dignità

sacerdotale il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità di

qualche puro ellenista. L’imperatore così risponde³²³:

³²³ _Iulian._, 603.

«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente accolto Pegasio, se non ci

fossimo assicurati che anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non

era alieno dal riconoscere e dall’amare gli dei. Ed io non ti dico ciò

perchè l’abbia udito da coloro che son soliti parlare per amore o per

odio, chè anzi, anche intorno a me, si era cianciato molto di colui,

così che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare più di

qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando, chiamato da

Costanzo all’esercito, io mi era messo in viaggio, partendo da Troade,

prima di giorno, arrivai a Ilio, sull’ora del mercato. Egli mi venne

incontro, e, dicendo io di voler visitare la città — ciò mi serviva di

pretesto per entrare nei templi, — mi si offerse per guida e mi condusse

dovunque. Ed agì e parlò in modo, da far nascere il dubbio ch’egli non

fosse ignaro de’ suoi doveri verso gli dei.

«V’ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore, dove, in un piccolo

tempietto, si vede la sua statua di bronzo. Di contro hanno collocato il

grande Achille, a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che

parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti gli altari,

e lucida d’unguenti la statua d’Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che

vuol dir ciò? — dissi — Gli abitanti d’Ilio seguono ancora i riti degli

dei? — Voleva, non parendo, scrutarne l’opinione. — Ed egli — Che v’ha

di strano, se essi onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come noi

onoriamo i nostri martiri? — La similitudine non era opportuna, ma

l’intenzione, scrutata in quel momento, era lodevole. Dopo ciò —

Andiamo, io dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno di

buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua mano il tempio, e mi

mostrò, con premura, come cosa che gli stesse a cuore, che tutte le

sacre imagini erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti a fare

gli empi, nè si fece sulla fronte il segno della croce, nè mormorò, come

quelli, da solo a solo. Poichè il colmo della teologia presso coloro sta

in queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni e segnarsi la

croce in fronte.

«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio tacerti un terzo

che mi viene in mente. Egli mi seguì al santuario d’Achille, e me ne

mostrò intatto il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto. Ed

egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto ciò vidi io stesso.

Seppi poi da coloro che ora gli sono nemici che, segretamente, pregava e

si prosternava al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo quando

ancora io non facevo professione di fede che in privato? Della

disposizione di ciascuno di noi verso gli dei, quale testimonio più

sicuro degli stessi dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote,

se sapessimo ch’egli peccasse in qualche cosa verso gli dei? Se, in quei

tempi, sia per vanità di potere, sia, com’egli più volte ci disse, per

salvare i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse, solo

nelle parole, di seguire l’empietà (infatti non fece altro danno ai

templi che di gettar giù qualche pietra dal tetto, onde poi gli fosse

lecito di salvare il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo

ripugnanza a trattarlo in modo da render lieti i Galilei che vorrebbero

vederlo soffrire? Se hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo,

ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente prestino

orecchio a noi che li invitiamo al bene. Se noi respingiamo quelli che

spontaneamente vengono a noi, nessuno seguirà la nostra chiamata...».

Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato. Probabilmente egli

avrà avuto il sentore delle tendenze ellenistiche di Giuliano.

Prevedendo l’eventualità di veder chiamato al trono, malgrado la gelosia

di Costanzo, un giorno forse non lontano, quest’unico superstite erede

della famiglia di Costantino, l’astuto vescovo ha voluto preparare il

terreno ad una sua futura evoluzione, ma ciò senza compromettersi con le

autorità dominanti. L’arte con cui ha saputo insinuarsi nell’animo di

Giuliano, dire senza dire, è assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo

come tutti gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare, ed ha

scambiato uno scaltro intrigante ed una scena da commedia per un uomo

serio e per le prove di una convinzione profonda. Le reclute ch’egli

faceva fra i disertori del Cristianesimo non potevano essere che di

uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori ch’egli loro

accordava protestavano i suoi amici ed i suoi partigiani, ma l’infelice

imperatore, nella povertà dei risultati, doveva accontentarsi di ogni

parvenza di successo, e trovar nell’impostura una ragione di ricompensa.

❦

Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano, la troviamo negli

amari sfoghi del _Misobarba_. Il _Misobarba_, μισοπώγων, è il capolavoro

di Giuliano. Negli altri suoi scritti, eccettuate, s’intende, le

lettere, alcune delle quali bellissime, si sente troppo il retore, il

letterato scolastico che scrive una specie di compito, sulla falsariga

di determinati modelli. Il _banchetto dei Cesari_, è, come vedremo, una

satira non priva di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e manca

di spontaneità e d’ispirazione genuina. Nel _Misobarba_, Giuliano parla

proprio _ex abundantia cordis_, e la sua satira, oltr’essere una pittura

vivissima della corruzione di una grande città nel basso Impero, è

propriamente rivelatrice dell’indole dell’uomo e del sovrano, e

dell’imbarazzata posizione in cui egli era venuto ad impigliarsi. E

l’arte dello scrittore non è piccola, poichè, da un capo all’altro di

questo lungo libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere

l’ironia con la quale accusa sè stesso e prende, contro di sè, le parti

dei suoi denigratori. E quante trovate di spirito! che scoppiettio di

frizzi, quante digressioni divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta

amarezza e quale disinganno!

L’antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa dell’offeso

imperatore è questo. Giuliano, dopo esser rimasto per quasi un anno a

Costantinopoli, ne partiva nell’estate del 362 onde recarsi ad Antiochia

e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione contro il re

di Persia. Visitata Nicomedia, dove egli aveva passata una parte della

sua adolescenza e che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto,

attraversata Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi la dea Cibele,

la Madre degli dei, e scrivervi, in una notte, la sua mistica

dissertazione, per Ancira e Tarso giungeva ad Antiochia, dov’era accolto

da un’immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo astro

dell’Oriente³²⁴. Ma il favore popolare subito si spense e, fra

l’imperatore e gli Antiochesi, si manifestò un disaccordo radicale.

Giuliano, anche in mezzo ai grandi preparativi per la spedizione

persiana, non dimenticava l’obbiettivo ch’egli aveva posto al suo regno,

la restaurazione del Paganesimo moralizzato. Ora, Antiochia, città in

cui il Cristianesimo aveva posto radice fin dai tempi apostolici, era

quasi tutta cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle città

più corrotte, più molli, più viziose dell’Oriente. Giuliano, con lo zelo

imprudente del riformatore e del predicatore religioso, urtò di fronte

le abitudini, i pregiudizî, gli abusi che vedeva nella grande città. E

questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva di rialzare

riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava apertamente i

costumi licenziosi, che affettava il disprezzo per gli spettacoli

teatrali, per le corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi

effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva gli interessi di

chi stava in alto e degli affaristi di cui pare fosse gran numero fra le

sue mura. Giuliano, in luogo dell’entusiasmo religioso che ardeva nel

suo petto, trovava, negli Antiochesi, un’indifferenza ostile, e, per di

più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze moralizzatrici urtavano

contro gli usi inveterati e la ormai irreparabile decadenza dello

spirito pubblico. Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una

crescente tensione di spirito, da una parte e dall’altra. Ma gli

Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la volontà di una aperta

ribellione. Era, in essi, l’arguzia e la sottigliezza del Greco, ed essi

l’adoperavano a deridere l’imperatore. L’aria severa di Giuliano, il suo

fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata, sopratutto la

sua barba che era un’apparizione insolita in mezzo alle faccie rasate ed

effeminate degli Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi.

Correvano per la città dei libelli in versi che mettevano in ridicolo

l’imperatore ed erano il divertimento di quella popolazione, per

eccellenza, leggiera e _frondeuse_. Se Giuliano fosse stato un tiranno,

od anche solo un sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai

facilmente vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli scherzi

irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno antico, ma

probabilmente lo farebbe anche qualche sovrano moderno. Ma Giuliano,

spirito mite e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi, un

modo assai curioso ed insolito in un imperatore; rispose alle satire

degli Antiochesi contro di lui con una satira sua contro gli Antiochesi.

E chi avrebbe detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più

efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col carcere o con la

morte, i suoi offensori, costoro sarebbero stati tosto dimenticati o

glorificati come martiri, mentre egli, col suo spirito, ne ha

imbalsamata la memoria e l’ha offerta al sorriso perenne dei posteri.

Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato fedele ed

affezionato di Giuliano, di cui ammira la virtù e l’ingegno, non approva

la pubblicazione del _Misobarba_ che a lui sembra una satira esagerata

ed imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui pure, e quindi

inclinato a scusare i suoi concittadini, e poi, scrittore pedantesco,

non aveva il sentimento della bellezza letteraria. Egli, probabilmente,

avrà ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi seguiva

l’indirizzo scolastico della retorica de’ suoi tempi, ma, certo, non

comprendeva la grazia di questo scritterello, dove Giuliano, liberatosi

dai ceppi della scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo

talento di poeta.

³²⁴ _Amm. Marcell._, I, 287, 3 sg.

Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati lettori offrendo

loro la traduzione di molta parte del _Misobarba_. Come tutti gli altri

scritti di Giuliano, questo libello manca del lavoro della lima ed è

disordinato nella composizione. Ma ha il merito prezioso di esser cosa

propriamente viva, sgorgante di getto dalla vena aperta. La personalità

dello scrittore balza fuori, con le sue originali ed agitate movenze,

dalle pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo

parlante un pezzo della vita pubblica del secolo quarto. La maledizione

della Chiesa ha soffocato questo libriccino, per tante ragioni,

meritevole di studio.

Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare che, da un capo

all’altro, essa è uno scherzo ironico ed amaro, e che Giuliano prende

contro di sè le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole

facendole proprie, e, certamente, caricandone l’espressione³²⁵.

³²⁵ _Iulian._, 433, sg.

«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte molte canzoni

graziose; a lui il fato aveva concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè

ad Archiloco concesse il dio di volgere la Musa alla letizia ed al

piacere. Costretti, per molte ragioni, ad essere tristi essi usavano

della poesia, per rendere più sopportabili a sè stessi le invettive che

il demone loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta di

accusar per nome coloro che io non ho offesi, e che pur mi sono

malevoli, e l’uso che or regge l’educazione degli uomini liberi mi vieta

di far canzoni, poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la

poesia di quello che paresse, un tempo, l’arricchirsi ingiustamente. Ma,

per questo, io non intendo rinunciare, fin dove mi è possibile,

all’aiuto delle Muse. Io mi ricordo d’aver udito i barbari, lungo il

Reno, cantar con voci che poco si discostavano dal gracchiare dei corvi;

eppure essi prendevano diletto di quelle canzoni; poichè pare che

l’essere sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti di esser

piacevoli a sè...... Ed io pure canto per le Muse e per me. La mia

canzone, per verità, sarà in prosa, e conterrà molte contumelie, non

contro gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge me lo vieta? —

bensì contro il poeta e lo scrittore stesso. E nessuna legge vieta di

scriver lodi o rimproveri verso di sè. Se non che, io non ho ragione,

per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar me stesso e,

invece, ho molte ragioni di rimproverarmi, a cominciar dall’aspetto³²⁶.

Poichè a questo mio volto, per natura non bello, nè piacevole, nè

grazioso, io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta questa folta

barba, quasi per vendicarmi della natura che non mi ha fatto leggiadro.

Ed io tollero che i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una

foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente o di bere a gran

sorsi, perchè devo star bene in guardia di non ingoiare, col cibo, anche

i peli. Quanto al non poter essere baciato e al non baciare, poco mi

dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la mia barba è assai

incomoda, non permettendo di premere labbra pure a labbra lisce, ciò che

fa il bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme a Pane ed a

Calliope, cantano Dafni. Ma voi dite che si potrebbero, coi miei peli,

intrecciar delle corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi

possiate strapparli e che la loro durezza non faccia male alle vostre

infingarde e morbide mani..... Ma non mi basta la ruvidezza del mento,

anche il capo è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e le

unghie, e le dita ho assai spesso nere d’inchiostro. Che se poi volete

sapere una cosa che non ho mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto,

come quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non mi son mai

curato, per rozzezza e trascuranza, di renderlo, come nessun’altra parte

del corpo, liscio e morbido. — Ma parliamo d’altro. Non contento d’aver

un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli davvero. È tanta la

mia rozzezza che io sto lontano dai teatri, e dentro il palazzo

imperiale non ammetto la rappresentazione teatrale che una volta sola,

all’anno nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che paghi un tributo e

che sgarbatamente consegni il poco che ha ad un padrone esigente.... È

già questo un segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere

dell’altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori il mercato. Ci

vado di rado, nelle feste degli dei, e non vi passo il giorno, come

solevano fare il cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito,

tutt’al più, a sei corse, certo non come uno che ami la cosa, ma, per

Giove, come uno che non ci si interessa affatto, son ben lieto

d’andarmene. Ma chi potrà dire quante sono le mie offese contro di voi?

Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non è tale da

satollarmi mi fanno un carattere acerbo ed ostile ad una città che ama

divertirsi. Ma se io ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un

errore grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo mi indusse a

far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare a riempirlo di molti cibi».

³²⁶ Non si dimentichi che Giuliano, per artifizio d’ironia, ripete,

quasi confermandoli, gli scherzi dei suoi denigratori.

E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una sola volta, di vomitare

il pranzo, cosa che, a quel che pare, gli Antiochesi usavan fare, come

si narra dei Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella sua

cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per disordine di cibo.

Tutt’altro. Ma per aver riscaldata, con la brace, la camera in cui si

trovava, dalla quale imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e

nausea. La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell’inverno

gallico e della Senna gelata e della vigorosa barbarie degli abitanti.

«Così — continua Giuliano —³²⁷ in mezzo ai Celti, io, come l’_Uomo

rozzo_ di Menandro, procurai incomodi a me stesso. Ma la ruvidità dei

Celti se ne compiaceva; è ragionevole, invece, che se ne sdegni una

città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori, molti i

flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini, e nessun rispetto pel

sovrano. Gli uomini deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da

coraggiosi, come voi siete, il coricarsi al mattino e il far orgia alla

notte. Così voi dimostrate di sprezzare le leggi non già colle parole ma

coi fatti.... — E tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi —

che la tua rozzezza e la misantropia e la durezza potessero armonizzarsi

con questi costumi? O il più sciocco e il più odioso di tutti gli

uomini, è, dunque, così stolta e inetta in te quella che gli ignobili

chiamano tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare ed

abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè, prima di tutto, cosa

sia la saggezza non sappiamo; ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo

cosa fa. Che se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che

dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar da eguali gli

eguali, sopportare la loro eccellenza, curare e provvedere che i poveri

non siano offesi dai ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene

tante volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare anche

questi serenamente e non irritarsi, e non cedere all’ira, ma frenarla,

come conviene, ed esser prudenti; e se qualcuno aggiungesse anche esser

opera di saggezza l’astenersi in pubblico da ogni piacere poco

conveniente e poco lodevole, nella persuasione che non può esser saggio

nel segreto della casa chi pubblicamente non soffre freni e si diletta

nei teatri; se questa è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai

noi pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto, di udire il

nome di servitù, nè verso gli dei nè verso le leggi. È dolce la libertà

in tutto. E quale ironia? Tu dici di non essere il padrone, e non

tolleri quel nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte di coloro

che ne avevano antica abitudine a non usarlo come odioso al principe, e

poi ci obblighi a servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai

meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto, noi fossimo

liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo nelle cose? E non basta; tu

tormenti i ricchi, costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e

trattieni i poveri dall’esser delatori. Rinviando gli attori, i mimi e i

suonatori tu hai rovinata la nostra città, così che di te non ci resta

altro di buono che la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette

mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare colle

processioni delle vecchierelle che si aggirano intorno ai sepolcri³²⁸.

Noi abbiamo, del resto, cercato di ottener il medesimo effetto col

nostro buon umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con le frecce.

E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili dei Persiani, se tremi

davanti ai nostri scherni?».

³²⁷ _Iulian._, 440, 10 sg.

³²⁸ Qui Giuliano deride il culto dei sepolcri dei martiri, praticato

con fervore dai Cristiani e da lui considerato come ridicola

superstizione.

Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo sulle intenzioni e

sull’animo di Giuliano. Non è a dire che gli Antiochesi avessero contro

di lui una prevenzione sfavorevole o che gli negassero l’applauso. È

proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso profondo. Essi

non entravano affatto nello spirito della riforma religiosa che tanto

gli stava a cuore e che, anzi, costituiva l’obbiettivo supremo del suo

regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva e lo

accompagnava di grida e di applausi. Ma Giuliano era assai più colpito

della mancanza di rispetto verso il luogo sacro che della festosa

accoglienza che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo

rimproverava. Gli scettici Antiochesi, veri figli di una civiltà che

moriva, non comprendevano questo strano imperatore, e ridevano di lui.

«Tu entri nei templi — così li fa parlar Giuliano³²⁹ — o uomo rozzo,

sgarbato ed odioso in tutto. La folla corre, anch’essa, per amor tuo,

nei templi e specialmente i magistrati, e ti accolgono, come nei teatri,

con grida ed applausi. E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che

fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e parli alle turbe e

rimproveri acerbamente quelli che gridano, dicendo: — Di rado voi venite

nei templi per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite di

disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene di pregare

compostamente e di chiedere in silenzio i favori degli dei. .....Ma voi,

invece degli dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli dei,

adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa sarebbe non adulare

nemmeno gli dei, ma servirli saggiamente. — .....Tollera, adunque,

d’esser odiato e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento che

tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che ti vedono nei templi.

È evidente che tu proprio non puoi adattarti nè alle convenienze, nè

alla vita, nè ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe sopportare

anche questo, che tu dormi tutta la notte solitario, e non vi ha nulla

che ammollisca il tuo animo duro ed uggioso? Tu chiudi, d’ogni lato, la

porta alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di questa vita, e

ti fai un piacere di ciò che gli altri detestano. E poi ti sdegni se te

lo si dice! Dovresti piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza,

con gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti i peli dalle

guance, e ad offrire, a questo popolo amante del ridere, qualche

spettacolo, a cominciar da te stesso, che gli sia gradito, mimi,

suonatori, donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza, si

possano scambiar per donne, uomini così privi di peli, non solo sulle

guance, ma in tutto il corpo, da esser più lisci delle donne stesse,

feste, processioni, non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna

aver del contegno. Di queste ce n’è abbastanza, ne siam proprio satolli.

L’imperatore sacrificò una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio

della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello di Cerere; non

ricordo quante volte entrò in quello d’Apollo, — nel tempio tradito

dalla trascuranza dei custodi, distrutto dall’audacia degli empi. —

Viene la festa siriaca, e l’imperatore tosto si presenta al tempio di

Giove; poi viene la festa comune, e l’imperatore di nuovo al tempio

della Fortuna; si astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza

le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi dunque può tollerare un

imperatore che frequenta con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe

lecito di disturbare solo di quando in quando, una volta o due gli dei,

e di celebrare quelle feste che possono essere comuni a tutto il popolo,

ed a cui possono prender parte anche quelli che non conoscono gli dei, e

dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero piaceri e

godimenti, che ognuno potrebbe allegramente cogliere contemplando uomini

danzanti, e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso a tutto

ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi congratulo delle

vostre felici disposizioni d’animo, ma non sono scontento di me stesso,

poichè, per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son care.

Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito contro coloro che vituperano

il mio metodo di vita. Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io

aggiungo, per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso verso

contro di me, ed è giusto che lo faccia dal momento che non seppi

comprendere quale fosse, dall’origine, il costume di questa città.

Eppure io son convinto che nessuno de’ miei coetanei ha letti più libri

di me».

³²⁹ _Iulian._, 433, 15 sg.

E qui Giuliano racconta la nota storia d’Antioco che si era innamorato

della matrigna, per dedurne la conseguenza che gli abitanti di una

città, che da Antioco aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita

al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli dice con uno spirito

scherzoso ma amaro insieme³³⁰ — non si può mover rimprovero ai posteri

se cercano di gareggiare col fondatore e con l’omonimo, poichè come gli

alberi si trasmettono le loro qualità, tanto che i rampolli assomigliano

in tutto al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini, i

costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».

³³⁰ _Iulian._, 449, 3 sg.

Ed è così che i Greci sono il migliore dei popoli, e gli Ateniesi i

migliori fra i Greci. «Ma se essi serbano, nei costumi, l’imagine

dell’antica virtù, è naturale che ciò avvenga anche ai Siri, agli Arabi,

ai Celti, ai Traci, ai Peonii, ai Misii, che son fra i Traci e i Peonii,

sulle sponde del Danubio. Ora, da questi è venuta la mia schiatta e da

questa venne a me l’indole rozza, severa, intrattabile, indifferente

agli amori, immobile nei propositi. Io, dunque, primieramente chiedo

scusa per me, ma in parte la scusa vale anche per voi che siete

attaccati ai patri costumi. Non è già per offendervi che io vi applico

il verso d’Omero — Mentitori ma eccellenti saltatori nei balli. — Al

contrario, è per lodarvi che io dico che voi conservate l’amore delle

patrie abitudini. E anche Omero voleva lodare Autolico, dicendo, in

questo senso, che superava tutti — nell’esser ladro e spergiuro. — Sì,

io pur amo la mia ruvidità, la mia sgarbatezza, il mio non piegarmi

facilmente, il non regolare i miei affari a seconda di chi prega o di

chi inganna, il non cedere alle grida; sì, tutte queste vergogne, io le

amo... Ma, se ci penso, trovo in me ben altre colpe. Recandomi in una

città libera, ma che non tollera il disordine della capigliatura, io vi

entrai senza farmi tagliare i cappelli e con la barba lunga, come se

mancassero barbieri. Volli parere un vecchio brontolone e un rozzo

soldato, quando avrei potuto, con un po’ d’arte, esser preso per un

fanciullo avvenente, e parer giovanetto, se non per l’età, per l’aspetto

e la freschezza del volto.... — Tu non sai mescolarti agli uomini, ed

imitare il polipo che si fa simile al sasso su cui vive... Hai forse

dimenticato quanta differenza coi Celti, coi Traci, e gli Illirici? Non

vedi quante botteghe ci sono in questa città? Tu ti rendi inviso ai

mercanti, non permettendo loro di vendere le loro merci al prezzo che

loro garba, tanto al popolo quanto agli stranieri. I mercanti accusano

dell’alto prezzo i proprietari di terre. Tu ti fai nemici anche questi,

obbligandoli ad agire secondo giustizia. E i magistrati della città che

partecipano al duplice rimprovero, come pure si allietavano di mietere i

vantaggi di una parte e dell’altra, e come proprietari e come mercanti,

ora naturalmente sono scontenti, vedendosi strappato, da ambo le parti,

l’eccesso del guadagno. E, intanto, questo popolo sirio, non potendo nè

ubbriacarsi nè ballare, s’irrita. E tu credi di nutrirlo abbastanza,

offrendogli grano a suo piacere? Grazie mille, ma non vedi che non si

trova più nella città nemmeno un’ostrica?..... Non sarebbe meglio

passeggiare pel mercato, profumandolo d’incensi e condursi dietro

fanciulle aggraziate, che attirerebbero gli sguardi dei cittadini e cori

di donne, quali tutti i giorni vediamo in mezzo a noi?».

A questa domanda che il pungente scrittore mette in bocca ai suoi

avversari, egli risponde facendo quel racconto interessante della sua

educazione che noi già conosciamo³³¹. Anche qui le parole di Giuliano

vanno prese in senso ironico, e i rimproveri che pare egli faccia

all’eunuco Mardonio, a cui era stata affidata la sua fanciullezza,

esprimono, invece, l’ammirazione e il rispetto di Giuliano per

quest’uomo, a cui è dovuta la piega che ha poi preso il suo spirito.

³³¹ Pag. 24.

Giuliano, avendo narrata la sua educazione, continua dicendo come,

appunto dallo studio degli antichi e specialmente di Platone, egli abbia

imparato che il principe ha il dovere di guidare il suo popolo, con

l’esempio e con la dottrina, all’esercizio della virtù.

«Ma — rispondono gli Antiochesi³³² — per ragione di prudenza, tu

dovresti astenerti dal costringere la gente a seguire la giustizia, e

dovresti, invece, permettere ad ognuno di far ciò che vuole o ciò che

può. L’indole della nostra città è questa; vuole esser molto libera. E

tu, non comprendendola, vorresti governarla con saggezza? Ma non vedi

quanta e quale, presso di noi, è la libertà fin degli asini e dei

cammelli? I cammellieri e gli asinai li conducono, sotto ai portici,

come se fossero gentili fanciulle. Le vie a cielo scoperto e le piazze

si direbbe non sian fatte per esser percorse dagli asini col basto;

questi vogliono passar sotto i portici, e nessuno lo vieta loro, onde

sia rispettata la libertà! Ecco come la nostra città è libera! e tu

vorresti che i giovani fossero tranquilli, e pensassero a ciò che a te

piace, o almeno dicessero cose che a te piace udire? ma essi sono

avvezzi alla libertà del divertirsi, e lo fanno sempre senza ritegno.

³³² _Iulian._, 458, 10 sg.

«I Tarantini — continua Giuliano — pagarono, una volta, il fio dei loro

scherzi ai Romani, perchè, essendo ubbriachi, nella festa di Bacco,

offesero un’ambasciata di questi. Ma voi siete molto più felici dei

Tarantini, godendovela, non già pochi giorni, ma tutto l’anno intiero,

offendendo invece di ambasciatori stranieri, il vostro imperatore e

questo per i peli che ha sul mento e per la sua effigie sulle monete.

Benissimo, o saggi cittadini, e voi che siete gli autori dei motteggi, e

voi che li udite e vi divertite. Poichè è chiaro che a quelli dà piacere

il dire e a questi l’udire quei frizzi. Di tale concordia io mi

compiaccio; voi fate proprio una sola città, così che non sarebbe nè

conveniente nè desiderabile di frenare ciò che vi è di infrenabile nei

giovani. Sarebbe, proprio, un portar via, un recidere la testa della

libertà, se si togliesse agli uomini di dire e di fare ciò che loro

garba. Pertanto, ben sapendo che in tutto dev’essere libertà, voi prima

permetteste alle donne di fare il piacer loro, così da esser con voi

senza freno alcuno. Poi lasciaste loro l’educazione dei figli, pel

timore che, sottoposti a più severa disciplina, diventassero simili a

schiavi, e imparassero, adolescenti, a rispettare i vecchi, e quindi,

prese queste cattive abitudini, finissero per rispettare anche i

magistrati, finalmente perfezionandosi non già nell’esser uomini, ma

nell’esser servi, diventassero saggi, temperati, educati e si

rovinassero del tutto. Ebbene, che fanno le donne? Conducono i figli ai

loro altari³³³, per mezzo del piacere, che è lo strumento più accetto e

più prezioso non solo con gli uomini, ma anche con le belve. Oh, voi

felici, che, in tal modo, vi siete proprio ribellati ad ogni servitù,

prima verso gli dei, poi verso le leggi, in terzo luogo verso di noi,

custodi delle leggi. Ma sarebbe cosa stolta, da parte nostra, se, mentre

gli dei non si curano di questa libera città e non la puniscono, noi ne

avessimo sdegno e molestia. Poichè ben sapete che gli oltraggi della

città son comuni a noi ed agli dei. — Nè il X, nè il K, si dice, hanno

mai fatto del male alla città. — Questo enimma della vostra sapienza ci

riusciva assai duro, ma, avendo trovato degli interpreti, apprendemmo

che quelle lettere erano il principio di nomi, e che l’una voleva dire

Cristo, l’altra Costanzo. Lasciate che vi parli proprio a cuore aperto.

Una colpa ha Costanzo verso di voi, ed è di non avermi ucciso dopo

avermi fatto Cesare. Ah, concedano gli dei a voi, a voi soli, fra tutti

i Romani, di goder di molti Costanzi, e più ancora dell’ingordigia dei

suoi amici!.... Io dunque ho offeso la maggior parte di voi, quasi

direi, tutti voi, il Senato, i mercanti, il popolo. Il popolo s’irrita

contro di me, perchè, essendo in maggioranza, anzi, tutto, dato

all’ateismo³³⁴ mi vede attaccato ai patri riti del culto divino, i

potenti perchè sono impediti di vendere a caro prezzo le merci, tutti

poi insieme perchè io, sebbene non li privi nè dei danzatori nè dei

teatri, mi curo di queste cose meno che delle rane nelle paludi. Non è,

dunque, naturale che io rimbrotti me stesso, offrendo tante ragioni di

odiarmi?».

³³³ S’intendono gli altari cristiani. Si noti l’atroce insinuazione.

³³⁴ Intende per ateismo il Cristianesimo.

E qui Giuliano narra con molto spirito e con fine ironia l’episodio

della venuta di Catone ad Antiochia, e dell’offesa fattagli dai

cittadini, e soggiunge³³⁵. «Non c’è, dunque, da meravigliarsi, se oggi

io ho da voi un eguale trattamento, essendo un uomo di tanto più rozzo,

più duro, più incivile di lui, di quanto i Celti lo sono dei Romani.

Perchè colui, nato in Roma, vi giunse alla vecchiezza. Me, tocca appena

l’età virile, raccolsero i Celti, i Germani e la selva Ercinia, e là

trascorsi gran tempo, come un cacciatore che non vive che con le belve,

trovandomi con gente che non ha l’abitudine di accarezzare e di adulare,

e che vuole semplicemente e liberamente essere con tutti sul piede

dell’eguaglianza. Così dopo che l’educazione fanciullesca e la

conoscenza che feci, da adolescente, del pensiero di Platone e di

Aristotele mi aveva reso inadatto a mescolarmi al popolo, ed a cercar la

felicità nel diletto, mi trovai, al momento dell’indipendenza virile, in

mezzo alle più bellicose e più valorose fra le nazioni, le quali non

conoscono Venere copulatrice e Bacco ubbriacatore, se non per far figli

o per estinguere col vino la sete..... I Celti, per la somiglianza dei

costumi, tanto mi amavano da voler non solo prender l’armi per me, ma mi

davano i loro averi, e mi obbligavano di accettarli, per quanto io

chiedessi poco, ed in ogni cosa eran pronti ad obbedirmi. E, ciò che più

importa, il mio nome di là giunse fino a voi, e tutti mi acclamavano

valoroso, prudente, giusto, non solo forte in guerra, ma abile a

governare durante la pace, affabile, mite. Ma voi da qui rispondete in

primo luogo che io sconvolgo le cose del mondo — eppure io ho la

coscienza di non aver nulla sconvolto nè volente nè nolente — poi che

con la mia barba si possono far corde, e che io faccio guerra al X e che

voi rimpiangete il K. Che gli dei protettori di questa città ve ne

concedano due!».

³³⁵ _Iulian._, 463, 15 sg.

L’indifferenza degli Antiochesi, di cui era stata prova l’incendio,

appiccato, si diceva, dai Cristiani, del gran tempio d’Apollo, era

propriamente invincibile. Per meglio descriverla, l’autore del

_Misobarba_ ci fa questo racconto, in cui Giuliano non si accorge di

cadere nel ridicolo per l’eccesso del suo zelo³³⁶.

³³⁶ _Iulian._, 467, 1 sg.

«Nel decimo mese cade la festa del vostro patrio Iddio, e c’è l’usanza

di accorrere a Dafne. Io pure ci andai, movendo dal tempio di Giove

Casio, nella persuasione di godervi lo spettacolo della vostra ricchezza

e della vostra munificenza. E già imaginava, dentro di me, come in un

sogno, e la pompa e i sacrifici, e libazioni e danze sacre ed incensi ed

efebi, davanti al tempio, preparati nell’anima all’adorazione del dio,

ornati, con magnificenza, di bianca veste. Ma, quando entrai nel tempio,

non vedo incenso, non vedo offerte di frutti o di vittime. Io ne fui

stupefatto e credetti che voi foste fuori del tempio, ad aspettare,

onorando in me il gran sacerdote, che io dessi il segnale. Ma quando

chiesi al sacerdote che cosa avrebbe sacrificato la città, celebrandosi

la festa annuale, egli rispose — ecco, io porto da casa al dio un’oca;

ma la città non ha preparato nulla. — Allora, sdegnato, io rivolsi al

Consiglio delle parole severe, che è forse opportuno il ricordare. — È

doloroso, io diceva, che una sì grande città sia parsimoniosa nel culto

degli dei, come non lo sarebbe l’ultimo dei villaggi del Ponto. Essa

possiede grandi porzioni di terreno, eppure or che giunge la festa

annuale del patrio dio, la prima volta dopo che gli dei dispersero le

nubi dell’ateismo, non sa offrire nemmeno un uccello, essa che dovrebbe

sacrificare un bue per ogni quartiere, o, se questo non si può, almeno

presentare, in comune, un toro. Eppure ognuno di voi scialacqua in

privato nei banchetti e nelle feste, ed io so di molti che sciupano il

loro avere nelle orgie; ma, quando si tratta della salvezza vostra e

della vostra città, nessuno sacrifica per proprio conto, e non sacrifica

nemmeno il Comune per tutti; soletto sacrifica il sacerdote, il quale,

invece, avrebbe, mi pare, il diritto di ritornarsene a casa, portando

seco una parte della grande quantità di cose che voi dovreste offrire al

dio. Poichè gli dei vogliono che i sacerdoti li onorino colla buona

condotta, colla pratica delle virtù e coi servizî divini. Ma è la città

che ha l’obbligo di sacrificare e in privato e in comune. Ora, ognuno di

voi permette alla moglie di portare ogni cosa ai Galilei, ed esse,

nutrendo col vostro danaro i poveri, fanno ammirabile l’ateismo a tutti

i bisognosi. E sono il maggior numero. E voi credete di non far nulla di

male, trascurando di onorare gli dei. Nessun povero si presenta ai

templi. Non troverebbe, certo, di che nutrirsi. Ma se uno di voi

festeggia il proprio genetliaco, ecco prepara sontuosamente il pranzo e

la cena, e invita gli amici ad una tavola assai ben servita. Venuta la

festa annuale, nessuno porta olio al candelabro del dio, nè libazioni,

nè vittime, nè incenso. Io non so come vi giudicherebbe, se vedesse la

vostra condotta, un uomo saggio, ma io credo, intanto, che ciò non piace

agli dei».

Questo racconto di Giuliano e il discorso da lui tenuto sono uno degli

episodi più curiosi e più istruttivi di questo libriccino pur tutto così

interessante. Povero entusiasta! Che disinganno profondo doveva essere

il suo davanti all’evidenza dei fatti ed alla prova luminosa del

completo insuccesso del movimento di restaurazione da lui tentato. Il

Politeismo era morto e non c’era più nobiltà di mente nè virtù d’animo

capace di rianimarlo. La stessa corruzione di una grande città, la quale

sapeva mantenere insieme e i suoi guasti costumi e il Cristianesimo,

mostrava che il Cristianesimo, se aveva perduto della sua santità aveva

acquistata quella facoltà di adattamento agli ambienti, senza di cui

nessuna istituzione può vivere. Giuliano voleva moralizzare il mondo con

un Politeismo riformato, trasportandovi le virtù che, predicate dal

Cristianesimo, non avevano punto fermata la demoralizzazione sociale;

impresa impossibile dal punto di vista intellettuale, perchè il

Politeismo esaurito, come vedemmo tante volte, non offriva nessuna base

sufficiente ad una ricostituzione religiosa, impossibile dal punto di

vista morale, perchè quell’alleanza del X col K, come diceva Giuliano,

di Cristo con Costanzo, di Dio con la società corrotta, che a Giuliano

pareva mostruosa, rispondeva ai bisogni del tempo, ed era la formola che

ne esprimeva le esigenze. Ma come è grazioso, nella sua comicità,

l’incontro dell’imperatore, nel tempio deserto d’Apollo, col povero

sacerdote che porta l’oca al dio delle Muse! E come è sintomatica

l’ingenuità di Giuliano di prendere questo episodio come punto di

partenza del suo discorso al Consiglio di Antiochia! E quanta luce gitta

sull’indole delle intenzioni di Giuliano il fatto che il suo discorso è

così imbevuto di Cristianesimo che, in fondo, cambiando qualche nome e

qualche circostanza secondaria, avrebbe potuto e potrebbe servire per un

vescovo che rimproverasse i suoi fedeli del loro poco zelo verso il

culto divino!

«Così — continua ironicamente Giuliano —³³⁷ mi ricordo di aver

parlato... E feci, sdegnandomi con voi, una sciocchezza. Mi conveniva

tacere, come molti altri che eran venuti con me, e non prendermi brighe

e non sgridarvi. Ma io ero mosso da petulanza e da una ridicola vanità.

Poichè non è a credere che la benevolenza mi ispirasse quelle parole; il

vero è che io correva dietro alle apparenze della devozione per gli dei

e della benevolenza per voi. E questa è ridicola vanità. Io, pertanto,

rovesciai sopra di voi molti inutili rimproveri. E voi eravate nel

vostro diritto difendendovi e scambiando terreno con me. Io mi scagliai

contro di voi, davanti a pochi, presso l’altare del dio, ai piedi della

sua statua. Voi, invece, sul mercato, in faccia al popolo, fra cittadini

disposti a divertirsene.... Furon dunque uditi da tutta la città i

vostri scherzi contro questa brutta barba e contro colui che non vi ha

mai mostrate e non vi mostrerà mai delle belle maniere, poichè egli non

seguirà mai quel genere di vita che è già vostro, ma che vorreste vedere

anche nel principe. Quanto poi alle ingiurie che, in privato ed in

pubblico, avete rovesciate su di me, deridendomi nelle vostre strofe,

dal momento che io stesso mi accuso pel primo, vi permetto di farne uso

con tutta sicurezza, perchè, per questo, non vi farò mai nulla di male,

e non vorrò mai nè uccidervi, nè battervi, nè imprigionarvi, nè

multarvi. Anzi, udite. Poichè l’essermi mostrato saggio insieme ai miei

amici fu per voi cosa ignobile e sgradita, nè son riuscito a presentarvi

uno spettacolo che vi piacesse, io mi risolvetti a lasciare la città e

ad andarmene altrove. Non già che io sia convinto che piacerò a quelli

presso i quali andrò, ma, infine, credo preferibile, se anche non

riuscissi a parer loro giusto e buono, il distribuire un po’ a tutti

l’uggia della mia presenza, e il non tormentare troppo questa felice

città col puzzo della mia temperanza e della saggezza dei miei amici.

Infatti nessuno di noi ha comperato da voi un campo od un orto, nè

costrusse case, nè prese moglie, nè ci innamorammo delle vostre

bellezze, nè invidiammo la vostra ricchezza assira, nè ci distribuimmo

le prefetture, nè permettemmo gli abusi ai magistrati, nè inducemmo il

popolo a grandi spese di banchetti e di teatri, il popolo che noi

facemmo così prospero che, libero dall’oppressione del bisogno, ebbe

agio di comporre le strofe contro i colpevoli della sua prosperità. E

noi non chiedemmo nè oro nè argento, e non abbiamo aumentati i tributi.

Anzi, abbiamo condonato, insieme agli arretrati, il quinto delle

abituali imposte... A noi, dunque, parendo che tutto ciò fosse lodevole,

lodevole la mitezza e la saggezza nel principe, pareva anche che,

appunto pei nostri provvedimenti, saremmo entrati nelle vostre grazie.

Ma poichè a voi dispiace l’ispido mio mento, e la poca cura dei capelli,

e la mia assenza dai teatri, e la mia pretesa di un serio contegno nei

templi, e, più di tutto, la mia vigilanza nei tribunali, e il mio rigore

nel reprimere, nei mercati, la rapacità del guadagno, volontieri ce ne

andiamo dalla vostra città. Poichè non mi parrebbe facile, or che

inclino all’età matura, evitare quel che accadde al nibbio, come narra

la favola. Si dice che il nibbio, il quale aveva una voce simile a

quella degli altri uccelli, si mettesse in mente di nitrire come i

puledri. E così, avendo dimenticato il canto e non imparato il nitrito,

si trovò privo dell’uno e dell’altro, e finì per avere una voce peggiore

di quella degli altri uccelli. E a me, io credo, accadrebbe la stessa

cosa, cioè, non saprei essere nè rozzo nè gentile, poichè io sono

vicino, Dio volendo, voi lo vedete, a quel momento in cui, come dice il

poeta di Teo, ai neri si mescolano i bianchi capelli!

³³⁷ _Iulian._, 469, 12 sg.

«Ma, per gli dei e per Giove protettore della città, voi vi esponete

alla taccia d’ingrati. Foste, forse, talvolta, offesi da me, in pubblico

od in privato? O diremo che, non potendo aver giustizia, voi avete

adoperato i versi per trascinarci e vilipenderci sulle piazze, come i

comici trascinano Ercole e Bacco? Non è, forse, vero che io mi trattenni

dal farvi del male, e non trattenni voi dal parlar male, così che io mi

vedo costretto a difendermi contro di voi? Quale, dunque, la causa dei

vostri insulti e del vostro sdegno?... Quando io vedo che non ho, per

nulla, diminuite quelle spese popolari che soleva prendere sopra di sè

il tesoro imperiale, pur diminuendo non poco le imposte, la cosa non

diventa, forse, enigmatica? Ma di ciò che io feci, in comune, a tutti i

miei sudditi, è meglio che io taccia, per non parer che io canti i miei

elogi, mentre aveva annunciato di voler versare sopra di me fierissimi

vituperi. Conviene piuttosto esaminare la mia condotta personale che,

sebbene non meritasse la vostra ingratitudine, pure fu leggiera ed

irriflessiva, perchè, lì, vi sono colpe di tanto più gravi delle

precedenti, cioè del disordine dell’aspetto e del riserbo negli amori,

di quanto, essendo più vere, fanno l’anima veramente responsale.

Primieramente io cominciai a tessere le vostre lodi, con grande

amorevolezza, senza aspettar l’esperienza e non preoccupandomi del modo

con cui avremmo potuto intenderci. Ma, pensando che voi eravate figli di

Grecia, e che io stesso, sebbene Trace d’origine, son Greco di

educazione, ritenni che ci saremmo reciprocamente amati. Fu il primo

errore di leggerezza».

Giuliano rammenta alcuni fatti di amministrazione e di elezioni, in cui

si è palesato il suo buon volere, ma che furono presi in mala parte

dagli Antiochesi. Poi continua³³⁸:

³³⁸ _Iulian._, 476, 1 sg.

«Ma tutto ciò aveva poca importanza e non poteva inimicarmi la città.

Veniamo al fatto capitale, da cui nacque questo grande odio. Appena qui

arrivato, il popolo, oppresso dai ricchi, cominciò a gridarmi nel

teatro: — Tutto è in abbondanza, ma tutto è troppo caro. — Il giorno

dopo, io ebbi un colloquio coi maggiori della città, e cercai di

persuaderli che bisognava rinunciare ad un guadagno illecito, per fare

star meglio i cittadini e gli stranieri. Questi mi dissero che avrebbero

studiata la cosa, ma, dopo tre mesi di aspettazione, l’avevano studiata

sì poco che nessuno ne sperava nulla. Quando io vidi che era verace il

grido del popolo e che il mercato era angustiato non già per difetto di

merce, ma per l’avidità dei proprietari, stabilii e pubblicai un giusto

prezzo di ogni cosa. Vera abbondanza di tutto, di vino, d’olio e del

resto, ma il grano mancava, avendo la siccità prodotta una forte

carestia. Per questo, io mandai a Calcide, a Jerapoli e alle altre città

circonvicine e ne feci venire quaranta miriadi di misure. Consumato

tutto questo, ne feci venire prima cinque mila, poi sette mila, infine

dieci mila di quelle misure che qui si chiamano modii, e poi, tutto il

grano che mi era venuto dall’Egitto, lo diedi alla città, mettendo per

quindici misure il prezzo che prima ci voleva per dieci... E intanto che

facevano i ricchi? Vendevano segretamente a maggior prezzo il grano che

avevano nei campi, e coi loro privati consumi aggravavano la condizione

generale³³⁹. ... Adunque io caddi dalle vostre grazie perchè non permisi

che vi si vendesse il vino, i legumi e le frutta a peso d’oro, nè che, a

vostro danno, si trasformasse in oro ed in argento il grano racchiuso

nei granai dei ricchi.... Ben sapeva che, così facendo, non avrei

piaciuto a tutti, ma a me nulla importava. Poichè io credeva di dover

venire in aiuto del popolo danneggiato e degli stranieri, che eran qui

venuti per amor mio e dei magistrati che erano con me. Ma ora che a

questi conviene d’andarsene e che la città è tutta di una sola opinione

verso di me — gli uni mi odiano, gli altri, pur nutriti da me, mi sono

ingrati — io andrò a stabilirmi presso un’altra schiatta ed un’altra

nazione..... Ma perchè vi siamo odiosi? Forse perchè vi abbiamo nutriti

col nostro danaro, ciò che finora non era avvenuto a nessuna città? E

nutriti splendidamente. Forse non punimmo i ladri colti in fallo? Mi

permettete che vi ricordi un caso o due, onde non si dica che tutto è

retorica ed invenzione mia? Si affermava che esistevano circa tre mila

lotti di terreno incolto, e voi lo chiedevate; ma, avutolo, se lo

distribuirono i non bisognosi. Fatta un’inchiesta, si dimostrò che era

vero. Allora io, riprendendo quelle terre a coloro che indebitamente le

avevano, e non preoccupandomi affatto delle imposte che non avevano

pagate, sebbene ne avrebbero dovuto pagare più degli altri, le applicai

ai più gravi servizi della città. E così gli allevatori di cavalli per

le vostre corse hanno, liberi d’imposte, tre mila lotti di terra, e ciò

in grazia mia. E a voi pare che, così castigando i ladri e i malvagi, io

metta sottosopra il mondo. Ed ecco che il discorso mi ritorna là dove io

voglio. Io sono veramente colpevole di tutti i miei mali, avendo

prodigato i miei favori a chi non li aggradiva. E ciò viene dalla mia

leggerezza, non già dalla vostra libertà di spirito. Nell’avvenire, io

procurerò di esser più prudente con voi. E a voi gli dei diano il

contraccambio della vostra benevolenza per me, e dell’onore che

pubblicamente mi avete reso».

³³⁹ Vedi per questo episodio dei prezzi delle derrate, Libanio (επιταϕ

587, 10 sg.), e Autobiogr. 85, 5.

Con quest’ultima frecciata si chiude la satira acerba. Nell’ultima

parte, il valore letterario mi pare si attenui e l’ironia sfugge di mano

allo sdegnato scrittore. Ma è pur sempre oltremodo interessante, poichè

ci rivela, con esempi pratici, la premura, lo zelo amministrativo di

Giuliano, zelo che, evidentemente, ha superati, talvolta, i confini

della prudenza ed anche ha trasgredite le leggi dell’economia politica.

❦

Non pare, infatti, che siano state esclusivamente religiose e morali le

ragioni che hanno prodotto il disaccordo profondo fra Giuliano e gli

Antiochesi. Ci fu anche un malinteso, o meglio, un disinganno di cui la

colpa risale all’ignoranza delle leggi economiche che regnava sovrana ai

tempi di Giuliano. Qui dobbiamo riconoscere che quella prudenza

amministrativa e quel sicuro sentimento della realtà, che aveva guidato

Giuliano nel governo delle finanze in Gallia, lo ha abbandonato, forse

per lasciar libero sfogo al desiderio eccessivo di guadagnarsi il favore

degli Antiochesi e di aprirsi una strada onde influire più facilmente

sull’animo loro. Appena arrivato in Antiochia, Giuliano ascolta il grido

del popolo che si lamenta dell’alto prezzo delle derrate. Esaminata la

cosa, e persuaso che la causa del fenomeno si trovava nell’avidità di

guadagno dei proprietari e dei mercanti, l’imperatore invita l’autorità

municipale a provvedere. Ma passano tre mesi, e quel magistrato non sa

concluder nulla. Allora Giuliano entra in scena; determina, per tutte le

derrate, un prezzo che non doveva superarsi e siccome il raccolto del

frumento era stato assai scarso, ne fa venire da altri luoghi un’ingente

quantità e ne stabilisce il prezzo in una misura inferiore a quella che

era voluta dalle condizioni del momento. La violenza economica

dell’imperatore ebbe il risultato inevitabile di aumentare i mali che

voleva diminuire. Infatti, il mercato di Antiochia si vuotò delle

derrate che dovevano vendersi ad un prezzo che non era conveniente pel

venditore. I ricchi proprietari vendevano, fuori d’Antiochia, a caro

prezzo il grano dei loro raccolti, e poi comperavano, in Antiochia, ed

usavano pel loro consumo il grano che l’imperatore distribuiva a un

prezzo vilissimo. Da qui una immigrazione, dalle campagne nella città,

su vasta scala, e, infine, un disordine che tutto disturbava, che

spargeva il malcontento e l’irritazione nell’alta classe della proprietà

e del commercio, e rendeva impopolare l’imperatore, il quale però

attribuiva ad opposizione partigiana ed a perversità di spirito ciò che,

in fondo, non era che la necessaria conseguenza di un grosso sproposito.

L’intenzione, in Giuliano, era pietosa ed ispirata al sentimento

dell’equità. E si comprende come Libanio, nel suo discorso diretto agli

Antiochesi per persuaderli a pentirsi della loro condotta verso

l’imperatore, dicesse: «Io avrei voluto che voi ammiraste l’iniziativa

dell’imperatore, per quanto grandi fossero le difficoltà. Poichè egli

mostrava un’anima generosa, e voleva soccorrere la povertà, e riteneva

cosa dolorosa che alcuni godessero nell’abbondanza, ed altri mancassero

del necessario, così che, nel mercato fiorente, non fosse concesso ai

poveri che di assistere al godimento dei ricchi»³⁴⁰. Ma la buona

intenzione applicata con la completa ignoranza delle leggi economiche

finiva per ferire sè stessa.

³⁴⁰ _Liban._, I, 492, 15.

Nell’ambiente che circondava Giuliano, i Cristiani erano ritenuti come

responsali delle difficoltà e delle opposizioni che l’imperatore trovava

in Antiochia. Il discorso di Libanio, testè accennato, è

interessantissimo per questo rispetto. Corre intieramente sulla premessa

che i veri autori dell’opposizione degli Antiochesi a Giuliano sono i

Cristiani, e che il solo mezzo per ottenere la riconciliazione è

l’aperta conversione al Paganesimo. Libanio non nomina mai i Cristiani,

quasi a lui ripugnasse di mettere in luce una setta tanto odiosa e tanto

colpevole, ma l’allusione è continua. I segreti aizzatori della rivolta

degli Antiochesi contro le disposizioni economiche dell’imperatore sono

cristiani, e cristiani son coloro che impediscono ai cittadini di

esprimere il loro pentimento coll’abbandono dei teatri, dei giuochi

pubblici, della scioperataggine abituale in Antiochia, e col ritorno ad

atti ispirati ad una vera pietà. «Sappiatelo bene, esclama Libanio, non

è col prosternarvi al suolo, nè coll’agitare i rami d’olivo, nè

coll’inghirlandarvi, nè con le grida, nè con le ambascerie, nè

coll’inviare un oratore abilissimo, che voi spegnerete lo sdegno ma,

bensì, con la rinuncia ai vostri cattivi costumi, e coll’offrire la

città a Giove ed agli altri dei, dei quali già vi parlarono, molto prima

dell’imperatore, Esiodo ed Omero, fin da quando eravate fanciulli. Ma

voi riconoscete di dover tenere in gran conto quei poeti

nell’educazione, e ne recitate ai fanciulli i versi. Però, nelle cose di

maggior interesse, cercate altri maestri e fuggite, or che sono aperti,

da quei templi di cui lamentavate la chiusura. E, se alcuno vi rammenta

Platone o Pitagora, voi mettete avanti, come vostre autorità, e la madre

e la moglie, e il cantiniere e il cuoco, e ci parlate dell’ormai antica

vostra persuasione, e non vi vergognate di tutto ciò, ma vi fate

rimorchiare da coloro a cui dovreste dettar leggi, e vedete, nel fatto

di aver pensato male da principio, una necessità di pensar male fino al

termine. Come se uno perchè ha avuto la rosolia nella gioventù, dovesse

conservare la malattia per tutte le altre età. Ma perchè prolungherei

questo discorso? A voi la scelta, o di continuare ad essere odiati, o di

fare un doppio guadagno, coll’acquistare la benevolenza del principe e

col riconoscere gli dei che davvero dominano nel cielo. Voi siete nella

condizione di guadagnare, voi stessi, in ciò appunto in cui compiacete

gli altri. Nell’apparenza date, ma in realtà ricevete»³⁴¹.

³⁴¹ _Liban._, I, 502, 1 sg.

Libanio vuol fare di Antiochia una città riconvertita al Paganesimo e

penitente. A questo prezzo egli crede che potrebbe ottenere il perdono

delle ingiurie di cui si è resa colpevole verso l’imperatore. Il

Cristianesimo è, per Libanio, l’ostacolo maggiore, non solo al ritorno

al culto antico, ma anche all’epurazione dei costumi, al risanamento

morale della città. E si vede che, ancora nel secolo quarto, ed in una

città, nella quale il Cristianesimo era largamente diffuso, la forza

della nuova religione era negli strati più bassi della società e nella

influenza femminile. Com’è caratteristico quel contrasto, in cui

propriamente rivive tutta la storia del Cristianesimo nascente, fra

l’alta coltura dell’aristocrazia intellettuale e l’umiltà delle forze

che le si opponevano. Platone e Pitagora, invocati dai fautori

dell’antico, si trovavan di contro le donne di casa, il cantiniere, il

cuoco! A questi retori, a questi filosofi, tutti imbevuti dell’arte e

del pensiero ellenico, pareva scandaloso, assurdo, ridicolo quel

contrasto fra le più eccelse manifestazioni dell’ingegno umano e le

fantastiche e povere ubbie di ignoranti donnicciuole e di vilissimi

servi? Eppure Libanio e Giuliano, fra i bagliori morenti del loro

Ellenismo, non avevano che una vista miope. Non sapevano discernere il

fondo un po’ lontano delle cose. Quattro secoli di Cristianesimo non

avevano insegnato nulla ad essi. Credevano che la religione fosse una

quistione di ragionamento, e si stupivano che le affermazioni del cuoco

e del cantiniere valessero più delle affermazioni di Platone, e non

sentivano che quelle, per quanto rozze, venivano dalla conoscenza di un

Dio vivente, queste, per quanto sublimi, dalla presentazione di larve

esaurite e vuote.

Il _Misobarba_ è uno dei documenti più importanti e più atti a farci

penetrare nell’intimo significato del tentativo iniziato da Giuliano.

Per quanto la verità sia stata velata e tradita dalla polemica

cristiana, sta il fatto, che or sembra paradossale, che l’imperatore era

mosso da un intento essenzialmente moralizzatore. Il Cristianesimo non

aveva, per nulla affatto, mutata o migliorata la condizione morale degli

uomini. Antiochia cristiana valeva Antiochia pagana, se pur non era

peggiore. Corrotti costumi, orgie, teatri, danzatori e mimi, ecco lo

spettacolo che offrivano i cristiani Antiochesi. L’avversione che, in

essi, destava Giuliano veniva appunto dalla stridente opposizione che la

morale e la virtù del pagano imperatore facevano ai vizi dei suoi

sudditi cristiani. Il _Misobarba_ ci fa toccare con mano il fatto che

Giuliano voleva salvare l’Ellenismo che il Cristianesimo distruggeva,

distruggendo tutte le sue tradizioni di religione e di patria, ma, nel

medesimo tempo, voleva trovare nell’Ellenismo quella forza morale per

una riforma dei costumi e per una rigenerazione dell’uomo interno che il

Cristianesimo non aveva saputo svolgere dai principî che pure aveva

posti. L’accoglienza che i corrotti Antiochesi hanno fatto alle

esortazioni dell’imperatore, e che così vivacemente ci è descritta

dall’imperatore stesso, è la prova più evidente del carattere utopistico

del suo tentativo. Il Politeismo moralizzato non poteva riuscire a

rigenerare l’uomo, come non era riuscito il Cristianesimo. L’uomo

rimaneva quale lo volevano le condizioni intellettuali del tempo. Non

era la religione che sapesse o potesse piegare le passioni umane; erano

piuttosto le passioni che sapevano piegare ed adattare la religione,

quale essa fosse, alle loro invincibili esigenze.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 20 / 26 题