³¹⁶ _Amm. Marcell._, I. 289.
La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l’editto di
Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un
verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d’accusa
contro l’utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile
dal punto di vista dell’apologia cristiana, può sostenersi se guardata
con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente
oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo
collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della
bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque,
naturale ch’egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all’azione
invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe
condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse
provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell’usare dei
mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là
dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.
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Giuliano ha previsto l’accusa ed ha scritto la sua circolare per
confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito
che a guadagnargli la taccia d’ipocrita. Quell’infelice Giuliano non
riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto
d’impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un
ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del
ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè
per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se
non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè
stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo
esaminando, egli non aveva nessun bisogno d’essere ipocrita. Nulla
poteva opporsi all’esecuzione della sua legge, di cui non doveva render
conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero
avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani.
Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base
razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.
L’affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del
suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra
l’insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che,
pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani
adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri
del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità
morale.
I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori
dell’antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di
credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano
tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio,
insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l’argomentazione di
Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi
non già nell’euritmia delle parole e dell’eloquio, ma, bensì, nella
disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del
cattivo, dell’onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed
insegna in un altro, è tanto lontano dall’essere un educatore quanto
dall’esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la
convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre
un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un
modo ed insegna proprio l’opposto di ciò che pensa, la sua condotta è
simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i
quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando
ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che
hanno di guasto».
Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i
Cristiani, avendo convinzioni diverse da quelle degli autori antichi,
non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non
potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne
le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti
disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una
merce per un’altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto,
continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno
all’insegnamento abbiano buoni costumi (e per _buoni costumi_ Giuliano
intende l’esercizio palese del Paganesimo) e portino nell’anima delle
opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico».
Qui è un punto veramente capitale dell’argomentazione di Giuliano. Egli
pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può
dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e
ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua
condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè
stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per
coloro che hanno l’insegnamento della gioventù e l’ufficio di spiegare
gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio
ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri
non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo
sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi
insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si
condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un’altra. Ma
come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide,
per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l’educazione. E
non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse?
«A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro
non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non
dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li
lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se
vogliono insegnare, insegnino prima coll’esempio, e poi convincano gli
allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di
cui, fuori di scuola, condannano l’empietà, la stoltezza e gli errori
verso gli dei fu quale essi dicono».
Giuliano insiste sulla necessità dell’accordo fra la condotta esterna
del maestro e l’insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con
gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui
credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli
implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in
questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i
maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a
riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto,
per amore di poche dramme».
Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani.
Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel
timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in
generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli
dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni
per non entrare nei templi, e la paura che, d’ogni parte, ci pendeva
addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli
dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli
uomini diano l’esempio di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi
credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino
con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei
loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino
nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una
legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».
Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È
veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i
giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza
religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara.
Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch’egli avesse proibita la
propaganda cristiana, ch’egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed
alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l’opposto.
Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro
maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro
dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell’amore
della causa pagana e ch’egli era un imperatore onnipotente e che
combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere
che non solo non era intollerante, ma ch’egli ha dato un esempio
veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli
offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei
secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata
anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me —
esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre
orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè
quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed
operi d’accordo con me, di partecipare per sempre.
«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno
dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non
sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non
sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la
paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa
parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è
posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi
dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»³¹⁷.
Da tali parole rimane naturalmente confutata l’accusa che dagli
scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai
giovani cristiani di frequentare le scuole dove s’insegnavano lettere
greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i
maestri; i giovani son liberi d’andar dove vogliono. Sarebbe stato, del
resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia
nell’efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai
giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura
via della conversione.
Liberato così il terreno delle accuse basate sull’equivoco, esaminiamo
il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore.
Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l’insegnamento di un
uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che
essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella
premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare
agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non
credevano negli dei in cui aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a
questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può
passar pel capo di prendere sul serio la teologia d’Omero. Noi ammiriamo
lo stile e l’arte d’Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla
parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare
il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra
è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in
posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si
credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il
Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli
aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto
antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano
propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch’egli li volesse
rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando
nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento
ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina
fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo
Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le
città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di
maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano,
αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne
praticavano un’altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che
a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.
³¹⁷ _Iulian._, 544 sg.
Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano
che regge l’istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu
dettato da quell’ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide
Gabelli, si ispira all’identico principio che fu posto, la prima volta,
da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il
catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che
credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al
solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere
quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche
scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza
onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di
confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. —
Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla
degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede
ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in
quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più
ragionevole e più mite!
Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e
diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva
togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse
l’insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso
moderno della parola. L’insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla
retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad
adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia
giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso.
Quest’arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica,
per cui l’impedirne l’uso ai maestri cristiani era propriamente un
escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei
maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a
Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto
abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva esser
ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo
scopo d’imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e
del quale egli aveva il diritto di usare, come di un’arma di buona
guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto,
derivassero conseguenze di un’importanza sostanziale. Egli rimandava i
Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i
libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe
permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro
pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte
dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto
ciò, non è punto ferita.
Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge,
come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà
d’insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a
colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti,
perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello
Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto,
finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la
legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che
rappresentavano propriamente l’insegnamento pubblico, mantenuto a spese
delle città stesse, e, quindi, dato l’ordinamento amministrativo e
finanziario dell’Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente
dall’autorità suprema dell’imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che
l’insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle
dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che
insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle
scuole dello Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne
scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi
così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni.
Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle
sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di
offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è
tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle
diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli
argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive
nell’ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo
nostro, ha posto per canone fondamentale che l’intelligenza è padrona
assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può
aver un’opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo
alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può
essere nè una fisica, nè un’astronomia, nè una filologia di Stato. Ma,
si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze
positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali
influiscono direttamente sulle tendenze morali dell’individuo e ne
determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo
destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una
dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come
un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può
chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli
le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma
il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe
quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli
vincolasse la propria, ed affidasse l’esercizio delle sue funzioni a
coloro che le vogliono abbattute?
Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che
tendono a far sentire e prevalere l’azione dello Stato nell’insegnamento
che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che
le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro
Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia
istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge
testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà
d’insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta
speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno
divertente, e che prova in modo luminoso l’ironia delle cose umane, che
reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di
governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni
e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s’accorgono che sono
a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del
suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici
dello Stato pagano ch’egli voleva conservare. Il ministro francese non
vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch’egli
governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni
ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese
s’innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son
diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c’è, nell’una e
nell’altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non
mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che
soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge
con la quale lo Stato cerca di impedire che le idee che gli sono avverse
riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il
maestro o l’impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le
parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo
stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo
Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò
naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi,
perchè, nelle quistioni d’ordine morale, il giudizio necessariamente
rimane offuscato dalla passione, e non c’è come l’atteggiarsi a vittima
per far credere, ed anche per credere, d’aver ragione. È questa, chi ben
guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il
potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e
giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a
quelli che se ne aspettano. L’imperatore Giuliano, che pure non aveva
l’intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri
dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch’egli
voleva combattere l’opportunità di gridare alla persecuzione. La sua
mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi
nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve
esercitare un’azione morale, il miglior modo d’essere forte.