³¹⁵ _Socrat._, 151

³¹⁶ _Amm. Marcell._, I. 289.

La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l’editto di

Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un

verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d’accusa

contro l’utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile

dal punto di vista dell’apologia cristiana, può sostenersi se guardata

con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente

oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo

collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della

bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque,

naturale ch’egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all’azione

invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe

condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse

provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell’usare dei

mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là

dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.

❦

Giuliano ha previsto l’accusa ed ha scritto la sua circolare per

confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito

che a guadagnargli la taccia d’ipocrita. Quell’infelice Giuliano non

riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto

d’impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un

ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del

ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè

per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se

non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè

stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo

esaminando, egli non aveva nessun bisogno d’essere ipocrita. Nulla

poteva opporsi all’esecuzione della sua legge, di cui non doveva render

conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero

avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani.

Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base

razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.

L’affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del

suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra

l’insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che,

pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani

adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri

del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità

morale.

I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori

dell’antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di

credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano

tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio,

insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l’argomentazione di

Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi

non già nell’euritmia delle parole e dell’eloquio, ma, bensì, nella

disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del

cattivo, dell’onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed

insegna in un altro, è tanto lontano dall’essere un educatore quanto

dall’esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la

convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre

un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un

modo ed insegna proprio l’opposto di ciò che pensa, la sua condotta è

simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i

quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando

ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che

hanno di guasto».

Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i

Cristiani, avendo convinzioni diverse da quelle degli autori antichi,

non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non

potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne

le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti

disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una

merce per un’altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto,

continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno

all’insegnamento abbiano buoni costumi (e per _buoni costumi_ Giuliano

intende l’esercizio palese del Paganesimo) e portino nell’anima delle

opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico».

Qui è un punto veramente capitale dell’argomentazione di Giuliano. Egli

pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può

dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e

ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua

condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè

stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per

coloro che hanno l’insegnamento della gioventù e l’ufficio di spiegare

gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio

ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri

non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo

sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi

insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si

condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un’altra. Ma

come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide,

per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l’educazione. E

non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse?

«A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro

non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non

dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li

lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se

vogliono insegnare, insegnino prima coll’esempio, e poi convincano gli

allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di

cui, fuori di scuola, condannano l’empietà, la stoltezza e gli errori

verso gli dei fu quale essi dicono».

Giuliano insiste sulla necessità dell’accordo fra la condotta esterna

del maestro e l’insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con

gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui

credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli

implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in

questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i

maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a

riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto,

per amore di poche dramme».

Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani.

Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel

timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in

generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli

dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni

per non entrare nei templi, e la paura che, d’ogni parte, ci pendeva

addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli

dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli

uomini diano l’esempio di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi

credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino

con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei

loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino

nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una

legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».

Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È

veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i

giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza

religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara.

Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch’egli avesse proibita la

propaganda cristiana, ch’egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed

alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l’opposto.

Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro

maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro

dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell’amore

della causa pagana e ch’egli era un imperatore onnipotente e che

combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere

che non solo non era intollerante, ma ch’egli ha dato un esempio

veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli

offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei

secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata

anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me —

esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre

orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè

quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed

operi d’accordo con me, di partecipare per sempre.

«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno

dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non

sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non

sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la

paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa

parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è

posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi

dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»³¹⁷.

Da tali parole rimane naturalmente confutata l’accusa che dagli

scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai

giovani cristiani di frequentare le scuole dove s’insegnavano lettere

greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i

maestri; i giovani son liberi d’andar dove vogliono. Sarebbe stato, del

resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia

nell’efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai

giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura

via della conversione.

Liberato così il terreno delle accuse basate sull’equivoco, esaminiamo

il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore.

Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l’insegnamento di un

uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che

essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella

premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare

agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non

credevano negli dei in cui aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a

questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può

passar pel capo di prendere sul serio la teologia d’Omero. Noi ammiriamo

lo stile e l’arte d’Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla

parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare

il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra

è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in

posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si

credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il

Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli

aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto

antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano

propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch’egli li volesse

rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando

nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento

ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina

fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo

Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le

città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di

maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano,

αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne

praticavano un’altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che

a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.

³¹⁷ _Iulian._, 544 sg.

Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano

che regge l’istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu

dettato da quell’ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide

Gabelli, si ispira all’identico principio che fu posto, la prima volta,

da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il

catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che

credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al

solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere

quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche

scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza

onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di

confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. —

Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla

degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede

ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in

quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più

ragionevole e più mite!

Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e

diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva

togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse

l’insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso

moderno della parola. L’insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla

retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad

adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia

giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso.

Quest’arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica,

per cui l’impedirne l’uso ai maestri cristiani era propriamente un

escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei

maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a

Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto

abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva esser

ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo

scopo d’imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e

del quale egli aveva il diritto di usare, come di un’arma di buona

guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto,

derivassero conseguenze di un’importanza sostanziale. Egli rimandava i

Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i

libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe

permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro

pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte

dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto

ciò, non è punto ferita.

Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge,

come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà

d’insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a

colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti,

perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello

Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto,

finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la

legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che

rappresentavano propriamente l’insegnamento pubblico, mantenuto a spese

delle città stesse, e, quindi, dato l’ordinamento amministrativo e

finanziario dell’Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente

dall’autorità suprema dell’imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che

l’insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle

dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che

insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle

scuole dello Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne

scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi

così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni.

Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle

sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di

offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è

tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle

diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli

argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive

nell’ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo

nostro, ha posto per canone fondamentale che l’intelligenza è padrona

assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può

aver un’opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo

alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può

essere nè una fisica, nè un’astronomia, nè una filologia di Stato. Ma,

si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze

positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali

influiscono direttamente sulle tendenze morali dell’individuo e ne

determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo

destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una

dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come

un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può

chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli

le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma

il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe

quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli

vincolasse la propria, ed affidasse l’esercizio delle sue funzioni a

coloro che le vogliono abbattute?

Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che

tendono a far sentire e prevalere l’azione dello Stato nell’insegnamento

che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che

le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro

Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia

istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge

testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà

d’insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta

speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno

divertente, e che prova in modo luminoso l’ironia delle cose umane, che

reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di

governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni

e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s’accorgono che sono

a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del

suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici

dello Stato pagano ch’egli voleva conservare. Il ministro francese non

vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch’egli

governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni

ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese

s’innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son

diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c’è, nell’una e

nell’altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non

mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che

soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge

con la quale lo Stato cerca di impedire che le idee che gli sono avverse

riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il

maestro o l’impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le

parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo

stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo

Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò

naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi,

perchè, nelle quistioni d’ordine morale, il giudizio necessariamente

rimane offuscato dalla passione, e non c’è come l’atteggiarsi a vittima

per far credere, ed anche per credere, d’aver ragione. È questa, chi ben

guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il

potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e

giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a

quelli che se ne aspettano. L’imperatore Giuliano, che pure non aveva

l’intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri

dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch’egli

voleva combattere l’opportunità di gridare alla persecuzione. La sua

mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi

nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve

esercitare un’azione morale, il miglior modo d’essere forte.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 19 / 26 题