Del resto, sia che Atanasio si rifugiasse nei nascondigli del deserto,
sia che rimanesse celato nei penetrali della casa verginale della
bellissima fanciulla, la sua azione e la presenza erano spiritualmente
sentite nell’ambiente eccitato di Alessandria; così che il vescovo
Giorgio, il quale, come sappiamo, era un imprudente, non aveva la vita
tranquilla, ed era, ad ogni istante, esposto alle sommosse di una
popolazione irritata contro di lui, finchè giunto al trono Giuliano, le
ire ammassate scoppiarono terribili e lo trascinarono alla catastrofe,
alla quale gli Atanasiani assistettero impassibili e, probabilmente,
conniventi.
Pubblicato il decreto di Giuliano che permetteva il rimpatrio ai vescovi
esigliati dall’ariano suo antecessore, Atanasio, non solo ritornò in
Alessandria, ma rioccupò, senz’altro, il seggio vescovile, e riprese,
con rinnovata energia, la sua azione di propaganda e di combattimento.
Ora, la condotta di Atanasio disturbava la politica di Giuliano, il
quale voleva tenere i due partiti cristiani sul piede d’eguaglianza, e
di reciproca tolleranza, nella previsione che si sarebbero indeboliti a
vicenda. Ma nulla era più lontano dalle sue intenzioni che il dar mano
forte all’ortodossia per vincere l’Arianesimo, e nessuno, pertanto,
poteva essergli più sospetto e più odioso dell’ardente Atanasio. Egli,
pertanto, s’inalberò davanti alla ricomparsa brillante del vescovo
d’Alessandria e sentì di non poterla tollerare. Vide in Atanasio un
nemico più forte di lui, che avrebbe reso vano il tentativo a cui aveva
dedicata la sua vita, e decise di soffocarlo. Cominciò la persecuzione
col pretesto che Atanasio era uscito dalla legge. Infatti l’imperatore
aveva, con un editto, concesso il rimpatrio dei Cristiani esigliati, ma,
in quell’editto, non era detto che potessero riprendere il governo delle
rispettive chiese. Atanasio, invece, non aveva esitato un istante a
mettersi al posto del massacrato Giorgio. Ed ecco che Giuliano manda
tosto questo nuovo decreto agli Alessandrini. «Un uomo, esigliato da
tanti decreti di tanti imperatori, avrebbe dovuto aspettare una speciale
autorizzazione, prima di rientrare in patria, e non già offendere, con
audacia e con follia, le leggi, quasi non avessero valore. Noi abbiamo
concesso ai Galilei, esigliati da Costanzo, non già il ritorno nelle
loro chiese, ma, bensì, il ritorno in patria. Ed ora apprendo che
l’audacissimo Atanasio, gonfiato dall’abituale impudenza, ha ripreso
quello che essi chiamano il trono vescovile, ciò che non è poco
sgradevole al pio popolo di Alessandria. Noi, pertanto, gli ordiniamo di
uscire dalla città, immediatamente nel giorno in cui avrà ricevuto
questa lettera, che si deve considerare come un segno della nostra
mitezza. Ma, s’egli rimane, noi gli decreteremo maggiori e più molesti
castighi».³⁰⁴ Pare che Atanasio restasse, malgrado le minacce, ed, anzi,
non pago di combattere gli Ariani, facesse opera di feconda propaganda
presso i Pagani, guadagnando al Cristianesimo sopratutto le donne.
Giuliano, furente, manda al governatore dell’Egitto, Edichio, questo
biglietto:
³⁰⁴ _Iulian._, 514.
«Se non volevi scrivermi d’altra cosa, dovevi però scrivermi di quel
nemico degli dei che è Atanasio, tanto più che ti è noto ciò che, già da
tempo, fu da me saviamente stabilito. Io giuro pel grande Serapide che
se, prima delle calende di Decembre, quell’Atanasio, nemico degli dei,
non se n’è andato dalla città, anzi, da tutto l’Egitto, io imporrò alla
provincia da te amministrata una multa di cento libbre d’oro. Tu sai
quanto io sia lento nel condannare, ma molto più lento nel perdonare, se
ho una volta condannato».
Pare che fin qui, Giuliano, dettasse il suo decreto ad un segretario.
Preso da un subitaneo impulso di sdegno, afferra lui lo stilo, e scrive:
«Di mia propria mano. — A me duole assai essere disobbedito. Per tutti
gli dei, nulla potresti farmi di più grato che lo scacciare, da ogni
angolo d’Egitto, Atanasio, quello scellerato che ha osato, me imperante,
battezzare le donne greche di illustri cittadini. Sia perseguitato!»³⁰⁵.
³⁰⁵ _Iulian._, 484.
Nel primo decreto agli Alessandrini, l’imperatore comandava che Atanasio
fosse bandito dalla città. Ora, ciò non gli basta, deve esser esigliato
da tutto l’Egitto. E questo nuovo ordine, trasmesso al governatore con
quel biglietto di poche frasi iraconde, è poi svolto largamente in
questo proclama al popolo d’Alessandria:
«Giuliano agli Alessandrini».
«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo
la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere
illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi
non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per
fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la
vergine regina dell’Egitto... (qui il testo s’interrompe...) voi non
volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di
appropriarsene il nome.
«Io mi vergognerei, per gli dei, o Alessandrini, se anche uno solo di
voi confessasse di essere Galileo. I padri degli Ebrei anticamente
furono servi degli Egizî. Ed ora voi, o Alessandrini, dopo aver
soggiogati gli Egizî (poichè il vostro fondatore conquistò l’Egitto),
voi offrite, agli sprezzatori delle patrie leggi, a coloro che
anticamente avete incatenati, la vostra volontaria servitù. Nè vi
ricordate della vostra antica prosperità, quando tutto l’Egitto era
unito nel culto degli dei, e godeva di ogni bene. Ma coloro che
introdussero presso di voi questa nuova rivelazione, di qual benefizio,
ditemelo, furono promotori per la vostra città? Vostro fondatore fu un
uomo pio, Alessandro il Macedone, che, certo, per Giove, non
assomigliava, in nulla, a costoro, e neppure agli Ebrei che pur valgono
tanto più di loro. Successi a quel fondatore i Tolomei non favorirono
forse paternamente la vostra città come figlia prediletta? La fecero
forse prosperare coi discorsi di Gesù, o le procurarono l’opulenza di
cui ora è felice, con la dottrina dei pessimi Galilei? Infine, quando
noi romani diventammo signori della città, rimovendo i Tolomei che
governavano male, Augusto, presentandosi a voi, diceva ai cittadini: —
Abitanti di Alessandria, tengo irresponsabile di quanto è avvenuto la
vostra città, per rispetto del gran dio Serapide... —
«Di tutti i favori che particolarmente alla vostra città furono largiti
dagli dei d’Olimpo, io taccio per non andar per le lunghe. Ma, potete
voi, forse, ignorare i favori largiti dagli dei, ogni giorno, non già a
pochi uomini, o ad una sola schiatta o città, ma a tutto il mondo
insieme? Forse voi soli non vi accorgete del raggio che emana dal Sole?
Non sapete che la primavera e l’inverno provengono da lui? Che da lui
hanno vita gli animali tutti e le piante? Non comprendete di quanti beni
vi sia datrice la Luna che da lui nasce e ch’egli ha fatta sua ministra
in tutto? E voi osate non inchinarvi a questi dei? E credete che debba
essere per voi verbo di Dio quel Gesù che nè voi nè i vostri padri hanno
visto? E quel Sole che tutto il genere umano, fino dall’eternità,
contempla e venera, e che, venerato, benefica, il gran Sole, io dico,
l’imagine vivente ed animata e razionale ed operosa del Tutto
intellettivo...». Qui il testo s’interrompe e noi perdiamo la chiusa
dell’entusiastico inno. Ma poi continua:
«Ma voi non travierete dalla retta strada, se crederete a me che la
percorro dal ventesimo mio anno, ed è ormai un dodicennio, coll’aiuto
degli dei.
«Se a voi sarà caro il lasciarvi da me persuadere, ne avrete gran gioia.
Se voi vorrete restar fedeli alla stoltezza ed all’insegnamento di
uomini malvagi, intendetevela fra di voi, ma non chiedetemi Atanasio.
Son già troppi i discepoli di lui che possono confortare le vostre
orecchie, se hanno il solletico o sentono il bisogno di empie parole.
Così si limitasse al solo Atanasio la scelleraggine del suo empio
insegnamento. Ma voi avete abbondanza di persone capaci e non vi è
difficoltà di scelta. Chiunque voi scegliate nella folla, per ciò che
riguarda l’insegnamento delle Scritture, non sarà inferiore a colui che
voi desiderate. Che se poi amaste Atanasio per qualche sua altra abilità
(poichè mi dicono che l’uomo sia un intrigante), e per questo mi
rivolgeste le vostre preghiere, sappiate ch’io lo scaccio dalla città
proprio per questo, perchè l’uomo che vuole metter le mani in tutto, è
per natura, disadatto a governare, tanto più se non è nemmeno un uomo,
ma un omiciattolo vile, come questo vostro grande che crede d’esser
sempre in pericolo di vita, ed è causa di continui disordini. Pertanto,
onde impedire che ciò avvenga, noi prima decretammo che uscisse dalla
città, ed ora da tutto l’Egitto.
«Ciò sia annunciato ai nostri cittadini di Alessandria»³⁰⁶.
³⁰⁶ _Iulian._, 556.
Atanasio non oppose resistenza al decreto di Giuliano. Da quell’uomo
sperimentato ed acutissimo che egli era, e che aveva attraversati ben
altri pericoli ed avventure, comprese la vanità del tentativo di
Giuliano. Sul punto di partire da Alessandria, alla moltitudine che lo
circondava piangendo — «Fatevi coraggio, disse, non è che una nuvoletta,
e presto sarà scomparsa»³⁰⁷. Mirabile vaticinio, pronunciato al momento
in cui Giuliano dominava in tutta la sua giovanile potenza, e che
rivela, con la calma e serena sicurezza della parola, la grandezza di
mente di un uomo insigne, assai più delle iperboliche invettive di un
Gregorio e di un Cirillo.
³⁰⁷ _Socrat._, 152. — _Sozom._, 500.
Il proclama di Giuliano è singolarmente interessante e prezioso per
penetrare nell’animo e nelle intenzioni di Giuliano. Non è, certo, privo
di abilità l’artifizio polemico col quale lo scrittore cerca di far
vergogna agli Alessandrini, che si piegano al giogo dei discendenti
degli Ebrei, essi che, un tempo, avevano tenuto in servitù il popolo
ebreo. Egli si meraviglia profondamente che gli Alessandrini possano
essere caduti in tanta debolezza intellettuale da prender sul serio una
figura, priva affatto d’ogni importanza storica, come quella di Gesù,
che essi e i loro padri non avevano mai veduto, mentre contemplano, ogni
giorno, il Sole, che è datore di vita e che rappresenta visibilmente il
dio supremo! Siccome Giuliano era affatto chiuso al fascino che emana
dal Vangelo, per lui la storia di Gesù non era che una favola, composta
di elementi mal cuciti insieme, ed, anzi, essenzialmente irrazionali. Ed
egli si stupiva che si potesse avere un parere diverso del suo. Ma,
pure, malgrado quella sua convinzione, che qui si rivela, nell’inno al
Sole, con parole tanto sentite, da essere una prova della sua sincerità,
Giuliano non si lascia distogliere dalla prestabilita tolleranza.
Deplora la cecità degli Alessandrini, e, per ragioni di antipatia
personale, non vuole che Atanasio eserciti su di essi la sua influenza.
Ma, non impedisce che i Cristiani d’Alessandria vengano istruiti nella
loro dottrina, e seguano i molti maestri di cui possono disporre. A lui
pare veramente inconcepibile e doloroso che gli orecchi degli
Alessandrini sentano il desiderio del solletico della parola cristiana;
ma, se ciò è, ne usino pure a loro piacimento, col solo divieto di udire
la parola di Atanasio. Questa feroce antipatia che Giuliano sentiva pel
vescovo di Alessandria torna tutta ad onore di quest’ultimo, ed è la
dimostrazione parlante del valore singolare dell’insigne personaggio. E,
certo, c’è, in Giuliano, l’ira del partigiano che vede davanti a sè un
nemico che è più forte di lui e ch’egli non riesce a domare. L’uccisione
del vescovo Giorgio, che pareva fosse un sintomo del ritorno degli
Alessandrini all’Ellenismo, non aveva servito che a ridare ad Atanasio
la sua antica potenza, e, quindi, a rendere più efficace la propaganda
cristiana. Era, dunque, naturale ed umano che Giuliano s’irritasse di
questa condizione di cose ed uscisse dalla sua moderazione. Ma,
nell’aver dato alla sua collera il carattere di una lotta personale,
Giuliano ha dimostrato come anche l’insuccesso ed il disinganno non
riuscissero a spingerlo ad una persecuzione sistematica e generale.
L’argomentazione di Giuliano, in questo proclama agli Alessandrini, è
proprio sintomatica del suo pensiero. La civiltà antica, con tutte le
sue glorie, le sue tradizioni, i suoi ricordi, pare a lui un bene così
prezioso ch’egli non sa comprendere come si possa accogliere una
dottrina che non la riconosce, che ha origini ad essa estranee, e che,
se vittoriosa, finirà per rovinarla e per distruggerla. Ma come? La
tradizione sarà interrotta, la storia chiusa? Tutto lo splendido passato
cancellato per sempre? E cancellato dall’intrusione di un elemento
straniero? Ma chi potrebbe porre a raffronto il valore di questo
elemento straniero con la grandezza delle memorie patrie? E Giuliano,
per far sentire l’umiltà disprezzabile dell’origine della nuova
dottrina, non chiama i Cristiani che col nome di Galilei. È possibile
che da un piccolo, ignorato, barbaro cantuccio dell’immenso impero
venisse una forza capace di combattere e di vincere le più luminose e
potenti tradizioni? È possibile che i Galilei fossero più sapienti e più
forti dei Greci? È possibile che gli Alessandrini dimentichino
Alessandro e i Tolomei e i Romani e Serapide ed Iside e tutto, infine,
quel complesso d’uomini, di leggi, di religione, di storia su cui si è
innalzata la loro civiltà, la loro ricchezza, la loro fortuna? Perchè
mai abbandonano queste care e grandi e gloriose memorie, per seguire la
chiamata di Gesù? Di un uomo, nato in Galilea, straniero affatto al
mondo greco e romano, di un uomo oscuro, conosciuto per non altro che
per incerte e confuse notizie, senza sapienza, senza forza, che si è
lasciato miseramente uccidere? Non è questa una suprema follia?
Questa argomentazione di Giuliano che poteva parer valida a chi non
credeva nel Cristianesimo, non aveva valore alcuno per chi già credeva.
Il credere non è cosa di ragionamento, di convenienza o di opportunità.
La fede nasce per un impulso spontaneo dell’anima umana che sente il
bisogno di soddisfare speciali aspirazioni, e non v’ha ragionamento che
valga a spegnerla quando sia nata. Tutti questi ricordi, questi richiami
di Giuliano ad un passato glorioso cadevano nel vuoto e non giungevano a
toccar un’anima che già avesse sentito il fascino del Cristianesimo, e
che, attratta da altri ideali, fosse già accorsa là dove quegli ideali
trovavano la loro soddisfazione. D’altronde, era troppo tardi. Un
discorso, come quello di Giuliano, sarebbe stato compreso, ed avrebbe
forse avuta una certa efficacia, pronunciato, da un Marco Aurelio, due
secoli prima, quando il Paganesimo viveva ancora in tutta la sua maestà,
ed il Cristianesimo era sul nascere. Ma, nella metà del secolo quarto,
quando il Cristianesimo era già stato ufficialmente riconosciuto ed era
padrone di mezzo il mondo, quel discorso doveva far l’effetto di una
voce fioca che veniva da una grande lontananza e che non aveva la forza
di destare eco alcuna nell’anima di quelli a cui giungeva.
❦
Nel duello con Atanasio, la condotta di Giuliano, per quanto possa, in
parte, essere scusata, peccò di eccesso, e prese l’aspetto di una
persecuzione individuale. Un altro caso in cui Giuliano ha lasciato
trasparire un odio che lo trascinava all’ingiustizia fu quello del
vescovo di Bostra. Noi sappiamo come uno dei primi atti di Giuliano
fosse stato il richiamo dei vescovi, esigliati da Costanzo, i quali
appartenevano, per la massima parte, al partito atanasiano. Ed abbiamo
anche osservato come, sotto a quel decreto, che, certo, era, in sè
stesso, un atto di tolleranza, fosse probabilmente il desiderio e la
speranza che il contatto dei capi dei due partiti, in cui si divideva il
Cristianesimo, accendesse di nuovo un incendio di discordia, il quale
consumasse la potenza della Chiesa. Le previsioni dell’acuto imperatore
si avverarono tosto. Il richiamo degli esigliati fu il segnale dello
scatenamento di una nuova tempesta. Ora, Giuliano, volle approfittare,
pe’ suoi scopi, di tale tempesta. Nella lotta contro il Cristianesimo,
gli premeva, sopratutto, di scuotere l’influenza dei vescovi. Abbattuta
questa, gli sarebbe stato più facile impadronirsi delle plebi. E le
discordie intestine gli suggeriscono un artifizio, di cui la lettera ai
cittadini di Bostra ci fornisce un curioso esempio. L’imperatore si
rivolge alla popolazione cristiana di quella città per dichiarare che
non la tiene responsabile dei disordini che vi avvengono. La
responsabilità è tutta dei vescovi che infiammano animi acciecati ed
ignari. Ma non si deve credere che i vescovi stessi siano mossi da zelo
religioso. Tutt’altro. Se fosse così, essi dovrebbero essere contenti
della clemenza e dell’imparzialità di Giuliano, che restituisce la pace
alla Chiesa. Ma il vero è che quella clemenza e quell’imparzialità
tolgono ad essi ed a tutto l’alto clero il mezzo di abusare della loro
posizione, di arricchirsi a spese degli altri, di commettere soprusi, di
appropriarsi ciò che appartiene ai loro rivali. Le plebi cristiane
devono aprire gli occhi e non cadere nel tranello che i vescovi tendono
loro, per farsene uno strumento di bassa cupidigia. Se non che, questo
artifizio della polemica imperiale pareva potesse difficilmente
applicarsi a Tito, il vescovo di Bostra, il quale aveva esercitata
un’opera di pacificazione, e, credendo ingenuamente di farsi un merito
presso Giuliano, gli aveva scritto per dirgli che, sebbene i Cristiani
costituissero la maggioranza della popolazione, egli, con le sue
esortazioni, li aveva trattenuti dal far danno a chicchessia. Questa
frase imprudente dà all’imperatore, perfidamente abile, il modo di
tentar di rovinare il povero vescovo. Egli cita, nella sua lettera, la
frase isolata, e ne deduce la conseguenza che il vescovo ha voluto darsi
tutto il merito della tranquillità dei cittadini di Bostra, i quali, se
non ci fosse stato lui, avrebbero tumultuato e non obbedirono che di
mala voglia alle sue ingiunzioni. Tito, conclude Giuliano, è stato un
calunniatore ed i Bostreni devono cacciarlo dalla loro città.
Ma riportiamo questa lettera curiosa, di cui ci son già note le
esortazioni alla tolleranza religiosa³⁰⁸:
³⁰⁸ Pag. 281.
«Agli abitanti di Bostra».
«Io credeva che i capi dei Galilei dovessero sentire maggior gratitudine
per me che per colui che mi ha preceduto nel reggere l’impero. Poichè,
regnando costui, molti di loro furono esigliati, perseguitati,
imprigionati, e furono uccise turbe intiere dei così detti eretici, così
che a Samosata, a Cizico, in Papfagonia, in Bitinia, in Galazia, e in
molti altri luoghi, si distrussero dalle fondamenta villaggi intieri.
Ora sotto il mio impero, avviene l’opposto. Gli esigliati furono
richiamati, e coloro, i cui beni erano stati confiscati, li riebbero per
effetto di una nostra legge. Ebbene, essi vennero a tale eccesso di
furore e di stoltezza che, dal momento che ad essi non è più dato di
tiranneggiare, nè di continuare le lotte che si erano accese fra di loro
dopo che avevano oppressi gli adoratori degli dei, infuriati d’ira,
danno mano alle pietre, ed osano agitar le turbe e tumultuare, empi
verso gli dei, ribelli ai nostri decreti, che pur sono ispirati a tanta
benevolenza. Noi non permettiamo che nessuno sia, contro volontà,
trascinato agli altari, e dichiariamo apertamente che, se qualcuno
spontaneamente vuol partecipare ai nostri riti ed alle nostre libazioni,
deve prima purificarsi, e supplicare gli dei punitori. Tanto siamo
lontani dal permettere che uno qualsiasi di quegli empi o voglia o
supponga di essere presente ai nostri riti sacri, prima di aver
purificata l’anima con le preghiere agli dei, e il corpo con le
lustrazioni di legge.
«Or dunque è manifesto che le turbe, ingannate dal clero, tumultuano
appunto perchè è tolta a questo l’impunità. Infatti a coloro che
esercitavano la tirannia non basta di non pagare il fio del male che
hanno fatto, ma, desiderando di riavere l’antico potere, ora che non è
più lecito ad essi di far da giudici, di scrivere testamenti, di
appropriarsi le eredità altrui e di prender tutto per sè, eccitano ogni
disordine, e, versando, per così dire, fuoco sul fuoco, osano aggiungere
ai mali antichi mali maggiori, e trascinano le moltitudini alla
discordia. Parve dunque a me di proclamare e di render manifesto a tutti
con questo decreto il dovere di non tumultuare insieme al clero, di non
lasciarsi persuadere a scagliar sassi ed a disobbedire ai magistrati.
Del resto, a tutti è concesso di riunirsi finchè vogliono, e di far
tutte quelle preghiere che loro piacciono. Ma non devono lasciarsi
trascinare ai tumulti, se non vogliono subirne la pena.
«Io credo opportuno di dichiarar ciò, in ispecial modo alla città dei
Bostreni per la circostanza che il vescovo Tito e i chierici che son con
lui, in un memoriale che mi mandarono, accusano la popolazione di essere
inclinata al disordine, sebbene essi l’esortassero a non tumultuare.
Ecco la frase che è scritta in quel memoriale e che io aggiungo a questo
mio decreto — «Sebbene i Cristiani eguagliano nel numero i Greci, pure,
trattenuti dalle nostre esortazioni, non disturbarono nessuno, in
nessuna cosa». — Così il vescovo parla di voi. Voi vedete che egli dice
che la vostra buona condotta non viene dalla vostra inclinazione, che
anzi si direbbe che voi foste, vostro malgrado, trattenuti dalle sue
esortazioni. Dunque, di vostra iniziativa, cacciatelo dalla vostra città
come un accusatore vostro, e mettetevi, tutti insieme, d’accordo, e non
ci siano nè contrasti nè violenze»³⁰⁹.
³⁰⁹ _Iulian._, 559 sg. — _Sozom._, 501.
Giuliano chiude la sua lettera con quegli ammonimenti ad una reciproca
tolleranza che già conosciamo³¹⁰. Ma la saggezza di quei consigli non
toglie che la condotta di Giuliano verso Tito sia ancor più grave e
riprovevole della sua condotta verso Atanasio. Con quest’ultimo era
guerra aperta e, dal punto di vista di Giuliano, guerra giustificata. Ma
l’artifizio da lui usato contro il vescovo di Bostra è di un’ipocrisia
che lascia una macchia sul carattere di lui. È interessante ed
istruttiva, in questa lettera, la descrizione dei costumi del clero
Cristiano, che era stato completamente corrotto dalla posizione
dominante in cui si trovava. La sete di rapidi guadagni, la smania del
potere, la tendenza all’intrigo erano così palesi e generali che il
polemista pagano ne poteva trarre argomento e sostegno ed a
giustificazione della guerra da lui mossa al Cristianesimo. Giuliano
pone molto abilmente la quistione. — Vedete, egli dice, io ho resi alla
Chiesa dei Galilei degli incontestabili benefici. Ho richiamato gli
esigliati, ho ridonato i beni confiscati, ho cercato di porre fine alle
violenze che la dilaniavano. Ebbene, invece di trovare gratitudine, ho
raccolto il risultato di essere da tutti, senza distinzione, più odiato
del mio predecessore che pur aveva ferocemente perseguitata una parte di
quella Chiesa a vantaggio dell’altra. Ciò perchè non già la pace ed il
rispetto reciproco desiderano i capi della Chiesa, ma l’impunità nella
prepotenza e nel sopruso. Il mio sistema di governo, che vuole l’ordine,
la tolleranza delle opinioni e delle credenze e l’obbedienza intiera
alle leggi, è odioso a tutti coloro che si sentono legate le mani, e
preferirebbero l’arbitrio e la violenza perchè ne sanno trarre
soddisfazione dei loro interessi. — Non erano corsi che sessant’anni
dalla persecuzione di Diocleziano, quando il Cristianesimo sanguinante
raccoglieva nel suo seno tutto l’eroismo di cui è capace il genere
umano, ed ecco che pochi decenni di sicurezza e di prosperità lo hanno
ridotto ad essere un’istituzione così piena di vizî, così facile ai
soprusi, signoreggiata dalle passioni del lucro e del potere, da
permettere a chi vuole combatterla di atteggiarsi a difensore dei
deboli, a vindice della morale offesa. Dato anche che, nelle parole di
Giuliano, si senta un artifizio di malevolenza, quelle parole dovevano
avere una base di verità. Se non l’avessero avuta, l’argomentazione del
polemista sarebbe riuscita del tutto inefficace. L’ideale divino del
Cristianesimo primitivo, plasmandosi nelle forme della realtà, si era
miseramente sciupato, e si era inoculati i vizî che era venuto a
strappare.
³¹⁰ Pag. 281.
❦
Io credo d’aver dimostrato, con la scorta dei documenti, che la
persecuzione di Giuliano o non avvenne che nella fantasia degli
scrittori che lo combattevano o si ridusse ad atti di difesa, non
sempre, è vero, corretti e leali e, forse, talvolta, spinti all’eccesso
dallo zelo intempestivo di qualche prefetto. Ma vi ha un atto di
Giuliano, un atto autentico che ha sollevata la più ardente indignazione
dei Cristiani contemporanei, e che, anche ora, è considerato da molti
storici come la prova dell’intolleranza persecutrice dell’apostata
imperiale. Quest’atto è la promulgazione della legge per la quale egli
intendeva vietare ai maestri cristiani d’insegnare, nelle scuole
pubbliche, lettere greche. L’immensa importanza che si è data a
quest’atto, che, dopo tutto, non aveva che un carattere amministrativo,
mostra come lievi dovessero essere le preoccupazioni per la supposta
violenza del nuovo persecutore. Ma, in ogni modo, la mossa di Giuliano è
sintomatica di un indirizzo di pensiero e di tendenze che, per la prima
volta, si fa vivo nel mondo antico, ed è l’indirizzo che doveva poi
metter capo alla censura letteraria. Già vedemmo come Giuliano
raccomandasse ai suoi sacerdoti di non leggere Epicuro. Ebbene, col suo
decreto, egli vuole impedire che i libri sacri del Politeismo siano,
nella scuola, letti e spiegati da maestri incapaci, a suo parere, di
comprenderne l’ispirazione ed il significato.
Ora, appunto perchè l’atto di Giuliano è sintomatico di un nuovo
atteggiamento dello spirito umano, dobbiamo esaminarlo nella sua origine
e nella sua essenza, e cercare di formarcene un giudizio preciso, basato
sulla conoscenza oggettiva delle condizioni, in mezzo alle quali è
apparso. E, prima di tutto, dobbiamo guardare alla posizione che la
religione aveva presa, in mezzo alla società greco-romana del secolo
quarto, dopo la promulgazione dell’editto di Costantino.
L’editto, datato da Milano, nel 313, con cui Costantino, insieme al
collega Licinio, riconosce l’esistenza legale del Cristianesimo, è un
documento che farebbe grandissimo onore allo spirito filosofico
dell’imperatore, se, con tutta la sua condotta successiva, egli non
avesse dimostrato che quel decreto non era già il prodotto di un
pensiero meditato, ma semplicemente una mossa di politica opportunista.
L’impero romano, come tutti gli Stati del mondo antico, aveva una
religione nazionale, i cui atti erano la sanzione, la consacrazione
della sua esistenza. Se non che il Politeismo, appunto perchè affermava
la molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere, vicino
agli dei nazionali, anche gli dei stranieri, pur che il loro culto si
piegasse a quegli atti esterni da cui l’autorità dello Stato aveva il
necessario riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto appunto perchè
vietava ai suoi fedeli di compiere quegli atti, e quindi appariva come
un’istituzione politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel decreto di
Costantino è propriamente singolare ed originale non è già la
proclamazione del principio di tolleranza per tutti i culti, poichè,
come dissi, la tolleranza sta nell’essenza stessa del Politeismo, ma
bensì nell’abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di ogni religione
di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve accontentarsi di un puro
deismo, di un deismo così razionale, che gli sono affatto indifferenti
le modalità del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è appunto
perchè Costantino vuole che, nell’interesse dell’impero e
dell’imperatore, questo Dio sia pregato da tutti gli uomini, che la sua
legge afferma la completa libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al
compimento di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme
esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato non ha nessuna
ragione di preferire, di far propria una forma piuttosto che un’altra.
Ciò che preme allo Stato ed all’imperatore non è già che gli uomini
preghino in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra lo Stato ed
una determinata religione è del tutto spezzato. Il principio ispiratore
del decreto di Costantino è propriamente — _libera Chiesa in libero
Stato_. — «Noi diamo — scrive Costantino ai governatori delle provincie
— ai Cristiani ed a tutti libera scelta di seguire quel culto che
preferiscono, affinchè la divinità che è nel cielo possa esser propizia
a noi ed a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un ragionamento sano
e rettissimo, noi siamo indotti a decretare che a nessuno sia negata la
facoltà di seguire le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo
che ad ognuno sia concesso di applicarsi a quella religione che a loro
pare più conveniente, onde la divinità possa assisterci, in ogni
congiuntura, con la sua usata benevolenza..... Noi — continua
l’imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo
vivamente il nostro decreto alle tue cure, per modo che tu comprenda
come sia nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta
facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta libertà è data da
noi ad essi, tu vedrai come la medesima libertà dev’essere data ad ogni
altro che voglia partecipare agli atti della religione che gli è
propria. È una conseguenza manifesta della pace dei tempi nostri che
ognuno sia libero di scegliere e di venerare quella divinità che
preferisce. Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio di culto e
nessuna religione abbia da voi il più piccolo impedimento... Seguendo
questa via, noi otterremo che la provvidenza divina, di cui già, in
molte occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente e per sempre
propizia.»³¹¹.
³¹¹ _Euseb._, 375.
Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore, uno degli atti
più razionali che siano mai usciti dal potere legislativo, anzi, si può
dire che la legislazione di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai
andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino l’ispirazione di
quello strano decreto, il quale, mentre riconosceva nel Cristianesimo il
diritto di vivere e di esercitare il proprio culto, gli negava
l’affermazione di ciò che costituisce il suo principio essenziale,
l’affermazione di una verità dogmatica ed assoluta, non lo sapremo mai.
Che esistesse, fra i Pagani fedeli all’idolatria ed alla superstizione
del Politeismo ed i Cristiani che, con la loro religione metafisica,
andavan creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione, un
partito che militava sotto la bandiera di un Cristianesimo razionalmente
deista, si può, forse, dedurre dalle parole di Ammiano. Nel mettere in
ridicolo la mania teologica di Costanzo, il nostro storico dice che
costui confondeva con una superstizione scipita la religione cristiana
_absolutam et simplicem_³¹². Questi due epiteti che, sul labbro di un
Politeista, suonavano una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza
dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione deista, un
Cristianesimo stoico di cui troviamo la prima professione nell’_Ottavio_
di Minucio Felice. Il decreto di Costantino deve essere nato in questo
ambiente di religione razionale e, perciò, opposta al dogmatismo
invadente. Se non che, la prontezza con cui Costantino ha abbandonato
quel suo sereno ed illuminato razionalismo dimostra che non era la
manifestazione di una convinzione formatasi nella sua coscienza, ma il
portato del consiglio altrui. Infatti Costantino, appena si accorse che
il Cristianesimo poteva diventare nelle sue mani una forza efficace, si
affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e, discendendo dalla
vetta del suo deismo razionale, diede al Cristianesimo, ora ortodosso
ora arianeggiante, il valore di una vera e propria religione di Stato,
la quale, appunto perchè traeva la sua ragion d’essere non più da una
necessità politica, ma, bensì, da una verità dogmatica, escludeva e
perseguitava le altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo
con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel Cristianesimo da lui
riconosciuto, il modo diventò tosto la condizione del pregare. Chi non
pregava in un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli
precipitarono in questo movimento che ebbe poi con Teodosio la sanzione
solenne e definitiva.
³¹² _Amm. Marcell._, I, 263.
Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante in materia
religiosa, non poteva collocarsi neppur lui al punto di vista del
decreto di Costantino, perchè egli pure voleva una religione di Stato, e
tale era per lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo
tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era uomo del suo
tempo e non gli si poteva chiedere di far rivivere un decreto che il suo
autore stesso non aveva eseguito, che era stato per lui una
dichiarazione affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta
pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo riconosciuto come
religione essenzialmente dogmatica una religione che non lo fosse meno.
Da qui veniva la necessità di impedire che si diffondesse ciò che per
lui era un errore, sopratutto quando l’errore si giovava dei mezzi che
lo Stato forniva. La legge scolastica da lui promulgata si ispirava a
tale ordine di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva
armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola ora attentamente per
vedere se, dato il punto di partenza da cui muoveva Giuliano, essa può
dirsi intollerante o tirannica.
❦
Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo col
riprodurre letteralmente la famosa legge, emanata da Giuliano, nell’anno
362, pochi mesi prima ch’egli partisse da Costantinopoli per Antiochia,
a prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva eroicamente
perire. La legge dice così:
«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti prima nei costumi,
poi nell’eloquenza. Ora siccome io non posso esser presente in ogni
città, così ordino che chiunque voglia darsi all’insegnamento, non balzi
d’un tratto e temerariamente in quell’ufficio — _non repente nec temere
prosiliat ad hoc munus_ — ma, approvato dal giudizio dell’autorità,
ottenga un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio comunale) —
al quale non manchi il consenso degli ottimi cittadini. Questo decreto
sarà poi riferito a me per esame, affinchè l’eletto si presenti alle
scuole delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più alto
titolo d’onore — _hoc decretum ad me tractandum refertur ut altiore
quodam honore nostro judicio studiis civitatum accedat_».
Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si riferisce
esclusivamente alle scuole municipali, che erano poi le scuole
pubbliche. Nel secolo quarto, l’insegnamento ufficiale era pressochè
intieramente affidato alle città, che mantenevano a loro spese le
scuole, e dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro consigli.
Di ciò abbiamo prove infinite,³¹³ ma basterebbero a dimostrarlo
l’autobiografia di Libanio, in cui quel famoso professore di retorica
narra le sue continue peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di
Nicomedia e d’Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si parla così di
frequente delle contestazioni sempre risorgenti fra le autorità
cittadine e gli insegnanti, ai quali quelle autorità lesinavano lo
stipendio, cosa questa che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti
poi è noto come quel giovane, ardente d’animo e d’ingegno, che diventò
poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto perchè le autorità
cittadine del luogo, dovendo eleggere un maestro di retorica e non
trovando nella città nessuno che fosse di loro aggradimento, si
rivolsero a Simmaco, il prefetto di Roma, _ut illi civitati rhectoricæ
magister provideretur_, e Simmaco mandava Agostino.
³¹³ _Sievers_ — _Das leben des Libanius._ _Boissier_ — _La fin du
Paganisme._
Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano quelle sottili
distinzioni di competenza che complicano l’organismo della nostra
società, così la circostanza che le scuole fossero mantenute a spese
delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali, non toglieva
che, in teoria ed in diritto, fossero insieme scuole cittadine e scuole
di Stato, e che l’elezione del maestro discendesse, dirò così,
schematicamente dall’autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto in
disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non si occupavano
delle scuole se non in occasioni straordinarie o per fatti completamente
eccezionali. Ora, Giuliano, che era l’uomo più colto del suo tempo,
voleva riassumere la cura di vegliare l’istruzione pubblica, richiamare
i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio dei loro doveri, e non
solo riaffermare ma usare il proprio diritto col riserbarsi la revisione
di tutte le elezioni magistrali che quei Consigli facevano.
Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa
legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei
difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una
lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso
di dire che il veleno sta nella coda. L’imperatore riserbava a sè la
revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per
investire quegli insegnanti di un più alto titolo d’onore. Ma la cosa,
nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d’ordine
generale, esisteva un’intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva
raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il
riordinamento generico dell’amministrazione scolastica. La revisione
delle nomine dei maestri, ch’egli esplicitamente si riserbava, doveva
essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall’insegnamento i maestri
che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un mistero di
ciò. Promulgando la sua legge, egli l’accompagnava con una specie di
circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente
qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo
commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e
sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano
ancora, come oggi si direbbe, un sapore d’attualità.
Ma, prima d’entrare nell’esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo
quali fossero le condizioni che hanno mosso l’imperatore a promulgare la
sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in
cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di
Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del
Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè
ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni
filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di
meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti
cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere,
con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per
verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor
ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è
che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e
l’insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de’
suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto
il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano
tenaci il culto delle antiche divinità che s’intrecciava nella vicenda
dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran
parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, erano
diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani
ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione
riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto
necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell’ambiente di una
società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle
memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre
forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore
palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la
propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli
stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva.
Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura
ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve
rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi
cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli
stessi banchi della scuola d’Atene, la più illustre fra le facoltà di
lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un
Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde
tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano
una grande palestra, dove si combatteva a colpi d’eloquenza; infine il
Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci
dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato
dall’istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura
ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che,
certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico.
È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della
letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore,
e nei discorsi di Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle
sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s’incontrano,
talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del
Cristianesimo ellenizzato, c’è un volo ben più largo, c’è una vita ben
più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio
tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili
orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l’odiato
imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la
vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se
noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori
ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo
quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l’Ellenismo
entrasse quale elemento costitutivo dell’opera loro, fosse diventato uno
strumento indispensabile della predicazione cristiana.
Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione potentemente
costituita, appunto perchè aveva saputo ellenizzarsi, plasmandosi nelle
forme del pensiero antico. Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto
combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana contro il
Cristianesimo non era stata, da Nerone a Diocleziano, che una
_coercitio_, che un provvedimento di polizia, una misura d’ordine
pubblico contro una setta che si credeva pericolosa. Ma tali
procedimenti non si possono seguire che da una maggioranza contro una
minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza le parti
generalmente s’invertono, i perseguitati diventano a loro volta
persecutori. Nel Cristianesimo l’inversione si era già iniziata coi
figli di Costantino. Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare i
Cristiani che costituivano, se non la maggioranza, circa una metà dei
suoi sudditi, s’era messo in capo di convertirli con le buone, di
persuaderli con l’esempio e coi ragionamenti a ritornare all’antico. E,
con queste idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse di
virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva, egli stesso,
trattati e discorsi di teologia, e componeva preghiere ferventi, e
diramava, se la parola mi è concessa, delle _pastorali_, piene di buoni
consigli e che rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito
bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione necessaria per
essere un cristiano. Ma, le terribili vicende della sua fanciullezza, la
minaccia continua di esser trucidato negli anni della prima gioventù,
l’educazione ellenica avuta, in Costantinopoli, dal suo primo pedagogo,
l’azione dei maestri, in mezzo a cui s’era più tardi trovato a
Nicomedia, lo spettacolo disgraziato della Corte cristiana di Costanzo,
l’antagonismo naturale contro il cugino in cui vedeva l’uccisore del
padre, del fratello, degli altri suoi congiunti, la corruttela del clero
ariano che gli si era messo al fianco, finalmente un sentimento
vivissimo della coltura e dell’arte greca lo avevano chiuso alle
attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare su di uno
spirito alto ed aperto come il suo. Padrone, come nessun altro, della
letteratura cristiana, ch’egli scrutava con l’occhio del nemico,
Giuliano si era accinto all’impresa di persuadere il mondo che il
Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al Politeismo, ma ad
un Politeismo riformato metafisicamente con le dottrine simboliche del
Neoplatonismo, moralmente e disciplinarmente secondo regole ch’egli
attingeva al serbatoio di quella religione stessa che voleva distrutta.
Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed i suoi allievi
avevano messo in onore, Giuliano credeva nella verità del Politeismo,
trasformato in un mistico simbolismo; e i racconti della mitologia
ellenica diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed Esiodo erano
per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani. Egli era, quindi, convinto
che quei libri, letti e studiati con amore e senza prevenzioni ostili,
dovevano esercitare un’azione irresistibile ed essere il più efficace
strumento di riconversione all’antico. Eppure, era forza constatare che
la lettura di quei libri non opponeva una barriera all’invasione del
Cristianesimo. Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene
perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole pubbliche, sono in
mano di maestri cristiani i quali o non li comprendono, o li
contraddicono con la loro condotta fuori delle scuole, o ne fanno
argomento di dileggio e d’offesa. — Egli, dunque, pensò che uno dei
provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che egli potesse
prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù agli effetti di quel
pervertimento, e deliberò, pertanto, di impedire ai maestri cristiani di
salire sulle cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava la
sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al pubblico insegnamento,
se non fosse stato, dall’imperatore stesso, confermato nell’ufficio, ciò
che equivaleva a dire che nessun maestro cristiano avrebbe avuta la
necessaria conferma. La conseguenza naturale del provvedimento di
Giuliano, quando avesse potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato
quello di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli di
dosso quella veste letteraria con cui si presentava al mondo civile, e
lo guadagnava alla sua dottrina. Si comprende, pertanto, come il
Cristianesimo del secolo quarto insorgesse contro questa legge come
contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco che gli fosse
mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata la persecuzione di
Diocleziano, il Cristianesimo l’avrebbe affrontata impavido, sicuro di
trovarvi una nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di
levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo riempiva di sdegno e
di spavento. Certo, S. Paolo, pel quale la sapienza del mondo non era
che stoltezza, avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il
Cristianesimo, come vedemmo, s’era trasformato; era diventato una
potenza mondana, doveva adoperare le armi di questo mondo, e la coltura
ellenica era un’arma indispensabile. «Donde mai — esclama Gregorio —
donde mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti venne
il pensiero di togliere ai Cristiani l’uso dell’eloquenza? Fu Mercurio,
come tu stesso hai detto, che te lo pose in mente? Furono i demoni
malvagi?... A noi, tu dicevi, spetta l’eloquenza, a noi il parlar greco,
a noi che adoriamo gli dei. A voi l’ignoranza e la rozzezza, a voi pei
quali tutta la sapienza si riassume in una parola: credo!»³¹⁴. Lo
storico ecclesiastico Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che pur
riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione violenta e
sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore perchè, egli dice, con
quella legge voleva impedire che i Cristiani, acuendo la loro lingua,
potessero rispondere ai ragionamenti dei loro avversari³¹⁵. Ma il
giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino. Costui, che non
era cristiano, e sentiva una viva ammirazione per Giuliano, col quale
aveva militato, colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli
commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto inclemente,
meritevole di esser coperto da perenne silenzio — _obruendum perenni
silentio_³¹⁶. — Ora, Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un
onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non
prendeva nessun interesse alle quistioni religiose. Non era cristiano,
ma non era nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente, il
quale, col suo buon senso, deplorava che un uomo tanto geniale e
valoroso, come Giuliano, si fosse impigliato nella rete delle dispute
teologiche, e sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli
erano state largite. Quel suo giudizio è interessante appunto perchè non
può essere il frutto di un meditato giudizio personale, ma, bensì, l’eco
dell’opinione pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e tanto
diffusa ed energica da trascinare con sè anche il voto di un pagano
indifferente.
³¹⁴ _Gregor._, orat. 3, 97.