Finchè Giuliano visse sotto le minacce di Costanzo o come suo
rappresentante nel Governo della Gallia, egli tenne celate le sue idee,
la sua fede ed i suoi eventuali propositi, dato che un giorno avesse in
sua mano la somma delle cose. Durante tutti quegli anni di necessario
infingimento, il giovane entusiasta, che, in mezzo alle cure della
guerra e del governo, non dimenticava mai lo studio e la meditazione,
s’infervorava nel suo amore per l’Ellenismo, nel suo desiderio di
poterlo salvare dalle minacce del Cristianesimo invadente, con un ardore
intimo, reso, direi quasi, più intenso dall’impossibilità di espandersi
apertamente. Ma egli non si è mai compromesso con un atto che potesse
poi creargli, nella pericolosa posizione in cui si trovava davanti a
Costanzo, difficoltà insuperabili. Anzi, noi abbiamo veduto come, già
creato imperatore dai suoi soldati, mentre però ancora non s’era
risoluto alla guerra civile e sperava in un accordo con Costanzo,
partecipasse, con una prudenza tanto grande che può dirsi simulazione,
alla festa solenne dell’Epifania.
Ma, quando, svanita ogni illusione di accordo, Giuliano si gettò
nell’avventura, che doveva parer disperata, di marciare contro Costanzo,
egli depose la maschera, e, risoluto di giocare il tutto pel tutto, si
rivelò restauratore della religione antica. Non è ben chiaro ch’egli
facesse atto pubblico di fede politeista, prima della sua partenza dalla
Gallia, ma, durante il viaggio dalla Gallia a Sirmio, diede apertamente,
con una certa ostentazione, alla sua spedizione il carattere di
un’impresa posta sotto il patrocinio degli dei. Giuliano stesso ce lo
dice, in una lettera da lui diretta al suo venerato maestro, il filosofo
Massimo, e scritta, appunto, mentre egli era in marcia verso i Balcani.
In mezzo alle cure urgenti da cui è premuto, Giuliano è grato agli dei
che gli permettono di poter scrivere a Massimo, e che spera gli
permetteranno di rivederlo. Egli protesta, e chiama in testimonio gli
dei, di esser diventato imperatore contro la sua volontà²⁶². Poi, con
quella facilità e grazia di descrizione che gli è naturale, racconta
l’incontro da lui fatto, con un inviato di Massimo stesso, e gli esprime
tutta l’ansia che aveva provata al pensiero dei pericoli ai quali il
maestro e l’amico del Cesare ribelle poteva esser esposto. Infine chiude
la lettera parlando del favore con cui gli dei accompagnano la sua
impresa che si compie senza violenza e con grande facilità, e così
finisce: «Noi adoriamo gli dei apertamente, e la maggior parte
dell’esercito che mi accompagna è devoto ad essi. Noi sacrifichiamo in
faccia a tutti, ed offriamo agli dei il dono di molte ecatombi. Gli dei
mi comandano di santificare ogni mia azione, ed io obbedisco con tutta
l’anima, ed essi mi assicurano grandi frutti della mia impresa, pur che
si persista»²⁶³. Qui si sente la fiducia e l’entusiasmo del riformatore
che è ai primi suoi passi, ed a cui tutto par facile e pieno di
speranze. Basteranno pochi mesi a fargli perdere le illusioni, così da
indurlo a scrivere quello sfogo di amarezza che è il _Misobarba_!
²⁶² ώς πρῶτον αὺτοκράτωρ ἄκων έγενόμην ἱσασιν οὶ θεοι.
²⁶³ _Iulian._, 356, 19 sg.
Morto il cugino, Giuliano, proclamato imperatore, pel consenso di tutti,
fatto il solenne ingresso in Costantinopoli, diede alla sua volontà la
sanzione della legge. «Scomparso — scrive Ammiano Marcellino — ogni
pericolo ed acquistata la facoltà di fare tutto ciò che volesse,
Giuliano aperse i segreti del suo cuore e, con chiari e precisi decreti,
stabilì che si spalancassero i templi, si presentassero le vittime agli
altari, si restituisse il culto degli dei»²⁶⁴.
²⁶⁴ _Ammian. Marcell._, I, 271, 8 sg.
Che Giuliano prendesse queste risoluzioni, appena avuta la piena libertà
d’azione, era nell’ordine naturale delle cose. Ma quale è stata la sua
condotta nei rapporti col Cristianesimo, in cui vedeva un odiato nemico
col quale iniziava un duello mortale? Qui è il punto più interessante
dello studio che stiamo facendo sulla persona e sulle azioni
dell’imperatore Giuliano. La prima mossa ch’egli fece indicò chiaramente
l’indirizzo che intendeva di prendere. Mentre provvedeva alla riapertura
dei templi ed alla restaurazione del culto pagano, chiamava nel suo
palazzo i capi della Chiesa cristiana, divisa, come sappiamo, in due
partiti che si detestavano a vicenda, ed, in presenza della plebe
cristiana, ammessa anch’essa al cospetto dell’imperatore, li ammoniva
cortesemente, affinchè, sopite le discordie, ognuno servisse la propria
religione, senza paura di nessun divieto — _ut, discordiis consopitis,
quisque, nullo vetante, religioni suæ serviret intrepidus_ —²⁶⁵. Con
questo discorso ai Cristiani di Costantinopoli, Giuliano riprendeva quel
principio di tolleranza religiosa che, inaugurato da Costantino col
decreto di Milano, poi da lui dimenticato, doveva spegnersi con Giuliano
per non risorgere che dopo quindici secoli di completo oscuramento. A
tale principio, Giuliano è rimasto fedele in tutta la sua breve
carriera. I polemisti e gli storici cristiani, Gregorio di Nazianzo,
Socrate, Sozomene, Rufino, si battono i fianchi per porre in cattiva
luce l’azione dell’imperatore, ma non riescono, in nessun modo, a farne
un persecutore. Certo, qualche atto di violenza è avvenuto, durante il
breve suo regno. Ma era la conseguenza inevitabile delle passioni
partigiane e delle abitudini del tempo. L’acerbo Gregorio insinua che
Giuliano era lieto di lasciar mano libera al popolo, per riservare a sè
stesso la parte più nobile di chi vuol convertire con la persuasione, e
afferma che il suo scopo era di far violenza ai Cristiani, senza però
dare ad essi l’opportunità di atteggiarsi a martiri²⁶⁶, ciò che, in
realtà, equivale al riconoscimento, da parte del polemista, che non è
constatabile nessuna violenza, voluta dall’imperatore. Rufino deve pur
ammettere che Giuliano, più astuto dei suoi predecessori, invece delle
inutili crudeltà, applicava le lusinghe, i premi, le esortazioni. E
Socrate che usa la parola _persecuzione_, dichiara ch’egli comprende,
sotto quel nome, qualsiasi atto che possa disturbare, anche nel più
lieve modo, delle persone tranquille²⁶⁷.
²⁶⁵ _Amm. Marcell._, I, 271, 15.
²⁶⁶ _Gregor._, orat. 3ª, 72-74.
²⁶⁷ _Socrat._, 151.
Certo, gli storici ecclesiastici ci narrano alcuni episodi, da cui
risulterebbe giustificata la taccia di persecutore attribuita a
Giuliano. Ma, non bisogna dimenticare che quegli storici scrivevano un
secolo dopo la morte di Giuliano, quando la leggenda si era già formata,
e che, privi, com’erano, di ogni senso critico, quanto più una notizia
era inverosimile, e tanto più era loro accetta. Di alcune di quelle
storie il carattere leggendario è troppo evidente, perchè si possa, in
alcun modo, prenderle sul serio; di altre, che forse contengono qualche
elemento di verità, non si deve far risalire la responsabilità
all’imperatore. Che Giuliano, avuto il potere in sua mano, tendesse ad
usarne a vantaggio della causa ch’egli difendeva, che, pertanto, nei
suoi giudizî, non adoperasse coi due partiti, una bilancia assolutamente
eguale, che le sue preferenze pei Pagani si rivelassero con segni
manifesti, lo si può riconoscere e si può anche scusare, perchè, infine,
Giuliano era un uomo che mirava ad un determinato scopo, ed era
inevitabile che, nello studio per raggiungerlo, si lasciasse trascinare
qualche passo più in là di quello che una rigorosa imparzialità avrebbe
voluto. Ma questa non può dirsi persecuzione. La persecuzione consiste
nel ricercare e nel punire gli avversari solo perchè avversari, nel
prendere l’iniziativa di atti diretti a distruggerli, nell’usare la
violenza come arma regolare e legittima. Ora, di ciò non è traccia nella
condotta di Giuliano. Se fu presa, durante il suo breve regno, qualche
misura di rigore, ciò fu opera quasi sempre di prefetti che
interpretavano, a loro modo, l’intenzione dell’imperatore, e, quello che
più conta, fu la conseguenza di tumulti e di disordini, di cui i
Cristiani avevano la colpa principale. Così, dato anche che fosse esatta
la notizia, in parte evidentemente leggendaria, riferita da Socrate, del
martirio di Teodulo e di Taziano, per ordine del prefetto della
provincia di Frigia, bisogna notare che quei due, infiammati di zelo, si
erano posti alla testa di una sommossa di Cristiani e, penetrando in un
tempio appena riaperto nella città di Mero, avevano spezzate tutte le
statue degli dei²⁶⁸. Pretendere che il governo di Giuliano assistesse
impassibile ad azioni come questa, e chiamarlo persecutore, perchè un
suo magistrato ne ha puniti gli autori, è cosa da polemista, non è cosa
da storico.
²⁶⁸ _Socrate_, 153.
Giuliano, come tutti i riformatori si sarà illuso che il giorno in cui
egli potesse manifestare la sua idea ed inaugurare un’era nuova, il
mondo gli sarebbe caduto ai piedi. Ma, invece, toccato il potere, egli
trovò un’inaspettata resistenza e sentì che l’impresa era assai più
ardua di quanto imaginasse. Da qui un turbamento nel suo giudizio, ed un
sentimento di irritazione che diede una certa asprezza alla sua azione,
nell’ultimo periodo nel suo regno. Ma non si può dire ch’egli rinnegasse
mai i principi razionali a cui s’era ispirato e che partecipasse al
cieco pregiudizio che aveva promosso la spietata e stolta persecuzione
degli imperatori precedenti. Del resto, la moderazione di Giuliano è
riconosciuta, esplicitamente, come osservammo, dallo stesso Socrate, il
quale dice che Giuliano, avendo constatato che le recenti vittime della
persecuzione di Diocleziano erano onorate dai Cristiani e che, col loro
esempio, li eccitavano ad affrontare il martirio, prese una via diversa.
Depose la crudeltà di Diocleziano, ma non per questo si astenne dal
perseguitare, perchè, soggiunge Socrate, «io chiamo persecuzione il
disturbare, in qualsiasi modo, la gente tranquilla»²⁶⁹.
²⁶⁹ «διωγμὸν δὲ λεγω οπωσοῦν ταράττειν τοὺς ῄσυχάζοντας».
Ora i modi con cui Giuliano disturbava la gente tranquilla ed esercitava
la sua persecuzione sarebbero stati, secondo Socrate, il famoso divieto
ai Cristiani di insegnare lettere greche — e di questo parleremo, più
avanti, — il non volere nella reggia, presso la sua persona, dei soldati
cristiani, il non voler affidare ai Cristiani il governo delle
provincie, il cercar di persuadere, con le blandizie e coi doni, i
Cristiani oscillanti a ritornare al culto degli dei, e, finalmente,
l’essersi procurato un tesoro di guerra, per la spedizione di Persia,
col mezzo di multe inflitte ai Cristiani che si ostinavano a non
convertirsi. Di questi modi di persecuzione, è chiaro che solo l’ultimo
potrebbe dirsi propriamente riprovevole, sebbene sempre assai lontano
dall’abituale atrocità degli imperatori che davvero avevano
perseguitato. Ma di questo provvedimento tirannico non abbiamo nessuna
prova contemporanea, nessun accenno nè in Libanio, nè in Ammiano, nè in
Giuliano stesso. Che ci sia stato qualche atto di prevaricazione è assai
probabile, ma una propria e vera legge che ponesse i Cristiani in una
difficile condizione finanziaria non esistette che nella fantasia degli
storici posteriori.
Sozomene, come al solito, si attiene all’esposizione di Socrate,
amplificandola ed intensificando il colorito leggendario. Le scene di
martirio, da lui narrate, anche se fossero veritiere, non si potrebbero
far risalire alla responsabilità dell’imperatore, senza porre in
contraddizione con sè stessi Socrate e Gregorio, i quali riconoscono la
tolleranza di Giuliano, pur attribuendola ad un calcolo perfido. Una
notizia interessante che troviamo in Sozomene è quella dell’abolizione
dei privilegi di cui godeva il clero cristiano, abolizione che, certo,
sarà stata considerata acerba persecuzione. Giuliano tolse ad esso
l’esenzione di cui godeva delle imposte e le prebende di cui era stato
investito da Costantino e da Costanzo, ed obbligò i suoi membri a
rientrare, se chiamati, nei consigli comunali, ciò che era quasi sempre
un forte gravame, per la responsabilità dei singoli consiglieri nel
pagamento delle tasse e delle spese municipali, un gravame a cui i
cittadini cercavano ansiosamente di sfuggire. Questa persecuzione
amministrativa è lamentata da Sozomene, come poco meno dannosa della
crudeltà degli antichi imperatori. Ma la storia imparziale deve pur
riconoscere che il meno che Giuliano potesse pretendere, dal momento che
voleva restaurare il Paganesimo, era di togliere i privilegi dei
Cristiani e di porre tutti i cittadini sul piede dell’eguaglianza²⁷⁰.
²⁷⁰ _Sozom._, 488.
❦
La tolleranza di Giuliano è dimostrata e commentata da Libanio, nel
discorso necrologico, in modo da non lasciar dubbio che essa costituisse
propriamente, per l’imperatore, un principio fondamentale di condotta.
Dopo aver narrato come Giuliano rendesse i dovuti onori alla salma del
suo nemico Costanzo, Libanio ci dice ch’egli inaugurava il culto degli
dei «rallegrandosi di coloro che lo seguivano, deridendo gli oppositori,
tentando di persuadere, ma non lasciandosi mai indurre a far
violenza»²⁷¹. Eppure, continua Libanio, non gli mancavano gli
eccitamenti a rinnovare le sanguinose persecuzioni d’un tempo, ma
Giuliano stette fermo, convinto che «non è col ferro e col fuoco che si
può imporre la rinuncia ad un falso concetto degli dei, poichè se anche
la mano sacrifica, la coscienza rimprovera²⁷² ed allora si ha un’ombra
di conversione, non già un cambiamento di opinione²⁷³. E poi avviene
che, più tardi, costoro ottengono il perdono, mentre quelli che furono
uccisi, vengono onorati al pari degli dei. Persuaso dunque di tutto ciò,
e vedendo che dalla persecuzione la causa dei Cristiani ha giovamento,
se ne astenne. Coloro che volevano il bene, egli li addusse alla verità,
ma non fece violenza a quelli che amavano il male²⁷⁴..... Egli godeva
nel visitare le città che avevano conservati i templi, e le credeva
meritevoli dei suoi benefici; quelle che, in tutto o in parte, si erano
staccate dal culto degli dei, egli le riteneva impure, ma dava loro,
come agli altri sudditi, ciò di cui avevano bisogno, certo non senza
dispiacere»²⁷⁵.
²⁷¹ _Liban._, I, 562, 10.
²⁷² κᾲν ὴ χείρ θυη, μέμϕεται ὴ γνώμη.
²⁷³ ἔστι σκιαγραϕία τις μετάβολῆς, οὖ μετάστασις δὁξης.
²⁷⁴ _Liban._, I, 562, 23 sg.
²⁷⁵ _Idem_, I, 565, 3.
Giuliano, nella sua carriera, non ebbe che un solo momento di rigore
eccessivo, al dire dello stesso Ammiano, un momento in cui lasciò libero
sfogo allo sdegno che gli si era accumulato nel cuore. Entrato in
Costantinopoli, trovò il palazzo imperiale pieno dei cortigiani di
Costanzo. Costoro formavano una casta che, fattasi opulenta con le
spoglie dei templi e con ogni abuso, dava un esempio spaventoso di
corruzione, di lusso e di vizio²⁷⁶. Giuliano li cacciò via, con una
precipitazione che, secondo l’onesto Ammiano Marcellino, gli tolse la
serenità del giudizio e la possibilità di qualsiasi scelta. Ma, insieme
a costoro, Giuliano trovava gli alti ufficiali e consiglieri di
Costanzo, primo, fra tutti, quello sciagurato eunuco Eusebio, che era
stato l’istigatore dell’assassinio di Gallo e il più implacabile nemico
ch’egli avesse presso il cugino. Giuliano non seppe trattenere il
desiderio della vendetta, e nominò una commissione inquirente e
giudicante, a cui deferirli, e questa, credendo di seguire le intenzioni
dell’imperatore, infierì contro gli accusati, macchiando di sangue, non
sempre giustamente sparso, l’esordio del regno²⁷⁷.
²⁷⁶ _Ammian. Marcell._, I, 269, 13 sg.
²⁷⁷ _Idem_, I, 267, 7 sg.
La corte di Costanzo era stata tutta cristiana, perchè Costanzo era un
cristiano intollerante, che non avrebbe permessa, vicino a sè, la
presenza di un cortigiano che fosse rimasto fedele alla religione
antica, e cristiani erano, dunque, gli intimi suoi consiglieri di cui
Giuliano si prese vendetta. Ma ci voleva davvero l’acciecamento
partigiano di Gregorio per insinuare che Giuliano, nell’infliggere le
pene, era spinto non già dall’odio contro i consiglieri di Costanzo
quanto dall’odio contro i Cristiani, come se fosse possibile che
l’imperatore iniziasse una persecuzione sanguinosa proprio nei giorni in
cui chiamava i Cristiani alla sua Corte, per invitarli alla concordia e
per annunciar loro la piena e sicura libertà di culto! Che i cortigiani
di Costanzo fossero cristiani e che, da questa circostanza, Giuliano
traesse una ragione per condannare, nel suo giudizio, anche il
Cristianesimo, è chiaro e naturale. Ma ciò non toglie che, nella sua
condotta, egli fosse mosso da sentimenti in cui il parteggiamento
religioso non entrava per nulla. Ciò vediamo, in tutta luce, in una
lettera da lui diretta all’amico Ermogene, proprio nei giorni in cui
aveva nominata la Commissione inquirente: «Permettimi di esclamare, come
un parlatore poetico. — Oh! io che non sperava d’essere salvato, non
sperava di udire che tu sei scampato dall’idra dalle tre teste! — Per
Giove, non credere che io parli di Costanzo! Costui era quello che era.
Voglio parlare di quelle belve che erano intorno a lui e che spiavano
tutti, e che lo rendevano ancor più crudele: e sì che, per sè stesso,
non era affatto mite, sebbene a molti paresse tale. Ma a lui, dal
momento che è morto, sia lieve la terra, come si dice. Quanto a coloro,
Giove lo sa, io non vorrei che avessero a soffrire contro giustizia. Ma,
siccome si presentano molti accusatori, io ho istituito un tribunale.
Tu, intanto, amico mio, vieni, e cerca di affrettarti più che puoi. È
già da tempo che io supplico gli dei che ti possa vedere, ed ora che tu
sei salvo, con massima letizia ti esorto a venire«²⁷⁸.
²⁷⁸ _Iulian._, 503.
E in un’altra lettera, deplorando certi soprusi sofferti dagli Ebrei,
Giuliano ne dà la responsabilità a coloro che «barbari nel giudizio,
empi nell’anima, sedevano alla sua mensa, e che io, prendendo nelle mie
mani, ho annientati, scagliandoli nel baratro, così che io non abbia più
a sopportare nemmeno la memoria della loro scelleraggine»²⁷⁹.
²⁷⁹ _Iulian._, 503, 10 seg.
È indubitabile, pertanto, che anche questo, che pure fu il solo atto
duro e spietato, commesso da Giuliano, non può dirsi, per nessun modo,
un episodio di persecuzione. Giuliano, come vedremo dalle sue lettere, è
rimasto fedele al principio da lui posto, inaugurando il suo regno, il
principio della tolleranza religiosa. Questo principio armonizzava con
le tendenze del suo spirito equanime e ragionatore, al quale ripugnava
la violenza. Egli aveva l’amore della discussione e del dibattito
logico, e, del resto, doveva comprendere, anche senza il recente
insuccesso di Diocleziano, come dovesse riuscire del tutto inefficace,
anzi, impossibile una persecuzione contro una religione che aveva ormai
invasa, certo, più della metà dell’impero. Ma noi crediamo, però, che
vedesse pur bene ed acutamente Ammiano Marcellino, quando attribuiva la
tolleranza religiosa di Giuliano anche ad un calcolo di abilità
opportunista²⁸⁰. Le discordie intestine del Cristianesimo erano un
lievito potente di dissoluzione, erano l’impedimento più forte alla
costituzione di una Chiesa che potesse imporsi con un’autorità assoluta
ed indiscussa. La tolleranza era una virtù che il Cristianesimo ignorava
affatto, una virtù che era in contraddizione con le sue tendenze
essenziali, una virtù che diventava per lui un vizio. L’intolleranza
dogmatica era un fenomeno nuovo nel mondo, era la conseguenza necessaria
del fatto che, intorno al nucleo monoteista della fede, si formava un
complesso di dottrine metafisiche, le quali venivano a far parte
integrante della religione, come una manifestazione di verità divina. Da
qui la conseguenza che l’eresia diventava una colpa, che i dissensi
intestini nel Cristianesimo non potevano essere tollerati, e che i
Cristiani di parti avverse si guardavano e si combattevano gli uni gli
altri, con un odio assai maggiore di quello che tenevano in serbo pei
Pagani. Ora, Giuliano, abilmente, ed era arte di buona guerra, volle e
seppe approfittare di tale condizione di cose per indebolire il nemico.
E, siccome l’Arianesimo, avendo stretta alleanza con Costanzo, era
diventato potentissimo, era diventato una vera religione di Stato, che
aveva perseguitati e cacciati in bando i vescovi atanasiani. Giuliano
non esitò un istante a pubblicare un decreto con cui concedeva agli
esigliati la facoltà del ritorno in patria²⁸¹, non dubitando, e con
ragione, che, dal contatto delle due parti, si sarebbe immediatamente
riacceso il foco delle ire e delle lotte. Qui stava propriamente il
pericolo pel Cristianesimo. E Giuliano qui mostrava una grande acutezza.
Se Giuliano fosse ritornato vittorioso dalla Persia ed avesse avuto un
lungo regno, il Cristianesimo, abbandonato a sè stesso, divorato dalle
sue discordie, poteva consumarsi e forse trasformarsi essenzialmente. Il
Cristianesimo, fosse ariano, fosse atanasiano, aveva ormai bisogno del
braccio imperiale. Il Cristianesimo, tralignato dalle sue origini, non
poteva vivere che a patto d’essere intollerante. E l’intolleranza, per
essere efficace, richiede d’aver per sè la forza materiale. La morte
prematura di Giuliano rese possibile, pochi anni dopo, a S. Ambrogio di
dare, con l’aiuto di Graziano e di Teodosio, la vittoria definitiva al
dogmatismo cattolico.
²⁸⁰ _Amm. Marcell._, I, 271, 17 sg.
²⁸¹ _Iulian._, 559, 18 sg.
❦
Le lettere di Giuliano, fra le quali, insieme a confidenze amichevoli,
troviamo decreti e manifesti imperiali, ci danno il modo migliore e più
sicuro di penetrare nelle intenzioni di lui e di giudicare la sua
condotta nelle sue relazioni coi Cristiani. Che, malgrado l’odio
cordiale che sentiva per questi, Giuliano volesse astenersi da ogni atto
di violenza contro la loro persona e non esitasse a condannar questi
atti, quando avvenivano all’infuori della sua volontà e per effetto di
passioni popolari, è dimostrato dai più chiari documenti. Ad Artabio
egli scrive: «Per gli dei, io voglio che i Galilei non siano uccisi nè
maltrattati contro giustizia, nè che abbiano a soffrire danno alcuno.
Dico solo che si devono tenere in maggior conto gli adoratori degli dei,
poichè, la stoltezza dei Galilei ci manderebbe in rovina, se non fossimo
salvati dalla benevolenza degli dei»²⁸². E in un manifesto diretto agli
abitanti di Bostra, in occasione di minacciati tumulti fra Cristiani e
Pagani, così conclude: «Mettetevi d’accordo e nessuno commetta violenza
od ingiustizia. I traviati non devono offendere chi adora gli dei
rettamente e giustamente, secondo le norme date a noi da tutta
l’eternità, e gli adoratori degli dei, dal canto loro, non devono
assalire le case di quelli che errano più per ignoranza che per
convinzione. Dobbiamo persuadere ed istruire gli uomini con la ragione,
non già con le percosse, con le violenze o coi tormenti del corpo. Ora,
come già da tempo, io esorto coloro che procedono nella via della vera
pietà di non recar danno alle turbe dei Galilei, di non dar loro
addosso, di non far loro violenza. Noi dobbiamo non già odiare, ma
compiangere coloro che hanno una cattiva condotta nelle cose di suprema
importanza. Ora, il massimo dei beni è la pietà, e il massimo dei mali è
l’empietà. Coloro che, abbandonando il culto degli dei, si son dati a
quello dei morti e delle reliquie trovano in sè stessi il loro castigo.
Noi dobbiamo compiangerli, come compiangiamo chi è affetto da qualche
malattia, mentre ci rallegriamo di quelli che dagli dei furono liberati
e salvati»²⁸³.
²⁸² _Iulian._, 485, 14 sg.
²⁸³ _Iulian._, 562, 5 sg.
Certo, non si può essere più espliciti, più ragionevoli e temperati,
dirò anche, più moderni di quello che è Giuliano nelle sue
dichiarazioni: più moderni, perchè il principio di tolleranza religiosa,
posto dal restauratore del Paganesimo, non doveva rivivere se non quando
fosse caduto l’impero del dogmatismo infallibile. Ma Giuliano doveva
trovare qualche difficoltà ad applicare intieramente quel suo principio,
in mezzo alle accese passioni popolari. I Cristiani, diventati, dopo
Costantino, dominatori della posizione, eran diventati a loro volta
persecutori, ed avevano, in più luoghi, distrutti e saccheggiati i
templi antichi. Era, dunque, inevitabile che nascesse nei Pagani tornati
al potere, il desiderio della rappresaglia. Ma la situazione, già
intricata per sè stessa, lo diventava ancor di più per le discordie
intestine del Cristianesimo, discordie che, come notammo, tornavano a
vantaggio di Giuliano, ma che pure egli non poteva lasciar divampare,
senza ferir quel principio di rispetto e tolleranza reciproca che doveva
essere il perno della sua politica religiosa. Come Giuliano si
destreggiasse in mezzo a queste difficoltà, lo vediamo nell’episodio
dell’uccisione del vescovo Giorgio d’Alessandria.
Sotto il regno di Costanzo era governatore d’Alessandria un suo fidato
consigliere, Artemio, e vescovo l’ariano Giorgio. L’uno e l’altro, per
le loro delazioni al sospettoso imperatore e per la tirannia crudele del
loro governo, erano odiati dal popolo di una città, la quale, come dice
Ammiano Marcellino, il verace narratore dell’episodio²⁸⁴, era sempre
pronta alle sommosse, appena se ne presentasse l’occasione. Successo
Giuliano, egli fece venire a Costantinopoli Artemio, che, trovato reo di
grandi delitti, fu condannato a morte. Gli Alessandrini, che avevano,
per qualche tempo, vissuto nel timore di un possibile ritorno di Artemio
e di una ripresa del suo crudele arbitrio, avuta la notizia della sua
morte, insorsero contro il vescovo Giorgio, il quale poi era
specialmente odioso alla parte pagana della popolazione alessandrina,
perchè eccitava i Cristiani alla distruzione dei templi. Giorgio fu
miseramente massacrato dalla turba furente, e lo furono con lui due suoi
compagni di fede e di intrighi, Draconzio e Diodoro. I cadaveri furono
bruciati, e le ceneri disperse nel mare, pel timore che le loro tombe,
come quelle dei martiri, diventassero luoghi sacri. Ammiano osserva che
i Cristiani, se avessero voluto, avrebbero potuto impedire il misfatto,
ma rimasero, invece, spettatori inerti. Probabilmente questi inerti
Cristiani erano i fautori di Atanasio, ai quali la morte dell’ariano
Giorgio non sarà stata sgradita.
²⁸⁴ _Amm. Marcell._, I, 289, 28 sg.
Giuliano, che confondeva in un odio solo, e col solo nome spregiativo di
Galilei, Ariani ed Atanasiani, non doveva, dal suo punto di vista di
restauratore del Paganesimo, essere scontento di una così chiara prova
dello zelo degli Alessandrini. Ma egli era imperatore e si atteggiava a
reggitore imparziale e giusto. Non poteva, quindi, lasciar passare
impunito il delitto. E Ammiano ci narra che, infatti, egli era risoluto
a infliggere il meritato castigo. Ma gli amici, che gli stavano al
fianco, e che, come sempre avviene, erano più imperialisti
dell’imperatore, lo persuasero a limitarsi all’invio di un editto, che
rimproverasse gli Alessandrini, lasciandoli, nel fatto, impuniti. Questo
editto, che ci è conservato integralmente, è di un grande interesse per
la conoscenza di Giuliano e del suo indirizzo governativo:
«L’imperatore Cesare Giuliano Massimo Augusto al popolo degli
Alessandrini».
«Se anche voi non rispettate il vostro fondatore Alessandro e, meglio
ancora, il grande e santissimo dio Serapide, come mai, vi domando, non
vi venne il pensiero del vostro dovere davanti all’Impero ed
all’umanità? Aggiungerò anche il pensiero di noi, che gli dei tutti e,
fra i primi, il grande Serapide, credettero degni di governare la Terra?
Di noi, che avevamo il diritto di istituire il processo contro coloro
che vi avevano offeso? Ma, forse, vi trasse in inganno l’ira e la
passione, la quale è solita a fare il male ed a sconvolgere il giudizio,
così che voi, malgrado il vostro impulso che, sulle prime vi aveva ben
consigliato, siete poi corsi a trasgredire la legge, e non vi
vergognaste di commettere, tutti insieme, quei delitti, che,
giustamente, condannaste negli altri.
«In nome di Serapide, ditemi, per quale colpa inferociste contro
Giorgio? Risponderete, certo, che egli eccitava contro di voi Costanzo,
e introdusse un esercito nella città sacra, e indusse il governatore
dell’Egitto ad impadronirsi del tempio più venerato del dio, violando le
imagini, le offerte votive e gli ornamenti sacri. Contro di voi che,
infiammati di uno sdegno ben naturale, tentavate di difendere il dio,
dirò meglio, la proprietà del dio, il governatore, iniquamente,
illegalmente ed empiamente, mandò i suoi soldati, temendo, più che
Costanzo, Giorgio, il quale lo sorvegliava, se mai si comportasse con
voi, non già tirannicamente, ma con temperanza e civiltà. Irritati,
perciò, contro quel nemico degli dei che era Giorgio, avete deturpata la
sacra città, mentre voi potevate consegnarlo ai voti dei giudici. E così
non vi sarebbe stata uccisione nè delitto, ma giustizia perfetta, che
avrebbe difeso voi innocenti, e punito quello scellerato sacrilego, e,
insieme, resi saggi tutti gli altri, quanti sono, che non rispettano gli
dei, e non hanno riguardo a città come la vostra, ed a popoli fiorenti,
e ritengono la crudeltà quasi un’appendice della loro potenza.
Confrontate questa mia lettera con quella che vi mandai, ora è poco
tempo, e vedete la differenza! Quante lodi io vi faceva! E anche ora
vorrei lodarvi, ma non lo posso, per la vostra trasgressione. Il popolo
vostro ha osato, come i cani, sbranare un uomo; e poi non si è
vergognato di innalzare agli dei delle mani lorde di sangue! Ma Giorgio,
voi dite, meritava questo castigo. Certo, io rispondo, anzi uno più
grave e più acerbo. Per causa vostra, voi direte. Lo ammetto. Ma se voi
diceste, per mano vostra, io direi di no. Poichè vi sono leggi che
ognuno di voi deve onorare ed amare. E, se avviene che taluno le
trasgredisce, voi, nella vostra maggioranza, dovete seguirle ed
obbedirle, e non traviare da ciò che in antico fu provvidamente
istituito. Siete ancora fortunati, o Alessandrini, di aver commessa la
colpa vostra, sotto l’impero mio, poichè, per rispetto alla divinità e
per riguardo al mio zio e mio omonimo, che ha governato l’Egitto e la
vostra città, io serbo per voi una benevolenza fraterna. Ma una autorità
rigorosa e pura tratterebbe l’audacia colpevole del popolo come una
grave malattia che bisogna risanare con acerba medicina. Eppure io vi
presento, per le ragioni che ho testè dette, ciò che vi sarà ben più
grato, esortazioni e ragionamenti, dai quali ben so che voi sarete
persuasi, se voi siete, come mi si dice, Greci d’antica stirpe e se di
quella origine rimane ancora la traccia mirabile e gentile nell’animo
vostro e nelle vostre abitudini.
«Ciò si renda noto ai miei cittadini di Alessandria»²⁸⁵.
²⁸⁵ _Iulian._, 488.
Quando si riflette che questo editto è uscito dalla penna del più
convinto nemico che abbia avuto il Cristianesimo, non è possibile non
vedervi un esempio di moderazione e di padronanza delle passioni. Il
vescovo Giorgio doveva essere doppiamente odioso a Giuliano, e come
cristiano intollerante, e come amico e confidente di Costanzo. Pertanto
la sommossa degli Alessandrini poteva esser considerata da lui come una
prova di zelo e di devozione, come la dimostrazione più solenne del
favore che la restaurazione, da lui iniziata, trovava nella capitale del
commercio e del pensiero d’Oriente. Ma Giuliano, fedele al suo
programma, non vuole nè sangue, nè violenze, nè turbolenze. Egli, certo,
non permetteva la violenza dei Cristiani che correvano a perseguitare
chi non credeva ciò che essi credevano, ma non permetteva nemmeno la
violenza dei Pagani che da sè stessi si facevano giustizia. L’ordine
nella tolleranza reciproca era il suo programma, ed egli ancor
s’illudeva che il Paganesimo avesse in sè tanta forza d’attrazione che,
riposto nella libertà della sua azione e del suo svolgimento, avrebbe
visto ritornare a lui le turbe guarite del loro traviamento!
Se non che l’ordine nella tolleranza non era facile a conservarsi, in
mezzo alle passioni esaltate. L’esempio degli Alessandrini fu seguito, a
quel che narra Sozomene²⁸⁶, in altre città, a Gaza, ad Aretusa di Siria,
dove avvennero tumulti e scene di sangue, promosse da Pagani che si
vendicavano di Cristiani, mentre altrove i Cristiani, non spaventati,
anzi, parrebbe, irritati dall’inaspettata risurrezione del Politeismo,
si riponevano con maggior ardore a distruggere i templi. Il fatto più
grave fu quello di Cesarea di Cappadocia, dove la popolazione, in grande
maggioranza, cristiana, dopo aver abbattuti i templi di Giove e di
Apollo, distruggeva, regnante Giuliano, il tempio della Fortuna²⁸⁷.
L’imperatore non rispose alla sfida che con castighi, certo, assai
gravi, ma d’indole amministrativa. Depose il Prefetto della Cappadocia,
confiscò i beni delle chiese cristiane, impose una multa pesante e tolse
alla città i suoi privilegi. Ma sarebbe ingiustizia il dare a tale
procedimento il carattere di una persecuzione. Dato il compito ch’egli
si era imposto, Giuliano poteva lasciar tranquilli i suoi nemici, ma non
poteva permettere che impunemente gli si ribellassero, e lo ferissero in
ciò che più gli stava a cuore.
²⁸⁶ _Sozom._, 492 sg.
²⁸⁷ _Idem_, 487 sg. — _Gregor._, 91.
❦
Coloro che accusano Giuliano di violenza e di persecuzione per questi
atti di difesa dimenticano che il Cristianesimo, appena ottenuta, con
Costantino, la vittoria, non seppe sottrarsi alle condizioni dei tempi e
dei costumi, e divenne tosto persecutore a sua volta. Come saggio della
intolleranza dei primi imperatori cristiani e della persecuzione da loro
iniziata, valga questo decreto di Costanzo e Costante, promulgato
nell’anno 353. «Decretiamo che, in ogni luogo ed in ogni città, siano
chiusi i templi, che nessuno vi possa entrare, e che sia negata agli
empi la licenza di delinquere. Vogliamo che tutti si astengano dal far
sacrificio. Se taluno perpetrasse qualche cosa di simile sia ucciso con
la spada vendicatrice. Decretiamo che le sostanze dell’ucciso siano
attribuite al fisco, e vogliamo che siano puniti i governatori delle
Provincie che fossero negligenti nel reprimere i delitti»²⁸⁸. Certo, nè
un Decio nè un Diocleziano potevano far meglio. Ma il documento più
interessante per farci conoscere l’oppressione esercitata dai Cristiani
sui Pagani, è il discorso _intorno ai templi_ diretto da Libanio
all’imperatore Teodosio. Sebbene questo discorso sia posteriore di
alcuni anni al regno di Giuliano, pure esso dipinge una condizione di
cose che, già da tempo, esisteva, ed è sintomatico dello stato degli
animi in mezzo al conflitto di due religioni ancora rivali. L’origine
del discorso è questa. L’imperatore Teodosio, con parecchi decreti, e
specialmente con uno diretto al Prefetto d’Oriente, Cinegio, nel 385,
aveva confermata la disposizione dei precedenti imperatori, vietante i
sacrificî. Tollerava però la continuazione di alcuni riti, come
l’incensamento e la preghiera, e non aveva imposta e nemmeno
incoraggiata la distruzione dei templi. Ma i Cristiani, tale
incoraggiamento, pare lo trovassero nella logica delle cose, e, quindi,
senza aspettare nè leggi, nè ordini imperiali, si ponevano all’opera di
abbattere i templi, fra i quali insigni monumenti, coprendo,
coll’apparenza del fanatismo religioso, privati interessi ed avidità di
guadagno. Contro tale abuso Libanio innalza la sua voce in un discorso
da lui diretto all’imperatore, la cui data può determinarsi nei sei anni
che corsero dal 385 al 391²⁸⁹.
²⁸⁸ Vedansi, insieme a questa, le leggi contenute nel _Codice
Teodosiano_, sotto il titolo _de paganis, sacrificiis et templis_.
— _Liban._, II, 148 sg.
²⁸⁹ _Liban._, II, 153.
Leggendo quel discorso si raccolgono le prove della decadenza, della
corruzione morale in cui era precipitato il Cristianesimo, appena
diventato dominatore. Questa impressione, che abbiamo già raccolta da
tutti i documenti contemporanei, è confermata fortemente dal discorso di
Libanio. Perchè costui potesse rivolgersi ad un imperatore, di fede
cristiana, e quale imperatore! accusando così esplicitamente i
Cristiani, e in particolare modo i chierici ed i monaci, di ogni sorta
di soprusi, per la smania del lucro, bisogna pur dire che la verità
dell’accusa fosse, almeno in parte, tanto lampante, da togliere ogni
pericolo per chi osasse esporla e dichiararla. Noi vediamo, in Libanio,
come il Politeismo si fosse ritirato dalle città nei campi, dov’era
gelosamente conservato dai coloni, dagli agricoltori, i quali, con la
tenacità della gente semplice e lontana dai perturbamenti sociali,
adempivano le antiche cerimonie e chiamavano le note e care divinità a
proteggere i loro lavori. È contro costoro che maggiormente si
esercitava la prepotenza del clero cristiano che poi si arricchiva di
spogliazioni, compiute in nome di un principio divino! Queste sono
rivelazioni preziose. Per comprendere un movimento, come quello tentato
da Giuliano, bisogna, dunque, ricordare che il Cristianesimo, perdendo
affatto il suo carattere di rivendicazione morale e di sublime eroismo,
si era abbassato alle condizioni del tempo, ed era diventato, nella
realtà, una religione alla cui ombra pullulavano tutte le passioni e
tutti i vizî che essa, se avesse effettivamente rigenerata la società,
avrebbe dovuto estinguere.
Ma, prendiamo qualche fiore dal mazzo di scherni e di accuse che ci
offre Libanio. «Tu — egli dice, rivolgendosi a Teodosio — tu non hai
ordinato che si chiudessero i templi, nè che nessuno vi avesse accesso,
nè che si allontanassero dagli altari il fuoco e l’incenso o l’onore di
altri profumi. Ma quella gente, vestita di nero, che mangia più degli
elefanti, e che, per le ripetute bicchierate, dà un gran da fare a
coloro che, quando canta, la provvedono di vino, e nasconde tutto ciò
sotto una pallidezza artificiale, ad onta della legge, o imperatore,
corre ai templi, alcuni portando bastoni e sassi e ferri, altri senza di
ciò, nell’intento di adoperare le mani e i piedi. Quindi abbattono i
tetti, scavano le pareti, strappano le statue, spezzano gli altari. E i
sacerdoti devono o tacere o morire. Distrutti i primi templi, corrono ai
secondi, poi ai terzi, e, contro la legge, accumulano trofei su trofei.
Ciò si osa fare nelle città, ma molto più nei campi... Li percorrono,
come torrenti, devastandoli, sotto il pretesto di distruggere i templi.
E quando, in un campo, hanno abbattuto il tempio, è come se ne
spegnessero ed uccidessero l’anima. Poichè, o imperatore, i templi sono
l’anima dei campi, e furono il primo nucleo delle costruzioni cresciute,
attraverso molte generazioni, fino allo stato presente. E nei templi son
poste le speranze degli agricoltori per la prosperità degli uomini,
delle donne, dei figli, dei buoi, delle seminagioni e delle messi. Un
campo che ha sofferto tale danno, è rovinato, ed è perduta, insieme alle
speranze, la confidenza degli agricoltori. Vano credono il loro lavoro,
quando son privati degli dei che lo rendono proficuo... Così l’audacia
di quella gente, che si esercita scelleratamente nei campi, conduce ai
più deplorevoli risultati. Dicono di far guerra ai templi; ma la guerra
si risolve nel rubare, nello strappare ai poverelli ciò che loro
appartiene, le loro provviste, raccolte dal suolo, pel loro nutrimento,
e se ne partono, portando via, come conquistatori, le spoglie dei
debellati. E non basta, chè si appropriano la terra del primo
malcapitato, dicendo che è terra sacra, e così molti, per questa parola
falsa, son privati dei beni paterni. Ed essi, che pretendono di servire,
così dicono, col digiuno il loro dio, gozzovigliano nei mali altrui. E
se poi gli sventurati, andando alla città, si lamentano col Pastore
(così chiamano un uomo tutt’altro che buono) ed espongono le loro
sofferenze, il Pastore loda gli offensori e licenzia gli offesi, dicendo
che hanno fatto un guadagno nel non aver sofferto di più. Eppure, o
imperatore, anche questi infelici fan parte del tuo impero, e son tanto
più utili dei loro offensori, di quanto i lavoratori son più utili degli
oziosi. Quelli son simili alle api e questi ai calabroni. Appena essi
hanno notizia di qualcuno che possegga un campicello di cui lo si può
spogliare, tosto affermano che colui sacrifica e fa cose riprovevoli, e
che bisogna far impeto contro di lui, ed ecco entrano in scena i
_moralisti_²⁹⁰, poichè questo è il nome che danno ai ladri, se pure io
non dico troppo poco, poichè i ladri cercano di nascondersi, e negano
ciò che osano fare, e si ritengono offesi se li chiami ladri. Ma quelli
invece si vantano di ciò che fanno, e sono rispettati, e lo narrano a
chi lo ignora, e affermano di essere degni di premio..... E perchè mai,
o imperatore, tu raccogli tanta forza, e prepari le armi, e chiami a
consiglio i generali, e li spedisci dove maggiore è il bisogno, e a
questi scrivi, a quelli rispondi? E perchè queste nuove mura, questi
lavori estivi? A che mira, a che serve tutto ciò per le città e pei
campi? A vivere senza timore, a riposare tranquillamente, a non esser
turbati dalle minacce dei nemici, ad esser certi che, se alcuno ci
venisse addosso, se ne andrebbe dopo aver subìto più che recato danni. E
dunque se, mentre tu raffreni i nemici esterni, alcuni tuoi sudditi
maltrattano altri che sono pure sudditi tuoi, e non permettono loro di
godere dei beni comuni, non è, forse, vero che essi offendono la tua
provvidenza, la tua saggezza e le tue cure? Non è, forse, vero che, con
le loro azioni, essi fan guerra alla tua volontà?»²⁹¹.
²⁹⁰ οί σωϕρονίσται.
²⁹¹ _Liban._, II, 164, 2 sg. È interessante il vedere come il giudizio
di Libanio sull’opera rapace del clero e dei monaci si accordi con
quello di Zosimo il quale dice che costoro «col pretesto di dar
tutto ai poveri hanno impoverito tutti» (449). Chi fossero i
σωϕρονίσται è chiarito da una legge di Teodosio del 392. Sono quei
_defensores_ e quei _curiales_ ai quali l’imperatore commette la
cura di vegliare all’osservanza del suo divieto d’ogni culto
pagano, e di deferire ai giudici i trasgressori. Il discorso di
Libanio è rimasto senza effetto, anzi ebbe un risultato opposto a
quello che egli ne sperava. Infatti, mentre dalla sua parola appare
che, se eran vietati i sacrifici, non lo era il rito
dell’incensamento, la legge del 392, posteriore al discorso lo
vieta esplicitamente, e minaccia la confisca di tutti i luoghi dove
l’incenso avesse fumato: _«omnia loca quae turis constiterit vapore
fumasse fisco nostro adsocianda censemus»_.
In questo appello, nel quale lo scherno si unisce all’invettiva ed al
ragionamento, Libanio ci pare davvero eloquente e pieno di abilità. E si
sente nella parola dell’oratore un accento di verità, il sentimento di
un diritto offeso, il grido dei vinti ingiustamente calpestati. Gli
uomini non mutano nelle loro passioni. I Cristiani, diventati
vittoriosi, avevano preso il posto dei dominatori di prima, e
rinnovavano, in nome di un nuovo principio, quei procedimenti e quegli
eccessi che già erano stati compiuti, in nome di un principio opposto. E
Libanio, da pagano perseguitato, confuta energicamente l’argomento che i
Cristiani persecutori presentavano a difesa delle loro violenze, cioè,
che con esse costringevano i Pagani a convertirsi. Con tale
procedimento, dice Libanio, non si ottengono che conversioni di
apparenza. Ed allora, esclama Libanio, quale vantaggio ne avranno i
Cristiani, se i nuovi convertiti lo saranno a parole, ma nol saranno a
fatti? «In cose di questa natura bisogna persuadere e non costringere.
Colui che, non potendo persuadere, usa la violenza, sebbene creda di
riuscire, in realtà non riesce a nulla»²⁹². Ma la colpa di questa
tristissima condizione di cose non è di Teodosio, pel quale l’abile e
prudente Libanio non ha che parole di lode, ma di un perfido
consigliere. E par che Libanio voglia indicare Cinegio, prefetto
d’Oriente, marito di Acantia, matrona che godeva fama di santità.
«Questo uomo ingannatore, empio e nemico degli dei, e crudele e avaro,
funesto alla terra che lo riceve, godendo di una fortuna irragionevole e
male usandone, è servo della moglie, a cui compiace in ogni cosa, a cui
tutto subordina. E costei deve, a sua volta, obbedire a coloro che le si
impongono, e che fanno pompa di virtù coll’indossare vesti di lutto,
anzi, per pompa ancor maggiore, vesti di quella tela di cui i tessitori
fanno i sacchi. Questa combriccola inganna, illude, agisce sotto mano, e
dice il falso»²⁹³. Curioso, davvero, questo quadretto di un prefetto
d’Oriente che è guidato dalla moglie, la quale, a sua volta, è guidata
dai monaci! E come è strana la diversità dei giudizî degli uomini, a
seconda del colore della lente passionale con cui guardano gli oggetti!
Libanio vede la perfidia ed il ridicolo, là dove un Gregorio ed un
Atanasio avranno veduto l’espressione più pura della santità delle
intenzioni e della condotta!
²⁹² _Liban._, II, 178.
²⁹³ _Idem_, 194, 10 sg.
Ma Teodosio, dice Libanio, non ha mai emanata nessuna legge che
sanzionasse questi eccessi. «Tu non hai mai imposto questo giogo
all’anima umana. E se credi che il culto del tuo dio sia preferibile al
culto degli altri, non hai dichiarato che questo sia un’empietà, e che
giustamente lo si possa vietare». Chè, anzi, egli chiama presso di sè,
come consiglieri e commensali, uomini notoriamente devoti agli dei, e
non diffida di un amico, perchè ripone negli dei le sue speranze. E,
ricordando Giuliano, la cui imagine non è mai lontana dal pensiero di
Libanio, egli esclama: «tu non ci perseguiti, imitando colui che,
coll’armi ha sconfitti i Persiani, ma coll’armi non ha perseguitati
quelli dei suoi sudditi che gli erano nemici.»²⁹⁴.
²⁹⁴ _Liban._, 202, 10 sg.
❦
Durante il soggiorno di Giuliano in Antiochia avvenne un fatto che lo ha
singolarmente irritato. Non v’era cosa che fosse più ripugnante a
Giuliano del culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei loro
martiri, dei loro uomini illustri. Questa adorazione dei morti, com’egli
la chiamava, offendeva il suo senso estetico di antico greco, gli pareva
assurda, e probabilmente gli era odiosa come uno dei mezzi più efficaci
per esaltare gli animi in un’aspirazione devota. Quando viene a toccare
di questo culto dei morti, egli ha sempre qualche parola di disprezzo o
di sarcasmo, e, più ancora, che la distruzione delle chiese, egli
desiderava la scomparsa o l’abbandono di quelle tombe che erano
diventate luoghi sacri. Tale era appunto la tomba del martire Babila che
si trovava nel sobborgo di Dafne, presso Antiochia. Quel sobborgo era un
luogo di delizie per la bellezza delle piante e dei fiori, per la vista
e la giocondità dell’aura. La leggenda narrava che lì la ninfa Dafne,
fuggendo da Apollo, si fosse trasformata in lauro. E questa memoria,
congiunta all’eccitante amenità del luogo, faceva dei boschetti di Dafne
il ritrovo degli amanti. «Chi — dice Sozomene — passeggiava per Dafne,
senz’essere accompagnato da un’amante, era considerato come un uomo
stolto e rozzo»²⁹⁵. E, in mezzo a quei boschi, sorgeva la più bella
statua d’Apollo, e vicino uno splendido tempio di marmo, dedicato al
dio.
²⁹⁵ _Sozom._, 508; ῳ γαρ διατρίρη έκτος έρωμένης ἐν Δὰϕνῇ ετΰγχανεν,
ηλΐθιος τε και ἄχαρις εδόκει.
Se non che, quando Gallo, il fratello di Giuliano, fatto Cesare da
Costanzo, e investito del governo d’Oriente, si stabilì in Antiochia,
gli venne il pensiero, da quell’esaltato cristiano ch’egli era, di
togliere il prestigio a quel famoso santuario dell’Ellenismo, e, per
riuscirvi, pensò di costrurre, in faccia al tempio d’Apollo, un
tabernacolo e di portarvi le reliquie del martire Babila. Pare che lo
scopo, voluto da Gallo, fosse stato raggiunto. La presenza delle
reliquie del martire, chiamando nei boschetti profumati di Dafne le
turbe devote dei Cristiani, allontanava gli amanti, e spargeva un’aria
di tristezza in cui spariva il sorriso del raggio apollineo.
Avvenuta la rivoluzione religiosa, Giuliano, entrato in Antiochia, volle
restituire all’antico splendore il tempio ed il culto d’Apollo, e ciò
non poteva farsi se non si trasportavano altrove le reliquie del
martire, che deturpavano il luogo sacro. Ed infatti ordinò che si
eseguisse il trasporto. Quest’ordine fu causa di una grande
dimostrazione dei Cristiani d’Antiochia, i quali, al dire di Sozomene,
accompagnarono in folla, cantando salmi, per quaranta stadi, la cassa
dove giaceva il martire. Giuliano fu per questa dimostrazione
irritatissimo e si sarebbe lasciato andare ad atti di rappresaglia, se
non fosse stato rimesso sulla buona strada dal prefetto Sallustio. Se
non che, pochi giorni dopo, un terribile incendio divorava il tempio
d’Apollo. I Cristiani affermarono che un fulmine mandato da Dio aveva
posto in fiamme il tempio, ma Giuliano non dubitò un istante a darne la
colpa ai Cristiani. Con grande amarezza egli ricorda, nel _Misobarba_,
questo fatto, e pone a raffronto la condotta degli Antiochesi con quella
di altre città in cui si rialzavano i templi e si distruggevano le tombe
degli atei, cioè dei Cristiani, e si giungeva contro questi ad eccessi
ch’egli deplorava. Gli Antiochesi, invece, rovesciavano gli altari
appena rialzati, e la mitezza con cui egli li ammoniva a nulla aveva
giovato. «Infatti, quando noi facemmo trasportare il cadavere, quelli di
voi che non rispettavano le cose divine, consegnarono il tempio del dio
agli sdegnati pel trasporto delle reliquie, e questi, non so se nascosti
o no, accesero quel fuoco che negli stranieri destò orrore, e nel vostro
popolo piacere, e che lasciò e lascia ancora indifferente il vostro
Senato!»²⁹⁶. E, forse, fu sotto l’impressione di questo fatto che
Giuliano diede l’ordine, con un decreto riportato da Sozomene, di
distruggere due santuari di martiri che si costruivano, in Mileto,
presso il tempio di Apollo²⁹⁷.
²⁹⁶ _Iulian._, 466, 1 sg.
²⁹⁷ _Sozom._, 511.
❦
Tutte queste violenze parziali, che hanno un carattere episodico e che
non erano che l’inevitabile rappresaglia vicendevole di due partiti
pressochè equivalenti, non bastano a togliere il fatto sostanziale della
tolleranza religiosa che Giuliano confidava di poter usare come lo
strumento più efficace della restaurazione da lui iniziata. Noi abbiamo
già parlato di quel provvedimento così interessante e così
caratteristico, preso da Giuliano, del richiamo in patria dei Cristiani,
esigliati da Costanzo, in causa dei dissensi teologici. Nelle lettere di
Giuliano, troviamo notizie veramente curiose ed istruttive intorno a
quel provvedimento.
Il partito che aveva dominato alla corte di Costanzo non era quello
dell’Arianesimo puro, ma, bensì, di un Arianesimo opportunista, il quale
non ammetteva la consostanzialità del Padre e del Figlio, voluta da
Atanasio e dal Concilio di Nicea, ma non affermava nemmeno la
distinzione e la subordinazione del Figlio al Padre voluta dagli Ariani
schietti. Costanzo, come sappiamo, aveva accettata la così detta formola
_omoica_, che diceva esser il Figlio simile al Padre, secondo le
Scritture, e vietava ogni analisi e determinazione di tale somiglianza.
Costanzo impose questa formola ai due Concilî di Rimini e di Seleucia,
nel 359, e poi mandò in esiglio tutti i vescovi, tanto dell’estrema
destra atanasiana, quanto dell’estrema sinistra ariana, che non si
piegavano ad essa. Giuliano li richiamava, tutti insieme, senza
distinzione. Però è singolare la diversità di trattamento ch’egli usa
verso due eroi di quelle lotte teologiche, il diacono Aezio che
rappresentava l’Arianesimo intransigente, ed il grande Atanasio, il
legislatore del Concilio di Nicea. Al primo, Giuliano manda questo
biglietto²⁹⁸.
²⁹⁸ _Iulian._, 522.
«Io richiamai dall’esiglio tutti coloro, quali essi siano, che da
Costanzo furono esigliati, per la stoltezza dei Galilei. Quanto a te,
non solo ti richiamo, ma, ricordando la nostra antica conoscenza e
consuetudine, t’invito a venir da me. Tu potrai servirti pur di giungere
al mio accampamento, della vettura di Stato e di un cavallo di
rinforzo».
Chi era quest’Aezio che Giuliano tratta con speciali riguardi? Era una
vecchia conoscenza dell’imperatore. Ma guardiamolo, per un istante; poi
gli porremo accanto la grande figura di Atanasio, e così avremo davanti
a noi due profili caratteristici del tipo cristiano del secolo quarto.
Aezio, Siro di origine, si era dato, in gioventù, alle arti più varie.
Era stato fonditore di metalli, poi medico, ed, a poco a poco, si era
fatto conoscere per l’inquietudine del suo spirito e per la singolare
attitudine alle discussioni teologiche che erano la passione
intellettuale del tempo. Se dobbiamo creder a Socrate, egli era assai
più versato nella dialettica di Aristotele che nella conoscenza degli
scrittori cristiani, e professava il disprezzo per Clemente ed
Origene²⁹⁹. Allontanato da Antiochia come disturbatore della pace
religiosa, Aezio, soggiornando in Cilicia e, specialmente, a Tarso,
strinse amicizia coi seguaci delle idee lucianiste e ne divenne un
apostolo ardente.
²⁹⁹ _Socrat._, 108.
Ritornato poi in Antiochia, Aezio si fa amico del presbistero Leonzio
che apparteneva alla medesima scuola lucianista. Corre poi ancora in
Cilicia, quindi ad Alessandria, a disputare con gnostici e manichei,
finchè, diventato Leonzio vescovo di Antiochia, ritorna a metterglisi al
fianco, ed è fatto diacono. Ma egli desta intorno al vescovo tale un
turbinio di discordie e di dispute, che Leonzio è costretto a tenerlo
lontano dalle sacre funzioni, conservandogli, però, l’ufficio
d’insegnante. Pare che egli prendesse parte, nel 351, al Sinodo di
Sirmio, dove avrebbe ferocemente combattuto gli Atanasiani. Questi
avrebbero cercato di muovere contro di lui i sospetti di Gallo, il
fratello di Giuliano, che, come sappiamo, era stato dall’imperatore
Costanzo eletto alla dignità di Cesare. Ma non ci sarebbero riusciti.
Infatti Aezio è tanto padrone della situazione e della fiducia di Gallo
che costui lo manda, più volte, come suo confidente, al fratello
Giuliano. Da qui la relazione fra il principe ed il diacono ariano, e
gli speciali riguardi ch’egli ha per lui, appena salito al trono.
Gregorio di Nissa accusa Aezio di essere stato consigliere di Gallo
nell’uccisione del prefetto Domiziano e del questore Monzio, delitto
orribile che poi ebbe per conseguenza la catastrofe di Gallo. Ma quale
fede si possa avere nella narrazione del vescovo atanasiano, non è dato
saperlo, poichè atanasiani ed ariani si accusavano, gli uni gli altri,
senza punto scrupoli. Nel 356 Aezio va ad Alessandria, il gran focolare
delle ire teologiche, e prende posizione come un ariano intransigente e
di estrema sinistra, e vi parla e scrive come uno dei capi di un giovane
Arianesimo. Richiamato in Antiochia dal vescovo Eudossio, lo compromette
per modo, con la sua politica irritante, che i semiariani finiscono per
aver buon gioco sull’animo di Costanzo, ed ottengono l’allontanamento
del vescovo e l’esiglio di Aezio in Frigia. Un anno dopo, nel 360,
avendo Costanzo, risolutamente presa in mano la formola omoica, con cui
s’illudeva di imporre la pace ai partiti che squarciavano la Chiesa, si
accrebbero i rigori contro Aezio che dal Sinodo di Costantinopoli fu
dichiarato decaduto dal suo diaconato, e dall’imperatore confinato in
Pisidia. Venuto al trono Giuliano, le sorti di Aezio volsero al meglio.
Richiamato dall’esiglio, dichiarata nulla la sua deposizione, fu
riconsacrato da un sinodo raccolto in Antiochia, insieme ad altri
Ariani. Il focoso polemista morì, probabilmente, poco dopo, perchè di
lui non si ha più traccia.
Noi non sappiamo se Aezio abbia accettato l’invito dell’imperatore che,
mentre lo chiamava a sè, qualificava di stoltezza il Cristianesimo, ma,
se ha accettato, non è riuscito a farlo parteggiare a favore
dell’Arianesimo. Giuliano era affatto indifferente ed imparziale per
tutte le sette cristiane ch’egli confondeva in un odio comune. E che di
tale odio gli Ariani avessero la parte a loro spettante, ce lo prova una
lettera, scritta in occasione di tumulti promossi, in Edessa, dagli
Ariani, che è tanto giusta nella sua ispirazione quanto acerba nella sua
ironia.
«Ad Ecebolio. — Io tratto i Galilei tutti con tanta mitezza e
filantropia che nessuno ebbe mai a soffrire violenza, e non voglio che
siano trascinati al tempio, o costretti a cosa alcuna contraria alla
loro intima convinzione. Ma quelli della Chiesa ariana, inorgogliti
della loro ricchezza, assalirono i Valentiniani, e commisero, in Edessa,
disordini tali, quali non dovrebbero mai verificarsi in una savia città.
Se non che, siccome una legge mirabilissima insegna loro che bisogna
esser poveri per aver più facile l’accesso al regno dei cieli, così, per
aiutarli, noi comandiamo che tutti i beni della Chiesa degli Edesseni
siano confiscati e distribuiti ai soldati, e le sue terre aggregate ai
nostri domini. Per tal modo, impoveriti, diverranno saggi ed otterranno
lo sperato regno dei cieli!»³⁰⁰.
³⁰⁰ _Iulian._, 547.
Bisogna, dunque, dire che la sua cortesia per Aezio avesse proprio solo
un movente di simpatia personale, e non possiamo dedurre che Giuliano
arianeggiasse, ciò che sarebbe stato veramente inesplicabile, dato che,
nella corte semiariana di Costanzo, egli aveva avuto i suoi più fieri
avversari. Tuttavia, il personaggio che destava, nell’imperatore, la più
implacabile antipatia, si trovava nel campo opposto, ed era nientemeno
che il grande Atanasio, il fondatore dell’ortodossia cattolica. Questi
due uomini, geniali l’uno e l’altro, di cui l’uno rappresentava il
passato e l’altro l’avvenire, l’uno l’Ellenismo risorgente, l’altro il
Cristianesimo dominatore, erano incompatibili l’uno all’altro. Il fatto
che Giuliano tanto si incollerisce contro Atanasio, che era stato una
vittima di Costanzo, mostra che, malgrado la sua giovinezza, egli
conosceva a fondo gli uomini e vedeva dove stava il pericolo. Egli
sentiva che la forza del Cristianesimo non stava già nel corrotto
Arianesimo, sebbene dominasse sovra metà del mondo cristiano; ma bensì,
nell’energia entusiasta del partito che, sventolando il vessillo del
mistero mistico della Trinità, si stringeva intorno alla grande figura
del vescovo d’Alessandria. Se Atanasio fosse scomparso, l’ortodossia
cattolica non si sarebbe fondata, e il Cristianesimo non avrebbe avuta
quella organizzazione che lo fece traviare dal suo carattere originale,
ma che pur gli era necessaria per vivere.
Per comprendere l’importanza del duello fra Giuliano ed Atanasio, diamo
un’occhiata alla figura di quest’ultimo.
Nessuna esistenza più burrascosa e più eroica di quella d’Atanasio. Un
romanziere, di fervida fantasia, un Sienkiewicz, potrebbe costruirgli
intorno un epico racconto. Nulla può servire a dare un’idea viva
dell’ambiente del secolo quarto meglio che lo studio di questa grande
figura e delle sue tempestose avventure. L’uomo era grande davvero, era
un carattere dominatore per eccellenza, una tempra inflessibile di
combattente, un’anima dal volo largo e potente. C’è molta analogia fra
Atanasio ed Ambrogio. Ma Ambrogio si è trovato in condizioni assai meno
difficili e pericolose. Ambrogio non trovò contrasti nell’esercizio
della sua autorità, fuor che durante la reggenza di Giustina. Ma il
vescovo era troppo forte in confronto all’imperatrice, per poter
dubitare della vittoria finale. All’infuori di quest’urto passaggero,
Ambrogio dominò sovrano, ed ebbe, nella guerra contro l’Arianesimo, a
sua disposizione l’aiuto del potere imperiale. Graziano e Teodosio
furono due strumenti nelle sue mani, coi quali egli è riuscito ad
erigere l’ortodossia cattolica a religione dello Stato. Atanasio,
invece, ebbe una vita di lotte incessanti e gigantesche. Egli aveva
l’impero contro di sè. Se si eccettui Costantino, ai tempi del Concilio
di Nicea, e il fuggevole Gioviano, egli ebbe persecutori tutti gli
imperatori che vide succedersi nella sua lunga vita, sul trono di
Costantinopoli, Costanzo, Giuliano, Valente.
Nato negli ultimi anni del secolo terzo, Atanasio passava la sua prima
giovinezza in Alessandria, al fianco del vescovo Alessandro, di cui fu
l’ispiratore in quei primi dissensi fra il vescovo ed il presbitero
Ario, che poi condussero alla guerra civile nel seno del Cristianesimo.
Al Concilio di Nicea, Atanasio era già una figura dominante, e
l’Arianesimo potè vedere in lui il più poderoso dei suoi nemici. Morto
Alessandro, fu eletto nel 328 vescovo di Alessandria. Ma l’opposizione
del clero che arianeggiava si destò così energica, e tali furono le
accuse che piombarono sul capo del neoeletto, che Costantino, il quale,
intanto, visto l’insuccesso della politica ortodossa, stava piegando
all’Arianesimo, chiamò l’accusato a giustificarsi prima davanti a lui a
Nicomedia, poi, rinnovandosi ancora le accuse, davanti ad un Concilio
raccolto a Cesarea, nel 334. Ma Atanasio indugiò a presentarsi e,
sottomano, riusciva a persuadere Costantino della sua innocenza ed a
riguadagnarsene il favore. Se non che, i suoi nemici avevano giurata la
sua rovina. Eusebio di Nicomedia, il futuro educatore di Giuliano che
viveva presso l’imperatore, lo indusse a convocare, nel 335, un altro
sinodo a Tiro, che giudicasse il vescovo d’Alessandria. Questi si
presentò al Concilio, con un seguito imponente di cinquanta vescovi, ma,
convintosi che l’assemblea avrebbe sentenziato contro di lui, non
aspettò il verdetto di destituzione, e s’imbarcò per Costantinopoli,
fidando nell’influenza della sua persona sull’animo di Costantino. Nè
s’ingannava, chè l’imperatore, posto fra il Concilio ed Atanasio,
inclinava più a questo che a quello, quando Eusebio mosse al rivale una
nuova accusa, questa volta, d’indole non teologica, e tale che doveva
far grande impressione sull’animo dell’imperatore; accusò Atanasio di
aver minacciato di far sospendere l’annuale provvista di granaglie che
da Alessandria giungeva a Costantinopoli. Costantino non volle più udire
Atanasio, e, senz’altro, lo esigliò a Treviri, in Germania, dove, del
resto, trovò cortese accoglienza dal figlio dell’imperatore, ed un
ardente collega di opinioni teologiche nel vescovo Massimino.
Morto Costantino nel maggio del 337, Atanasio ritornò trionfante in
Alessandria, e riprese il suo ufficio. Fu il segnale di una nuova
tempesta. Atanasio, che, certo, non era un uomo tollerante, depose dagli
uffici ecclesiastici tutti coloro che erano stati suoi avversari e li
sostituì con amici, infiammando sempre di più la collera degli Ariani.
Sul trono di Costantinopoli sedeva Costanzo, semiariano, il quale non
vedeva che con gli occhi di Eusebio. Mandò, pertanto, ad Alessandria un
nuovo vescovo Gregorio, e lo fece accompagnare da una scorta militare,
onde imporlo con la forza se si trovasse resistenza. Infatti, la venuta
di Gregorio fu causa di sommosse e di scene di violenza. Ma Atanasio
vedendo inutile ogni sforzo, nel marzo del 340, partiva, pel suo secondo
esiglio, e si recava a Roma presso il vescovo Giulio. In Occidente,
Atanasio trovava amici ed appoggio, cominciando dall’imperatore Costante
che, diversamente del fratello Costanzo, era propenso all’ortodossia.
Per cinque anni, l’infaticabile Atanasio, protetto dall’imperatore, si
agita a difesa ed a gloria della fede da lui professata con sì eroica
convinzione. A Milano, nelle Gallie, ad Aquileja, egli è il legislatore
religioso. Ma, intanto, anche in Oriente, le cose volgevano al meglio
per lui. Costanzo, stimando conveniente di non staccarsi troppo
aspramente dal fratello, accennava ad un più mite contegno; così che,
morto nel 345 il vescovo Gregorio, Atanasio potè presentarsi a Costanzo
in Antiochia, ed ottenere da lui di esser ripristinato nella sua sede di
Alessandria. Nel 346, egli, infatti, vi rientrava fra il giubilo del
popolo. Ma la pace ebbe breve durata. Morto Costante nel 350, Costanzo
non ebbe più ritegno a parteggiare per l’Arianesimo. E, di conseguenza,
ricominciò la guerra contro Atanasio, accusato di essere il disturbatore
della tranquillità della Chiesa. Vari tentativi per impadronirsi della
persona del vescovo riuscirono vani pel minaccioso atteggiamento della
popolazione alessandrina. Ma, finalmente, nella notte del 9 febbraio del
356, il governatore Siriano, con buon nerbo di soldati, riesce a
penetrare nella chiesa, dove il vescovo celebrava un servizio divino. Ne
viene un sanguinoso tumulto, durante il quale Atanasio sparisce. Gli
Ariani, vittoriosi, riprendono tutti gli uffici che erano stati
costretti ad abbandonare, e alla sede vescovile è nominato quel Giorgio,
di cui abbiamo già fatta la triste conoscenza.
Durante questo terzo esiglio, che durò dal 356 al 361, Atanasio visse
negli eremi dell’alto Egitto, ritornando, però, di nascosto, più volte
in Alessandria, dove egli alimentava il suo partito con gli scritti che
andava componendo nella sua feconda solitudine. Per verità, se si
dovesse prestar fede a Sozomene, il fiero vescovo avrebbe passato meno
duramente questo lungo periodo di rinnovata persecuzione. Narra lo
storico che Atanasio rimase in Alessandria, nascosto presso una vergine
di singolare bellezza, di tale bellezza che nessuna donna d’Alessandria
poteva esserle eguagliata. Ma riproduciamo le parole di Sozomene che ci
presentano uno strano manicaretto di santità e di romanzo, una miscela
che a noi pare eterogenea, e che pur riusciva prelibata ai palati
letterari del secolo quarto. «A quanti vedevano quella vergine, essa
appariva un miracolo, ma coloro che ci tenevano alla fama di temperanza
e di saggezza la fuggivano, pel timore che si sospettasse di loro.
Poichè era proprio nel fiore dell’età, e supremamente dignitosa e
modesta... Ora, Atanasio, mosso a salvarsi da una visione divina, si
rifugiò presso quella vergine. E, se io investigo l’evento, mi par
proprio di vedervi la mano di Dio, il quale non voleva che gli amici di
Atanasio soffrissero molestia, se mai alcuno volesse interrogarli
intorno a lui o costringerli a giurare, mentre, intanto, Atanasio se ne
stava nascosto presso colei, la cui bellezza era troppo grande per
permettere il sospetto che il sacerdote potesse trovarsi con lei³⁰¹.
Essa lo ricevette con coraggio e lo salvò con la prudenza, e fu una
custode così fedele ed una servente così premurosa, da lavargli i piedi,
da provvedere essa sola al cibo, ed a tutte le altre cose che la natura
ci rende indispensabili negli urgenti bisogni³⁰². Di più si procurava
dagli altri i libri che gli erano necessari. E malgrado che ciò durasse
lunghissimo tempo, nessuno dei cittadini di Alessandria mai lo
seppe»³⁰³.
³⁰¹ η το μεν κάλλος ου συνεχώρει υπονοεῖσθαι ενθάδε διάγειν τον ιερέα.
³⁰² και ὄσα ϕὑσις υπομένειν βιάζεται εν ταῖς κατεπειγόυσαις χρείαις.