Ora, il mito di Cibele o della Madre degli dei è, per Giuliano, la
rappresentazione simbolica del procedimento pel quale l’idea si
concretizza nella materia e ritorna poi alla sua essenza primitiva. È
noto che, secondo la leggenda, Cibele, innamorata castamente di Atti,
gli aveva imposto di non conoscere donna alcuna. Ma Atti s’era invaghito
della ninfa Sangaride, e, penetrando nell’antro, dimora di lei, le si
era congiunto. Da qui lo sdegno di Cibele, a placar la quale, Atti aveva
dovuto evirarsi, dopo di che egli era stato riammesso agli onori di
prima. È noto anche che questa storia era, in origine, un mito
naturalistico, che rappresentava il succedersi delle stagioni, mito che,
come era avvenuto di tanti altri, era poi stato umanizzato e
drammatizzato dalla fantasia orientale ed ellenica. Giuliano pretende di
veder, in quel mito, l’espressione di un concetto filosofico, e, per
riuscire a dimostrarlo, lo tormenta con una sottigliezza di
interpretazione bizzarra e faticosa. Tuttavia, anche qui non è privo
d’interesse il cogliere lo sforzo che questi rinnovatori del Paganesimo
andavan facendo per introdurre nei miti antichi un pensiero che questi
non potevano contenere, per versare propriamente del vino nuovo in vasi
vecchi, già rotti e screpolati. Riportiamo qualche saggio di tale
sforzo.
«Chi è, dunque, la Madre degli dei? È la scaturigine di tutti gli dei
ideali e creatori che governano gli dei visibili; la dea che coabita e
che genera col gran Dio; grande anch’essa dopo il grandissimo, la
signora di ogni vita, la causa di ogni generazione, che subito
perfeziona ciò che ha fatto; che genera senza sofferenze e crea, insieme
al padre, tutti gli esseri; vergine senza madre, partecipe del trono di
Dio, è madre di tutti gli dei, poichè accogliendo, in sè stessa, le
cause di tutti gli dei ideali e sovrannaturali, divenne scaturigine di
tutti gli dei conoscibili. Questa dea e questa provvidenza si prese
d’amore per Atti»²¹⁷. Atti rappresenta, nel mito, il principio creatore
e generatore. Ora, la dea, nell’innamorarsi di Atti, gli ingiunge di
generare solo nell’idea, non guardando che a lei che è il simbolo
dell’unità, e di fuggire ogni inclinazione alla materia. Ma Atti non
seppe restar fedele alla dea, e cadde quindi nella procreazione delle
forme materiali. Ora, è per richiamare il principio generatore al mondo
ideale, ed impedire che esso si corrompa e si perda intieramente nella
materia, che la Madre degli dei, insieme al Sole, che è, con lei, il
principio provvidenziale e che nulla può fare senza di lei, induce Atti
all’evirazione, che rappresenta la limitazione nella decadenza materiale
del principio generatore ed il suo ritorno al mondo ideale. Se non ci
fosse questa limitazione, voluta dalla provvidenza, il principio
generatore, delirante nei suoi eccessi materiali, si sarebbe esaurito
diventando impotente per le funzioni ideali²¹⁸. E Giuliano chiude la sua
singolare interpretazione del mito con queste parole: «Il mito insegna a
noi che, celesti per natura nostra, siamo venuti in terra, ad
affrettarci a ritornare presso il Dio datore di vita, dopo aver mietuto,
nel soggiorno in terra, la virtù e la pietà. Adunque, il segnale del
richiamo che la tromba dà ad Atti, dopo l’evirazione, lo dà anche a noi
che dal cielo cademmo in terra. Se Atti, coll’evirazione, limita
l’infinità delle sue cadute, a noi pure gli dei comandano di evirarci,
cioè, di limitare in noi stessi l’infinità materiale, e di tendere
all’unità formale e, fin dove è possibile, all’unità essenziale. Che mai
di più giocondo, di più ilare di un’anima che fugge dal turbine che in
lei solleva l’insaziabilità dei desideri e l’impulso della generazione e
che si innalza agli stessi dei? Ed Atti, che era uno d’essi, e che
andava più in là di quanto conveniva, non fu abbandonato dalla Madre
degli dei, che a sè ancora lo volle e lo fermò nell’infinità delle
cadute»²¹⁹.
²¹⁷ _Iulian._, 215. 5 sg.
²¹⁸ _Iulian._, 217, 8 sg.
²¹⁹ _Idem_, 219, 13 sg.
Giuliano, dopo essersi dilungato nella bizzarra esposizione della
leggenda divina, insiste sul carattere essenzialmente mitico della
stessa. «Non supponga alcuno che io parli, come se tutto ciò fosse
realmente avvenuto, quasi che gli dei non sapessero quello che facevano,
o dovessero correggere i propri errori. Ma gli antichi, sia guidati
dagli dei, sia pensando per sè stessi, scoprendo le cause degli esseri,
le velarono di miti strani, affinchè l’invenzione, con la stranezza e
con l’oscurità, ci spingesse alla ricerca della verità. Agli uomini
volgari è sufficiente il simbolo irrazionale, ma per coloro che si
distinguono per l’ingegno, la verità delle cose divine riuscirà utile,
solo quando la scopriranno dopo averla cercata, coll’aiuto degli dei.
Gli enimmi ci devono far riflettere che dobbiamo indagarli, onde
raggiungere, coll’osservazione, la scoperta della suprema realtà, e ciò
non già per rispetto e fiducia nelle opinioni altrui, ma bensì pel
lavoro della nostra intelligenza»²²⁰. Il razionalismo rigoroso, che si
rivela in questo brano, avrebbe dovuto condurre Giuliano a constatare la
completa evaporizzazione delle sue divinità. Ma egli voleva tener in
piedi una religione, perchè la dottrina neoplatonica, in cui era
cresciuto, affermava l’esistenza del sovrannaturale e, quindi, la
necessità di una religione positiva, e poi perchè egli voleva essere il
restauratore di un culto e di una fede capace di tener testa al
Cristianesimo. Da qui una singolare contraddizione nelle sue
manifestazioni ed un difetto intrinseco nel sistema che gli rendevano
impossibile la vittoria sul Cristianesimo, il quale aveva, invece, un
dio così ben determinato, così chiaro, così storico, da poter accogliere
in sè il principio mitico e metafisico del logos, senza perdere in nulla
l’efficacia della sua persona. Ma pure Giuliano si sforzava di
conservare agli dei, sui quali ragionava con una sottigliezza così
pedantesca e fantastica insieme, una sufficiente realtà, per poterli
adorare e supplicare. Già vedemmo le belle parole con cui comincia e
finisce il discorso intorno al dio Sole. Ebbene, anche il discorso
intorno alla Madre degli dei finisce con una preghiera di credente
infervorato. «O Madre degli dei e degli uomini, che siedi sul trono di
Dio, origine degli dei, tu che partecipi alla pura essenza delle idee
ed, accogliendo da queste la causa del tutto, la infondi agli esseri
ideali, dea della vita e rivelatrice e provvidenza e creatrice delle
anime nostre, tu che hai salvato Atti e lo hai richiamato dall’antro in
cui s’era sprofondato, tu che largisci tutti i beni agli dei ideali, e
ne colmi il mondo sensibile, deh, voglia tu concedere a tutti gli uomini
la felicità, di cui è vertice la conoscenza degli dei, fa che il popolo
romano cancelli la macchia dell’empietà, e che la sorte favorevole gli
conservi l’impero per molte migliaia d’anni, fa che io raccolga, come
frutto della devozione per te, la verità della scienza divina, la
perfezione nel culto, la virtù ed il successo in tutte le imprese
politiche e militari a cui ci accingiamo, e un termine della vita senza
tristezza e glorioso, insieme alla speranza di venire presso di te»²²¹.
²²⁰ _Iulian._, 220, 8 sg.
²²¹ _Iulian._, 232, 13 sg.
Non è questa forse una preghiera, la quale, omettendo e modificando
qualche frase, più che altro, ornamentale, avrebbe potuto stare nella
bocca di un cristiano? Non vi si sente, in fondo, un’identica
ispirazione? Questa invocazione alla Madre degli dei viene, è vero, dopo
un lungo discorso, nel quale la personalità della dea, passando
attraverso i filtri delle spiegazioni mitiche, è intieramente svaporata,
così che la preghiera a lei rivolta si perde nel vuoto. Ma, quando si
ricorda che questa preghiera è stata scritta da un uomo che si era
accinto alla più arrischiata delle imprese e che stava per affrontare i
supremi pericoli, non si può vedere, in queste supplicazioni, una vana
declamazione, ci si sente una parola che esprime un sentimento vero. Il
sentimento si modifica nell’espressione a seconda della forma che
assume, ma non era meno vivo il sentimento religioso in Giuliano che
aveva fatto apostasia dal Cristianesimo di quello che fosse in molti di
coloro che al Cristianesimo si convertivano.
❦
La teoria del valore e del significato dei miti ha nel sistema di
Giuliano una somma importanza, anzi, è la chiave di vôlta che gli
impedisce di sfasciarsi. Nel panteismo neoplatonico, non potevano trovar
sede le divinità e le favole del Politeismo. Dirò di più; il grande
concetto plotinico, pel quale l’universo è l’estrinsecazione di un unico
e supremo principio che si manifesta con le idee rispecchiate dalle
forme concrete, poteva condurre ad una meditazione estatica sulla
divinità, ma difficilmente avrebbe potuto accordarsi con una religione
positiva. Ed infatti Plotino, come narra Porfirio nella vita del
maestro, talvolta si sublimava nella visione divina, senza per questo
partecipare a nessun culto determinato. Ma i suoi successori, spinti, in
parte, dalle condizioni psicologiche del tempo, in parte dalla necessità
di preoccupare un posto che altrimenti sarebbe stato preso dal
Cristianesimo, vollero creare una religione positiva e, non avendo a
loro disposizione nessuna figura divina determinata e storica, presero
le antiche divinità del Politeismo, e pretesero che si rendesse loro un
culto di sacrifizî e di preghiere, affermando insieme non essere quelle
divinità che meri simboli di concetti filosofici. In questa strada
nessuno è andato più avanti di Giuliano che era tutto, direi imbevuto di
dottrina metafisica mal digerita, e che, insieme, come imperatore nemico
del Cristianesimo, voleva porre in piedi una vera religione di Stato, la
quale impedisse lo sfacelo dell’Ellenismo.
Giuliano non credeva affatto nella realtà oggettiva delle
personificazioni del Politeismo. In un graziosissimo e scherzoso
biglietto ad un amico egli scrive: «L’Eco per te è una dea ciarliera, e
consorte di Pane. Io non dico di no. Poichè quand’anche la Natura mi
insegnasse che l’Eco è un suono della voce che, ripercosso, passando per
l’aria, ritorna all’orecchio, pure, consentendo alle credenze degli
antichi e dei moderni non meno che alle tue, voglio concedere che sia
una dea»²²². Ma se Giuliano, come appare da queste parole, sapeva, con
la sua acuta intelligenza, disciogliere il mito nella affermazione del
fenomeno naturale, lo conservava come simbolo di concetti filosofici, e
nulla gli stava tanto a cuore quanto il giustificare razionalmente tale
trasformazione. La tesi, già toccata nel discorso intorno alla Madre
degli dei, è ampiamente svolta in uno degli scritti più curiosi di
Giuliano, il discorso contro il cinico Eraclio.
²²² _Iulian._, 564.
Questo discorso che contiene molte pagine piene di spirito e di garbo,
ma che manca, come quasi tutti gli scritti di Giuliano, del _fren
dell’arte_, è interessante specialmente per due ragioni, la prima perchè
vi troviamo esposto il concetto che Giuliano, sull’orma dei
neoplatonici, si formava del mito e del significato della leggenda
mitologica, la seconda perchè, con una assai bella ed assai chiara
allegoria, egli racconta la propria storia, dà la giustificazione della
sua condotta e formola, come oggi si direbbe, il suo programma
imperiale.
Dietro a questo discorso deve esserci un antefatto che non conosciamo,
ma che si può imaginare con molta approssimazione alla verità. Giuliano,
diventato imperatore, doveva incontrar l’opposizione di tre sorta di
nemici; primieramente s’intende, dei Cristiani, poi di quei Pagani ai
quali non garbava punto la trasformazione mitica che il neoplatonico
imperatore voleva imporre all’antica religione, alle semplici,
intelligibili ed umane favole d’un tempo, finalmente di tutti coloro i
quali, interessati nella corrotta amministrazione dell’impero, sentivano
il danno delle riforme iniziate dall’inquieto legislatore. Il cinico
Eraclio stava fra coloro che non ammettevano l’interpretazione
filosofica della mitologia ellenica, non comprendevano lo sforzo di
Giuliano per infondere in quella uno spirito nuovo che le permettesse di
fronteggiare il Cristianesimo. Il cinismo, fin dal tempo del suo fiore,
con Antistene e con Diogene, era stato una filosofia essenzialmente
pratica, che voleva insegnar all’uomo ad accontentarsi del meno
possibile, a vivere in un’ascetica indifferenza per tutti i godimenti
materiali. Essa stava lontana, in un atteggiamento sospettoso, dalle
speculazioni metafisiche, e riduceva la sua dottrina filosofica a pochi
aforismi morali. Ma, nel procedere dei tempi, ciò che il Cinismo aveva
avuto di buono, il rigore della vita e dei costumi, passò allo
Stoicismo, e il Cinismo degenerò in una caricatura, in una dottrina da
ciarlatani che se ne servivano per ingannar la gente, e vi trovavano una
fonte di illeciti guadagni. I neocinici erano naturalmente nemici di
Giuliano, di cui odiavano l’indirizzo speculativo e la pura morale.
Giuliano li ricambia di santa ragione. Nel discorso contro i _Cinici
ignoranti_, come in quello contro Eraclio, egli ne smaschera i vizii, le
bassezze, le turpitudini, dimostra la meschinità della loro dottrina, la
quale avrebbe impacciata l’evoluzione mitologica che costituiva per
l’Ellenismo l’elemento indispensabile della sperata vittoria. E
Giuliano, infatti, con astiosa arguzia, vede nei Cinici degli alleati
dei Cristiani, ed insiste sui tratti di somiglianza che, secondo lui,
esistono fra le due sette²²³.
²²³ _Iulian._, 290, 7 sg.
Eraclio aveva tenuto un discorso, in una grande assemblea, presente
l’imperatore, nel quale, pare, aveva dato corso alle sue facoltà
inventive, per comporre delle favole che offendevano, secondo Giuliano,
il concetto della divinità. L’imperatore, sciolta l’assemblea, prende
sdegnato la penna e scrive un’invettiva contro l’empio bestemmiatore,
per dimostrare quale sia l’ufficio del mito, e come si devano
interpretare le leggende relative agli dei. Il discorso, come dissi, è
lunghissimo, pieno di allusioni che non sempre si possono comprendere e
di spiegazioni mitiche tormentate e confuse. Ma è pur sempre
interessante e sintomatica l’intenzione da cui lo scrittore è mosso di
polemizzare, anche indirettamente, col Cristianesimo, creando dei
simboli che potessero prendere il posto del dio cristiano. Ciò appar
chiaro nella interpretazione ch’egli dà della storia d’Ercole e di
Bacco. Come non vedere un tentativo di cristianizzare la figura d’Ercole
plasmandola su quella di Gesù, quando egli dice che Ercole passava a
piedi asciutti il mare, ed aggiunge: «Che mai era impossibile ad Ercole?
Che mai non obbediva al suo divino e purissimo corpo? Gli elementi tutti
non obbedivano, forse, alla potenza creatrice e perfezionante della sua
intelligenza incorruttibile? Il sommo Giove... lo fece salvatore del
mondo, poi lo sollevò sulle fiamme del fulmine, fino a sè, e gli comandò
di venire come figlio presso di lui, sotto il segno divino del raggio
eterno. Voglia Ercole essere propizio a me ed a voi!»²²⁴.
²²⁴ _Iulian._, 284, 19 sg.
Tutte le spiegazioni che Giuliano dà dei miti posano sopra un concetto
fondamentale ch’egli cerca di esporre, sebbene soggiunga che la sua vita
di soldato e le urgenti occupazioni da cui è premuto non gli lasciano il
tempo di maturare convenientemente le sue idee²²⁵. «La natura, egli
dice, ama nascondersi, e la parte nascosta della sostanza degli dei non
sopporta di essere gittata, con nude parole, nelle orecchie impure. Ma
l’essenza ineffabile dei misteri giova anche non compresa; essa salva le
anime e i corpi, e provoca la presenza degli dei. Così avviene coi miti,
i quali, attraverso i loro velami, e per mezzo di enimmi, versano le
cose divine nelle orecchie della maggior parte degli uomini, incapaci di
riceverle nella loro purezza»²²⁶. In queste parole è contenuto il
principio fondamentale che Giuliano ha attinto agli insegnamenti dei
suoi maestri neoplatonici. Gli uomini sono nella maggior parte, incapaci
di comprendere la verità divina. I miti sono la veste di cui si copre
quella verità per diventare accessibile alla mente umana. Il filosofo
deve scrutarli, onde cogliere il nucleo di scienza e di realtà
soprannaturale che in essi è celata. Giuliano, certo, ha posto
propriamente il dito sulla questione, quando afferma che le forme
positive della religione non sono che simboli coi quali l’uomo cerca di
render ragione a sè stesso dell’esistenza e della natura dell’universo.
Ma il suo errore fu di credere di poter creare, con una teoria siffatta,
una religione determinata. Egli non ha compreso dove stava la
superiorità del Cristianesimo sul Neoplatonismo. La figura del Cristo si
prestava, anch’essa, a tutte le interpretazioni simboliche, ma non si
lasciava disciogliere perchè possedeva una vera e propria realtà storica
ed oggettiva e, pertanto, rimaneva come un punto solido intorno a cui
una religione positiva poteva cristallizzarsi. Nella mitologia di
Giuliano, invece, ogni realtà scompariva e non restavano che delle
confuse larve metafisiche, alle quali poi ripugnava il culto
grossolanamente materiale con cui si voleva che fossero adorate.
²²⁵ _Idem_, 280, 1 sg.
²²⁶ _Idem_, 280, 15 sg.
Dissi che questo discorso contro Eraclio è interessante anche perchè
Giuliano vi racconta la propria storia. Egli dice di voler mostrare
coll’esempio come si deva comporre un nuovo mito, e narra una lunga
parabola, la quale è trasparentissima e, sotto un velo leggero, ci
presenta le cause e la giustificazione dell’usurpazione tentata da
Giuliano e di tutta la sua condotta, ottenuto che ebbe l’impero.
L’allegoria è chiara, narrata con eleganza e con snellezza, ed è
rivelatrice della profonda onestà dell’anima di Giuliano e
dell’altissimo concetto ch’egli si faceva dei suoi doveri. L’imperatore
Costantino, al quale il nipote non poteva perdonare il rivolgimento
avvenuto nelle condizioni del Cristianesimo, è da lui rappresentato come
un uomo ignorante e violento che aveva accumulate immense ricchezze. Ma,
mancando affatto d’ogni metodo di governo, credendo che la forza potesse
tener il luogo della scienza e della virtù, non aveva nemmeno pensato ad
educare i suoi figli per l’ufficio che avrebbero un giorno tenuto. Così
avvenne che, lui morto, i numerosi eredi, venuti a discordia gli uni con
gli altri, sparsero di rovine, di stragi e di delitti il podere paterno.
Questo spettacolo toccò il cuore di Giove, il quale chiamò il Sole, per
indurlo ad uscire dallo sdegnoso abbandono in cui aveva lasciata l’empia
casa dell’uomo potente. Chiamate a consiglio anche le Parche, la Santità
e la Giustizia, Giove rivela il suo proposito di salvare, in quella
casa, un fanciulletto che sta per essere soffocato, se non si viene in
suo pronto aiuto. Quel fanciullo dovrà essere il riparatore di tanti
mali che Giove deplora. Il Sole è lieto di questa risoluzione del Padre,
perchè egli vede ancora accesa, nel fanciulletto, una scintilla del
fuoco divino, così che, insieme a Minerva, si accinge ad educarlo alla
virtù ed al sapere. Ma, toccata l’adolescenza, il futuro salvatore,
vedendo coi suoi occhi la grandezza dei mali, conoscendo la sorte
toccata ai suoi parenti ed ai suoi cugini, stava per precipitarsi nel
Tartaro, quando il Sole e Minerva lo addormentano e con un sogno lo
distolgono dal suo proposito. Svegliatosi, egli si trova in un luogo
deserto, dove gli appare Mercurio che gli addita una via facile e
fiorita, la quale lo conduce presso un monte altissimo, sulla cui vetta
sta il Padre degli dei. «Chiedi, dice Mercurio, ciò che vuoi. A te, o
fanciullo, scegliere il meglio». «Giove padre, esclama il giovanetto,
mostrami la via che conduce a te». Ed ecco il Sole gli si appressa e gli
annuncia ch’egli deve ritornare fra i perversi da cui è fuggito. Piange
il giovane e prevede la sua morte. Ma il Sole gli fa cuore e gli rivela
ch’egli è destinato a purgar la terra da tutte le empietà che la
contaminano. Egli deve confidare in lui, in Minerva, in tutti gli dei.
L’erede, solo rimasto, di tutto (è l’imperatore Costanzo) circondato da
pastori malvagi (e sono i vescovi), lascia andar tutto in rovina,
sprofondandosi nei piaceri e nell’ozio. Pertanto egli stesso, il Sole,
insieme a Minerva, per volontà di Giove, porranno lui, il giovanetto, al
posto dell’erede e lo faranno governatore di ogni cosa. E la parabola
finisce coi saggi consigli che il Sole e Minerva danno al loro protetto.
Per verità se, invece dei nomi di divinità greche, si avessero quelli di
angeli o di santi, si riconoscerebbe un’intonazione prettamente
cristiana nelle ultime parole del Sole: «Va, dunque, con buona speranza,
poichè noi saremo sempre con te, io e Minerva e Mercurio e con noi tutti
gli dei che sono nell’Olimpo, nell’aere e sulla terra, finchè sarai
rispettoso per noi, fedele agii amici, benevolo coi sudditi, imperando
su di essi e guidandoli al meglio. Non renderti mai schiavo delle
passioni tue nè delle loro.... Va, dunque, per tutta la terra, per tutto
il mare, obbedendo, senza esitanza, alle nostre leggi, e mai nessuno, nè
degli uomini, nè delle donne, nè dei famigliari, nè degli estranei ti
induca ad obbliare i nostri comandi. Se tu li osserverai, sarai amato da
noi, rispettato dai nostri buoni devoti, temuto dagli uomini perversi e
male ispirati. Sappi che questo corpo carnale ti fu dato onde tu possa
compire tale ufficio. Noi vogliamo purgare la tua casa, per rispetto de’
tuoi avi. Ricordati che tu hai un’anima immortale, procreata da noi e
che, se tu ci seguirai, sarai fra gli dei e contemplerai, insieme a noi,
il Padre nostro»²²⁷.
²²⁷ _Iulian._, 303, 3 sg.
Che singolare figura è mai questa dell’imperatore Giuliano! Come mai dal
ceppo di Costantino è uscito questo nobile e generoso rampollo? V’ha in
questa lunga parabola, di cui qui non ho dato che lo scheletro,
l’espressione di un sentimento alto e puro, che non poteva venire che da
un’anima profondamente onesta ed aperta al buono ed al bello. E si
guardi lo strano fatto! Furono, appunto, i Costantiniani scellerati che
favorirono il Cristianesimo e fu il solo Costantiniano generoso ed
onesto che tentò il salvataggio del Paganesimo! È che il Cristianesimo,
in più di tre secoli di esistenza, roso dalle eresie, diventato ricco e
potente, s’era trasformato in una istituzione mondana, in una religione
tutta di forme, ed aveva perduta gran parte della sua efficacia morale.
Tanto è vero che già, come reazione contro la crescente mondanità del
Cristianesimo, era apparso nel suo seno l’ascetismo monacale, in cui
rivivevano, in parte, gli ideali dei primi tempi cristiani. Il
Cristianesimo ufficiale, in cui gli Ariani si accapigliavano cogli
Atanasiani, ed avevano la supremazia negli onori e nelle ricchezze, era
già in avanzata corruzione, quando i favori imperiali, togliendolo dai
pericoli e dalle difficoltà dell’esistenza, ne accelerarono il
pervertimento. Non bisogna dimenticare che Costantino fu uno sciagurato,
reo dei più gravi delitti, primo fra i quali l’uccisione del figlio
Crispo. Ma egli era un avventuriero fortunato, abile, dal colpo d’occhio
sicuro, il quale comprese che, dopo l’insuccesso completo della
persecuzione di Diocleziano, la più sistematica di tutte, all’impero non
rimaneva altra uscita che di allearsi col nemico che non aveva potuto
vincere. Da qui l’editto di Milano e poi l’istituzione di una Chiesa
dello Stato ed il Concilio di Nicea. Costanzo, che era scellerato non
meno del padre, senza avere neppur l’ombra del suo ingegno, contribuì
grandemente al progressivo inquinamento del Cristianesimo. Giuliano,
davanti a tale spettacolo, si ribellò. Il Cristianesimo, fatto partecipe
dell’autorità imperiale, non l’aveva moralizzata; s’era, anzi, prestato
al suo corrompimento. «Il podere va in rovina — esclama Giuliano, nella
sua allegoria. — Pochi sono i pastori onesti; per la maggior parte sono
predatori e feroci. Divorano e vendono le pecore del padrone e rovinano
le sue mandre». Ora, Giuliano era un idealista, il quale aveva passata
la sua prima gioventù fra i terrori di una morte sempre imminente,
nell’odio dei cortigiani cristiani che circondavano lo sciagurato
cugino, nello studio, nel culto appassionato della letteratura e della
filosofia greca e di tutto quel complesso di tradizioni, di dottrina, di
gloria che egli comprendeva sotto il nome d’Ellenismo. Egli, pertanto
doveva sentirsi nascere in cuore prima il sospetto, poi l’aborrimento
per la religione che voleva prenderne il posto e che si atteggiava a
terribile nemica di ciò ch’egli adorava. Nell’inesperienza delle forze
vere che reggono il mondo, inebbriato dai fantastici dottrinari che gli
stavano al fianco, Giuliano credette di poter portare rimedio ai mali di
cui era testimonio con un ritorno all’antico, accompagnando questo
ritorno con una riforma la quale piegasse l’antico alle esigenze dello
spirito nuovo. Ora, quando si considera il valore intellettuale
veramente grandissimo di Giuliano, valore che si rivela in tutta la sua
azione di generale, d’amministratore, di scrittore, non può esser
giudicato leggermente il suo tentativo, quasi fosse una follia
romanzesca e giovanile. Giuliano per l’animo e per l’ingegno, valeva
incomparabilmente di più degli imperatori cristiani che lo hanno
preceduto e che lo hanno seguito. Eppure mentre questi si sono
abbandonati alla corrente, egli solo ha tentato di andare a ritroso.
Bisogna, dunque, dire che questo movimento di Giuliano rispondesse a
qualche cosa, a qualche aspirazione, a qualche idea grande e realmente
sentita. Il vero è che l’iniziativa di Giuliano fu l’ultimo sforzo, e il
solo sforzo razionalmente fatto, per salvare la civiltà. Dissi più su
che Costantino, visto l’insuccesso della persecuzione di Diocleziano,
aveva creduto conveniente per la salvezza dell’impero di allearlo col
nemico che non poteva debellare. Ma Costantino, uomo rozzo ed ignorante,
non poteva comprendere che il Cristianesimo, nella sua essenza, era
l’antitesi più recisa dell’antica civiltà per cui se, alleato
coll’impero, avrebbe avuta un’azione più lenta nella sua efficacia
distruggitrice, non l’avrebbe, per questo, resa, a lungo andare, meno
esiziale. Nell’abbraccio col Cristianesimo l’impero doveva rimaner
soffocato. Il Cristianesimo, imprimendo alle energie morali un indirizzo
opposto a quello che avevano avuto nel mondo greco-romano, creando nuove
aspirazioni e distruggendo le antiche, dissolveva propriamente la
società e preparava gli elementi di una nuova formazione. Giuliano
comprese, o almeno genialmente intuì, che, per salvare l’impero non si
doveva abbracciare il Cristianesimo, come aveva fatto Costantino, e
nemmeno perseguitarlo, come Diocleziano, ma bisognava crear qualche cosa
che rispondesse, in parte, a quelle esigenze le quali trovavano
soddisfazione nel Cristianesimo, e che, nel medesimo tempo, conservasse
le basi del pensiero e della civiltà antica. Per questo, egli ha
iniziato quel movimento che io ho chiamato la cristianizzazione del
Paganesimo. Certo, questo movimento era destinato a non riuscire, per
due ragioni. Prima di tutto, il mondo voleva una religione. Non potendo
più credere nel Politeismo antropomorfico e nazionale, non avrebbe
creduto nemmeno nel Politeismo mitico, così confuso ed ingarbugliato,
che Giuliano prendeva dal Neoplatonismo e con cui si illudeva di poter
soddisfare le aspirazioni religiose dei suoi contemporanei. Sarebbe
stato più facile persuaderli ad adorare ancora Apollo, auriga del sole,
che il nuovo dio Sole, in cui la dottrina mitica vedeva una rivelazione
luminosa della Trinità creatrice. In secondo luogo, quale fosse il
valore intellettuale e morale del movimento, esso veniva troppo tardi.
Noi non abbiamo nessuna statistica la quale ci dica in quale proporzione
si dividessero i Cristiani e i Pagani, nel quarto secolo, nel mondo
romano. Ma basterebbe la promulgazione dell’editto di Costantino a
persuaderci che i Cristiani dovevano essere in numero enorme. Certo, il
Politeismo resisteva ancora, specialmente nelle campagne, come lo
dimostra il nome stesso di _pagani_, inventato dai Cristiani. Ma questi
avevano ormai il sopravvento ed occupavano gli uffici e le alte cariche.
La conversione non era più solo una quistione di coscienza e di fede, ma
un affare ed un atto di abilità. Ora, era evidentemente impossibile
fermare una spinta che era stata impressa da secoli, sospendere una
frana che, rotolando dal monte, si era enormemente ingrossata. Forse, il
Cristianesimo si poteva arrestare al suo apparire. Malgrado
l’incomparabile energia di Paolo che lo aveva divelto dalla natia
Palestina, per portarlo in tutto il mondo, malgrado la geniale fantasia
del quarto Vangelista che aveva saputo impadronirsi del pensiero antico,
il Cristianesimo, senza lo scellerato e stolto capriccio di Nerone, si
sarebbe, forse, spento nell’oscurità. Fors’anche, il tentativo di
Giuliano, di riformare il Politeismo, iniziato, due secoli prima, con
più prudente temperanza speculativa, da un Trajano, da un Antonino, da
un Marco Aurelio, avrebbe potuto interrompere il progresso della
propaganda cristiana. Ma, ai tempi di Giuliano, l’impresa era del tutto
disperata. Il non averlo compreso dimostra quale anima entusiasta fosse
nel giovane imperatore, e come egli s’ingannasse sul valore di ciò che
voleva distruggere e di ciò che voleva sostituire. Ma, in ogni modo,
l’idea da cui era mosso, lo scopo a cui tendeva, gli venivano da un
animo generoso e innamorato di cose grandi e belle. La sua impresa fu
l’ultimo guizzo di un mondo che andava morendo.
Può parer singolare che nella bella allegoria, che ci ha dato il motivo
di questa digressione, Giuliano si atteggi apertamente a restauratore
della fortuna dell’impero, compromessa dai suoi antecessori, mentre non
accenna che a parole coperte alla sua guerra al Cristianesimo e non fa
nessuna esplicita dichiarazione. Certo, quei pastori che sciaguratamente
consigliano il padrone e gli rovinano il gregge sono cristiani e
probabilmente son vescovi; le empietà di cui il Sole raccomanda a
Giuliano di purgare la terra sono le chiese e le tracce del culto
cristiano. Più chiara e più acerba è l’allusione alla distruzione dei
templi antichi, sostituiti nella venerazione dei devoti dalle sepolture
dei martiri. «Si distrussero dai figli i templi, già prima disprezzati
dal padre e privati degli ornamenti, che i loro stessi antenati vi
avevano posti. In luogo dei templi distrutti, costrussero dei sepolcri e
vecchi e nuovi, spinti come da una voce interna e dal fato stesso,
poichè, dopo breve tempo, essi dovevano aver bisogno di molti sepolcri,
in punizione di aver trascurati gli dei»²²⁸. Qui Giuliano accenna,
senz’ombra di equivoco, a Costantino ed ai suoi figli. Tuttavia, questa
cura singolare di non parlare apertamente dei Cristiani in un’allegoria
che è data come il programma del suo governo, è indizio che l’imperatore
voleva andare, per gradi, nella sua azione e non si arrischiava di
comprometterla con dichiarazioni che gli avrebbero sollevate potenti
opposizioni. Ciò dimostra, anche, ch’egli sentiva, in petto, le
difficoltà dell’impresa e che, almeno quando scriveva questo discorso,
comprendeva la necessità di muovere il passo con molta prudenza.
²²⁸ _Iulian._, 296, 2 sg.
❦
Giuliano, essendo stato, fin dalla fanciullezza, perfettamente chiuso ad
ogni influenza che lo potesse piegare ed aprirgli l’anima al fascino del
Cristianesimo, era nelle condizioni di spirito e di pensiero necessarie
per poterlo scrutare criticamente e per analizzare, da un punto di vista
affatto oggettivo, gli elementi di cui si componeva, le tradizioni su
cui si appoggiava. Infatti, il Cristianesimo partecipa necessariamente a
quella condizione caratteristica di tutte le religioni, di essere, cioè,
intangibili, perfette, provate, evidenti per chi ci crede _a priori_, e
di sfasciarsi, come nebbia al sole, per chi le guardi senza la lente di
una fede preventiva. Tutte le religioni, passate e presenti, hanno la
certezza di un fatto constatato per chi le professa, e paiono
addirittura assurde a chi ne sta fuori. Non c’è uomo, per quanto pieno
di sè stesso, il quale non si senta costretto ad ammettere che,
talvolta, possa aver ragione chi ha un’opinione diversa della sua. Ma
non c’è Cristiano al quale possa mai passar pel capo la possibilità di
credere nella religione di Maometto o di Budda, e che non sappia addurre
le più evidenti ragioni per dimostrarne l’irragionevolezza assoluta. Ma
non c’è Maomettano o Buddista il quale non si trovi, in faccia al
Cristianesimo, nelle medesime condizioni in cui il Cristiano è in faccia
a loro, e che sia sprovvisto di ragioni per non credere in ciò in cui
crede il Cristiano. Questi crede che il Cristo sia risorto, perchè lo
trova affermato in un dato libro, il Maomettano crede che Maometto abbia
avuta una rivelazione divina, perchè lo trova affermato in un altro
libro. Ma la fiducia nell’uno o nell’altro di questi libri non può che
essere l’effetto di un sentimento _a priori_. Chi non ha tale sentimento
trova subito che le prove dell’una o dell’altra affermazione non sono
sufficienti.
Che qualsiasi religione appaia irrazionale a chi non crede _a priori_ è
la conseguenza del fatto che la religione si assume un compito che è
superiore alla ragione, quello cioè di rappresentare i rapporti
esistenti fra un essere soprannaturale, che si suppone esistere fuori
del mondo, e il mondo che sarebbe da lui creato. Per eseguire un tal
compito, superiore alla ragione, l’uomo non può che adoperare la propria
ragione. Ma è chiaro che adoperar la ragione per rappresentare ciò che è
al di sopra e al di fuori della ragione non può condurre che ad una
rappresentazione la quale dovrà rivelarsi irrazionale a chi la guardi
senza la lente di una fede preventiva. A noi pare irrazionale la
religione dei Giapponesi; ma ai Giapponesi pare irrazionale il
Cristianesimo. Un vecchio scrittore giapponese, Hakusaki, il quale, nel
1708, conobbe un missionario italiano, andato al Giappone, lasciò
scritto che questo straniero era un uomo saggio e buono, ma che
diventava matto quando parlava di religione. «Che dobbiamo pensare,
scrive Hakusaki, dell’idea che un dio non ha potuto redimere un’umanità
perduta da un peccato (di cui, del resto, non si vede la gravità),
un’umanità che è opera sua, punita per aver trasgredita una legge che
era pure sua opera, se non facendosi uomo, tremila anni più tardi, sotto
il nome di Gesù e soffrendo una morte ignominiosa? Che storia puerile!
Un giudice sovrano non può, forse, addolcire le pene da lui promulgate
od anche far grazia al condannato, senza, per questo prendere il suo
posto in mezzo ai tormenti?».
Il ragionamento di Hakusaki, che pare tanto evidente a chi non crede,
non ha neppur l’ombra dell’efficacia per chi porta in sè stesso la fede,
come un elemento costitutivo della propria organizzazione morale. Non
comprende, affatto, il fenomeno essenziale della religione chi s’illude
di poterlo combattere con logici ragionamenti. Questi ragionamenti che
sembrano al razionalista armi invincibili, sono pel credente un _telum
imbelle_. Il credere non è l’effetto di un’_operazione_, ma, bensì, di
una _disposizione_ della mente. E questa disposizione rimane intangibile
a qualsiasi dimostrazione razionale. Un ragionamento analogo a quello di
Hakusaki è stato fatto dai polemisti pagani, ma, davanti a quel
ragionamento, insorgeva la coscienza dell’umanità assetata di
redenzione, ansiosa di una palingenesi che la facesse uscire dalle
tenebre del peccato e della sventura. L’inesplicabilità del processo di
redenzione diventava una ragione di credere in esso, appunto perchè la
ragione appariva insufficiente, impotente a redimere l’uomo. Fu lo
scandalo della croce che ha convertito Paolo. Ricordiamo le sue grandi
parole: «Non ha forse Dio istupidita la sapienza del mondo? Poichè il
mondo non conobbe Dio per mezzo della sapienza, volle Dio salvare i
credenti colla stoltezza dell’annuncio. Gli Ebrei chiedono dei prodigi,
i Greci cercano la sapienza, noi annunciamo Cristo crocifisso, uno
scandalo per gli Ebrei, una stoltezza pei Greci, ma per noi eletti,
Ebrei e Greci, Cristo forza di Dio e sapienza di Dio». Ed agli Hakusaki
del suo tempo, Tertulliano rispondeva coi meravigliosi paradossi:
_Crucifixus est dei filius; non pudet, quia pudendum est. Et mortuus est
dei filius; prorsus credibile est, quia ineptum est. Et sepultus
resurrexit; certum est, quia impossibile est_²²⁹.
²²⁹ _Tertull._, _De Carne Chr._, 5, 898.
Giuliano, che era cresciuto in un ambiente nel quale non si credeva al
Cristianesimo, non durava fatica a porre il dito sulle contraddizioni
dottrinarie e storiche delle tradizioni cristiane. E, siccome egli non
era immunizzato dall’antidoto della fede, quelle contraddizioni erano
per lui una prova evidente della debolezza del Cristianesimo. Egli
s’illudeva che bastasse additarle, perchè il Cristianesimo cadesse, e
non comprendeva che tutte le sue dimostrazioni critiche, urtando contro
la rupe della fede, non riuscivano nemmeno a scalfirla. La critica della
religione non attecchisce se non là dove il pensiero scientifico ha
tolta, o, almeno, attenuata la necessità di avere una religione
positiva, cioè, nell’uomo moderno. Ma nulla era più lontano dal tempo e
dalle abitudini intellettuali di Giuliano che il pensiero scientifico.
Ciò è tanto vero che egli, pur pretendendo di abbattere, con le armi
della critica, il Cristianesimo, metteva in piedi una religione che
all’assalto di quelle armi non avrebbe resistito neppure un istante.
Giuliano, essendo dunque perfettamente libero da ogni predisposizione di
sentimento favorevole al Cristianesimo, si accinse a fare, contro di
esso, la sua opera di critico demolitore. Compose un trattato contro i
Cristiani, in cui discuteva le ragioni del Cristianesimo, dal punto di
vista della storia e della filosofia, e cercava di provarne l’essenziale
debolezza. Questo trattato andò completamente perduto, al pari di quelli
di Celso e di Porfirio, scritti col medesimo scopo. Libri siffatti
dovevano essere, pei Cristiani, troppo irritanti, perchè questi
potessero tollerarne la conservazione; la loro distruzione è la
conseguenza naturale di una spiegabile intolleranza. Però, del trattato
di Giuliano, come di quello di Celso, si potè rintracciare qualche
reliquia sufficiente a darci un’idea del lavoro. Tanto Celso, quanto
Giuliano, ebbero due potenti confutatori. Il primo fu discusso e
contraddetto da Origene, il secondo da Cirillo d’Alessandria verso la
metà del secolo quinto. Ora, dal testo dei confutatori è possibile
ricostruire, almeno in parte, il testo confutato. Teodoro Keim ha fatto
questo lavoro pel trattato di Celso; il Neumann lo ha fatto pel trattato
di Giuliano, con uno di quegli sforzi meravigliosi di critica che sono
resi possibili dalla moderna erudizione. Se non che dell’opera stessa di
Cirillo, che pare constasse di una ventina di libri, non rimangono che
dieci, e questi dieci sono intieramente dedicati alla confutazione del
primo libro dell’opera di Giuliano che pare fosse composta di tre. Non è
dunque che un frammento che il Neumann è riuscito a ricostruire. Ma
questo frammento è prezioso e basta a darci un’idea dell’indirizzo
polemico del suo autore.
Il trattato contro i Cristiani sarebbe stato scritto, a quel che narra
Libanio, nella sua orazione funebre, durante il soggiorno
dell’imperatore in Antiochia. Noi sappiamo che Giuliano dimorò in
Antiochia, dall’Agosto del 362 al Marzo del 363, tutto intento ai
preparativi per la funesta spedizione di Persia. Ebbene, in mezzo a tali
gravissime preoccupazioni, l’infervorato giovane, approfittando delle
lunghe notti invernali, narra Libanio, scriveva, per dimostrare ridicola
e vana la fede dei Cristiani, un libro che, sempre al dire di Libanio,
era più poderoso di quello stesso che aveva dettato, al medesimo scopo,
il vecchio di Tiro, cioè, Porfirio²³⁰. Certo, la circostanza di aver
scritto, in un momento ansioso, un libro così grave, trovando, insieme,
il tempo di comporre la brillante satira, il _Misobarba_, è la prova più
luminosa della singolare versatilità di Giuliano e della sua profonda
conoscenza del nuovo e del vecchio Testamento. Vogliamo anche ammettere,
con Libanio, che il trattato di Giuliano riuscisse più erudito di quello
stesso di Porfirio, ma ci pare assai probabile che l’esistenza del
trattato di Porfirio abbia giovato potentemente al suo successore, pel
quale poi erano sacri tutti gli insegnamenti e tutte le parole dei suoi
maestri neoplatonici. Ci pare proprio incredibile che, senza il libro di
Porfirio, che gli doveva servire di falsariga, Giuliano riuscisse, nei
pochi ed agitati mesi della sua dimora in Antiochia, a comporre il suo.
²³⁰ _Liban._, I, 581, 17 sg.
Come dicemmo, il Neumann, dal testo di Cirillo, è riuscito a ricomporre
la trama del primo libro di Giuliano. Si comprende come il lavoro del
critico, per quanto acutissimo, non possa essere, in parte, che un
lavoro ipotetico, poichè non è possibile di avere nessun dato preciso nè
sulla interezza nè sull’ordine delle citazioni contenute nel testo della
scrittura confutante. Però, la lettura del libro di Giuliano, quale
risulta dalla ricostituzione che ne ha fatta il critico, pur lasciando
qualche dubbio sui dettagli dell’ordinamento, ci dà una chiara nozione
dei concetti fondamentali su cui si svolgeva l’argomentazione di
Giuliano e del valore dell’argomentazione stessa. Noi troviamo anche qui
quella singolare miscela di acume, di spirito, di critica razionale e,
insieme, di pregiudizio e di superstizione che è caratteristica di
Giuliano e che già abbiamo constatato negli altri suoi scritti. Però, a
giudicare dal frammento che possediamo, il trattato contro i Cristiani
doveva esser l’opera più pensata di Giuliano, quella in cui l’acutezza
del critico demolitore si esercitava sicuramente, perchè più libera da
preconcetti filosofici e scolastici. Se il Cristianesimo avesse potuto
esser demolito dall’analisi critica delle sue basi e dei suoi documenti,
il libro di Giuliano avrebbe fatto l’ufficio di un piccone robusto.
Noi dobbiamo esaminarlo, questo libro, non già pel suo valore
intrinseco, ma perchè, come documento storico, ha un grande interesse e
contiene, esposte da Giuliano stesso, le cause razionali della sua
apostasia. Qui l’apostata attacca direttamente il Cristianesimo. Gli
imperatori antecedenti lo avevan combattuto col ferro e col fuoco. Egli
crede possa bastare il vigore dei suoi ragionamenti. Certo, in alcuni
punti, non gli manca l’acume e la dottrina. Ma un giudice veramente
imparziale ed illuminato, leggendo la critica di Giuliano, avrebbe
potuto dirgli: _Medice, cura te ipsum_.
Il libro così comincia: «Pare a me conveniente esporre a tutti gli
uomini le ragioni da cui fui convinto che la stolta dottrina dei Galilei
è un’invenzione messa insieme dalla perversità umana. Non avendo in sè
nulla di divino e, servendosi della inclinazione dell’animo verso ciò
che è mitico, fanciullesco e irrazionale, riuscì a far passare per vere
le sue favole prodigiose. . . . . . . . . . . . . .
«Vale la pena di esaminare brevemente donde e come venne a noi
primieramente l’idea di Dio. Quindi confrontare ciò che intorno alla
divinità si dice, presso i Greci e presso gli Ebrei e, dopo ciò,
interrogare coloro che non sono nè Greci nè Ebrei, ma appartengono
all’eresia dei Galilei, per qual motivo preferirono alla nostra la
dottrina degli Ebrei, e di più perchè non stettero fermi su questa, ma
se ne separarono per seguire una via propria. Non accettando nulla di
ciò che noi Greci abbiamo di bello e di buono e nulla di ciò che gli
Ebrei ebbero da Mosè, presero, invece, i vizî che agli uni e agli altri
furono attaccati come da un demone perverso, l’empietà dall’intolleranza
ebrea, la vita scostumata e turpe dalla nostra leggerezza ed
intemperanza, ed osarono chiamar tutto ciò la religione perfetta»²³¹.
²³¹ _Neumann._ — Iulian, Libr. contra Christ. quæ supersunt, 163.
In questo piccolo proemio son posti i due punti fondamentali su cui si
svolge tutta la polemica di Giuliano, primieramente la superiorità del
politeismo ellenico nel monoteismo ebraico, che egli crede essere
un’applicazione errata di un principio essenzialmente vero; in secondo
luogo la contraddizione in cui cadono i Cristiani, i Galilei, come egli
sempre li chiama, con intenzione di disprezzo, i quali, mentre affermano
di derivare la loro dottrina e la loro idea del divino dalla religione
ebraica, la offendono poi nei suoi concetti più essenziali.
Giuliano era un polemista assai abile ed arguto e sapeva cogliere
prontamente il punto debole dell’avversario. Per combattere il
monoteismo ebraico egli si ferma sul suo difetto propriamente
fondamentale, che è di avere un Dio, per sua natura, esclusivamente
nazionale. Il Dio degli ebrei non è il Dio del genere umano, è il Dio di
un dato e piccolo popolo. Ora, dice Giuliano, è possibile assumere un
Dio siffatto a Dio unico di tutta l’umanità? È possibile che il creatore
di tutti gli uomini abbia serbati i suoi favori ad una così esigua,
impercettibile minoranza? Questo ragionamento è la chiave di volta di
tutta la confutazione giulianea. A lui riesce assai facile dimostrare,
coi testi alla mano, come Mosè abbia inteso propriamente far del suo Dio
il Dio esclusivo degli Ebrei. E poi continua: «Che Dio, fin dal
principio, siasi curato solo degli Ebrei e ne abbia fatto il popolo
eletto, non lo dicono solo Mosè e Gesù, ma anche Paolo. Costui, a
seconda della convenienza, cambiava le sue convinzioni intorno a Dio,
come i polipi cambiano il colore della pelle, a seconda degli scogli a
cui si attaccano, ed or sosteneva che solo agli Ebrei è data l’elezione
divina, ed ora voleva persuadere i Greci a farsi devoti a lui, dicendo:
— «Dio non è solo Dio degli Ebrei, ma di tutte le genti, sì, di tutte le
genti. — Ma, in questo caso si dovrebbe domandare a Paolo, perchè mai
Dio largì solo agli Ebrei il dono profetico, e Mosè e il crisma e la
legge e i miracoli? E, infine, mandò loro anche Gesù. A noi, invece,
nessun profeta, nessun sacerdote, nessun maestro, nessun messo della sua
tardiva benevolenza? Anzi, egli non si curò per miriadi o, se volete,
per migliaia d’anni, di tutti coloro che dall’Oriente all’Occidente, dal
Settentrione al Mezzogiorno, nella loro ignoranza, adoravano gli idoli,
e non avrebbe fatta eccezione che di una piccola schiatta, la quale, da
meno di duemila anni, abita la Palestina. Se egli è Dio e creatore di
tutti perchè ci ha trascurati?... E dovremo ammettere che di questo Dio
dell’universo, voi soli, o solo taluni della vostra razza, siate
riusciti a formarvi un concetto razionale?».²³²
²³² _Neumann_, 177, 7 sg.
Questi argomenti di Giuliano non sono privi di acume. Ma è cosa
sintomatica dell’ambiente intellettuale, in cui Giuliano scriveva,
ch’egli non si accorgesse che il sistema da lui posto innanzi, come
l’espressione della verità, era altrettanto irrazionale e assai più
puerile di quello ch’egli combatteva. Il politeismo neoplatonico, quale
era uscito dalle elucubrazioni di Giamblico, di Massimo e degli altri
entusiasti successori di Plotino, era un politeismo di secondo grado.
Affermava un Dio supremo, unico, creatore di tutto, ma, sotto questo
Dio, si collocavano degli Dei minori, per mezzo dei quali avveniva il
processo creativo, e nei quali Giuliano vedeva poi le divinità
protettrici delle diverse nazionalità. Egli, quindi, non aveva
difficoltà a riconoscere anche il Dio ebraico, ma ne faceva una di
queste divinità secondarie, con le quali credeva di poter spiegare le
diversità esistenti da popolo a popolo, delle quali altrimenti non
riusciva a trovar ragione. Certo, non è il caso di soffermarci a
dimostrare quanto siano fanciullesche queste fantasie. Ma è interessante
il leggere almeno una pagina di Giuliano per veder come, laddove manchi
la conoscenza sicura e scientifica della realtà, la mente umana erri,
senza bussola, nel mare dell’imaginazione, e si lasci subito riavvolgere
dalla nebbia ch’essa crede d’aver dissipata. «Confrontate — dice
Giuliano, dopo aver confutato il monoteismo ebraico — a questa dottrina
la dottrina nostra. I nostri maestri affermano che il creatore è padre e
re dell’universo, ma ch’egli distribuisce i popoli fra divinità etniche
o locali, ciascuna delle quali tiene il governo a seconda della propria
natura. Poichè nel padre tutto è perfetto ed unico, ma negli dei
parziali variano le facoltà le une dalle altre. Così, Marte governa i
popoli bellicosi, Minerva i bellicosi e sapienti insieme. Mercurio i
prudenti più che gli audaci; infine i popoli condotti da divinità
nazionali seguono la tendenza essenziale di ognuna di esse. Ora, se
l’esperienza non confermasse la nostra dottrina, essa sarebbe
un’invenzione od un artifizio stolto, la vostra, invece, dovrebbe
lodarsi. Ma se, invece, l’esperienza di tempi infiniti sta a prova di
ciò che affermiamo, mentre nulla concorda con le vostre idee, perchè
conservate tanta smania di dispute? Ditemi, di grazia, quale sia la
causa per la quale i Celti ed i Germani sono coraggiosi, i Greci e i
Romani civili ed umani, ma, insieme, d’animo fermo e guerresco, gli
Egizî più prudenti e più industriosi, i Siri imbelli e molli, timidi e
leggeri, ma pronti nell’apprendere? Se di tale diversità fra i popoli
non si vuole vedere causa alcuna e si afferma che essa si verifica
automaticamente, come mai si potrebbe poi credere che il mondo sia
governato dalla Provvidenza? Che se, invece, si vogliono porre delle
cause, mi si dica e mi si insegni, come farle risalire ad un solo
creatore. È chiaro che la natura umana ha posto a sè stessa le leggi che
le erano adatte, civili ed umane laddove dominava la benevolenza, rozze
ed inumane dove tale era l’indole dei costumi. Poichè i legislatori ben
poco aggiunsero, coll’educazione, alla disposizione primitiva.... Perchè
dunque tale differenza fra i popoli nei costumi e nelle leggi?»²³³.
²³³ _Neumann_, 179.
In fondo, la difficoltà contro cui s’urtava Giuliano esiste realmente,
quando si ponga una creazione voluta, con una finalità prestabilita.
L’inesplicabilità dell’organizzazione dell’universo, quando lo si
imagini pensato a priori da una volontà cosciente, è sentita da Giuliano
in tutta la sua realtà. È veramente acuta, ed originale nell’antichità,
l’osservazione che non sono le leggi che fanno gli uomini, ma gli uomini
che fanno le leggi, ciò che viene a dire che la morale non ha nulla
d’assoluto; è un fenomeno relativo alle condizioni preesistenti degli
uomini e dei tempi. Che tutto ciò sia inesplicabile, data una volontà
creatrice e cosciente, che l’ammettere questa volontà sia un cadere in
una rete di contraddizioni è tanto chiaro che gli uomini hanno finito
per trovare che il solo modo di uscire dalla difficoltà era di porre il
mistero, poi chiudere gli occhi ed ingoiarlo. Ma Giuliano non voleva
accontentarsi di spiegazioni che non spiegavano, e, pertanto, ne cercava
una che fosse, o che, almeno, gli paresse soddisfacente. Ma siccome la
difficoltà è assolutamente insuperabile, perchè il concetto
antropomorfico della divinità, il quale impone di cercare la causa della
creazione, è anche quello che impedisce di trovarne una che sia
ragionevole, così egli cade necessariamente in una spiegazione tanto
scipita da essere la prova più evidente del completo esaurimento in cui
era finito il Politeismo.
L’origine di queste divagazioni neoplatoniche è il _Timeo_ di Platone.
Giuliano, nel suo trattato, non manca di porre a raffronto la cosmologia
platonica con quella di Mosè, per trarne argomento a dimostrare la
maggiore ragionevolezza della creazione per gradi e per gerarchie
divine, proposta da Platone, in confronto alla creazione per atto
diretto di un creatore unico, ed è evidente che la sua teoria degli dei
etnici e locali è una variazione del tema platonico. Chiarita, secondo
Giuliano, la posizione del monoteismo ebraico in faccia al politeismo
ellenico, e dimostrato l’errore degli Ebrei di considerare come Dio
unico e supremo quello che non era che un Dio secondario e parziale, il
polemista passa a svolgere il secondo dei suoi concetti fondamentali, e
vuol dimostrare il torto dei Cristiani che non seppero stare nè con gli
Ebrei nè coi Greci e l’insostenibilità della loro pretesa di derivare da
una religione della quale la loro dottrina è la più aperta negazione.
«Voi siete come le sanguisughe, — dice Giuliano ai Cristiani; — avete
succhiato, da ogni parte, il sangue infetto e avete lasciato il puro....
Voi invidiate agli Ebrei l’ira e l’odio, e rovesciate i templi e gli
altari, e trucidate non solo coloro che rimangono fedeli alle patrie
leggi, ma anche gli eretici che pur professano i vostri stessi errori,
solo perchè, nella loro piangente adorazione del morto²³⁴, non seguono,
in tutto il vostro rito. E tutto questo è opera vostra, poichè nè Gesù
nè Paolo ve lo hanno comandato. E la ragione è che essi non hanno
sperato mai che voi arrivaste a tanta potenza. Erano ben contenti, se
riuscivano ad ingannare qualche ancella o qualche schiavo, i quali, a
loro volta, ingannassero donne ed uomini del valore di Cornelio e
Sergio, dei quali se uno solo è ricordato fra gli illustri dell’epoca
dite pure che io sono, in tutto, un mentitore»²³⁵.
²³⁴ Intende il dio ucciso e sepolto.
²³⁵ _Neumann_, 199.
Ma almeno si fossero i Cristiani serbati fedeli alla dottrina ebraica.
No, afferma Giuliano; essi si allontanarono da questa più ancora che
dalla nostra. L’empietà cristiana si compone della superbia ebraica e
della leggerezza ellenica. Prendendo dalle due parti non ciò che hanno
di buono ma ciò che hanno di peggio, si hanno tessuta una veste di vizî.
«A dire il vero, voi vi siete compiaciuti di esagerare la
scioperataggine nostra, e avete creduto bene di adattare i vostri
costumi a quelli degli uomini più abbietti, mercanti, esattori,
ballerini e ruffiani»²³⁶.
²³⁶ _Idem_, 208.
Chi mai potrebbe supporre, a priori, che i Cristiani, la cui religione
aveva la sua ragion d’essere in una reazione contro l’immoralità del
mondo greco-romano, fossero in tre secoli, diventati più immorali di
coloro che avrebbero dovuto correggere, così che il polemista pagano
poteva combatterli in nome della morale offesa? Non vi ha prova maggiore
per illustrare la tesi che la morale non è un elemento esterno che si
introduce, dal di fuori, nell’uomo; è bensì il prodotto di tutto il suo
essere intimo. Il Cristianesimo apparve moralizzatore, nei primi tempi,
perchè i Cristiani, durante le persecuzioni, rappresentavano una
selezione. Quando il Cristianesimo vittorioso si generalizzò dovette
adattarsi all’ambiente dell’epoca, e si corruppe. Non fu il
Cristianesimo che ha moralizzata la società; fu la società che ha
corrotto il Cristianesimo.
Ma, continua Giuliano insistendo sulla differenza esistente fra
Cristiani ed Ebrei, i Cristiani riconoscono di esser diversi degli Ebrei
contemporanei, ma affermano di essere rigorosamente Ebrei secondo i
precetti posti dai profeti e secondo quelli di Mosè. E Giuliano entra in
una discussione che dimostra la conoscenza esatta e minuta ch’egli aveva
della letteratura ebraica. Egli afferma, con la testimonianza dei testi,
che Mosè non poteva predire la venuta del dio Gesù, dal momento che
assolutamente non ammetteva che un solo ed indivisibile Dio. Egli ha
parlato di profeti, di angeli, di re, giammai di un dio che discendesse
in terra. Giuliano coglie in contraddizione i Cristiani perchè, onde
andar d’accordo con Mosè, fanno discendere Gesù da Davide e, insieme, lo
fanno concepito dallo Spirito Santo. Perciò essi hanno inventata la
genealogia davidica di Giuseppe, ma non seppero far concordare i due
Vangeli che la presentano. Che se poi i Cristiani pretendessero di
credere anch’essi in un solo Dio, cadrebbero nella più aperta
contraddizione col testo del Vangelo di Giovanni, che da nessun’arte
d’interpretazione potrà mai essere messo d’accordo coi testi mosaici²³⁷.
²³⁷ _Neumann_, 213.
Ma, anche nei riguardi del culto e dei sacrifizi, i Cristiani si
distaccano dagli Ebrei non meno che dai Greci. Infatti, secondo
Giuliano, Mosè stabilisce nel _Levitico_ una procedura di sacrifizî che
per nulla si distingue da quella dei sacrifizî greci. E, se anche fosse
esatto, ciò che Giuliano afferma non essere, che gli Ebrei più non
sacrificano, ciò dipenderebbe solo dalla circostanza che non esiste più
il tempio di Gerusalemme, che era il luogo dove solo potevano compiersi
i riti solenni. Ma i Cristiani, che non hanno questa obbligazione di
colleganza fra il rito ed una sede determinata, non hanno ragione alcuna
di non compiere le cerimonie prescritte. Il vero è che gli Ebrei, salvo
il principio dell’unicità di Dio, si assomigliano in tutto ai Greci,
mentre i Cristiani si allontanano dagli uni e dagli altri. Non ammettono
le forme del culto che i Greci e gli Ebrei concordemente vogliono; non
riconoscono l’infinita pluralità del politeismo ellenico, ma, affermando
una trinità divina, non riconoscono nemmeno il monoteismo ebraico²³⁸.
²³⁸ _Neumann_, 216 sg.
In tutta questa argomentazione è chiaro che Giuliano, quando vuol
dimostrare che i Cristiani hanno torto di non voler sacrificare come i
Greci e gli Ebrei, è un polemista meschino e pedantesco, ma, quando
afferma che i Cristiani, con la loro trinità divina, offendono, insieme,
il monoteismo rigoroso degli Ebrei e il politeismo largo dei Greci, e si
collocano in una posizione razionalmente non sostenibile, egli è, almeno
nell’apparenza, nel vero. È tanto nel vero che il dogma della trinità,
come vedemmo, non fu accettato se non con ripugnanza grande dagli
spiriti conseguenti alle premesse del monoteismo, e fu il tizzone che
accese le terribili lotte che, dal terzo al quinto secolo, hanno
squarciato il Cristianesimo nascente. E finì per essere accolto come un
mistero inscrutabile.
Giuliano passa poi a dimostrare come i Cristiani, affermando che la
legge ebraica fosse perfettibile, si pongano nella più aperta
contraddizione con ciò che ha scritto Mosè, così che è del tutto
insostenibile la loro pretesa di vedere nella religione d’Israele
l’origine e la base del Cristianesimo. Ma c’è di più. Ed è che i
Cristiani, non paghi di porsi in contraddizione con gli Ebrei da cui si
dicono usciti, contraddicono sè stessi, poichè, nei Vangeli, egli dice,
vi sono affermazioni inconciliabili fra loro, e la dottrina del logos
incarnato nel Cristo, rappresentante una persona divina, che è
un’invenzione di Giovanni, invano la cercate in Matteo, in Marco, od in
Luca. Questa argomentazione è condotta in modo da dimostrare che il
polemista imperiale conosceva assai bene la letteratura cristiana e, se
non fosse la passione d’odio che lo accieca, si potrebbe quasi dire che,
talvolta, nel suo metodo, c’è il sentore della critica moderna²³⁹.
²³⁹ _Neumann_, 221 sg.
Ma, certo, questo sentore non c’è nell’invettiva contro i Cristiani pel
loro culto pei sepolcri. Non si accontentano, egli dice, di adorare il
morto Gesù, vogliono adorare anche quelli che son morti dopo di lui, ed
hanno ingombrato ogni luogo di sepolcri e di monumenti, sebbene in
nessun loro libro si dica che sia dovere di aggirarsi intorno ai
sepolcri e di adorarli. Con queste parole Giuliano accenna al culto che
i Cristiani professavano pei loro martiri, a cui innalzavano santuari
sulle rovine dei templi abbandonati o distrutti. Questo culto lo
irritava in un modo particolare, e la ragione della sua irritazione va
cercata in parte, forse, in un sentimento estetico, ma, forse, più
ancora nella grande efficacia che quel culto esercitava
sull’imaginazione dei credenti. Egli, dunque, con cavilli pedanteschi,
si affatica a dimostrare che quel culto non era voluto da Gesù che
adoperava i sepolcri come termine di confronto di cose turpi, ed afferma
che i Cristiani onorano i sepolcri, solo per cavarne una potenza di
malefizî magici²⁴⁰.
²⁴⁰ _Neumann_, 225.
Ma i Cristiani fanno ciò che Dio e Mosè e i Profeti hanno riprovato, e
poi si ricusano di sacrificare agli altari, quando l’episodio di Caino e
di Abele, rettamente interpretato, dovrebbe persuaderli che Dio
aggradisce i sacrifizî di offerte viventi. E perchè i Cristiani non si
circoncidono? Paolo ci parla della circoncisione del cuore. Ma il
comando di Dio, nella Genesi, è troppo esplicito, perchè sia possibile
eluderlo, senza mancare alla legge. E Gesù ha dichiarato di venire non
ad alterare la legge, ma a compirla. — «Ah, voi dite che vi circoncidete
nel cuore! — esclama Giuliano con acerba ironia. — E avete ragione,
perchè fra voi, lo si vede, non esiste nessun malvagio, nessun
scellerato! Bella davvero la vostra circoncisione del cuore!». Il vero è
che i Cristiani disobbediscono apertamente ai precetti del loro stesso
Maestro²⁴¹.
²⁴¹ _Idem_, 228 sg.
Giuliano finisce il primo libro del suo trattato, il solo di cui siansi
conservate le reliquie, ritornando sull’accordo esistente, secondo lui,
fra il politeismo ellenico ed il monoteismo ebraico, e sull’identità dei
riti e dei procedimenti di sacrifizio e di predizione vigenti nelle due
religioni. Egli illustra questa sua affermazione con la storia di
Abramo, coi processi di interpretazione, pei quali il patriarca riusciva
a comprendere le promesse di Dio ed i segni celesti che ne assicuravano
l’adempimento, e trova che tutto ciò ha una grandissima analogia coi
processi della mantica greca, e che è un gran torto dei Cristiani
l’averli abbandonati. Giuliano dimostra anche qui la singolare
conoscenza ch’egli aveva della letteratura biblica ed, insieme,
l’arguzia di uno spirito educato ad una logica tutta formale. Ma qui si
constata, ancora una volta, l’assoluta mancanza di scienza positiva e la
spaventosa superstizione di questi riformatori del Politeismo. È cosa
dolorosa il vedere un eroe, come Giuliano, un uomo di così meravigliosa
versatilità intellettuale da riuscire a scrivere un trattato, come
questo, di erudizione teologica, in mezzo alle preoccupazioni di una
guerra gigantesca da lui personalmente condotta, cadere in sì miserabili
pregiudizî, mostrare una così puerile fiducia nell’esercizio di riti
stolti, di sacrifizî sanguinosi, di presagi meteorici, e finir col dire:
«La verità non si può riconoscere dalla pura parola; bisogna che alla
parola segua un segno efficace, il quale, con la sua apparizione,
garantisca pel futuro l’avvenimento della predizione²⁴²».
²⁴² _Neumann_, 232. τὴν δὲ ὰλήθειαν ουκ ἔνεστιν ιδεῖν έκ ψιλοῦ ρήματος,
αλλὰ χρή τι καὶ παρακολυυθῆσαι τοῖς λόγοις εναργὲς σημεῖον, ὄ
πιστώσεται γενόμενον την εις τὸ μέλλον πεποιημένην προαγόρευσιν.
Qui, certo, c’è un enorme peggioramento in confronto di Marco Aurelio,
degli stoici, di Platone, di tutta, infine, la filosofia greca. La causa
di ciò sta nell’influenza del Neoplatonismo, il quale aveva collocato il
soprarazionale ed il soprannaturale al luogo degli dei naturalistici del
Politeismo antico, e lo aveva imposto, come un incubo al mondo ed alla
natura, senz’esser riuscito a determinarlo in un essere supremamente
morale come aveva fatto il Cristianesimo. Venne da ciò che il
soprannaturale, ravvivando, per un istante, con un soffio artificiale,
gli dei naturalistici del mondo antico, ne rese più intensa l’azione in
tutti i momenti della vita, ed ha fatto della superstizione la chiave di
vôlta della religione. Anche il Cristianesimo non seppe tenersi immune
dalla superstizione, anzi vi cadde spaventosamente, e non potè in parte
liberarsene che all’aurora della scienza positiva. Però, per quanto
oscurata, l’idealità morale di una figura divina, come quella di Gesù,
potè servire quale un farmaco che risanava lo spirito infermo di errori
e di paure stolte. Ai tempi di Giuliano, il Cristianesimo poteva
considerarsi come una reazione contro la follia della superstizione
politeista. Quando si passa dal soprannaturale di Giuliano a quello di
Ambrogio o di Agostino si ha l’impressione di una vera liberazione, e si
comprende come il tentativo di restaurazione politeista, per quanto
giustificato e nobilitato dall’amore della coltura ellenica, non avesse
neppure la più lontana probabilità di vittoria²⁴³.
²⁴³ Un piccolo brano del trattato di Giuliano, non compreso fra quelli
confutati da Cirillo, venne testè pubblicato da due eruditi del
Belgio, i signori Bidez e Cumont, in un loro saggio — _Sur le
tradition manuscrite des lettres de Julien_ — il quale dovrebbe
essere l’introduzione di una desiderata edizione veramente critica
delle lettere dell’Imperatore. Quel brano trovasi in un frammento
di una confutazione che Areta, vescovo di Cesarea, nel 10º secolo,
avrebbe scritto del trattato di Giuliano, frammento scoperto in una
biblioteca di Mosca. Con questo testo il _Neumann_ (_Theol. Liter.
Zeitung_, 1899) è riuscito a ricomporre il passo genuino di
Giuliano, che probabilmente apparteneva al secondo libro del
trattato giulianeo. Il breve passo è interessante come prova della
sottigliezza del polemista, il quale, ricordando l’affermazione del
Vangelo di Giovanni che il logos è venuto a toglier via dal mondo
il peccato, e mettendola in faccia al disordine ed alle discordie
di cui era stato causa l’introduzione del Cristianesimo, disordine
e discordie già previste dai Vangeli sinottici, tende a ferire la
dottrina della divinità del logos, ad a porre in contraddizione il
quarto Vangelo coi tre primi.
Noi non possiamo confrontare il trattato di Giuliano con quello di
Porfirio che, come dicemmo, è perduto, ma possiamo farlo con quello di
Celso che ci fu conservato, almeno in parte, nella confutazione di
Origene, sulla quale Teodoro Keim ha fatto il medesimo lavoro di
ricostituzione che il Neumann esegui, più tardi, per lo scritto di
Giuliano, sulla confutazione di Cirillo²⁴⁴.
²⁴⁴ _T. Keim_, _Celsus wahres wort_ — 1893.
Questi due attacchi filosofici contro il Cristianesimo, eseguiti a circa
due secoli di distanza l’uno dall’altro, poichè lo scritto di Celso
appartiene agli ultimi anni di Marco Aurelio, ci mostrano come il fondo
della polemica fosse rimasto sempre eguale. È sempre la filosofia
platonica che vede nel Politeismo un’esplicazione molto più larga e più
vera delle sue idee fondamentali sulla divinità e sul mondo che nel
ristretto monoteismo ebraico e cristiano; è sempre l’accusa mossa ai
Cristiani d’essersi separati dagli Ebrei da cui pretendono di derivare;
è sempre la dimostrazione dell’impossibilità di accettare le leggende su
cui il Cristianesimo si fonda. Se non che, durante i due secoli che
corsero da Celso a Giuliano, lo spirito greco, privo com’era dell’àncora
sicura della conoscenza oggettiva e dello spirito scientifico, si era
slanciato, a vele spiegate, nel gran mare del misticismo, e si era
costituita, come vedemmo, nel Neoplatonismo, una filosofia religiosa,
basata sull’idea dominante e schiacciante del soprannaturale. Pertanto,
la differenza filosofica fra Giuliano e Celso è che il primo va molto
più avanti del secondo nell’interpretazione simbolica del Politeismo, ed
è in possesso di una dogmatica mitica che manca al suo predecessore.
D’altra parte, ai tempi di Giuliano, il canone del Nuovo Testamento era
già stabilito e d’uso corrente, cosa che ancor non era, od almeno appena
cominciava ad essere, ai tempi di Celso, e ciò dava una maggiore
padronanza a Giuliano delle fonti del Cristianesimo e gli permetteva di
servirsi del quarto Vangelo per dimostrare la contraddizione di quelle
fonti, cosa che Celso non poteva fare, o, almeno, non ha fatto.
Aggiungiamo poi che Giuliano, educato nel Cristianesimo, aveva una
profonda conoscenza non solo del Nuovo ma anche del Vecchio Testamento e
l’adoperava nella sua polemica con un’abbondanza di citazioni ed una
sicurezza che, certo, non poteva domandarsi a Celso, la cui mente era
rivolta a tutt’altri studi, e che, dopo tutto, combatteva il
Cristianesimo, di cui ancor non sentiva la minaccia, come una
disprezzabile stoltezza. Lo scritto di Celso è l’opera di un letterato
che si diverte nella sua confutazione; lo scritto di Giuliano, quella di
un polemista che combatte per la vita. Se non che, Celso era uno spirito
filosofico ben più largo e più geniale di Giuliano e, se questi lo vince
nell’argomentazione a base di ermeneutica dei testi, Celso gli è di
molto superiore nell’acume intuitivo delle vaste speculazioni, senza
dire che non ci dà lo spettacolo di quella spaventosa superstizione che
è la macchia più grave di Giuliano e del suo Politeismo neoplatonico.
Celso considera il Cristianesimo come una dottrina che ha portato gli
antichi ed invecchiati miti della divinizzazione di un uomo sopra una
figura non degna di esserne ornata. Egli afferma che l’idea di una
redenzione avvenuta in un punto della storia non si accorda colla
giustizia e coll’amore divino, che non può esser limitato ad
un’efficacia tanto parziale. Celso oppone alla teologia della salvezza
l’immutabile ed eterno ordinamento della natura, in cui il male ed il
peccato, determinati dalla materia, hanno il loro posto necessario, e
l’uomo non appare per nulla affatto come lo scopo del mondo. In queste
negazioni della posizione antropocentrica dell’uomo, antropomorfica
della divinità, Celso potrebbe quasi dirsi un precursore del pensiero
moderno. Egli esce in queste parole: «L’universo non è fatto per gli
uomini, come non è fatto pei leoni, per le aquile o pei delfini, ma
tutto contribuisce a rendere questo mondo, come opera di Dio, perfetto e
completo in ogni sua parte. Pertanto, le cose non sono disposte per
essere proprietà le une delle altre, bensì per essere un’opera
complessa, per essere, infine, l’Universo. E Dio è nell’Universo, e mai
la Provvidenza non lo abbandona, e mai l’Universo diventa peggiore, e
Dio, attraverso il tempo, mai non si ritira in sè stesso, e mai non si
irrita per causa degli uomini, come non si irrita per causa delle
scimmie o delle mosche. E non minaccia mai gli esseri, dei quali ognuno,
per sua parte, ha la propria sorte determinata»²⁴⁵.
²⁴⁵ _Keim_, 63.
Ecco una pagina che Giuliano, col suo antropomorfismo soprannaturale,
non avrebbe mai scritta. Come pure non avrebbe mai scritta la frase
profonda di Celso, il quale, dopo aver accennato alle strane ed
incredibili divinizzazioni, constatate, presso i più diversi popoli, di
uomini vissuti in mezzo a loro, divinizzazioni identiche a quelle che i
Cristiani hanno fatto di Gesù, esclama: «Tanto può la fede, quale essa
sia, purchè posseduta in prevenzione»²⁴⁶. Frase in cui sta propriamente
la chiave che apre i segreti della storia delle religioni, e della quale
Celso stesso, forse, intuiva ma non comprendeva tutta la profondità.
²⁴⁶ _Keim_, 39, «Τοσοῦτον ποιεῖ ὴ πίστις οποία δὴ προκατασχοῦσα».
❦
Noi, dunque, abbiamo visto come Giuliano cercasse di rovinare il
Cristianesimo, dimostrando la debolezza della sua base storica e le
contraddizioni in cui cadeva con le premesse da cui pretendeva
discendere. Ma, se Giuliano si fosse limitato a questo lavoro negativo,
il suo tentativo non avrebbe avuto nulla di speciale in confronto a ciò
che avevan fatto Celso e Porfirio e forse altri ancora rimasti ignoti.
Ora, Giuliano voleva fare qualche cosa di più. Voleva tener ritto il
Politeismo antico, che per lui rappresentava l’Ellenismo, la civiltà, la
coltura ellenica, contro la novità cristiana che minacciava
distruggerlo, ma, per tenerlo ritto, voleva cristianizzarlo nella morale
e nella costituzione ecclesiastica. Sentiva la necessità di ravvivare la
società con uno spirito nuovo, e credeva di poterlo infondere nelle
forme vecchie, nella cui rovina egli vedeva la catastrofe della civiltà.
Qui sta propriamente l’originalità del movimento tentato da Giuliano.
Questo feroce nemico del Cristianesimo faceva propaganda di tutte le
virtù che il Cristianesimo insegna, la temperanza, il rispetto delle
cose sacre, l’onestà nella vita pubblica e privata, l’odio della
ricchezza, la cura delle cose dello spirito, l’amore del prossimo e,
sopratutto, la carità. Il Cristianesimo era così poco riuscito ad
infondere queste virtù nella società del Basso Impero che, diventando
religione ufficiale, aveva dovuto rinunciarvi, ma, insieme, aveva creato
il monachismo come una serra calda in cui quelle virtù si conservassero
sotto la fervida azione di un ascetismo rigoroso. Giuliano pretese di
rifar, lui, l’opera del Cristianesimo, affidandola al Politeismo, a cui
dava l’ufficio di moralizzare la società. Egli cadeva nell’errore comune
a tutti i riformatori religiosi e morali, quello cioè, di credere che
una società, come un individuo, si moralizzi con gli insegnamenti e con
le prediche. La moralizzazione non può essere che la conseguenza di un
determinato ambiente intellettuale in cui l’individuo e la società
vengono a trovarsi. Non fu la Riforma che ha moralizzato i popoli
germanici, ma la Riforma è stata, essa stessa, l’effetto di una
disposizione preesistente nel carattere e nelle abitudini di quei
popoli, i quali avevano vivo il sentimento della dignità umana,
sentimento che, nei popoli latini, si era del tutto estinto. Perciò il
Cristianesimo, non essendo riuscito a moralizzare il mondo, perchè il
mondo non era maturo pel suo grande principio della solidarietà umana,
aveva semplicemente scosse le basi della civiltà. Ebbene, Giuliano
voleva salvare il Politeismo per salvare, insieme, la civiltà ellenica,
e voleva, malgrado il suo odio pel Cristianesimo, in cui vedeva il
nemico acerrimo di quella civiltà, cristianizzare il Politeismo per
farne uno strumento di rigenerazione morale. L’irragionevolezza
dell’impresa non deve nascondere la nobiltà dell’illusione in cui viveva
Giuliano e la grandezza dello scopo a cui tendeva con tutte le forze del
suo versatile ingegno.
Quali fossero, sotto il rispetto pratico, le intenzioni di Giuliano,
nell’organizzazione del suo Politeismo cristianizzato, si rileva da tre
importanti documenti, il lungo frammento di lettera ad un ignoto²⁴⁷, la
lettera ad Arsacio, sacerdote di Galazia²⁴⁸, e un frammento di altra
lettera a Teodoro, per investirlo di un alto ufficio sacerdotale²⁴⁹.
Quest’ultimo frammento si crede possa essere unito al primo, così da
formare un tutto interrotto da breve lacuna. Esaminiamoli con
attenzione, perchè contengono la parte più curiosa della riforma di
Giuliano. E qui noi vedremo uno spettacolo strano; un condottiero
eroico, un avventuriero audace che scende ai più minuti dettagli di
organizzazione ecclesiastica e che scrive delle _pastorali_, le quali
mostrano come egli prendesse sul serio la sua missione di riformatore
religioso. È che Giuliano metteva in tutto ciò che faceva una singolare
serietà ed oggettività di proposito. Napoleone che, fra le
preoccupazioni del soggiorno di Mosca, prepara il regolamento del Teatro
francese è, certo, un esempio di meravigliosa versatilità. Ma Napoleone
era un colossale egoista. Le cose non lo interessavano se non in quanto
si riferissero a lui od al suo dominio. Non aveva che un ideale, sè
stesso, e, pertanto, la sua intelligenza era uno strumento che non
lavorava che per lui. Ma Giuliano era altra tempra d’uomo. Egli si era
creata una missione nel mondo, e il compierla era per lui il più
imperioso dei doveri. Tutta la singolare versatilità del suo ingegno era
applicata a quello scopo ideale. In Giuliano l’uomo pratico era
ammirabile, ma quest’uomo pratico era posto al servizio di un idealista
fervente. È questo un connubio che dà alla figura del giovane imperatore
un così strano e, direi quasi, enigmatico risalto.
²⁴⁷ _Iulian._, 371-392.
²⁴⁸ _Idem_, 552-555.
²⁴⁹ _Idem_, 585-588.
Il frammento di lettera al sacerdote ci mostra come Giuliano volesse
avere un sacerdozio pagano il quale realizzasse l’ideale di virtù che il
clero cristiano si poneva davanti agli occhi, salvo a non seguirlo.
Al principio del frammento noi troviamo una violenta e crudelmente
ironica allusione ai Cristiani. «Su coloro che non venerano gli dei
impera la schiatta dei demoni malvagi, dai quali molti di quegli empi
son resi furenti, così che cercano di morire, quasi fossero certi di
volare al cielo, quando dalla violenza si spezzi la loro vita. Altri
abitano i deserti invece delle città, sebbene l’uomo sia, per natura, un
animale socievole e domestico, dominati anch’essi dai demoni malvagi che
li trascinano in quella misantropia. E quegli empi si abbandonano
volontariamente ad essi, ribellandosi agli dei eterni e salvatori.»
Ecco, dunque, come Giuliano giudicava i martiri e gli eremiti, i quali
pure rappresentavano, in tutta la sua forza e purezza, l’ideale
cristiano. È che questo ideale contrastava radicalmente coi concetti
fondamentali del pensiero e della civiltà antica. Il Cristianesimo
partiva dall’aborrimento del mondo presente e passeggero per arrivare
alla conquista del mondo soprannaturale ed eterno. Ed è perciò che il
Cristiano genuino professava l’abbandono e la rinuncia alle cose del
mondo, ed aspirava alla morte per rendersi sempre più puro dalle
turpitudini della vita terrestre e per affrettare il raggiungimento
della felicità promessa. È per questo che il Cristiano genuino, il
Cristiano dei primi tempi, volava al martirio; è per questo che,
allorquando il Cristianesimo, diventato potente ed entrato
nell’organismo sociale, si piegò alle necessità della vita e si
corruppe, si disegnò subito una reazione contro questo movimento fatale
e nacque il monachismo, il quale, nelle sue origini, rappresentava la
rinuncia completa alle transazioni volute dalla convivenza sociale, e
conservava intatto il principio ispiratore del Cristianesimo. Ora,
l’uomo antico, pel quale la realtà era tutta nel presente, mentre le
visioni dell’oltretomba non erano, invece, che larve e sogni, non
riusciva a comprendere quel principio che pur costituiva l’essenza del
Cristianesimo, il quale a lui pareva il prodotto di un vero
pervertimento del giudizio, una follia che sconvolgeva l’ordine sociale,
e contrastava con la natura e coi fini dell’uomo. E Giuliano che era
rimasto un uomo antico, un greco schietto, non poteva che sentire una
cordiale antipatia per la tendenza pessimista del genuino spirito
cristiano, e giudicava pazzi furiosi e pericolosi tanto i martiri che,
ai suoi tempi, non c’erano più, quanto gli eremiti ed i monaci che
cominciavano a popolare, nel nome del Cristo, le solitudini
dell’Oriente.
Fatto questo piccolo sfogo contro i Cristiani, Giuliano procede nelle
sue raccomandazioni ai sacerdoti. Questi devono dare l’esempio
dell’obbedienza alle leggi divine; da quell’esempio gli uomini
impareranno ad obbedire alle leggi dello Stato. Ora, secondo Giuliano,
il primo dovere dei sacerdoti è di essere caritatevoli. E qui pare
proprio di udir parlare un buon Cristiano. C’è una specie d’unzione, nel
suo discorso, che rivela un’influenza ignota alla schietta antichità.
Gli dei, dice Giuliano, danno continue prove del loro amore per gli
uomini. E gli uomini, non vorranno amarsi ed assistersi fra di loro? Si
vogliono accusar gli dei della miseria che si verifica nel mondo. Ma, se
chi ha volesse dare agli altri, in proporzione delle sue sostanze, la
miseria più non sarebbe. Lui, Giuliano, è sempre stato contento del bene
che ha potuto fare, e ne ha trovato un vantaggio anche per sè. Ed a
coloro che gli potrebbero osservare esser facile a lui, imperatore, dar
questi consigli, ricorda di essere stato, lui pure, povero, e d’aver
fatto parte ai bisognosi del suo esiguo avere. E qui egli esce in queste
parole, le quali, più ancora che cristiane, sono propriamente
evangeliche, e potrebbero essere attribuite a Gesù, sebbene scritte dal
suo più feroce nemico. «Dobbiamo render comuni le cose nostre a tutti
gli uomini, più liberalmente ai buoni, e poi a tutti i tapini ed a tutti
i poveri, quanto richiede il bisogno loro. Direi anzi, per quanto possa
parere un paradosso, che è cosa santa dar vesti ed alimenti anche ai
nemici, perchè noi diamo all’uomo non diamo al carattere²⁵⁰». E
continua, con parole quasi ancora più belle: «Ed io credo che si devono
usare tali provvidenze anche a coloro che si trovano in carcere. E
questo amor del prossimo non è d’ostacolo alla giustizia. Fra i molti
rinchiusi in carcere, alcuni saranno colpevoli ed altri innocenti. Ora,
ciò che noi dobbiamo temere non è già di usare pietà ai malvagi per
causa degli innocenti, ma bensì di agire senza pietà verso gli innocenti
per causa dei malvagi». Di queste gemme che sembrano cavate dalla
intatta miniera evangelica, ne troviamo sparse in tutte le opere di
Giuliano. Così egli dirà: «A me par meglio, per ogni rispetto, salvare
un malvagio con mille buoni, che rovinare i mille buoni per un solo
malvagio»²⁵¹. E in altro luogo: «Quali ecatombe possono valere la
santità, di cui il divino Euripide cantava, chiamandola — Santità,
santità, veneranda dea! — ? Non sai forse che tutte le cose, e grandi e
piccole, offerte agli dei, con spirito di santità, hanno la medesima
efficacia, e che, senza quello spirito, non solo il sacrifizio di cento
buoi, ma il sacrifizio di mille altro non è che un vano sciupìo?»²⁵².
Parole ammirabili, tanto più ammirabili in bocca di un imperatore, e che
pur caddero nel vuoto. Perchè delle parole analoghe a queste, o almeno
ispirate ad un analogo sentimento, in bocca di Gesù, hanno portata la
rivoluzione nel mondo? Perchè l’umile ed ignorato Maestro di Palestina
ha sollevata l’umanità, e il potente imperatore ha parlato al deserto?
Non per altra ragione se non per questa che, per cambiare l’orientazione
dello spirito umano, per fare della pietà un dovere e per dare, almeno
per un istante, alla debolezza la vittoria sulla forza, ci voleva
l’apparizione di un dio, e di un dio che, col suo esempio e con la sua
persona, illustrasse i suoi insegnamenti. L’errore di Giuliano fu nel
non aver compreso che a lui mancava la forza per compiere quel
rinnovamento morale che era nei suoi ideali. Si richiedeva un dio per
potervi riuscire. Ma gli dei del Paganesimo erano completamente esauriti
e vuotati d’ogni realtà. Ci voleva un dio nuovo. È vero che
l’accettazione di questo dio avrebbe portata con sè la rovina di quel
tesoro prezioso che era l’Ellenismo. Ma era un sacrificio inevitabile.
Rinnovare l’Ellenismo, voleva dire togliergli la sua ragion d’essere.
²⁵⁰ _Iulian._, 374. ϕαίην δ’ἅν, εἰ καὶ παράδοξον είπεῖν, ὅτι και τοῖς
πολεμίοις ἐσθῆτος και τρυϕῆς ὄσιον ὰν εἵν μεταδιδόναι. Τῷ γὰρ
ανθρωπίυῳ και ού τῷ τρόπω δίδομεν.
²⁵¹ _Neumann_, 191.
²⁵² _Iulian._, 277.
Giuliano presenta anche un altro argomento a sostegno della sua
propaganda di carità, ed è l’unità della specie umana, per cui gli
uomini son tutti fratelli²⁵³. Poi procede a raccomandare la venerazione
e il culto delle imagini divine, appoggiando i suoi precetti alla
necessità che hanno gli uomini, creature corporee, di rappresentare
sotto forma materiale anche gli esseri spirituali²⁵⁴. Qui Giuliano entra
in un lungo e sottile ragionamento, rivolto sopratutto contro
l’obbiezione che i profeti degli Ebrei avevano opposta al culto degli
idoli, pretendendo di dimostrarne l’irragionevolezza col fatto della
distruggibilità degli idoli stessi. Ma allora, esclama acutamente
Giuliano, che diranno i profeti degli Ebrei del loro tempio che è stato
tre volte abbattuto, e che oggi ancora non è rialzato? E Giuliano, il
quale, nella guerra contro i Cristiani, diventati molti e potenti,
favoriva gli Ebrei, ormai pochi ed innocui, poichè in essi trovava degli
alleati naturali, osserva ch’egli non accenna a quel fatto per recar
offesa agii Ebrei. Tutt’altro, tanto è vero che, anzi, stava pensando di
ricostruirlo, lui, il tempio di Gerusalemme, in onore del dio che vi si
adorava. Egli usa di quell’esempio solo per dimostrare agli Ebrei che
tutto ciò che è creato dall’uomo deve perire e che, pertanto, è vana
l’obbiezione dei loro profeti. L’errore di costoro, degno di
vecchierella imbecillita, soggiunge Giuliano, sempre nell’intento di
accarezzare gli Ebrei, non toglie nulla alla grandezza del loro dio,
perchè un dio grande può avere degli interpreti inabili. E tali furono i
profeti e i sacerdoti degli Ebrei, i quali non seppero purificare
l’anima loro con le dottrine da cui pure erano circondati, nè aprire gli
occhi inciprigniti, nè dissipare la nebbia che li avvolgeva, in mezzo
alla quale la luce pura della verità appariva loro come qualche cosa di
indistinto e di spaventoso. Oh quanto inferiori, esclama Giuliano, ai
nostri poeti sono quei maestri della scienza di Dio!²⁵⁵.
²⁵³ _Iulian._, 375. ἄνθρωπος γαρ ανθρώπῳ και εκὼν και ἂκων πᾶς έστι
συγγενής.
²⁵⁴ _Idem_, 377.
²⁵⁵ _Iulian._, 359 sg.
Se non che, continua Giuliano, non basta onorare i templi e le imagini
degli dei, bisogna anche curare la dignità ed il benessere dei
sacerdoti, i quali, pregando e sacrificando per noi, sono gli interpreti
nostri presso gli dei. Ma, se il carattere sacerdotale basta, per sè
stesso, a creare negli uomini il dovere di rispettarlo, impone, insieme,
a chi lo porta, dei doveri speciali. Quali sono questi doveri? Il
sacerdote deve condurre una vita esemplare, una vita che possa essere,
in tutto, modello agli altri uomini. Egli deve, prima di tutto, onorare
e servire gli dei, come se gli dei fossero presenti e lo vedessero,
anzi, spingessero il loro sguardo, più potente di qualsiasi raggio, fino
ai nostri più segreti pensieri. Non deve il sacerdote nè dire nè udir
nulla di turpe; non basta ch’egli si astenga dalle empie azioni, ma
anche dalle parole e dall’udizione di discorsi siffatti. Non deve
leggere autori licenziosi; fugga sopratutto dai comici antichi. Si
attenga solo ai filosofi, scegliendo quelli che si sono educati al
rispetto degli dei, Pitagora, Platone, Aristotele, Crisippo e Zenone²⁵⁶.
E anche da questi prenda solo quegli insegnamenti che si riferiscono
alla vera natura degli dei, lasciando tutte quelle favole, inventate dai
poeti, nelle quali gli dei appaiono come se si odiassero e combattessero
a vicenda, quelle favole che hanno fatto tanto torto ai poeti stessi, e
che furono abilmente usufruite prima dagli Ebrei, e poi dai miserabili
Galilei. E Giuliano insiste, con forza, sulla convenienza di sceglier
bene le letture del sacerdote. «Da quel che si legge viene negli animi
una certa inclinazione, e da questa, a poco a poco, nascono i desideri,
e poi, ad un tratto, sorge una gran fiamma, contro la quale bisogna
prepararsi prima».
²⁵⁶ _Idem_, 385 sg.
Fra le letture pericolose e da sconsigliare, Giuliano pone Epicuro e
Pirrone e ringrazia gli dei che hanno lasciato distruggere una parte dei
loro libri. Nulla di più sintomatico di questo decreto di Giuliano che
pone all’indice Epicuro. In fondo in fondo, il principio che guidava
Giuliano, l’odio pel razionalismo portato nella conoscenza e
nell’interpretazione dell’universo, è quello ancora che è legge per la
Congregazione dell’Indice che siede al Vaticano. Ciò vuol dire, come
vedremo meglio al termine di questo studio, che la rivoluzione voluta da
Giuliano era affatto superficiale, perchè egli partecipava all’indirizzo
intellettuale del suo tempo, ed avversava il concetto scientifico non
meno dei metafisici neoplatonici e dei teologi cristiani.
Il sacerdote, continua il pio e rigoroso imperatore che prendeva sul
serio il suo ufficio di pontefice massimo, deve non solo astenersi dai
discorsi e dai libri sconvenienti, ma anche, e più ancora, dai pensieri
tentatori, perchè è il pensiero che trascina la lingua. Egli deve
conoscere tutti gli inni in onore degli dei, e fare le sue preghiere,
pubblicamente e privatamente, tre volte al giorno, o, almeno all’alba ed
al tramonto. Durante il periodo del suo servizio nel tempio, che, in
Roma, è di trenta giorni, egli deve stare nel tempio, purificarsi coi
riti prescritti, non andare nella sua casa privata, nè sulla piazza, non
vedere i magistrati se non nel tempio, vivere filosofando e servendo gli
dei. Compiuto il periodo e ritornato alla vita comune, potrà visitare
qualche amico ed assistere anche a qualche banchetto, scegliendo però le
case dei cittadini più stimati. Potrà anche recarsi qualche volta sulla
piazza, conferire coi magistrati ed occuparsi di opere di beneficenza.
Quando è nel servizio divino, il sacerdote deve usare vesti
splendidissime; ma, fuori del tempio, deve vestirsi come è consueto e
senza sfarzo; poichè sarebbe assurdo ch’egli adoperasse a scopo di
stolta vanità ciò che riceve per onorare gli dei. Il portare in mezzo
alla gente i vestimenti sacri è un offendere gli dei, senza dire che, al
contatto degli impuri, quegli oggetti sacri rimangono contaminati²⁵⁷.
²⁵⁷ _Iulian._, 388 sg.
Il sacerdote non deve mai assistere ad uno spettacolo teatrale. Se fosse
stato possibile ricondurre il teatro al culto puro di Bacco, Giuliano lo
avrebbe tentato. Ma ciò non potendosi più fare, bisogna completamente
astenersi dal frequentarlo. Il sacerdote non solo deve star lontano dal
teatro, ma non deve farsi amico o lasciar venire alla sua porta nessun
attore o danzatore. Egli potrà entrare agli spettacoli sacri, ma solo a
quelli ai quali è vietato alle donne non solo di prender parte ma anche
di assistere²⁵⁸.
²⁵⁸ _Idem_, 390.
Nella scelta dei sacerdoti non si deve guardare alla posizione ed alla
ricchezza dei candidati, ma solo a due cose, che, cioè, il futuro
sacerdote sia un uomo amante di Dio ed amante del prossimo. Sarà indizio
del suo amor di Dio, se egli indurrà tutti i suoi di casa al culto degli
dei; sarà indizio del suo amor del prossimo, se egli, di buona voglia,
soccorrerà i poveri anche col poco di cui può disporre. E qui Giuliano
esce in queste curiose e sintomatiche parole: «Dobbiamo aver gran cura
di questo esercizio di filantropia, perchè qui forse troveremo il
rimedio ai nostri mali. Dopochè si accorsero che i poveri erano
trascurati dai sacerdoti sprezzanti, gli empi Galilei scaltramente si
applicarono a questa filantropia, e diedero forza alla peggiore delle
azioni coll’apparenza delle provvide cure. Come coloro che tendono
agguati ai fanciulli, li persuadono a seguirli coll’offrir loro, due o
tre volte, la focaccia, poi, quando son riusciti ad allontanarli dalla
casa, li gittano su di una nave, e li rapiscono, e così per un
pezzettino di dolce presente, diventa amara tutta la loro vita futura,
nel medesimo modo costoro, cominciando da quello che essi chiamano
l’amorevole servizio dei pasti in comune, trascinarono molti
nell’empietà...»²⁵⁹.
²⁵⁹ _Iulian._, 391.
Qui s’interrompe la lettera di Giuliano, come è giunta a noi.
Probabilmente i copisti non hanno voluto riprodurre le frasi ingiuriose
che l’imperatore avrà scagliato contro i Cristiani.
A questo frammento, va, forse, unito, come dicemmo, l’altro frammento
che costituisce la lettera 63ª, nell’epistolario di Giuliano. In essa,
l’imperatore, dopo aver fatta ad un certo Teodoro professione d’amicizia
e commentata la circostanza di aver avuto il medesimo maestro,
probabilmente Massimo, gli dice di volergli affidare un ufficio di molta
importanza, nel quale l’opera sua potrà essere di grande giovamento, ed
egli potrà procurare a sè stesso soddisfazioni nel presente e speranze
ancor maggiori per l’avvenire. E, per avvenire, Giuliano intende l’al di
là della morte. Egli dice, a questo proposito, di non esser di coloro i
quali credono che le anime si sperdano insieme col corpo, sebbene di ciò
non si possa avere nessuna certezza, e si debba lasciarne la cura e la
conoscenza solo agli dei. E poi continua:
«Ma qual’è quest’ufficio che io dico di volerti affidare? Quello
d’essere a capo di tutti i servizî sacri dell’Asia, sorvegliare i
sacerdoti d’ogni città, e distribuire ad ognuno ciò che gli spetta. Il
superiore deve prima di tutto usar buoni modi, ed aggiungere poi la
cortesia e l’amorevolezza per coloro che ne son degni. Chi offende gli
uomini e non è rispettoso per gli dei ed è prepotente deve esser
corretto con franchezza o punito con severità. Di ciò che convenga fare
per il culto in generale, fra breve tu sarai istruito insieme agli
altri. Ma fin d’ora voglio dirtene qualcosa. E tu farai bene ad
obbedirmi. Io non parlo da temerario di queste cose, come lo sanno gli
dei, ma sono, quanto è possibile, prudente e fuggo le novità, direi
quasi, in tutto, ma, in modo speciale, nelle cose divine, convinto che
convenga serbarsi fedeli alle antiche leggi che, come è manifesto, ci
furono date dagli dei. Infatti, se ci venissero dagli uomini non
sarebbero tanto sagge. Ora, siccome sono state trascurate e guaste dal
prevalere dell’avarizia e del vizio, bisogna rifarsi da capo e tornarle
in onore. Quando, dunque, io osservava le molte nostre trascuranze verso
gli dei, e vedeva cacciato in bando, in causa degli impuri e viziosi
costumi, il rispetto a loro dovuto, io mi addolorava fra me stesso,
tanto più constatando come coloro che seguono il precetto della pietà
(ebraica) erano tanto ardenti di zelo, da incontrar per essa la morte,
da soffrire ogni privazione ed anche la fame, piuttosto che assaggiare
carne di porco o di animali soffocati. E noi siamo, invece, tanto
negligenti in tutto quanto si riferisce agli dei, da dimenticare le
patrie consuetudini, da ignorare, anzi, che siano mai esistite. Ma gli
Ebrei i quali, fino a un certo grado, possono dirsi devoti a Dio, perchè
adorano un dio veramente potentissimo e benefico, il quale governa il
mondo e che noi pure veneriamo, ma con altri nomi, mi pare agiscano bene
non trasgredendo le loro leggi. In ciò solo essi peccano, cioè, nel non
riconoscere gli altri dei, per venerarne uno solo, e nel credere di
essere stati i prescelti fra tutte le nazioni, sollevati a tanta
stoltezza dalla loro vanità barbarica. Quelli poi che professano
l’empietà galilea, affetti da una malattia.....».
Qui il frammento s’interrompe, ma è ragionevole la supposizione che una
qualche frase, ora perduta, lo unisse al testo che abbiamo più su
analizzato. Ritorneremo su questo frammento, quando avremo guardato il
terzo dei documenti relativi all’organizzazione della Chiesa politeista,
ma notiamo subito come qui si ritrovi, in tutta la sua forza,
l’espressione della simpatia che Giuliano nutriva per gli Ebrei. Abbiamo
già visto, nel trattato contro i Cristiani, quali fossero le ragioni
teoriche su cui egli posava quel suo sentimento. Ma qui troviamo una
nuova ragione, ed è la tendenza profondamente conservatrice e
tradizionale degli Ebrei e, sopratutto, della loro religione. Ora,
Giuliano, che pure, nell’essenza della sua azione, era un riformatore,
perchè il suo Politeismo, come vedemmo, è tutt’altra cosa del Politeismo
naturalistico dei primi tempi, ed anche del Politeismo nazionale di
Atene e di Roma, era, nella forma, un rigido conservatore. Egli voleva
conservar intatta tutta la compagine esterna della civiltà ellenica e
nulla gli era tanto odioso, nel Cristianesimo, quanto la pretesa di
sconvolgere tutto e di far casa nuova nello spirito umano. La protezione
e la simpatia per gli Ebrei costituivano una buona carta nel gioco di
Giuliano contro i Cristiani, ed egli l’adoperava con singolare abilità.
Per verità, se v’era popolo che aborrisse il Politeismo, il popolo
ebraico era quello. Ma gli Ebrei aborrivano più ancora i Cristiani, e,
pertanto, diventavano, per Giuliano, degli alleati preziosi. La
restaurazione del culto di Jahve a Gerusalemme non avrebbe recato nessun
danno alla sua propaganda, ma sarebbe stato un fiero colpo al
Cristianesimo, il quale pretendeva di essere l’erede dell’ebraismo.
Inoltre, Jahve era un dio localizzato. Per quanto gli Ebrei dell’epoca
ellenica e romana, volessero estenderne il dominio e l’adorazione a
tutto il mondo, quel dio aveva il suo santuario a Gerusalemme, e restava
quello che era sempre stato, il dio di un popolo determinato. Ora, un
dio localizzato non faceva paura a Giuliano, perchè in quella
localizzazione era implicita la possibilità di altri dei, presso altri
popoli ed in altri santuari.
Il documento più singolare della politica di Giuliano verso gli Ebrei,
l’abbiamo nel manifesto diretto a quel popolo, nel momento in cui
l’imperatore era sulle mosse per la spedizione di Persia. Riportiamolo
nella sua integrità, perchè è uno degli scritti più sintomatici della
fine abilità di questo mistico entusiasta, di questo eroico
avventuriero:
«Giuliano al popolo degli Ebrei».
«Ancor più grave che il giogo della vostra antica schiavitù è diventato
per voi l’obbedire a decreti non pubblicati, e il versare una somma
indicibile d’oro a profitto dell’erario. Io stesso l’ho constatato coi
miei occhi, ma me lo dimostrarono ancor meglio i ruoli conservati presso
di noi. Perciò io frenava ogni nuova imposta a vostro carico, e di forza
fermai la sconvenienza di simile abuso, e diedi al fuoco i ruoli che vi
riguardavano, conservati nel nostro tesoro, di modo che diverrà
impossibile d’ora innanzi scagliare contro di voi tale minaccia
d’iniquità. Di tutto ciò non fu tanto colpevole il mio cugino Costanzo,
degno di memoria, quanto quei barbari nella intenzione ed empî
nell’anima che sedevano alla sua mensa, e che io, prendendoli nelle mie
mani, ho annientato scagliandoli nel baratro, così che più non sia,
presso di me, nemmeno la memoria delle loro scelleraggini. Di più io
voglio pregare il vostro fratello Giulio, il venerando patriarca, ed
esortarlo a metter fine a quell’imposta che voi chiamate _apostolica_ ed
a non permettere che alcuno tormenti il popolo coll’esazione di simile
tributo. Così il mio regno sarà per voi intieramente libero da cure, e,
godendo la pace, innalzerete preci ancor più vive pel mio regno a Dio
ottimo e creatore, che si è degnato di incoronarmi con la sua destra
immacolata. Poichè avviene che coloro i quali sono assorti in qualche
cura, hanno la mente distratta e non pensano ad alzare al cielo le mani
supplichevoli. Coloro, invece che son liberi di cure si allietano di
fare, con tutta l’anima, preghiere e supplicazioni pel bene dell’impero
a Dio grande e potente onde indirizzi il nostro regno nella via
dell’ottimo, come noi desideriamo. Questo voi dovete fare, affinchè,
condotta a buon fine la guerra contro i Persiani, io possa ricostruire,
col mio lavoro, la santa città di Gerusalemme da voi fondata, che da
tanti anni desidero vedere, e, in essa, insieme a voi, fare omaggio
all’onnipossente»²⁶⁰.
²⁶⁰ _Iulian._, 512.
❦
Ma ora ritorniamo alle pastorali di Giuliano.
Di singolare importanza, per la conoscenza delle intenzioni di Giuliano,
è la lettera da lui diretta ad Arsacio, gran sacerdote di Galazia.
Eccola:
«L’Ellenismo non opera nel modo che noi vorremmo, per colpa di coloro
stessi che ne fanno parte. Eppure la situazione è per gli dei splendida
e grande, migliore di quanto potevasi sperare. Poichè chi mai avrebbe
osato sperare, in breve tempo, una tanta e tale conversione? Ma noi non
dobbiamo credere che ciò possa bastare, e chiudere gli occhi al fatto
che al progresso dell’empietà hanno grandemente giovato l’amorevolezza
con gli ospiti, la cura dei sepolcri e l’ostentata santità della vita.
Ebbene, è necessario che noi pure prendiamo a cuore tutto ciò. E non
basta che tu lo faccia; ma lo devono fare tutti i sacerdoti della
Galazia. Tu devi o rimbrottarli o persuaderli ad essere zelanti, oppure
destituiscili dal servizio divino, se mai non conducessero agli dei le
mogli, i figli, i servi, e tollerassero che servi e figli e mogli non
venerassero gli dei e preferissero l’ateismo alla pietà. Poi esorta il
sacerdote a non frequentare il teatro, a non bere nelle taverne, a non
darsi a nessun’arte ed occupazione o riprovevole o turpe. Onora gli
obbedienti, scaccia gli indocili. Istituisci in ogni città numerosi
ospizî, onde i viaggiatori approfittino della nostra filantropia, e non
solo coloro che son dei nostri, ma chiunque abbia bisogno di aiuto. Come
tu possa provvedere a questo, sarà affar mio. Io disposi che ogni anno
siano dati alla Galazia trentamila modii di frumento e sessantamila
sesti di vino. Un quinto di tutto ciò conviene sia dato ai poveri che
fanno servizio nei templi, il resto agli ospiti ed a coloro che chiedono
di essere mantenuti da noi. Poichè è vergognoso che degli Ebrei nessuno
chieda soccorso, che gli empi Galilei alimentino, insieme ai loro
poveri, anche i nostri, e che questi debbano parer privi d’ogni nostro
soccorso. Esorta, dunque, gli Ellenisti a contribuire a tale servizio, e
i villaggi greci a dare agli dei la primizia dei frutti. Cerca di
abituare gli Ellenisti a queste beneficenze, insegnando loro che così si
faceva anticamente. Infatti, Omero fa dire ad Eumene — da Giove ci
vengono gli ospiti ed i poveri. — Pertanto, non lasciamo che gli altri
ci vincano nelle virtù che sono nostre, e vergogniamoci della nostra
inerzia, e procediamo sempre più nella pietà verso gli dei. Se io udissi
che tu fai questo, ne sarei lietissimo.
«Va di rado a visitare i magistrati in casa loro. Comunica con essi, il
più delle volte, per lettera. Quando entrano nella città, nessuno dei
sacerdoti vada loro incontro, e, se si presentano ai templi, l’incontro
avvenga nell’atrio. Nessun soldato li preceda nel tempio. Segua chi
vuole; poichè, dal momento che il magistrato ha toccato la soglia del
tempio, egli è divenuto un individuo qualsiasi. Tu solo, lo sai, comandi
dentro il tempio; così vuole la legge divina»²⁶¹.
²⁶¹ _Iulian._, 552 sg.
In questa lettera si presenta davvero un curioso fenomeno ed è quello di
un uomo che odia ferocemente degli avversari, coi quali, invece,
dovrebbe andar d’accordo, perchè ha comune con essi il pensiero e la
morale: tanto che, non potendo negare che essi seguono un indirizzo che,
assai meglio di quello de’ suoi amici e partigiani, si avvicina al suo,
non esita a dichiararli impostori, e si illude di coprire, con tale
accusa, la verità. Ma perchè quest’odio cordiale contro gente con la
quale egli avrebbe dovuto andar d’accordo e ch’egli poi, malgrado le sue
feroci declamazioni, cercava di imitare? Qui non possiamo che ripetere
la considerazione che vien fuori da tutto lo studio che stiamo facendo.
Giuliano sentiva che il dio, venuto dalla Palestina, anzi, dalla
Galilea, come egli diceva, cacciando in fuga, in nome di nuovi ideali,
gli dei sorti dal sacro suolo dell’Ellade, avrebbe radicalmente rovinato
l’Ellenismo. E l’Ellenismo, con tutto il suo complesso di tradizioni e
di coltura, stava troppo a cuore di Giuliano perchè egli potesse
rinunciarvi, perchè non dovesse considerare come suoi nemici coloro che
ne scuotevano la base. Volendo, pertanto, opporsi all’avanzarsi del dio
galileo, che egli pur sentiva meglio rispondente ai bisogni
dell’umanità, e ben più vivo di tutto l’antico Olimpo, Giuliano ha
tentato di cristianizzare gli dei della Grecia, e di portare nel
Politeismo le abitudini e l’indirizzo morale di cui il Cristianesimo era
o, diremo meglio, avrebbe dovuto essere il propagatore. In tale impresa
d’impossibile riuscita, il giovane entusiasta mostra una singolare
intensità di convinzione e di volontà, certo, degne di rispetto, ma che
non ci impediscono di sorridere quando, come in questa lettera tanto
curiosa, noi lo vediamo parlare ai sacerdoti di Bacco e d’Afrodite con
un accento e con esortazioni che non sarebbero state fuor di luogo sulle
labbra di un Ambrogio o di un Agostino predicanti al clero ed ai fedeli
delle loro città.
Giuliano voleva, dunque, istituire una Chiesa pagana, la quale si
plasmasse sugli esempi o, più ancora, sui precetti della Chiesa
cristiana. Ma egli voleva anche che fosse indipendente, ed, anzi, al di
sopra del potere dello Stato, come appunto voleva essere la Chiesa
cristiana, almeno nelle sue manifestazioni di ortodossia atanasiana.
Questo era un concetto del tutto nuovo nell’ellenismo. Nel mondo
greco-romano, il tempio, il sacerdote erano stati al servizio del potere
politico. Ed era ben naturale che ciò fosse, dal momento che la
religione era un’istituzione per eccellenza nazionale e politica. Roma
voleva il culto degli dei, non già per qualche ragione metafisica o
sentimentale, ma solo perchè nel culto delle divinità nazionali vedeva
un’affermazione della potenza dominatrice dello Stato romano. Ma il
Cristianesimo genuino staccava la religione dallo Stato, e ne faceva
un’istituzione che gli era superiore ed indipendente. Ora, dalla lettera
ad Arsacio, si vede che Giuliano tendeva a dare una eguale posizione al
Politeismo riformato, ed a considerare la religione come un potere a cui
l’autorità dello Stato doveva inchinarsi. Ed era, anche questa, una
conseguenza della trasformazione metafisica che gli dei antichi avevano
subìta nell’elaborazione del misticismo neoplatonico. E, quindi, noi
possiamo concludere che, se Giuliano, invece di due anni, avesse regnato
venti o trenta, e se, per un’ipotesi impossibile, il suo tentativo di
restaurazione pagana fosse riuscito, il mondo non ci avrebbe guadagnato
nulla. La dottrina e la religione di Giuliano, basate anch’esse sul
soprannaturale, avrebbero condotto inevitabilmente ad una teocrazia.
Solo che, invece di una teocrazia cattolica, avremmo avuta una teocrazia
mitriaca.
In questa lettera, del resto, si sente lo scoraggiamento del riformatore
che non è compreso e che ha, nella riuscita della sua impresa, minor
fiducia di quella che lascia trasparire. Il tentativo di Giuliano doveva
cadere ai primi passi, perchè era essenzialmente illogico e portava con
sè un’insanabile contraddizione. Se il Politeismo avesse avuta la
possibilità di cristianizzarsi, non sarebbe sorto il Cristianesimo.
L’ispirazione fondamentale del Politeismo era radicalmente opposta a
quella del Cristianesimo. Il Politeismo voleva la glorificazione del
mondo e della vita terrestre, il Cristianesimo l’abbominio dell’uno e
dell’altra. Il Politeismo non guardava che alla terra, il Cristianesimo
non guardava che al cielo. Il Politeismo era la religione della forza e
del godimento, il Cristianesimo la religione della debolezza e della
sventura. Dall’uno e dall’altro di questi punti di partenza venivano
norme di condotta, abitudini, tendenze insegnamenti del tutto diversi.
Era possibile, anzi era inevitabile che il Cristianesimo, al contatto
con la società del tempo, si corrompesse, così che le virtù, che
avrebbero dovuto da lui scaturire, si trovassero costrette a rifugiarsi
nell’ascetismo monacale. Ma era cosa assolutamente impossibile che il
Politeismo abbandonasse ciò che costituiva l’intima sua essenza per
assumere forme e tendenze che a questa erano fondamentalmente
ripugnanti. Il Politeismo cristianizzato non poteva essere che il
Cristianesimo. Ed è perciò che la restaurazione politeista, iniziata da
Giuliano, contro cui Gregorio di Nazianzo e Cirillo di Alessandria hanno
versato tanto inutile sdegno, non è stata che una meteora passaggera, la
quale si è spenta, senza lasciare dietro a sè nemmeno il più leggero
pulviscolo.