L’ATTEGGIAMENTO DI GIULIANO

Quando Giuliano prese in mano le redini dell’impero, egli trovava il

Paganesimo perseguitato ed oppresso, ed il Cristianesimo profondamente

diviso in due partiti che si combattevano l’un l’altro, con crescente

ferocia. Noi vedemmo come il tentativo di Costantino di fare della

Chiesa unificata e concorde uno strumento d’impero avesse trovato, nella

inconciliabilità dei partiti teologici, un ostacolo che la sua mano

potente non era riuscita a togliere. I figli di Costantino, con le loro

divisioni, diedero esca al fuoco della discordia, perchè, mentre

Costante, l’imperatore d’Occidente, parteggiava per l’ortodossia nicena,

Costanzo, l’imperatore d’Oriente, stava con gli Ariani. Diventato

Costanzo solo imperatore, l’Arianesimo, sia pure in una forma mitigata,

trionfava su tutta la linea. Costanzo esigliava dalle loro sedi i

vescovi che rimanevano fedeli alla formola nicena ed univa in un’eguale

persecuzione il paganesimo e l’ortodossia. Ma, in questa, militavano

spiriti troppo alti ed impavidi, perchè si potesse ritenere duratura e

senz’appello la loro condanna. Non era una pace quella che Costanzo

aveva imposta alla Chiesa; era una tregua forzata, uno spegnimento

momentaneo, in cui rimanevano accesi i tizzoni, propagatori di rinnovato

incendio.

In mezzo allo spettacolo di discordie e di lotte intestine che offriva

il Cristianesimo, e nella corruzione già dominante nella società

cristiana, specialmente nella corte imperiale, Giuliano che, col

fratello, era, per la tenera età, scampato dall’eccidio di tutta la

famiglia costantiniana, perpetrato dal cugino Costanzo, veniva, come

narrammo, educato, a Costantinopoli, da Mardonio che segretamente

infondeva nell’animo del fanciullo l’ammirazione per l’antica coltura

ellenica, ed, insieme, l’abitudine di considerare gli antichi come i

veri maestri della virtù, di vedere nei loro esempi i modelli

insuperabili del bello e del buono. Mandato nella solitudine di Macello,

circondato da sacerdoti, in cui vedeva i suoi carcerieri ed i cortigiani

dell’odiato Costanzo, il giovinetto, sotto il velo di una necessaria

ipocrisia, si accendeva sempre più pei suoi ideali. Che era il

Cristianesimo per lui? La religione dei suoi nemici, una religione che

pareva avesse autorizzato e sanzionato un eccidio spaventoso, una

religione che sapeva adattarsi ai viziosi e turpi costumi di una Corte

scellerata e che, di più, era corrosa da lotte fraterne che turbavano la

serenità degli spiriti e la sicurezza della dottrina. Ma, forse, la sua

avversione al Cristianesimo sarebbe rimasta allo stato latente, se,

dalla paura sospettosa di Costanzo, egli non fosse stato esigliato a

Nicomedia. Qui, nel focolare del Neoplatonismo che già aveva compiuta,

nella scuola di Giamblico, la sua evoluzione religiosa e superstiziosa,

Giuliano trovò quel complesso di dottrine che gli rese possibile di

organizzare il suo misocristianesimo in un sistema filosofico e pratico,

mentre l’influenza di Libanio e dei retori che lo circondavano lo

esaltava sempre più nella sua passione d’ellenismo.

Ora noi dobbiamo studiare quale fosse precisamente la dottrina di

Giuliano, quali le sue norme direttive nell’impresa a cui si è accinto

di restaurare il Paganesimo, quale lo scopo essenziale a cui egli

mirava. Per questo studio, noi dobbiamo usare le opere stesse di

Giuliano. È Giuliano che, con la sua voce, deve illuminarci sulle sue

intenzioni e narrarci la storia del suo infelice e così interessante

tentativo. Primieramente noi cercheremo di formarci un concetto delle

idee filosofiche che costituivano il fondo del pensiero di Giuliano. Noi

sappiamo ch’egli era un allievo di Giamblico e di Massimo, cioè di quei

maestri neoplatonici che già avevano trasformato il sistema panteistico

di Plotino in un superstizioso misticismo che si aggrappava all’antico

Politeismo e tentava di ravvivarne i miti, alterandone l’intima natura.

Noi vedremo quale sia stato il risultato di tale insegnamento sullo

spirito di Giuliano. In secondo luogo, dovremo osservare la posizione di

Giuliano in faccia al Cristianesimo, il modo con cui lo comprendeva e lo

combatteva da un punto di vista dottrinale; e finalmente i suoi atti e

la sua condotta come restauratore del Politeismo a religione di Stato.

Lo studio che già abbiamo fatto della vita di Giuliano, delle condizioni

della Chiesa ai suoi tempi, e della filosofia neoplatonica nelle sue

tendenze e nei suoi principî essenziali, ci renderà agevole la

ricostruzione della figura intellettuale del giovane imperatore.

❦

Sarebbe un tentativo senza costrutto quello di fare un’esposizione

precisa e sistematica della filosofia di Giuliano, perchè Giuliano non

ha avuto un sistema ben chiaro e definito di idee, bensì, una congerie

assai confusa, determinata dalla cornice di misticismo neoplatonico, in

cui era contenuta. Il giovane imperatore, morto a trentadue anni, non ha

avuto il tempo di dar forma precisa al suo pensiero, tanto più che,

durante l’adolescenza e la prima giovinezza, la sua vita era stata

sospesa ad un filo, ed egli si sapeva sempre sul punto di esser

trucidato dal crudele e sospettoso cugino. Durante gli ultimi otto anni,

improvvisato generale ed amministratore, era stato continuamente assorto

nelle più gravi preoccupazioni, governare la Gallia, respingere le

incessanti invasioni germaniche, poi tentar l’avventura dell’usurpazione

del trono imperiale, e finalmente accingersi a quella guerra contro la

Persia, nella quale doveva trovar la morte. È già cosa meravigliosa

come, in una esistenza così breve e così agitata, egli abbia potuto

pensare a scrivere tanto. Ma il suo pensiero ed i suoi scritti dovevano

sentire gli effetti della vita tumultuaria ch’egli conduceva, e mancare,

pertanto, di ordinata disposizione e di meditata correttezza. Egli

stesso racconta di aver, più volte, composte le sue dissertazioni

filosofiche di notte, onde approfittare del breve riposo dalle sue

ingombranti occupazioni, frettolosamente, senza soccorso di libri, più

per lo sfogo di un’anima traboccante di idee e di impressioni che per

uno scopo letterario o didattico.

Ma una ragione più essenziale dell’aspetto congestionato e confuso che

hanno le idee di Giuliano sta nella dottrina stessa a cui le attingeva.

La filosofia regnante nel mondo ellenico dei suoi tempi era il

Neoplatonismo, e noi vedemmo nel Neoplatonismo una dottrina la quale

sull’orme di Platone, ma con fantasia sbrigliata e tumultuosa, cercava

nell’aria rarefatta dell’ideale, o, diremo meglio, del soprannaturale,

la spiegazione della natura e della realtà. Ora, il Neoplatonismo,

appunto perchè affermava l’esistenza del soprannaturale e vi collocava

la causa prima della natura, era una dottrina essenzialmente deista.

L’ateismo di Epicuro e di Lucrezio che, nel concetto meccanico del

mondo, escludeva l’azione del soprannaturale, non era riuscito a farsi

strada. Il Neoplatonismo si trovava al polo opposto. Il problema, per la

speculazione filosofica, non era già quello di spiegare l’esistenza

dell’universo senza l’intervento di una causa prima, soprannaturale e

creatrice, ma quello, bensì, di determinare i rapporti fra questa causa,

che si affermava _a priori_, e l’universo esistente. Ora, non potendo il

Neoplatonismo conservare il Politeismo schiettamente naturalistico degli

antichi, perchè non rispondeva alle esigenze metafisiche e razionali del

momento, e non potendo, d’altra parte, accettare il Cristianesimo, che,

con la novità delle sue affermazioni, feriva tutte le tradizioni della

coltura ellenica e, col suo monoteismo, inceppava le tendenze

panteistiche della filosofia, esso compose un Politeismo simbolico e

mistico, pretendendo trovarvi la rappresentazione dei processi creativi,

e lasciando, insieme, ad ogni credente la più sfrenata libertà

d’interpretazione. A quali eccessi di fantasia e di superstizione quella

libertà potesse condurre, noi lo vedremo in Giuliano stesso. Ma qui

vogliamo fare una considerazione, che troverà le sue prove nell’analisi

del pensiero del nostro eroe. Parrebbe che, fra le follie e gli eccessi

della metafisica neoplatonica da un lato e la corretta produzione della

dogmatica ortodossa dall’altro, dovesse esistere un’inconciliabile

opposizione. Eppure, in fondo in fondo, a ben guardare, l’opposizione è

tutta nella fioritura esterna. Il tronco che sostiene e l’una e l’altra

è il medesimo. Nell’una e nell’altra noi troviamo lo spiritualismo

platonico, con le idee preesistenti al mondo, con gli intelligibili,

come le chiama Giuliano. Nell’una e nell’altra, il Dio supremo,

soprannaturale per eccellenza ed inconoscibile, crea il mondo, ciò che

vuol dire dà un’esistenza materiale alle idee pure, mercè un mediatore

divino, che si rivela agli uomini, il logos Cristo, nella metafisica

cristiana, il dio Sole nella teologia di Giamblico e di Giuliano. Ecco,

la fonte comune da cui si spiccarono le due correnti, discendendo per

versanti diversi. La corrente cristiana s’inalveò ben presto nel letto

del monoteismo ortodosso. Atanasio, Ambrogio, Agostino innalzarono,

lungo il suo corso, argini tanto alti e sicuri, da renderle impossibile

il traboccar fuori. La corrente neoplatonica, non trovando nessun letto

predisposto ed arginato, si sparse in infiniti rigagnoli e finì per

perdersi e sparire nelle sabbie del deserto metafisico.

Il Neoplatonismo, abbarbicandosi al Politeismo, avrebbe, dunque, voluto

organizzarlo in un sistema simbolico che rappresentasse la creazione,

cioè, la discesa del sovrannaturale nella natura. Ma la molteplicità dei

miti era d’impaccio insuperabile alla razionalizzazione del Politeismo.

Il Politeismo, nato dalla tendenza dei primi uomini a personificare, in

determinate divinità, i fenomeni naturali, potè conservare la sua vita,

anche in epoche che avevano completamente perduta la coscienza del suo

significato primitivo, trasformandosi in religioni nazionali e locali.

Ma, allorquando il sentimento ed il culto della patria si perdettero

nella grandezza dell’impero romano, il Politeismo non ebbe più nessuna

ragion d’essere e doveva perire. Gli sforzi dei neoplatonici, di

Giamblico, di Massimo, di Giuliano, per ravvivarlo ed infondergli uno

spirito filosofico, eran condannati ad essere infecondi e ad esaurirsi

in artifizi pedanteschi e puerili.

Tuttavia il tentativo di Giuliano è uno degli episodi più interessanti

della storia antica, primieramente perchè è sempre interessante lo

studio dei moventi di un uomo di grande animo e di acuto ingegno, e tale

era, certamente, il giovane imperatore, e poi perchè quel tentativo è la

dimostrazione più chiara della inevitabilità della vittoria finale del

Cristianesimo. Infatti, il movimento di Giuliano non fu un movimento di

reazione, come sarebbe stato quello di ricondurre il Politeismo al

significato di religione naturalistica, o di ripristinare il culto

patriottico di Atene e di Roma. Giuliano non era un reazionario; non gli

è applicabile la qualifica di _romantico_, che gli danno taluni,

trovando una certa analogia fra lui e quegli scrittori della prima metà

del nostro secolo che adoravano il Medio-Evo in piena modernità. Non è

perdonabile allo Strauss, se non come un artifizio letterario, d’aver,

in un libello famoso, adoperato il suo nome, per scagliare una frecciata

a quel re Federico Guglielmo di Prussia che sognava di poter andar a

ritroso del pensiero del suo tempo. Giuliano era un progressista; ma

egli non voleva sacrificare al progresso la coltura antica, di cui era

fervente ammiratore, e le tradizioni di civiltà che costituivano pel

genere umano un tesoro inestimabile. Egli, pertanto, teneva in piedi il

Politeismo su cui posava quella coltura e quella civiltà, ma, tenendolo

in piedi, lo cristianizzava non solo sotto l’aspetto della metafisica,

ma anche, come or vedremo, sotto quello della morale e della disciplina.

Il tentativo di cristianizzare il Politeismo, pur di conservarlo in

vita, non poteva esser apprezzato se non da coloro i quali dividevano

l’amore di Giuliano per quel complesso di tradizioni, di gloria e di

poesia che, con un nome riassuntivo, egli chiamava l’Ellenismo. Ma tale

amore non era che di pochi. Nel quarto secolo, la barbarie, anche senza

i barbari, era incipiente. Sulle masse, nelle quali era esaurito il

sentimento della patria, l’Ellenismo non aveva presa alcuna, e, d’altra

parte, gli uomini veramente religiosi, gli uomini che, per la pace

dell’anima, sentivano davvero il bisogno di un Dio, come un Ambrogio, un

Agostino, pur facendo proprie le idee fondamentali della filosofia

neoplatonica, non potevano che ripudiarne i miti confusi e stolti, ed

inorridivano davanti al ravvivamento di riti e di sacrifizî diventati

ormai assurdi ed odiosi.

❦

Fissati questi punti fondamentali, guardiamo un po’ più da vicino il

pensiero di Giuliano. Il suo sistema teologico è contenuto nelle due

dissertazioni, intorno al _Re Sole_ la prima, alla _Madre degli Dei_ la

seconda. Nella confusa esposizione della dottrina, non è facile

determinare la rispettiva competenza di questi due personaggi, i quali,

nella loro azione, s’intralciano l’un l’altro. Ma, a tale

determinazione, non pensava, certo, nemmeno Giuliano, il quale, come

egli stesso ci narra, ha scritto quei trattatelli, di notte, fra mille

preoccupazioni di imperatore e di generale, con una ispirazione

affrettata, venuta da qualche impressione fuggitiva. Il discorso sul _Re

Sole_ è dedicato a Sallustio, e fu scritto in tre notti, col solo aiuto

della memoria. — Se l’amico Sallustio, egli dice, vuol avere qualche

cosa di più profondo dovrà rivolgersi ai libri del divino Giamblico, nei

quali troverà il termine dell’umana sapienza. Giuliano quel poco che sa,

lo ha preso da lui. Nessuno, per quanto si sforzi di dire cose nuove,

non riuscirà mai a dir cose che Giamblico non abbia dette. Sarebbe,

dunque, inutile scrivere dopo di lui, quando lo si facesse con un

intento scientifico; ma Giuliano ha voluto comporre un inno in onore del

Dio, e ha cercato di parlare della sua natura, secondo le proprie forze

e meglio che poteva —²⁰⁶. Seguiamolo nella sua affannosa esposizione.

²⁰⁶ _Iulian._, 204, 4 sg.

La divinità suprema, il Dio intorno al quale l’universo si organizza è

il Sole, il Re Sole, come egli lo chiama. In tale adorazione pel Sole,

si sente, più ancora che un precetto dottrinario, un’ispirazione genuina

e poetica, come appare dall’eloquente esordio della dissertazione.

«Io affermo che questo discorso sarebbe conveniente a tutte le creature

_che respirano e striscian sulla terra_

e partecipano alla vita, all’anima razionale ed all’intelligenza. Ma

conviene a me più ancora che agli altri, perchè io sono un devoto del Re

Sole. E di ciò io posso dare le prove più evidenti. Mi sia lecito,

dunque, ricordare che, fin da fanciullo, io sentii un amore vivissimo

pei raggi del dio, ed alla luce eterea mi rivolgeva con tutta l’anima,

così che non solo avrei desiderato di guardar sempre il Sole, ma se,

talvolta, di notte, io usciva sotto un cielo puro e senza nubi,

dimenticando ogni altra cosa, mi abbandonava alle bellezze celesti, non

comprendendo più ciò che mi si diceva e non badando a ciò che faceva io

stesso. Si sarebbe detto che io avessi delle cose del cielo conoscenza e

pratica e che taluno avesse, a me giovanetto, insegnata l’astrologia.

Eppure, per gli dei, nessun libro che ne trattasse era giunto alle mie

mani, e non sapeva nemmeno che esistesse quella scienza. Ma, perchè io

mi indugio a dir tutto questo, mentre avrei cose ben più gravi a

narrare, se volessi rivelare quali erano allora le mie credenze intorno

agli dei? L’obblio copra quelle tenebre!»²⁰⁷.

²⁰⁷ _Iulian._, 168-69.

Con questo inno entusiasta che manifesta un sentimento assai vivo della

natura, e rivela la disposizione impressionabile del fanciullo, e con

quel grido d’orrore al ricordo dell’educazione cristiana in cui era

stato allevato, comincia Giuliano l’esposizione della sua teologia. Ora,

se noi cerchiamo di chiarire il pensiero dello scrittore, liberandolo

dalla terribile fraseologia di scolastica neoplatonica in cui si

avvolge, noi troviamo un sistema trinitario che ha grande analogia col

sistema della metafisica ebraico-alessandrina.

Per Giuliano esistono tre mondi: il mondo degli intelligibili, delle

idee pure, dove regna il principio supremo del sommo bene, il mondo

degli esseri o divinità intellettive, interposte fra le idee pure e la

materia, come lo sono gli angeli nel cielo cristiano o l’uomo celeste

nel sistema paoliniano. In questo mondo intellettivo, il Principio

supremo regna per un’emanazione di sè stesso che è tutta spirituale, e

che ha la più stretta analogia col _logos_ di Filone e d’Origene.

Finalmente il mondo visibile e concreto, in cui quell’emanazione assume

una forma visibile anch’essa che, per Giuliano, è il Sole, nel

Cristianesimo ortodosso il logos umanizzato.

Ora, se noi confrontiamo queste idee di Giuliano col prologo del quarto

Vangelo, che è poi la base della metafisica cristiana, senza di cui il

Cristianesimo, o non sarebbe stato, o sarebbe stato tutt’altra cosa,

constatiamo meravigliati che, in fondo, l’acerrimo nemico del

Cristianesimo si moveva nel medesimo circolo di idee in cui si trovavano

coloro ch’egli combatteva. È sempre quel medesimo concetto fondamentale

di un Dio supremo il quale emana da sè un principio razionale, per cui

il mondo è creato, e che vi diventa attivo assumendovi una forma

determinata e visibile. Quando Giuliano, dopo aver parlato delle due

forme invisibili di Dio, dice — Questo disco solare che appare come

terza forma di Dio è causa efficace di salvezza agli esseri sensibili

—²⁰⁸ non abbiamo che a sostituire alla parola _disco_ la parola _logos_

per aver una frase prettamente cristiana. E si noti che la ragione per

la quale Giuliano vede nel Sole la rivelazione del Dio è ch’egli

considera la luce come il principio vitale e divino per eccellenza. «La

luce — domanda Giuliano — non è forse la forma incorporea e divina di

ciò che è potente senz’essere materiale?»²⁰⁹. Ebbene, l’analogia fra la

luce ed il principio di vita e di salvezza, fra la luce ed il logos, la

troviamo continuamente nei libri cristiani, ed è uno dei _motivi_ su cui

il quarto Vangelista ricama con maggior insistenza le sue variazioni.

«In lui (nel logos) era la vita, e la vita era la luce degli uomini....

— La vera luce, che illumina ogni uomo era venuta nel mondo. Era nel

mondo, e il mondo era stato generato da essa, e il mondo non la

conobbe»²¹⁰.

²⁰⁸ τρίτος ὄ ϕαινόμενος οὑτοσὶ δίσκος ἐναργῶς αῖτιός ἐστι τοῖς

αἰσθητοῖς τῆς σωτηρίας. _Iulian._, 172, 19 sg.

²⁰⁹ τὸ ϕῶς οὐκ εἶδός ὲστιν άσώματόν τι και θεῖον τοῦ κατ ἐνέργειαν

διαϕανοῦς. _Idem_, 173, 1.

²¹⁰ _S. Giovanni_, 1, 4-9.

Il fatto è che tutte queste idee, le quali si attaccavano direttamente

alla filosofia platonica, hanno costituita la miscela da cui è uscita la

metafisica cristiana da una parte, il neoplatonismo dall’altra. Ma gli

ingredienti sostanziali son sempre quelli. Alessandria fu il focolare

nel quale, per opera di Filone e della sua scuola, lo spiritualismo

platonico ebbe la sua saldatura col monoteismo ebraico. Il metafisico

che scrisse il quarto Vangelo, affermando solennemente il monoteismo,

salvò il Cristianesimo dalle eresie gnostiche che pullulavano dal

lievito platonico. Ma, nella stessa Alessandria, lo spiritualismo

platonico, non più saldato al monoteismo, diede origine al simbolismo

mistico di Ammonio Sacca, di Plotino e di Porfirio, il quale non si

diversifica dal pensiero cristiano che per la mancanza di una

determinazione dogmatica nelle sue linee fondamentali, e per la

conservazione della pluralità degli dei.

Ma, se vi ha una quasi identità di pensiero fondamentale fra il

Cristianesimo ed il Neoplatonismo, v’ha, per un altro rispetto, una

differenza, la quale fu la causa vera della prevalenza del primo sul

secondo, ed è che il Neoplatonismo non è che una filosofia, il

Cristianesimo è, sopratutto, una morale. Ci basti prendere questo

discorso di Giuliano, che vorrebbe essere una specie di Vangelo

neoplatonico, e porlo accanto al Vangelo di Giovanni. Nel primo, lo

scrittore, dopo aver fatta la sua esposizione metafisica, si perde in

una così confusa e non saprei dire se più pedantesca o più fanciullesca

dissertazione sulle qualità del dio Sole e sui suoi rapporti con le

altre divinità dell’Olimpo ellenico, da non riuscire, malgrado i suoi

sforzi, se non a comporre un arruffio di idee e di parole che, certo,

avrà lasciati storditi e poco convinti i lettori ch’egli voleva

convertire alla sua religione solare. Il Vangelista, invece, nel suo

prologo, pone alcune tesi solenni che suonano come squilli di tromba in

un silenzio misterioso. Ma, chiuso il prologo ed affermata l’identità

del Cristo Gesù col logos, la metafisica scompare. La relazione del

Cristo con Dio è quella umana del figlio col padre, e tutta l’azione di

Gesù non è che un esempio d’amore, come tutte le sue parole non sono che

un inno, che un’esortazione all’amore. Certo, Gesù, nel quarto Vangelo,

non parla come Gesù nei Sinottici. Risuona, nella sua voce, come un

accento che non è terrestre. Il logos non è più nominato, eppure si

sente che non è un uomo che parla. Ma, con tutto ciò, l’efficacia morale

di quei discorsi, di quel continuo e soave appello ai sentimenti umani,

è potente. Qui l’uomo, stanco di una mitologia esaurita, poteva

ritrovare l’impulso a credere, ritrovare una fresca scaturigine di fede.

Ma il simbolismo di Giuliano, se anche poteva sorridere a qualche

fantastico sognatore, lasciava l’umanità indifferente ed incredula. Il

carattere dominante di questa filosofia di Giuliano è l’oscurità che

proviene, non già dalla profondità del pensiero, ma dalla congestione di

idee non digerite, e dallo sforzo di voler dar forme determinate a

concetti vaghi ed oscillanti.

Se havvi, in questa confusa filosofia, una teoria fondamentale è ancor

quella platonica della preesistenza delle idee, di cui il mondo

visibile, il mondo dei sensi, è la riproduzione avvenuta per mezzo di un

dio creatore, che, per Giuliano, è emanato e staccato dal dio supremo, e

si rivela agli uomini sotto l’aspetto del Sole. Le forme ideali devono

preesistere alle forme reali. Infatti «quando la sostanza, che si rivela

generatrice nella natura, si appresta a generare nella bellezza ed a

deporre un figlio²¹¹, è necessario sia stata preceduta dalla sostanza

eternamente generatrice nella bellezza ideale, la quale non produce ad

intermittenza, perchè ciò che è bello, lo è, nel mondo ideale, da tutta

l’eternità. Diciamo, dunque, ancora, che la causa generatrice nei

fenomeni deve essere preceduta e guidata da un’idea innata nella

bellezza eterna, che il Dio tiene e dispone intorno a sè, a cui

distribuisce l’intelligenza perfetta, così, che, come con la luce dà

agli occhi la vista, così, col modello ideale, che egli presenta e che è

molto più luminoso del raggio etereo, dà a tutti gli esseri intelligenti

la facoltà di conoscere e di esser conosciuti»²¹².

²¹¹ ύπεκτίθεσθαι τὸν τόκον.

²¹² _Iulian._, 188, 5 sg.

Questa teoria platonica della preesistenza delle idee, che è la

conseguenza della distinzione delle due categorie dello spirito e della

materia, si trova alla base della metafisica cristiana e dello

spiritualismo ortodosso, e divenne più tardi il realismo della

scolastica. Questa teoria ebbe un’ultima affermazione nella filosofia

rosminiana. Trovare un nesso fra Giuliano e il Rosmini pare un colmo di

stranezza, una specie di sacrilegio. Eppure, chi ben guardi, in fondo in

fondo, il nesso intellettuale esiste, come esisteva fra Giuliano e quei

teologi dei Concilî ch’egli aborriva e che poi lo hanno così ferocemente

anatemizzato. È che gli uomini non si uniscono e non si dividono in

ragione della somiglianza e del disaccordo delle loro idee. Si uniscono

o si dividono, a seconda che il loro abito morale e le loro aspirazioni

armonizzano o discordano. Il Cristianesimo e l’Ellenismo, per le idee e

per le teorie che rappresentavano, si equivalevano. Nè poteva essere

diversamente, dal momento che attingevano al medesimo serbatoio di idee,

rispondevano ad un medesimo momento dell’intelligenza umana. Ma queste

idee non erano che vesti le quali coprivano delle tendenze morali

completamente diverse, alle quali si adattavano in modo da parere errore

umano da una parte, rivelazione divina dall’altra. Eppure era sempre la

medesima veste diversamente piegata, o, con altra imagine, la medesima

vivanda diversamente condita! Il Cristianesimo, il quale poneva nel

mondo uno scopo di finalità morale che, nel mondo stesso, non è

raggiunto, perchè il mondo è pessimo, spostava l’interesse umano dalla

terra al cielo, dal presente al trascendente, dalla vita all’oltretomba.

L’Ellenismo che non comprendeva quello scopo di finalità morale, e pel

quale, pertanto, il mondo è ottimo, voleva conservato al presente

l’interesse dell’uomo, e conservato quell’immenso tesoro di tradizioni,

di poesia e di gloria che si era accumulato nell’antichità e che il

Cristianesimo vero aborriva e malediva. Lo spiritualismo platonico, che

era il prodotto dell’ambiente intellettuale dell’epoca, serviva tanto

all’uno che all’altro indirizzo.

Se non che il Cristianesimo, nel quarto secolo, si era ormai tanto

diffuso ed era così profondamente entrato nelle abitudini sociali che

anche i suoi nemici dovevano seguirlo ed assumerne talvolta il

linguaggio. Da qui, in Giuliano, una specie di ardore nella preghiera,

come una fiamma mistica, che gli antichi non conoscevano. Il discorso

sul Re Sole finisce con un inno. Giuliano si atteggia a devoto. Se si

sente, nelle sue parole, qualche cosa di artifizioso, di scolastico, se

non c’è l’estasi di Plotino che si sprofonda e si annega in Dio, se non

c’è lo slancio di S. Agostino, vibrante dell’emozione di un’anima rapita

in una divina contemplazione, c’è pur sempre un sentimento religioso più

profondo di quello che animava i cultori del Politeismo. «Mi concedano

gli dei di celebrare più volte le feste sacre, e me lo conceda il dio

Sole, re dell’universo, lui, che, procede, da tutta eternità, dalla

sostanza generatrice del bene, e sta in mezzo agli dei intellettivi li

riempie di armonia, di bellezza infinita, di sostanza fecondante, di

intelligenza perfetta, e continuamente e senza fine d’ogni bene; lui

che, dall’eternità, brilla nella sede destinatagli nel mezzo del cielo;

lui che dà ad ogni essere visibile la bellezza dell’idea; lui che

riempie tutto il cielo di tanti numi quanti ne comprende nella sua

intelligenza; lui che, in virtù della sua continuità generativa e della

potenza benefica emanante dal suo corpo circolare, armonizza la

compagine di questa sede sublunare, prendendo cura di tutta la schiatta

umana e, in special modo, di questo nostro Impero; lui che,

dall’eternità, ha creata la nostra anima, facendola sua seguace. Mi

conceda, dunque, tutto ciò di cui l’ho pregato, e mantenga, con

benevolenza, la perpetuità dell’Impero. Conceda a noi di ben riuscire

nelle cose divine ed umane, fin quando ci permetterà di vivere, e faccia

durare la nostra esistenza fin quando a lui piaccia, e riesca utile a

noi e giovevole alla prosperità delle cose romane... Ancora una volta,

io supplico il Sole, re del Tutto, per la devozione mia, di essermi

benevolo, di darmi una vita felice, un pensiero sicuro, un’intelligenza

divina, e, infine, al momento destinato, una liberazione tranquillissima

dalla vita, e mi conceda di ascendere e di restare presso di lui,

possibilmente in eterno, e, se ciò fosse superiore ai miei meriti,

almeno per molti periodi di anni numerosi»²¹³.

²¹³ _Iulian._, 203, 4 sg; 205, 5 sg.

Insieme al discorso sul _Re Sole_, Giuliano ci ha lasciato un altro

trattato teologico, ed è il discorso, o inno, come si voglia chiamare,

alla _Madre degli Dei_, che l’entusiasta imperatore scrisse, in una

notte, a Pessinunte, mentr’era in marcia per la spedizione contro i

Persiani. Lo scritto, faticoso e confuso come tutte le manifestazioni

filosofiche e teologiche di Giuliano, comincia con una deliziosa e nota

leggenda che Giuliano ci racconta con la genuina semplicità di un vero

poeta. Qui vogliamo riprodurla, per mostrare come, sotto al pedantesco e

retorico allievo di Libanio e di Massimo, esistesse uno spirito pieno di

grazia e di sentimento. Dopo aver detto che i Greci tenevano in alto

onore il culto di Cibele, la Madre degli Dei, egli ricorda che i Romani,

al tempo della guerra contro Cartagine, cercarono, per consiglio della

Pizia, di rendersela favorevole, e poi così continua: «Nulla mi vieta di

aggiungere qui una piccola storia. Saputo l’oracolo, gli abitanti della

religiosa Roma deliberano di mandare un’ambasceria a chiedere ai re di

Pergamo, che allora possedevano la Frigia, ed agli stessi Frigi, il

santissimo simulacro della dea. Ricevuto, quindi, il sacro carico, lo

posero sopra una larga nave oneraria, capace di navigare sicuramente per

l’ampio mare. Attraversati l’Egeo e l’Jonio, costeggiata la Sicilia,

ecco arriva alle foci del Tevere. E il popolo usciva dalla città insieme

al Senato, e lo precedevano i sacerdoti e le sacerdotesse, tutti e tutto

nell’ordine conveniente, secondo i patrî riti. E ansiosi guardavano la

nave che correva col vento in poppa, mentre intorno alla carena

spumeggiavano le onde solcate. Quando fu sul punto d’entrare, tutti si

prosternarono a terra, lì dove ognuno si trovava. Ma la dea, come

desiderosa di mostrare al popolo romano che non è un sasso scolpito ed

inanimato ciò che arriva dalla Frigia, ma un oggetto in cui sta una

potenza grande e divina, appena la nave tocca il Tevere, ecco la ferma,

e la tiene immobile come se, d’un colpo, avesse messo radice nel letto

del fiume. La tirano contro corrente, e non si muove. Credendo che si

fosse incagliata, tentano di spingerla, ma non cede alla spinta. Le si

applicano tutti gli strumenti, ed è sempre immobile. Allora cade un

terribile ed iniquo sospetto sulla vergine consacrata al santissimo

sacerdozio, e si accusa Claudia — tale era il nome di quella santa — di

non essersi conservata intatta e pura alla dea, che apertamente

manifestava il suo sdegno. Claudia si copre di rossore, udendo il suo

nome ed il sospetto, tanto era lontana dal turpe ed illecito fallo. Poi,

quando vede che l’accusa contro di lei prendeva forza, slacciatasi la

cintura, ne cinge la punta estrema della nave, e, come ispirata, comanda

a tutti di trarsi indietro, e supplica la dea di non abbandonarla in

preda ad iniqui oltraggi. Quindi, ad altissima voce, quasi desse un

comando navale: — Madre santa, esclama, se io son pura, seguimi. — Ed

ecco che la vergine non solo smuove la nave, ma la trascina, per lungo

tratto, contro la corrente!... Io so, conclude Giuliano, che alcuni, fra

coloro che si dan l’aria d’esser saggi, diranno che queste son fiabe da

vecchierella. Ma io preferisco credere alle tradizioni popolari

piuttosto che a questi eleganti, la cui animuccia potrà essere acuta, ma

mi ha l’aria d’esser anche ammalata»²¹⁴.

²¹⁴ _Iulian._, 207, 5 sg.

Il discorso intorno alla Madre degli dei è interessante perchè ci mostra

il processo di interpretazione mitica che Giuliano, discepolo dei

neoplatonici, applicava alle leggende antiche, onde razionalizzarle e

renderle accettabili alla metafisica idealista e spiritualista che

dominava nel pensiero del tempo.

Giuliano parte, nella sua interpretazione, dal principio fondamentale

della filosofia platonica, già da lui affermato nel discorso sul Re

Sole, cioè, l’esistenza di un mondo ideale di cui il mondo materiale è

il riflesso. Le imagini degli esseri, come insegna Aristotele, esistono

rispecchiate nell’anima, ma vi esistono idealmente ed in potenza. «Ma è

pur necessario che le imagini, prima di esistere in potenza, esistano in

azione. Dove le porremo? Forse nelle cose materiali? È chiaro che queste

vengono per le ultime. Non ci resta, adunque, che di cercare delle cause

ideali, preordinate alle materiali²¹⁵, dalle quali l’anima nostra,

subordinata e coesistente, riceve, come uno specchio le imagini degli

oggetti, le idee delle forme, e le trasmette, per mezzo della natura,

alla materia ed ai corpi materiali»²¹⁶.

²¹⁵ λείπεται δὴ λοιπὸν ὰύλους αἰτίας ζητειν ενεργείᾳ προτεταγμένας τῶν

ἐνὺλων.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 15 / 26 题