IL NEOPLATONISMO

La diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento come religione di

Stato, il suo progressivo adattamento alle esigenze ed alle condizioni

del tempo, e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno

dilaniato, durante l’elaborazione di un corpo di dottrina, affermato

come ortodossia dogmatica, ecco gli elementi che compongono il quadro

della società greco-romana, per tutto il corso del secolo quarto. Se non

che la società non si lasciava trasformare senza qualche resistenza, e

tentava di contrapporre alla costruzione metafisica e religiosa del

Cristianesimo un sistema che, sostituendosi al Politeismo naturalistico

e razionale, od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito nuovo,

tenesse in piedi l’antica compagine di tradizioni, di pensiero, di

organizzazione sociale. Questo sistema fu il Neoplatonismo. Qui notiamo

subito, come, del resto, abbiamo, più sopra, già veduto, che il

Neoplatonismo, alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo Dio nel

soprannaturale, dichiarando che il misticismo era la sola via per la

quale l’uomo potesse unirsi a un Dio incomprensibile appunto perchè

soprannaturale, è stato la matrice da cui è uscita la teologia

cristiana. Non erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con

sfiducia e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche

intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano la suprema preoccupazione

di salvare il monoteismo evidentemente compromesso. Ma l’ortodossia la

quale, mescolandosi all’origenismo temperato, mise poi capo, passando

per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori, a S. Agostino, non fu che

uno schietto Neoplatonismo. Fra il Neoplatonismo cristiano ed il

Neoplatonismo ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il

primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una perfetta oggettività

storica ed un’incomparabile efficacia d’attrazione; il secondo teneva in

piedi le divinità antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale e

le riduceva alla condizione di puri simboli. Era chiaro che, per questo

rispetto, il vantaggio era tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il

grande interesse che presenta il tentativo di Giuliano è quello,

appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia identica, in fondo,

a quella del Cristianesimo, opporre al Dio cristiano gli antichi dei

dell’Olimpo ellenico. Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il

Cristianesimo aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione e

creare una teologia, una dogmatica politeista, la quale, organizzandosi

in una gerarchia ecclesiastica, potesse rivaleggiare col Cristianesimo

nella ricchezza della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme,

conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le tradizioni

antiche, salvasse la civiltà ellenica, l’Ellenismo, com’egli diceva,

dalla catastrofe che, per effetto del Cristianesimo, gli pendeva sul

capo.

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L’apparizione del Neoplatonismo e l’immensa azione che ha esercitato

sullo spirito umano è un fenomeno di suprema importanza nell’evoluzione

del pensiero e della civiltà. Il Neoplatonismo rappresenta il fallimento

completo del razionalismo platonico ed aristotelico e di tutte le scuole

che erano successe ai due grandi organizzatori della filosofia antica.

Questa si era affermata sul concetto della distinzione assoluta della

materia e dello spirito, del sensibile e dell’intelligibile, e, si era

accinta, ragionando sull’idea, sullo spirito, sull’intelligibile, a

ricostrurre idealmente il mondo, con una fiducia completa nella ragione

astratta, nella solidità di creazioni ideali, innalzate

coll’ammucchiamento di materiali logici cavati dalla miniera del

pensiero, ma non esposti al fuoco dell’esperienza e dell’osservazione.

Il risultato di questo immane lavoro altro non poteva essere che la

formazione di miraggi razionali, che scomparivano quando l’osservatore

cambiava il punto di vista, così che l’umanità, dopo lunga serie di

secoli, sentì il bisogno di qualche cosa che meglio acquietasse le sue

ansie e le sue aspirazioni. Allora, nell’anarchia dei sistemi che

metteva capo ad uno scetticismo senza uscita o ad una rassegnazione

eroica ma sconsolata, apparve il Neoplatonismo, il quale prese da

Platone lo spirito, l’idea, Dio, ma non già per vedervi un principio

essenzialmente razionale con cui muovere alla ricerca della verità,

bensì per affermarlo come un principio, per eccellenza, soprarazionale e

soprannaturale, in cui la verità giace irremissibilmente nascosta.

La conoscenza razionale, pel Neoplatonismo, non è che un gradino

intermedio fra la percezione dei sensi e l’intuizione del

soprannaturale. L’idea suprema non si ritrova già in ciò che costituisce

il contenuto reale e conoscibile del pensiero, ma in ciò che ne è la

base invisibile, il fondo inscrutabile. Il trascendente è posto come la

suprema realtà. Le forme intelligibili non sono che i mezzi transitori

pei quali l’energia dell’essere trascendente e senza forma si espande

nel mondo. Tale affermazione del soprarazionale e del soprannaturale,

come origine e ragione del mondo, aveva la necessaria conseguenza che

l’uomo, non potendo avvicinarglisi col mezzo della ragione, si sentiva

costretto a rivolgersi alla fantasia, la quale poi lo portava al

misticismo ed alla superstizione, e siccome, nella vita umana, l’unione

con Dio difficilmente si raggiunge con le sole forze dell’anima, così si

riconosceva necessario l’aiuto esterno delle religioni positive.

Pertanto, il Neoplatonismo divenne, sopratutto nello svolgimento che

ebbe nel secolo quarto, una filosofia per eccellenza religiosa, una

filosofia che venerava e voleva tener vive tutte le religioni antiche,

rinnovandole, però, coll’interpretazione simbolica dei loro miti

naturalistici. E il Neoplatonismo non sentiva che quel rinnovamento non

voleva dire la restaurazione, ma, bensì, la rovina delle antiche

religioni, le quali erano da lui forzate ad un ufficio inadatto alla

loro natura, erano propriamente otri vecchie che dovevano scoppiare per

la pressione del vino nuovo che vi si versava dentro. Infine, il

Neoplatonismo, nel secolo quarto, era un Cristianesimo senza il Cristo,

un Cristianesimo che non aveva una divinità storica e reale, e che

metteva, al luogo di questa, i vuoti fantasmi di divinità del tutto

esaurite, le quali ormai non potevano avere altra esistenza che quella

di fantocci insulsi o di simboli incomprensibili.

Se non che, io qui vorrei fare un’osservazione che risulterà meglio

chiarita nel progresso di questo studio, ed è che il Cristianesimo ha

vinto il Neoplatonismo non solo per effetto delle sue virtù, ma anche

per quello de’ suoi vizi. Infatti, il Cristianesimo, fin dai primi suoi

tempi, si era costituito disciplinarmente e si era creata

un’organizzazione gerarchica. Fu l’esistenza di questa gerarchia che

persuase Costantino a farsi un’alleata della Chiesa cristiana, la quale

da quell’alleanza ebbe il suo riconoscimento, diventando uno degli

elementi costitutivi del complicato e putrido organismo dell’impero

romano-bizantino. Ma il Cristianesimo doveva necessariamente pagare la

sua vittoria coll’infettarsi di tutti i mali di cui era afflitta la

potenza mondana a cui si abbracciava, e noi già vedemmo come l’ideale

della moralità cristiana andasse a rifugiarsi nei conventi e nei cenobî

degli asceti. Il Neoplatonismo, il quale non aveva mai saputo

organizzarsi, ed era rimasto allo stato di un’opinione, di

un’aspirazione, di una dottrina personale, non offriva all’Impero

nessuna forza, nessuna nuova risorsa, e l’Impero lo sprezzò. Il

tentativo di Giuliano di interessare il Neoplatonismo nell’Impero, come

lo zio Costantino vi aveva interessato il Cristianesimo, fu incompreso e

considerato dagli uni come lo scherzo innocuo di un idealista, dagli

altri come il delitto di uno sciagurato apostata. Ma il punto più

curioso di questa storia è che il Neoplatonismo, essendo rimasto

appartato nella solitudine dei suoi Misteri e delle sue meditazioni,

aveva conservata un’apparenza di idealità che il Cristianesimo, al

contatto del mondo, aveva necessariamente perduta. Pertanto, il

tentativo di Giuliano di restaurare il Politeismo contro il

Cristianesimo ebbe, per quanto la cosa possa parere strana, anche il

significato di una restaurazione morale. Fu questa una delle ragioni, e

non certo l’ultima, per cui quel tentativo cadde miseramente. I dissensi

fra Giuliano e gli Antiochesi, così amaramente narrati nel _Misobarba_,

vennero appunto dal fatto che il neoplatonico e severo imperatore voleva

correggere e moralizzare la cristiana e corrotta città. E gli Antiochesi

non avevano nessuna inclinazione a seguire le esortazioni del moralista

imperiale, e trovavano assai più di loro gusto il cristiano Costanzo,

con le sue turbe di eunuchi, di parassiti, di giocolieri, con le sue

feste ed i suoi teatri, che l’ellenico Giuliano il quale divideva il suo

tempo fra le cure dello Stato e i libri e si chiudeva in una specie di

filosofico ascetismo.

L’insuccesso del Neoplatonismo religioso, tragicamente constatato nella

catastrofe di Giuliano, non portò, come conseguenza, l’insuccesso

filosofico, chè anzi il Neoplatonismo ebbe la sua rivincita nella

teologia ortodossa. I suoi numi simbolici son caduti davanti al Dio

cristiano, ma il Cristianesimo dogmatico si è imbevuto della sua

dottrina e ne ha fatta la sua metafisica, e questa ha soffocato con le

sue propagini l’albero divino del Cristianesimo evangelico, e gli ha

impedito di portare i genuini suoi frutti.

Ma vediamo meglio cosa fosse, nella sua essenza, questa filosofia

neoplatonica che fu il _vitale nutrimento_ dell’apostata imperiale.

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La decadenza del mondo antico, la dissoluzione delle sue basi morali e

religiose, lo scetticismo filosofico prodotto dalla successione di

sistemi i quali, non avendo nessun substrato di verità, si distruggevano

l’un l’altro, tutte queste cause che agevolarono la diffusione del

Cristianesimo, avevano, insieme, promosso un movimento parallelo nel

pensiero greco verso una percezione immediata ed estatica della

divinità, la quale ravvivava, simbolizzandolo, l’antico Politeismo e

rispondeva alle esigenze ed alle aspirazioni morali che agitavano e

tormentavano l’anima umana. Da questo movimento di pensiero e di spirito

è uscito, nella prima metà del secolo terzo, il Neoplatonismo, il quale,

nel nome e con elementi tolti alla dottrina di Platone, creava un nuovo

sistema filosofico che poneva, a principio dell’universo e della natura,

il soprannaturale, e trascinava poi la ragione a sprofondarvisi,

abdicando ai suoi diritti. La storia del Neoplatonismo si divide in tre

periodi; il primo, quello della fondazione del sistema e del suo

svolgimento teorico, per opera di Plotino, va dal 200 al 270; il

secondo, il più interessante per lo studio nostro, quello della sua

elaborazione pratica e dell’applicazione al rinascimento del Politeismo,

dal 270 al 400. Vi posero mano, successivamente, Porfirio, Giamblico e i

suoi discepoli, fra i quali Giuliano; il terzo periodo, dal 400 al 529,

è quello della scuola d’Atene, in cui, per opera specialmente di Proclo,

il Neoplatonismo si spoglia dell’apparato mistico e diventa un sistema

didattico, che ebbe una grande importanza storica, perchè fu con le sue

forme che la filosofia greca, esigliata da Atene per un decreto di

Giustiniano, passò nell’Oriente, dove più tardi fu raccolta e salvata

dagli Arabi che la trasmisero alla scolastica medioevale.

Il fondatore del Neoplatonismo fu Ammonio Sacca di Alessandria, un

cristiano riconvertitosi al Paganesimo. Egli non lasciò scritti ma il

suo grande valore è dimostrato dagli scolari illustri ch’egli ebbe, il

cristiano Origene¹⁸⁸ e Plotino, il quale afferma di aver trovata la

verità e la pace nell’insegnamento diretto del suo grande maestro. Ma,

se Ammonio fu il creatore del Neoplatonismo, Plotino ne fu il

rivelatore, coi numerosi scritti che ci pervennero ordinati e pubblicati

dal suo allievo Porfirio.

¹⁸⁸ Queste notizie son date da Porfirio, in un brano del suo Trattato

contro i Cristiani, riprodotto da Eusebio (Lib. 6, cap. 19).

Quest’ultimo confuta, in parte, Porfirio, sostenendo che Ammonio è

sempre rimasto cristiano. I critici moderni (Zeller. 3, 450, 459)

dimostrano erronea la confutazione di Eusebio, ma, da parte loro,

pongono in dubbio la relazione di Origene con Ammonio, e credono

possibile un equivoco fra l’Origene cristiano ed un altro Origene,

pure scolaro di Plotino. Ma la testimonianza di Porfirio a me pare

fortissima. Porfirio era quasi contemporaneo di quei personaggi, ed

egli aveva le sue notizie dalla fonte diretta di Plotino, che aveva

vissuto nella scuola di Ammonio.

Il sistema di Plotino è diretto a rialzare l’anima umana dalla

degradazione in cui è caduta per essersi alienata dal principio da cui

trae l’origine. L’ispirazione della sua filosofia sta in questo

desiderio di una perfetta unione con la divinità, nello sforzo

incessante di uscire dalle condizioni del finito e del limitato. Plotino

vuol insegnare la via per cui l’uomo può ricongiungersi a Dio, vuol

descrivere il processo pel quale l’universo, derivato dalla suprema

unità, vi ritorna e vi si riconfonde.

Plotino pone l’unità assoluta della causa prima. Di questa causa prima,

che è l’Essere per eccellenza, noi sappiamo solo che è infinita, che è

all’infuori di ogni possibile determinazione, così che noi possiamo dire

di essa ciò che non è, non già ciò che è. Come causa attiva, essa

genera, pur rimanendo sempre eguale a sè stessa mentre la corrente del

divenire sgorga da lei. Il molteplice deriva dall’uno per un processo

dinamico di trasmissione di forza. L’Essere primo è la matrice da cui

tutto viene, è lo scopo a cui tutto tende. Ma, se l’Essere è presente in

tutto l’universo, l’universo costituisce una serie lineare di

manifestazioni, lungo la quale la sua azione si attenua, mano mano che è

maggiore la lontananza dall’origine, e finisce per spegnersi nel

non-essere.

In tale serie, il primo posto è preso dal pensiero, dalla ragione, che è

poi il logos filoniano e cristiano. Nell’atto che il pensiero generato,

nell’uscire dall’unità dell’Essere, si volge ad esso e lo riflette, si

formano un contemplante ed un contemplato, un pensante ed un pensato, un

conoscente ed un conoscibile, il νοῦς e il κόσμος νοητός.

Fra l’idea ed il mondo dei fenomeni, Plotino pone lo spirito che, per

una parte, è mosso ed illuminato dall’idea, per l’altra è a contatto col

mondo corporeo da lui generato. Lo spirito è uno e molteplice insieme,

uno in quanto è il soffio che anima l’universo intiero, molteplice in

quanto raccoglie in sè tutte le anime parziali, le quali poi sono buone

o cattive, a seconda che sentono o non sentono il desiderio di

ricongiungersi e riconfondersi coll’unità divina.

Il mondo fenomenale si distingue, per Plotino, dal mondo soprannaturale,

perchè, in opposizione a quello, è molteplice, disarmonico e

contradditorio, una caricatura della vera realtà. La materia è il puro

nulla che non può esser pensato se non astraendo da ogni forma e

determinazione, è la negazione delle idee che sono le sole realtà, è

l’origine del male, il πρῶτον κακόν. Ma Plotino, da vero panteista, non

viene perciò al concetto gnostico e pessimista della creazione del male,

fatta da un dio secondario, da un Arimane, in opposizione al dio

supremo. Per lui, il mondo è perfetto così com’è, rappresenta

un’evoluzione necessaria. Il male deve esistere onde esista il bene,

deve esistere la materia onde l’anima, discendendo dall’unità ideale,

possa sentire l’aspirazione di ritornarvi, e di chiudere, per tal modo,

il ciclo dell’esistenza.

Ma come mai l’anima potrà risalire all’unità divina da cui è discesa? A

ciò è indispensabile la virtù, la quale purifica l’anima e la riconduce

all’idea. Ma non basta che l’uomo sia senza peccato per potersi

propriamente ricongiungere a Dio. Ciò diventa possibile nel rapimento

estatico dell’uomo puro. Il pensiero, per sè stesso è incapace di questo

rapimento, perchè il pensiero non conduce che all’idea. Il pensiero non

è che una preparazione all’unione con Dio. Solo nella condizione di

perfetta passività e riposo può l’anima conoscere e toccare l’Essere

primo. L’anima, pertanto, comincia a contemplare la molteplicità e

l’armonia delle cose, poi si sprofonda in sè stessa ed arriva al mondo

delle idee; finalmente, in un impeto supremo, dimentica ogni cosa, e si

trova faccia a faccia con Dio, con la fonte della vita, col principio

dell’essere, coll’origine del bene. Gode, in quel punto, la suprema

felicità. Ma non può rimanervi a lungo. Solo quando sarà liberata dal

corpo, la sua contemplazione non sarà più interrotta.

Plotino, da mistico entusiasta, ebbe, più volte, questi rapimenti che lo

ponevano nell’immediata presenza di Dio. Il suo discepolo Porfirio,

nella vita ch’egli scrisse del maestro, così narra: «A quest’uomo

ispirato che sovente si sollevava verso quel Dio che è primo e che è al

di là dell’intelligibile, Dio apparve sebbene non abbia forma alcuna e

non sia visibile, perchè ha la sua sede nel pensiero e nel pensato. Egli

non aveva che un fine nella vita, avvicinarsi ed unirsi a Dio, che è

sopra tutti. Questo fine fu da lui raggiunto quattro volte, mentre che

io era con lui, e non già per una potenza esterna, ma, bensì, per

un’energia che non si esprimeva. Sul punto di morire, disse che si

accingeva a portare il divino che è in noi nel divino che è

nell’universo, ed esalò lo spirito»¹⁸⁹.

¹⁸⁹ ϕήσας πειρᾶσθαι τὸ εν ημῖν θεῖον ανάγειν πρὸς τὸ εν τῷ παντὶ θεῖον,

αϕῆκε τὸ πνεῦμα.

Se non fosse l’intonazione panteista delle ultime parole, forse le più

belle e più profonde parole che abbia pronunciate l’uomo morente,

l’entusiasmo mistico di Plotino potrebbe esser quello di un S. Agostino,

e la visione del filosofo neoplatonico ha una grande analogia con quel

rapimento estatico pel quale, il più gran teologo dell’ortodossia,

contemplando, un giorno, il cielo e il mare dalla finestra della sua

casa d’Ostia, si sentì, d’un tratto, sollevato alla presenza di Dio.

La filosofia di Plotino ha, pertanto, un carattere essenzialmente

religioso. Essa è, in tutte le sue parti, penetrata dal pensiero di Dio

e dall’aspirazione di unirsi a lui. I punti di contatto col

Cristianesimo sono evidenti per modo che, per certi rispetti, si ha

l’identità dei concetti e delle tendenze, ciò che, del resto, si

comprende primieramente per la piega che aveva preso il pensiero

filosofico del tempo, e poi per la circostanza che i due fondatori della

metafisica cristiana e della metafisica neoplatonica, Origene e Plotino,

erano allievi del medesimo maestro, Ammonio Sacca. Ma pure, malgrado

tanta analogia, esisteva fra i due sistemi, possiamo dire, fra le due

religioni, un’antipatia profonda, conseguenza del fatto che il

Neoplatonismo era il frutto del genuino albero ellenico, mentre il

Cristianesimo era il frutto di quell’albero su cui si era innestato il

monoteismo ebraico. Il Neoplatonismo era profondamente panteista.

L’eterno processo evolutivo che dall’unità dell’Essere discende alla

molteplicità dei fenomeni, per ritornare all’unità, questo processo che

rappresenta, per Plotino, l’origine e il successivo annullamento del

male, esclude il concetto di una creazione voluta e di un governo

cosciente del mondo, esclude la responsabilità dell’esistenza del male,

attribuita alla libertà umana, esclude la necessità di un processo di

redenzione e di una fine del mondo. Il Cristianesimo, con le sue

esigenze e con le sue promesse, appariva ai Neoplatonici come una

antifilosofica negazione dell’eterna necessità, dell’ordine,

dell’armonia dell’universo, come un irragionevole disconoscimento di

quanto avevan detto di buono e di bello i grandi uomini del passato,

come un’affermazione pessimista che portava con sè lo sconvolgimento

dell’ordine universale. Il Cristianesimo drammatizzava la storia del

mondo in un tragico processo di creazione, di colpa, di redenzione. Il

Neoplatonismo leggeva, in quella storia, un inno di gloria per la

necessità divina, inalterabile, perfetta dell’armonia del Tutto. Il

panteismo neoplatonico s’inalberava davanti all’individualismo

monoteistico del Cristianesimo. Vedendo Dio dovunque, trovava, nel

politeismo e nella mitologia, dei simboli opportuni a dar forma alle

varie manifestazioni della divinità. E, per quanto Plotino fosse lontano

dalla stravaganza superstiziosa dei suoi successori, egli pure collegava

la magia e la mantica al concetto ed al sentimento della continua

presenza della divinità. Plotino voleva ravvivare i culti antichi,

facendone dei simboli di un pensiero e di una aspirazione filosofica e

religiosa. Il Cristianesimo annunciava un monoteismo preciso ed un Dio

che aveva una determinata personalità storica, e poi si affaticava a

rivestire e l’uno e l’altro con quei medesimi concetti filosofici che

formavano la trama del pensiero neoplatonico. C’era, dunque, fra i due

sistemi, eguaglianza nell’essenza del pensiero, e differenza nel modo di

sentire la religione e di dar forma al pensiero nella manifestazione

religiosa. Ed in questa differenza stava appunto la forza del

Cristianesimo, il quale presentava all’uomo assetato di divino delle

imagini determinate e precise, davanti a cui i vaghi ed oscillanti

simboli del Neoplatonismo scomparivano

❦

Nei discepoli e successori di Plotino apparve più manifesta la tendenza

a promuovere, nel Neoplatonismo, un rinascimento ed una restaurazione

delle antiche religioni, in opposizione al Cristianesimo. Il primo, tra

quei discepoli, fu Porfirio, il quale raccolse e pubblicò le opere del

maestro. Spirito geniale e chiaro, sebbene lontano dalla profondità

speculativa di Plotino, egli fu il vero iniziatore del rinnovamento del

Politeismo. Per lui le religioni tutte rappresentavano lo sforzo

dell’anima umana che vuole uscire dal finito per ricongiungersi a Dio.

Siccome tale ricongiungimento deve procedere per tre gradi, prima nello

spirito, poi nell’idea e finalmente nell’Essere supremo, così il

Politeismo, con la varietà dei suoi simboli dà il modo di rappresentare

efficacemente questo graduale procedimento. Pur criticando i miti ed i

culti irragionevoli e rozzi, ed affermando che il Dio supremo si onora

col silenzio e coi puri pensieri, Porfirio voleva tener ritte tutte le

antiche religioni, fermo nel concetto che, essendo la religione una

manifestazione simbolica e di una verità necessariamente relativa,

ognuno può, anzi, deve onorare la divinità secondo il costume del

proprio paese. Porfirio, pertanto, riconosceva i diritti di tutte le

religioni nazionali, delle barbariche come delle elleniche, ed anche

dell’ebraica, considerata, appunto, come religione di una data

nazionalità. Ma egli aborriva l’esclusivismo cristiano che, in nome di

una verità assoluta, voleva abbattere tutte le forme di culto che non

erano le sue, e rompeva tutte le tradizioni della filosofia e della

coltura ellenica. Porfirio compose, anzi, un trattato, che andò perduto,

contro il Cristianesimo, per dimostrare la mancanza di solidità della

pretesa sua base storica e la scarsa credibilità dei suoi documenti.

Egli considerava Gesù come un uomo pio, i cui insegnamenti erano stati

completamente incompresi e guasti dai suoi discepoli che ne avevano

fatto una divinità.

In questo indirizzo dato al Neoplatonismo che da speculazione pura si

trasformava in religione positiva, Porfirio ha mosso i primi passi, ma

il razionalismo assai chiaro da cui era guidato, lo fermò a quel punto,

oltre il quale la religione diventa superstizione e magìa. Dice di lui,

infatti, S. Agostino «_Porphyrius quamdam quasi purgationem animæ per

theurgiam, cunctanter tamen et pudibunda, quodam modo, disputatione,

promittit. Reversionem vero ad deum hanc artem portare cuiquam negat, ut

videas eum inter vitium sacrilegæ curiositatis et philosophiæ

professionem, sententiis alternantibus, fluctuare_». I suoi successori,

primo fra i quali, Giamblico, e poi Edesio, Crisanzio, Massimo e

finalmente Giuliano, andarono al di là del maestro. Con le formole

panteistiche del Neoplatonismo e con le sue aspirazioni mistiche,

pretesero di comporre e di opporre al Cristianesimo una religione

simbolica, tutta appoggiata alla più irragionevole e ripugnante

superstizione. Giuliano ha voluto fare di questo nuovo Politeismo una

religione di Stato. Esisteva, come vedremo, fra le intenzioni morali ed

intellettuali di Giuliano e la religione da lui praticata una

contraddizione singolare ed, insieme, interessante. Questa

contraddizione spiega come il tentativo del giovane imperatore fosse

disperato, e dovesse metter capo alla vittoria definitiva del

Cristianesimo.

Per avere un’idea precisa dei moventi che ispirarono Giuliano in quel

tentativo, giova far la conoscenza della piccola consorteria

neoplatonica che si adunava in Nicomedia e nelle vicine città. Giuliano,

come già sappiamo, ne fece parte, durante gli anni del suo soggiorno in

Nicomedia, e vi trovò la consacrazione definitiva delle tendenze che gli

aveva inoculate il suo primo educatore, Mardonio. Le notizie che ci

offre Eunapio, nelle _Vite dei Sofisti_, sebbene scarse, e dettate senza

l’ombra del giudizio critico, riescono, tuttavia, a far rivivere,

davanti a noi, quel piccolo e curioso mondo.

Il personaggio principale, anzi, il fondatore del Neoplatonismo

trasformato in religione teurgica, fu Giamblico, scolaro di Anatolio e

di Porfirio, vissuto ai tempi di Costantino, e, nella sua vecchiezza,

conosciuto anche da Giuliano, se sono autentiche le lettere che ancor si

conservano e che quest’ultimo gli avrebbe dirette. Dalla breve biografia

che leggiamo in Eunapio¹⁹⁰ parrebbe che Giamblico fosse propriamente

considerato come un mago, un esecutore di miracoli, per verità molto

sciocchi, e che in ciò consistesse il suo massimo valore. Ma Eunapio è

un povero di spirito, ed egli impoverisce anche quelli che pure intende

illustrare. Di Giamblico si conservano ancora alcuni scritti e molte

testimonianze che permettono di fare di lui un giudizio più conforme al

vero, e di meglio apprezzare l’importanza della sua produzione

filosofica¹⁹¹. Certo, in lui appare cospicuo non tanto il filosofo a cui

preme la logica dei ragionamenti dottrinali, quanto il teologo che mira

a dare un fondamento speculativo alla religione ed ai suoi riti. Già

Porfirio aveva mostrato la tendenza a guardar la filosofia dal suo lato

fantastico e religioso, ma Giamblico si è fermato, con maggiore

insistenza, a questo punto di vista. Se Porfirio, pel raggiungimento del

suo scopo più religioso che filosofico, aveva creduto necessario l’aiuto

degli dei, tanto più vi ricorreva Giamblico che riponeva scarsa fiducia

nelle forze dell’uomo. Le chiare e semplici categorie del sistema

plotinico non bastano a Giamblico. La sua filosofia diventa

spaventosamente complicata e confusa per la moltiplicazione delle

ipostasi dell’unità divina. Nel suo fantastico pensiero ogni momento

razionale si concretizza in una ipostasi distinta. Pareva a Giamblico di

non poter meglio rappresentare la divinità che moltiplicandola,

suddividendola più che fosse possibile, e ponendo sotto figure distinte

tutte le funzioni che esprimono la sua essenza ed i suoi rapporti col

finito. Tale sminuzzamento dell’unità ideale, tale successiva

degradazione dall’uno al molteplice è ciò che distingue il Neoplatonismo

di Giamblico dal Neoplatonismo plotinico. L’importanza storica della

dottrina di Giamblico sta nel fatto che il Neoplatonismo il quale, in

Plotino, era stato un’affermazione ideale del trascendente e del

soprannaturale, diventò una teologia mistica che si mise risolutamente a

servizio di una religione positiva.

¹⁹⁰ _Eunap._, 10-19.

¹⁹¹ _Zeller_, _Die Philosophie der Griechen_. — 3º v., 678 sg. —

_Ritter et Preller_, _Historia philosophiæ græcæ_. — 546 sg.

Nel gruppo degli scolari e successori di Giamblico pare che il più

cospicuo fosse Edesio. Costui era stato destinato dal padre al

commercio, e mandato in Grecia a far pratica. Ma ne ritornò filosofo,

con grande sorpresa e sdegno del padre. Il giovane seppe però ottenere

il perdono e la licenza di recarsi presso Giamblico a perfezionarsi

nelle dottrine filosofiche. Dispersa la scuola di Giamblico, Edesio,

seguendo le indicazioni di un miracoloso presagio, si era ritirato nella

solitudine di una vita pastorale¹⁹². Ma i giovani che anelavano di

essere da lui istruiti, andarono a disturbarlo nel suo ritiro, e, non

permettendo che tanta sapienza fosse sciupata sulle rupi e in mezzo agli

alberi, lo costrinsero a ritornare nel consorzio umano. Edesio

acconsentì a malincuore, e, passando in Asia, si stabilì a Pergamo, dove

aprì una scuola la cui fama, sempre secondo il credulo ed entusiasta

Eunapio, toccò il cielo.

¹⁹² _Eunap._, 27.

Le figure più salienti di quella scuola erano Massimo, Eusebio,

Crisanzio e Prisco. Il primo, al dire di Eunapio che, giovanetto, aveva

conosciuto Massimo già in tarda età, destava una profonda impressione in

quanti lo vedevano per la bellezza della figura, il lampeggiare degli

occhi, l’armonia della voce, la fluidità della parola. Ambizioso ed

inquieto, ebbe una vita agitata, chiusa tragicamente. Egli ha esercitato

su Giuliano un’azione potente, e, con Mardonio, può dirsi il vero autore

dell’indirizzo religioso e filosofico del principe. Massimo era tutto

infervorato di ritualismo magico, e fu uno dei più efficaci cooperatori

della trasformazione del Neoplatonismo in religione teurgica. Era una

specie di santo, provvisto della potenza di far miracoli. Interessante e

sommamente istruttivo, per la rappresentazione dell’ambiente, è il

contrasto che esisteva fra Massimo ed Eusebio. Quest’ultimo inclinava a

razionalizzare il Neoplatonismo, e provava una viva antipatia per le

superstizioni magiche e teurgiche in cui la filosofia si sprofondava,

perdendo il suo carattere speculativo. Ma egli aveva paura di Massimo.

Leggiamo in Eunapio che Eusebio, quando Massimo era presente, evitava di

usare l’acutezza della propria logica, tutta ad artifizii ed intrecci

dialettici. Ma, quando era assente, rifulgeva come un astro, scomparso

il raggio del sole¹⁹³. Il contrasto fra Eusebio e Massimo appare, in

tutta la sua luce, nel singolare e sintomatico episodio dei rapporti fra

Eusebio e Giuliano. Il giovane principe, assetato di sapienza, era

venuto a Pergamo, attrattovi dalla fama di Edesio, e voleva che costui

lo istruisse. Ma Edesio era e si sentiva vecchio. — Io vorrei poterti

far da maestro, gli diceva, ma il corpo non risponde più ai voleri

dell’anima. Io ti consiglio di rivolgerti ai miei scolari. Lì potrai

proprio fare una scorpacciata di ogni scienza e dottrina¹⁹⁴. Io vorrei

che fosse qui Massimo, ma è andato ad Efeso, e Prisco partì per la

Grecia. Ma ci sono Eusebio e Crisanzio, ascoltando i quali più non ti

rincrescerà che io sia vecchio. — Giuliano naturalmente segue il

consiglio. Ma si accorge di qualche cosa di oscuro e di inquietante

nelle sue relazioni con quei due maestri. Infatti, Crisanzio, che era un

ammiratore ed un seguace di Massimo, non pareva completamente d’accordo

con la dottrina di Eusebio, sebbene non si compromettesse a

contraddirlo. Quest’ultimo, un giorno, dopo aver istruito Giuliano

nell’interpretazione degli antichi filosofi, gli dichiara che la verità

è tutta lì, e che le magie e le incantagioni le quali illudono i sensi

sono opera degli stregoni che ingannano coll’aiuto di potenze materiali.

Giuliano, insospettito, e non riuscendo a comprender bene il significato

ed il perchè di questo avvertimento con cui Eusebio chiudeva le sue

spiegazioni, prende a parte Crisanzio — O caro Crisanzio, gli dice, tu

che conosci la verità, dimmi cosa vuol dire questo epilogo delle

spiegazioni di Eusebio. — Ma Crisanzio, che era uomo prudente per

eccellenza e non voleva farsi dei nemici, si chiude in un profondo

riserbo. — Faresti meglio, risponde, a chiederlo ad Eusebio stesso. — Ed

Eusebio, interrogato direttamente da Giuliano, per fargli capire cosa

egli intendesse per magia, gli fa questo racconto. «Massimo, diventato

per la forza del carattere e dell’ingegno, spregiatore delle nostre

dimostrazioni, precipitando in una specie di mania, un giorno, di buon

mattino, ci riunì nel tempio di Diana, e si circondò di molti testimoni.

Quando fummo raccolti, dopo esserci inchinati alla Dea — sedete, ci

disse, o carissimi compagni, guardate ciò che va a succedere, e

constatate di quanto io sia al di sopra di tutti. — Ci sedemmo, e

Massimo bruciava un grano d’incenso, e cantava, fra sè, un certo inno,

quand’ecco la statua comincia a sorridere, poi a ridere apertamente. Noi

mandammo gridi di stupore a questa vista, ma nessuno si mosse e parlò,

perchè subito si accesero le lampade che la dea porta in ambo le mani, e

la fiamma apparve più ratta delle nostre parole. Noi ci ritirammo,

colpiti, pel momento, di quello spettacolo miracoloso. Ma tu non devi

ammirarlo come io non l’ammiro, e comprendere piuttosto che cosa ben più

grande è la purificazione per mezzo della ragione»¹⁹⁵. Quest’ultime

parole di Eusebio rivelano uno spirito singolarmente acuto, uno di quei

razionalisti imperterriti, rari sempre, rarissimi nell’antichità, quando

ancor non esisteva la scienza positiva, i quali, davanti al miracolo,

sanno negar fede alla testimonianza dei sensi. Ma Giuliano era

tutt’altro uomo, e la sua condotta verso Eusebio vale più di qualsiasi

altro indizio a illuminarci sull’indole del suo spirito. Aveva, infatti,

Eusebio appena finito di parlare, che Giuliano, — addio, esclama,

attendi pure ai tuoi libri, quanto a me tu mi indicasti ciò che cercava,

— ed abbracciato Crisanzio, parte per Efeso, in cerca di Massimo, e,

trovatolo, pende da questo nuovo maestro, e tenacemente si attacca alla

sua dottrina. A Massimo, che, evidentemente, era un uomo che sapeva

cogliere le occasioni per farsi strada, non parve vero di aver per

allievo un principe costantiniano, perseguitato sì, ma pur sempre sui

gradini del trono, e si pose con ardore ad istruirlo, ed a farsene un

devoto e, non bastando da solo a soddisfare l’insaziabile curiosità del

giovane, chiamava presso di sè l’amico Crisanzio, e, fra loro due, hanno

fatto di Giuliano quel mistico entusiasta pel quale religione e

filosofia si confondevano nella più credula superstizione. Diventato

imperatore, Giuliano chiamò a Costantinopoli Massimo e Crisanzio.

Massimo accorse immediatamente, ricevuto con straordinaria dimostrazione

di rispetto da Giuliano. Ma Crisanzio, amante com’era del quieto vivere,

e più previdente di Massimo, perchè meno ambizioso, non si lasciò

smuovere, per quante preghiere gli mandasse Giuliano, il quale aveva

cercato di aver dalla sua la moglie del filosofo. Intanto, Massimo, a

Costantinopoli, viveva circondato e pressato dagli adoratori dell’astro

sorgente, che non gli lasciavano un momento di pace, così che doveva

cercar l’aiuto di qualcuno che lo sollevasse, in parte, dalle tante

cure. Ed, ostinandosi Crisanzio nel suo rifiuto, venne il filosofo

Prisco. E Massimo e Prisco non abbandonarono più l’imperatore, lo

seguirono nella campagna di Persia, e noi li trovammo sotto la tenda, al

fianco del ferito eroe, che, in sereni ed alti colloqui, si preparava

alla morte. Caduto Giuliano, la vita di Massimo si protrasse in una

tragica vicenda. Perseguitato, spogliato e torturato da Valente e dai

suoi soldati, poi salvato da Clearco che lo rimise nelle grazie

dell’imperatore, finalmente cadde in sospetto di aver partecipato ad una

congiura e fu decapitato ad Efeso¹⁹⁶. Massimo ha esercitata un’influenza

grandissima e risolutiva sullo spirito inquieto e mistico di Giuliano,

il quale lo riconosce nel suo discorso contro il cinico Eraclio, ed

attribuisce al «sommo filosofo», che lo ha istruito, tutto il merito

della sua iniziazione nella vera filosofia¹⁹⁷. Questo Massimo, se è

interessante per la sua fedeltà entusiastica a Giuliano, è, considerato

nel suo insieme, un personaggio antipatico. Ciarlatano, superstizioso,

gonfio di sè stesso, anelante al potere ed alla preminenza, con un’aria

d’ispirato e di superuomo, egli destava intorno a sè odii e rancori,

che, appena scomparso il suo protettore, lo hanno trascinato alla

rovina. Eunapio racconta di lui un episodio tragicomico che, certo, non

serve ad attenuare quel senso di repulsione che proviamo per questa

specie di mago del Neoplatonismo, malgrado le terribili sciagure che lo

hanno colpito verso il termine della sua burrascosa carriera. Mentre

Massimo era torturato dagli sgherri di Valente, la moglie appassionata e

coraggiosa era presente ed angosciata. Massimo le sussurra: — Moglie

mia, va a comperarmi un veleno, dammelo e liberami. — Ed essa tosto se

ne va, e ritorna col veleno, ma, non volendo sopravvivere al marito,

chiede di bere prima di lui; beve, e, sul colpo, muore. Ma Massimo non

bevve! — ὁ δε Μάξιμος ἕπιεν ουκέτι. —¹⁹⁸.

¹⁹³ _Eunap._, 49.

¹⁹⁴ έκεῖθεν ρύδην εμϕοροῦ σοϕίας απὰσης καὶ μαθημάτων.

¹⁹⁵ _Eunap._, 50 sg.

¹⁹⁶ _Eunap._, 63. — _Amm. Marcell._, II, 170.

¹⁹⁷ _Iulian._, 304, 21 sg.

¹⁹⁸ _Eunap._, 59.

Un altro personaggio importante, e poco simpatico, che stette fino

all’ultimo al fianco di Giuliano, è Prisco, lui pure della scuola di

Edesio. Dottissimo, così da avere in sommo della bocca tutta la dottrina

degli antichi, bellissimo della persona, era uomo burbero e duro di

modi. Non voleva discendere alle discussioni e serbava la sua sapienza,

dentro di sè, come un tesoro, e chiamava scialacquatori coloro che con

facilità parlavano di filosofia. Edesio pare fosse un amabile maestro

che adoperava, nel suo insegnamento, il metodo socratico, parlava con

tutti ed insinuava nei suoi discepoli la cortesia e un sentimento

d’umanità¹⁹⁹. Passeggiando, per le vie di Pergamo, accompagnato da una

schiera di scolari, egli appiccava discorso con tutti, con la venditrice

di legumi, col tessitore, col fabbro, col falegname. E, da tutti e da

tutto, traeva argomento di saggi insegnamenti. Gli scolari godevano di

tali conversazioni. Il solo Prisco si ribellava, ed osava chiamare il

maestro traditore della dignità filosofica, ed un ciarlone che gonfiava

l’anima di ciance, e non cavava un ragno da un buco. Era Prisco, dunque,

un fior di pedante, e non può dirsi che il povero Giuliano sia stato

fortunato nella scelta dei compagni filosofici che lo seguirono nel suo

breve regno. Però la pedanteria non toglieva a Prisco la prudenza e la

sagacia nella vita, così che, in ciò ben diverso dell’avventato ed

ambizioso Massimo, riuscì a scampare dai pericoli che lo minacciavano

dopo la caduta di Giuliano, e si ritirò in Grecia, dove visse fino a

novant’anni, sempre chiuso nel suo fare misterioso e cupo, ma ridendo,

in cuor suo, della debolezza umana²⁰⁰.

¹⁹⁹ 66. — αρμονὶαν τὶνα και επιμέλειαν πρὸς τὸ ανθρώπειον εμϕυτεύων

τοῖς μαθηταῖς.

²⁰⁰ 67. — γελῶν τὴν ανθρωπίνην ἀσθένειαν.

Sarebbe stata una gran fortuna per Giuliano se egli avesse potuto trarre

a sè, invece del ciarlatanesco ed orgoglioso Massimo e del pedante e

ripulsivo Prisco, l’amabile Crisanzio, il più equilibrato, il più dolce,

il più sensato degli allievi di Edesio. Non è a dire che l’indirizzo

filosofico di Crisanzio fosse buono e commendevole. Basterebbe a provare

che non lo era la sua devozione per Massimo e pei riti teurgici.

Nell’esordio della sua educazione filosofica, Crisanzio si era gittato

con passione alla dottrina di Platone e di Aristotele, e vi era

diventato così forte da non temere competitori, e da riuscire vittorioso

in qualsiasi discussione. Ma poi, per l’influenza di Massimo, egli si

sentì attratto dalle dottrine pitagoriche e da quei riti teurgici e

divinatori che costituivano la religione neoplatonica, e, in breve, vi

divenne tanto abile da potersi dire ch’egli vedeva il futuro meglio del

presente, quasi fosse in continua relazione con gli dei²⁰¹. Qui, anzi,

nacque un dissenso fra lui e Massimo, perchè questi, nel suo orgoglio,

pretendeva che la divinazione del futuro si piegasse alla sua volontà ed

ai suoi desideri; Crisanzio, invece, seguiva umilmente gli indizî

divini. Ma, con tutto questo, Crisanzio era un uomo di molto acume, e di

chiaro buonsenso. Nella sua ostinata resistenza agli inviti del suo

antico allievo, quando questi toccò il fastigio della fortuna, egli era

guidato non solo dai presagi, che diceva non favorevoli al suo viaggio,

ma ben anche da una sicura percezione dell’imprudenza e della leggerezza

con cui l’imperatore si era accinto all’impresa di far rivivere

l’Ellenismo contro il Cristianesimo. Di ciò Crisanzio ha dato una prova

luminosa ed interessante, perchè, venendo da un amico e da un

correligionario, è un’implicita condanna della condotta di Giuliano.

Costui, per nulla offeso dai ripetuti rifiuti del suo maestro, volle

dargli, prima di partire per la Persia, una dimostrazione di affetto e

di fiducia, e lo nominava gran sacerdote di Lidia. Crisanzio accettò, ma

esercitò il suo sacerdozio in un modo curioso, e, certo, poco

consentaneo alle intenzioni di Giuliano. Mentre, in ogni parte

dell’impero, si correva con ardore a rialzare i templi, egli non ne fece

nulla, e non disturbò menomamente i Cristiani, così che quasi si può

dire che, in Lidia, non si conobbe la restaurazione del Politeismo.

Venne da ciò che allorquando, caduto Giuliano, le cose tornarono nello

stato di prima, nella regione di cui Crisanzio aveva il governo

spirituale, non fuvvi turbamento alcuno, anzi regnò una pace profonda,

al cui confronto appariva ancor più singolare e meraviglioso il turbine

di passioni e di vendette in cui era travolto il resto dell’impero²⁰².

Si comprende come, con tanta prudenza e con tanto buon senso, Crisanzio,

pur rimanendo ellenista fedele, attraversasse tranquillamente un’epoca

così agitata da dispute religiose, e campasse fino alla più tarda

vecchiaia.

²⁰¹ _Eunap._, 109.

²⁰² _Eunap._, 111.

Un uomo che, certo, ebbe un’influenza risolutiva sullo spirito di

Giuliano, al momento psicologico della sua ribellione a Costanzo, e che,

probabilmente, mise la mano nella preparazione del _pronunciamento_

militare che proclamò Giuliano imperatore, è il medico-filosofo,

Oribasio di Pergamo, appartenente, lui pure, al cenacolo neoplatonico.

Noi sappiamo che Oribasio fu il solo degli amici di Giuliano che potè

accompagnarlo in Gallia. Egli lo volle con sè, come medico, ciò che gli

fu concesso, perchè s’ignorava l’amicizia esistente fra i due. Già

vedemmo la curiosa lettera nella quale Giuliano narra all’amico un

sogno, in cui è chiaro il presagio della sua prossima fortuna, uno di

quei lieti sogni che non vengono se non a chi vivamente desidera una

cosa. Oribasio, insieme al fedele servo Evemero, erano soli nella

confidenza delle misteriose e sacre cerimonie che Giuliano praticava

insieme al gran sacerdote, da lui fatto venire a Parigi dalla Grecia.

Finalmente Eunapio, che dice di riservarsi di narrare minutamente ciò

che in quell’occasione aveva fatto Oribasio, in una storia di Giuliano

la quale poi non ci è giunta, ha, nella vita di Oribasio, una frase

complessa e pregna di significato, che si presta a varie

interpretazioni, ma che pare accenni alla parte eminente avuta da lui

nella ribellione di Giuliano, perchè dice che il valore di Oribasio era

tanto che a lui riuscì di far Giuliano imperatore²⁰³. Avvenuta la

catastrofe, Oribasio fu mandato in esiglio presso i barbari, ma, essendo

prezioso a tutti, per la sua scienza medica, gli riuscì di restar a

galla nel naufragio dell’ellenismo, ed anzi fu richiamato e rimesso in

onore e nei possessi di cui era stato spogliato.

²⁰³ _Eunap._, 104. — ό δὲ τοσοῦτον ἐπλεονέκτει ταῖς αλλαις ἀρεταῖς,

ὥστε καὶ βασιλέα τόν Ιουλιανὸν απἐδειξε.

In questo gruppo di filosofi e di amici che erano stati o maestri o

compagni di Giuliano e che poi gli si misero al fianco, durante la sua

fortunosa carriera, l’uomo più equilibrato e sicuro era Sallustio, il

fidato consigliere che già incontrammo, narrando la vita di Giuliano, e

che meglio conosceremo, leggendo la lunga lettera che Giuliano gli

scrisse al momento della loro separazione. Scrittore e filosofo tanto

abile e profondo da saper comporre un chiaro e popolare riassunto delle

dottrine neoplatoniche, «per l’uso di coloro che possono ancora esser

guidati dalla filosofia e che non hanno l’anima insanabilmente

corrotta»²⁰⁴ era insieme un uomo di altissimo valore morale, di grande

competenza nelle cose militari ed amministrative, un uomo, infine, degno

della fiducia che Giuliano riponeva in lui. Sallustio si rispecchia in

questa nobile sentenza: «Gli uomini buoni ritornano agli dei, ma, se

anche ciò non fosse, la virtù per sè stessa, ed il piacere e la gloria

che vengono dalla virtù, ed una vita senza tristezze e senza padroni,

bastano alla felicità del virtuoso».

²⁰⁴ _Zeller_, V. 3, 734 sg.

Che un uomo, come Sallustio, abbia potuto affigliarsi al cenacolo

neoplatonico e seguirne le dottrine, ci prova come, sotto alla fioritura

di fantastiche superstizioni, le quali poi erano, in fondo,

l’espressione del bisogno religioso dell’epoca, esistesse un nucleo di

pensiero e di sentimento sano e verace. L’Ellenismo morente non dava

solo bagliore di luce torbida come quella che emanava dalla fantasia

esaltata di un Giamblico e di un Massimo, ma aveva ancora una forza

moralizzatrice, la quale gli conservava il favore e la devozione di

molti fra gli uomini migliori e più colti. Non è vero che il meglio

della società, nel secolo quarto, fosse compreso nel Cristianesimo. Il

Cristianesimo vittorioso ed imperiale aveva ormai attirato a sè il

peggio. Ed alcuni fra gli uomini moralmente forti combattevano ancora

per la conservazione della debellata, antica civiltà.

Insieme a questi maestri ed a questi uomini illustri, Giuliano avrà

avuto, a Nicomedia, a Pergamo, ad Atene, presso di sè, compagni più

modesti, il cui nome si è perduto, e che gli avranno fatto una specie di

corte, attratti dalla dignità principesca ed anche dalla forza e dal

calore del suo ingegno e del suo spirito. Alcuni dei biglietti e delle

lettere di Giuliano paiono, infatti, scritti a compagni di studio. Tali

erano indubbiamente Eumene e Fariano, ai quali Giuliano, dalla Gallia,

manda questa lettera così affettuosa e sensata, in cui si sente il

ricordo degli insegnamenti di Edesio e di Eusebio più che di quelli di

Massimo e di Prisco. Questi ultimi diventarono dominatori esclusivi del

suo pensiero più tardi, quando si trattò di contrapporre religione a

religione, miracolo a miracolo.

«A Eumene e Fariano». — «Se alcuno vi disse esservi per l’uomo cosa più

dolce e più utile del filosofare tranquillamente e senza sopraccapi,

colui, ingannato, vi inganna. Se in voi rimane viva l’antica

inclinazione, e non si è spenta, d’un colpo, come una fiamma già

fulgida, io mi felicito con voi. Son già passati quattro anni e tre mesi

dal giorno in cui ci separammo. Quanto avrei caro di constatare i vostri

progressi in questo tempo! Quanto a me, se ancora parlo greco, c’è da

stupire, tanto siamo imbarbariti da questi luoghi! Vi raccomando di non

disprezzare gli esercizi di logica; non trascurate la retorica e la

lettura dei poeti. Però sia maggiore il vostro interesse per la scienza,

e ponete ogni sforzo nello studio di Aristotele e di Platone. Qui deve

farsi tutto il vostro lavoro; qui la base, la fondazione, le pareti, il

tetto. Tutto il resto è un accessorio. Ma anche a questo voi dovete

attendere con maggior cura di quella che pongano gli altri nell’opera

principale. Io, per la divina Giustizia, vi consiglio tutto ciò, perchè

vi amo come fratelli. Foste un tempo miei compagni e assai diletti. Se

mi darete retta, io vi amerò ancor di più, mentre sarebbe, per me, un

dolore, se vedessi che non mi obbedite. E dove va a finire un dolore

continuato, vi chiedo di non dirlo, perchè sento di poter farvi un

miglior augurio»²⁰⁵.

²⁰⁵ _Iulian._, 565.

❦

Nel chiudere questo studio che ci ha mostrato l’ambiente intellettuale

in cui si è svolto lo spirito di Giuliano, possiamo affermare, come

conclusione, che il Neoplatonismo e il Cristianesimo son apparsi

allorquando il sentimento di patria e di libertà politica, che aveva

fatta la forza della società antica, si andava spegnendo, e la religione

nazionale non aveva più efficacia, e cadevano le idee che erano state i

puntelli della vita sociale, e diventava vivo il presentimento di

un’imminente catastrofe e viva, insieme, l’aspirazione ad un

rinascimento morale che ridonasse il valore, l’interesse, il significato

alla vita. A soddisfare tale aspirazione, nacquero il Neoplatonismo ed

il Cristianesimo, che cercarono, e l’uno e l’altro, di ridestare il

sentimento del divino, riaccendendolo all’idea di una rivelazione e di

una conseguente unione dell’anima umana con Dio. Ma il Neoplatonismo,

che non voleva staccarsi dalle tradizioni del pensiero ellenico, cercava

la rivelazione nell’ordinamento naturale del mondo, e da qui saliva al

concetto del soprannaturale a cui si abbandonava in un’estasi di mistico

rapimento. Il Cristianesimo trovava la rivelazione nella persona storica

di Gesù, che rappresentava il logos, il Verbo incarnato, ed aveva unito

l’uomo a Dio con un vincolo d’amore. Il Neoplatonismo voleva guarire i

mali del suo tempo con una speculazione che comprendesse in sè tutti i

tesori della filosofia greca, ne fosse quasi il compendio ed il vertice.

Il Cristianesimo poneva un nuovo Dio, diffondeva la novella di una

celeste redenzione, proclamava l’eguaglianza degli uomini nell’amore

paterno di Dio. Il Neoplatonismo e il Cristianesimo erano, e l’uno e

l’altro, gli indizii che sorgeva un nuovo ideale a cui le forme antiche

sembravano insufficienti. Il Neoplatonismo ha tentato di adattarle,

quelle forme antiche, al nuovo ideale. Il Cristianesimo le ha spezzate

ed ha inaugurato un nuovo mondo ed una nuova umanità. Dalla eguaglianza

del punto d’origine e degli scopi venne che il Neoplatonismo potè

introdursi nel Cristianesimo e diventare il fattore principale della sua

metafisica. Nella diversità delle vie, per le quali l’uno e l’altro

volevano raggiungere quegli scopi, sta il profondo contrasto che ha

fatto dei Neoplatonici gli ultimi e più ardenti difensori dell’Ellenismo

contro l’azione dissolvente che il Cristianesimo esercitava.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 14 / 26 题