¹⁸⁵ _Confess._ — Lib. 8.º

Il movimento monacale trovò appoggio e favore in Atanasio e nel partito

ortodosso, mentre l’Arianesimo lo guardò con antipatia e con sospetto.

Qui ci appare una delle ragioni per le quali ad Atanasio rimase la

vittoria finale. L’Arianesimo rappresentava il razionalismo ma, insieme,

l’impoverimento del Cristianesimo. L’idealità mistica e il sentimento

morale vi andavano completamente perduti. Il Cristianesimo veniva

adattato, senza freni e senza reazioni salutari, ai bisogni del vivere

sociale ed agli interessi mondani. Diversa era l’attitudine

dell’ortodossia. Ambrogio spingeva, è vero, Graziano e Teodosio sulla

via dell’intolleranza, ma non esitava ad affrontare il violento e

potentissimo Teodosio, per chiamarlo al pentimento delle sue colpe.

Invece i vescovi ariani o semiariani, che avevano circondato Costantino

e più ancora Costanzo, cercavano, nell’indulgenza pei delitti degli

imperatori, una ragione di influenza e di successo. Il partito

atanasiano conservava, assai meglio del partito rivale, il sentimento

dell’essenza morale del Cristianesimo. Perciò, esso favorì il monachismo

come una protesta contro la mondanità invadente, ed è per ciò che le più

belle, le più grandi figure, in questo periodo di lotta teologica, si

trovano tutte nelle schiere dell’ortodossia nicena.

Il monachismo, che s’iniziò in Egitto, dove trovava il terreno preparato

dall’ascetismo praticato dai devoti d’Iside e di Serapide, poteva

diventare un pericolo per la Chiesa, quando la protesta fosse diventata

aperta ribellione. Ma l’ortodossia vittoriosa ebbe su di esso un’azione

sapientemente moderatrice e lo contenne nei limiti di un’affermazione

religiosa che conservò accesa e visibile la fiamma dell’ideale

cristiano. Però, se il monachismo ha indubbiamente giovato a salvare il

pericolante ideale cristiano, ha pure indirettamente contribuito a

mondanizzare la Chiesa, perchè ha stabilito una divisione ben netta e

precisa fra coloro che seguivano, in tutta la loro purezza, i principî

cristiani e coloro che li adattavano agli interessi terrestri. Questo

adattamento diventava, fino ad un certo punto, legittimato

dall’esistenza, nel seno della Chiesa, di un’organizzazione che si era

assunto l’ufficio di adempire, nella sua perfezione, la legge del

Cristo, e che, pertanto, pareva autorizzasse tacitamente a trasgredirla

coloro che di essa non facevano parte.

Questo così rapido corrompimento del Cristianesimo, diventato vincitore

e costituitosi in autorità riconosciuta, è uno dei fatti più suggestivi,

anzi, più chiaramente istruttivi che ci presenti la storia umana. Il

Cristianesimo aveva posto un principio affatto nuovo e propriamente

sublime, quello dell’eguaglianza degli uomini, da cui veniva il dovere

dell’amore e del rispetto vicendevole, principio e dovere che avevano

avuta la suprema sanzione nel supplizio ignominioso di un dio che si era

sacrificato per la salvezza dell’umanità. Questo principio che era la

negazione della base su cui si fondava la società antica ha attratto a

sè le turbe innumerevoli degli oppressi e degli infelici, e ha dato a

quella società una scossa a cui non ha saputo resistere. Ma il

Cristianesimo si è poi dimostrato affatto impotente a rimodellare, su

quel principio, una nuova società. La società cristianizzata non fu

moralmente migliore della società pagana, di cui aveva allentata tutta

la compagine politica e civile. S’era, naturalmente, addolcita la

schiavitù¹⁸⁶, ma la Chiesa, diventata potente, ben si guardò

dall’abolirla. L’abolizione non venne dal Cristianesimo vittorioso, ma

dalle invasioni barbariche, per le quali una nuova forma di servitù, la

servitù della gleba, prendeva il posto della servitù personale¹⁸⁷.

¹⁸⁶ _Allard_, _Julien l’Apostat_, 329.

¹⁸⁷ _Negri_, _Meditazioni vagabonde_, 439.

L’inettitudine del Cristianesimo vittorioso a trasformare il mondo e la

società coi principî che pure erano il fondamento della sua dottrina ci

dimostra che il progresso umano sulla via della civiltà deve conseguire

da cause diverse di quelle contenute in una predicazione, in un

insegnamento puramente morale. Quali siano queste cause cercheremo alla

fine di questo libro. Per ora noi ci limitiamo a ricreare l’ambiente in

cui si svolse il tentativo di Giuliano. Vedemmo come il Cristianesimo,

appropriandosi il pensiero filosofico, lo avesse intensificato così da

accendere intorno ad esso le più forti passioni, da farne la questione

suprema, da sostituire, nel fondamento della fede, il dogma al

sentimento. Se non che, siccome questo fervore di pensiero metafisico,

questa brama di spiegazioni trascendentali non erano esclusivi al

Cristianesimo, ma rispondevano ad una speciale condizione dello spirito

umano in un determinato momento della sua evoluzione, così noi li

ritroviamo anche nel campo nemico, dove si manifestavano in un sistema

parallelo a quello della dogmatica cristiana, in un sistema che

permetteva la trasformazione del Politeismo antico in una religione la

quale, col suo simbolismo metafisico, poteva pretendere ed illudersi di

combattere e di vincere il Cristianesimo. Di questa filosofia religiosa

Giuliano era il più fervente discepolo. In essa egli trovava le ragioni,

l’ispirazione e le armi per la sua guerra contro il prevalere del

Cristo. Prima, dunque, di narrare le vicende di quella guerra,

guardiamo, per un istante, la dottrina di cui il futuro apostata s’era

segretamente nutrito, mentre intorno a lui risuonava il frastuono delle

dispute che squarciavano la Chiesa nascente.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 13 / 26 题