LA DISCORDIA NEL CRISTIANESIMO

La Chiesa, negli anni precedenti la sua vittoria finale, si era

profondamente trasformata per effetto della lenta elaborazione de’ suoi

elementi, avvenuta fra le intermittenti persecuzioni del secondo e del

terzo secolo, ed aveva colmato l’abisso che la separava dal mondo. Nella

morale, era discesa dalle pure altezze del Vangelo e del Cristianesimo

primitivo e si era avvicinata allo stoicismo; nella filosofia, aveva

costrutto un grande edificio teologico, adoperandovi i materiali del

platonismo; nel culto, aveva plasmato le sue cerimonie su quelle dei

Misteri. Infine, era riuscita ad organizzare un Cristianesimo pratico ed

accettabile dal mondo. Una parte considerevole del suo patrimonio

intellettuale era di origine estranea. Ma essa aveva saputo così

intimamente collegarlo con ciò che aveva di essenzialmente proprio e

speciale, da assicurare la continuità del suo progressivo svolgimento,

pur conservandosi rigorosamente distinta dall’ecclettico Paganesimo.

Il Paganesimo, perduto il senso dell’origine naturalistica dei suoi

miti, tendeva, anch’esso, col Neoplatonismo all’affermazione dell’unità

divina. Ma tale tendenza non poteva esser soddisfatta che dal

Cristianesimo, il cui monoteismo aveva un’efficacia di attrazione assai

maggiore del monoteismo simbolico del Paganesimo, e poteva esser accolto

e compreso anche dagli umili. Certo, il Paganesimo neoplatonico aveva,

lui pure, l’ideale del ritorno al divino, il sentimento della immediata

vicinanza di Dio, ma gli mancava la possibilità di determinare

quell’ideale, di dar vita a quel sentimento, nella persona di una

apparizione storica, che ne fosse insieme la garanzia e la più pura

rappresentazione. Pertanto, lo svolgimento del pensiero religioso nel

mondo antico, durante il secondo ed il terzo secolo, ha, certamente,

servito a prolungare l’agonia del Paganesimo, ma doveva condurlo a

morire, o presto o tardi, nelle braccia del Cristianesimo, perchè

riconosceva e promoveva delle aspirazioni che dal Cristianesimo erano

acquetate assai meglio che da lui. Si aggiunga che il Cristianesimo

aveva saputo creare una forte organizzazione disciplinare, mentre il

Paganesimo aveva una compagine molle, in cui i diversi culti non erano

determinati da nessuna rigorosa disciplina. Il Paganesimo era una vera

anarchia religiosa. Nel Cristianesimo, invece, ogni comunità costituiva

uno speciale organismo che obbediva al suo Vescovo, e tutte insieme

costituivano un complesso di forze che diventava facilmente

l’espressione e lo strumento di un’unica volontà. Certo, non erano

mancate le divisioni, le discordie, gli scismi nella giovane Chiesa, ma

non erano che accidenti passaggeri, i quali non intaccavano la solidità

sostanziale dell’organizzazione ecclesiastica, ed erano destinati a

sparire quando una forte volontà indicasse la via del ritorno all’unità.

Questa forte volontà apparve, la prima volta, al principio del secolo

quarto, nell’imperatore Costantino e nel grande Atanasio, e riapparve

definitivamente efficace, al finire del secolo stesso, nell’imperatore

Teodosio e nel vescovo Ambrogio.

Diamo ora una rapidissima occhiata a questo secolo di lotte, nel cui

mezzo viene a cadere il curioso tentativo di Giuliano. Non è a credere

che nella condotta di Costantino verso il Cristianesimo, condotta che,

iniziatasi col famoso editto di tolleranza, datato da Milano, nel 313,

ed emanato da lui e dal collega Licinio, riuscì poi, a poco a poco, alla

costituzione di una Chiesa di Stato, fosse neppur l’ombra del sentimento

religioso. Certo, era una fiaba quella che correva, fra i pagani, molti

anni dopo la morte di Costantino, cioè, che costui si fosse piegato al

Cristianesimo, perchè assicurato che la nuova religione aveva il potere

di lavar via ogni colpa, così che anche gli uomini più scellerati, se si

convertivano ad esso, diventavano immediatamente puri¹⁵⁸. E Costantino

doveva purgarsi dei più orrendi delitti domestici, l’uccisione del

figlio Crispo e della moglie Fausta. Sozomene osserva giustamente che

quegli atroci delitti furono perpetrati da Costantino, alcuni anni dopo

aver abbracciato il Cristianesimo, e, pertanto, non è possibile vedere

in essi il movente dell’atteggiamento preso da Costantino verso la

religione fino allora perseguitata¹⁵⁹. Curiosa e sintomatica cosa che nè

Sozomene nè altri degli scrittori ecclesiastici trovi in tale

circostanza una ragione per dubitare della serietà morale della

conversione di Costantino. Era costui un abile politico, che non

conosceva scrupoli. Sorto sulle rovine di tutti i suoi colleghi e

rivali, testimonio della completa inefficacia della persecuzione di

Diocleziano, egli vide nella Chiesa uno strumento che, ben organizzato,

sarebbe, nelle sue mani, riuscito prezioso. Comprese l’esaurimento del

Paganesimo e la forza crescente del Cristianesimo e volle usarne a

proprio vantaggio. «Ha compreso che a lui riuscirebbe utile il credere

in un altro dio»¹⁶⁰ così spiega Libanio la conversione di Costantino. E,

certo, il retore qui colpisce nel vero.

¹⁵⁸ _Zosimo_, 150.

¹⁵⁹ _Sozom._, 331.

¹⁶⁰ _Liban._, II, 161. — ηγησάμενος αύτῳ λνσιτέλειν ἕτερόν τινα

νομίζειν θεὸν.

Costantino, dunque, si accinse ad ordinare economicamente e

dogmaticamente la Chiesa, in modo da esserne sempre il padrone. Uomo,

per eccellenza, appassionato e violento, non poteva, in nessun modo,

partecipare all’idealità cristiana. Voleva che il Cristianesimo

rappresentasse, nell’impero da lui ricostituito, quel medesimo ufficio

che, nello Stato antico, era rappresentato dal Paganesimo che si

spegneva, fosse, cioè, un’arma ed una sanzione per l’autorità del

sovrano. Per riuscire a tale risultato era necessario che la Chiesa non

fosse dilaniata dalle discordie interne, e si organizzasse in una

perfetta unità di dottrina e di disciplina. — A nulla ti gioverà

l’impero — diceva Costantino morente al figlio Costanzo — se non otterai

che Dio sia da tutti adorato in modo concorde —¹⁶¹. In ventiquattro anni

Costantino aveva percorsa una lunga strada. L’editto di Milano affermava

l’assoluta libertà dei culti sulla base di una fede deista, comune a

tutte le religioni. Ma l’opportunismo politico trasformò ben presto il

filosofo liberale in un dogmatico intransigente. Se non che, non era

agevole ottenere l’unità di dottrina, perchè il Cristianesimo, cresciuto

di forza, aveva germogliato in una vegetazione di scismi e di eresie che

ne soffocavano il tronco. Onde impedire che il male diventasse

irreparabile, e per crearsi quello strumento di cui aveva bisogno,

Costantino ebbe l’idea di dare ai Parlamenti ecclesiastici, che già si

riunivano per discutere i punti controversi, l’autorità di istituzioni

di Stato, le cui deliberazioni avessero forza di legge. L’istituzione

dei Sinodi o Concili imperiali fu un tratto geniale della politica di

Costantino, che ebbe un’immensa importanza nella vita e nello

svolgimento della Chiesa.

¹⁶¹ _Sozom._, 432.

La gran lotta che Costantino trovò fervente nel Cristianesimo era quella

che si combatteva intorno all’eresia ariana, in cui era propriamente

compromesso il principio fondamentale della teologia cristiana. La

suprema difficoltà contro la quale veniva ad urtare il pensiero

cristiano, nel momento in cui, ellenizzandosi, da una religione di

sentimento si trasformava in una religione dottrinaria e metafisica, era

quella di conservare il monoteismo, data, nel Cristo, l’esistenza di una

seconda persona divina. L’idea della personalità divina del Cristo aveva

ricevuta la sua sanzione definitiva il giorno in cui si fusero insieme i

due concetti del Cristo e del _logos_. Nelle genuine tradizioni

ebraiche, il Cristo od il Messia era un personaggio umano che doveva

ridare ad Israele la potenza e la prosperità, mentre, nel pensiero

ebraico, che si era, dirò così, platonizzato al contatto della filosofia

greca, avvenuto in Alessandria, il _logos_, il Verbo, era il principio

razionale con cui Dio aveva creato il mondo e vi si manifestava.

Pertanto, se il Messia doveva rivelarsi in una apparizione umana, ciò

non si poteva pensare del _logos_, il quale, nella filosofia

greco-ebraica, non era che il simbolo di un’idea, di una forza

ontologica ed astratta. Nessun pensatore ebraico avrebbe mai osato fare

di questo simbolo un personaggio divino, staccato da Dio. Ora, questo

passaggio dal simbolo alla persona si verificò nel momento in cui

l’attribuito di _logos_ fu dato al personaggio storico di Gesù, che era

già stato rivestito del carattere di Messia. Per tal modo, la figura di

Gesù, raccogliendo in sè l’ufficio messianico e la personificazione del

_logos_, si poneva come intermediaria fra Dio e l’uomo, con un contorno

non ben definito, in cui l’umano e il divino si confondevano, come il

bianco ed il nero nel papiro che brucia, giusta la similitudine

dantesca. Quella figura dava una mano ad Israele e l’altra all’Ellade e,

quanto più si avvicinava a questa, quanto più si intensificava in essa

il carattere di divinità distinta, e tanto maggiore diventava il

pericolo a cui il monoteismo si trovava esposto.

Le eresie gnostiche tendevano a spingere il Cristianesimo in questa

direzione, in fondo alla quale esso avrebbe ritrovato il Politeismo. Ma

il movimento fu trattenuto dall’azione prudente ed efficace dei primi

scrittori sistematici della Chiesa, dagli apologeti, i quali,

preoccupati sopratutto dell’azione redentrice compiuta dal Cristo,

tarpavano le ali della fantasia metafisica e, nell’intensa

contemplazione del problema morale, chiudevano gli occhi al problema

filosofico. Ma questo si presentò, in tutta la sua grandezza, nella

seconda metà del secolo terzo, quando il Cristianesimo alessandrino, con

Clemente e sopratutto con Origene, si slanciò, a vele spiegate, nel gran

mare della speculazione ellenica. Sarebbe difficile trovare un esempio

di altro pensatore che, al pari di Origene, abbia esercitata tanta

influenza sulla dottrina che si è svolta dopo di lui. Per tale rispetto,

egli è davvero paragonabile a Platone. Si può dire che, per più di due

secoli, la teologia scientifica non ha fatto che aggirarsi intorno alle

tesi da lui poste. La sua dottrina, pur modificata e temperata, formò il

substrato su cui si è poi innalzato l’immane edificio della dogmatica

cristiana. Quella sua dottrina, eminentemente platonica, non è che

un’allegoria ideale e spiritualista, la quale affievolisce ed altera

essenzialmente il contenuto storico del Cristianesimo genuino. Per

Origene, come, prima di lui, per Clemente, e come, dopo di lui, per la

filosofia neoplatonica, il _leitmotiv_ è quello del logos, del verbo

cosmogonico, cioè, del logos concepito come potenza generatrice del

mondo. Origene distingue il mondo delle sensazioni¹⁶² e il mondo delle

idee¹⁶³. Il logos è l’idea delle idee, l’origine dei fenomeni, lo

strumento di creazione. Ma questo strumento fu da Dio creato, in un dato

punto del tempo, e gli è subordinato. L’identità del logos con Dio non

solo non è voluta, ma è esclusa nel sistema d’Origene, perchè, in esso,

l’esistenza del logos non è che il primo grado del processo cosmologico,

non è che il primo effetto il quale diventa, a sua volta, la causa degli

effetti susseguenti. Ed è nella conoscenza sempre più profonda e chiara

di quel processo che sta per Origene la redenzione dell’uomo. Ad Origene

si applica egregiamente il giudizio che di lui faceva il neoplatonico

Porfirio, dicendo che «sebbene vivesse da cristiano, ellenizzava nella

scienza delle cose e della divinità, e vestiva di miti stranieri la

dottrina dei Greci»¹⁶⁴.

¹⁶² κόσμος αισθητός.

¹⁶³ κόσμος νοητός.

¹⁶⁴ _Euseb. histor._ recognovit Schwegler, 219.

L’importanza e lo sviluppo potente che aveva preso la dottrina del

logos, inteso come un’essenza divina, generato da Dio, ma da lui divisa

ed a lui subordinata, faceva rinverdire, sotto forma più scientifica e

più misurata, le tendenze gnostiche delle più antiche eresie, e

conduceva di nuovo il Cristianesimo sull’orlo del Politeismo. Contro

questa dottrina sorse, o almeno si determinò meglio, una dottrina

radicalmente diversa, che ebbe il nome di monarchianismo, la quale, pur

conservando viva l’azione redentrice del Cristo, teneva ferma la fede

nell’assoluta unità personale di Dio, e, pertanto, era avversa ad ogni

speculazione che potesse condurre ad una duplice o trina divinità. Il

monarchianismo si divide in due scuole, il monarchianismo dinamico ed il

monarchianismo modalistico, la prima delle quali affermava l’umanità

essenziale di Gesù, affermando insieme che in lui era stata viva

l’ispirazione diretta, la forza dinamica di Dio; la seconda credeva

nella incarnazione del Padre stesso e considerava il Cristo, apparso

sulla terra, come un _modo_, come una rivelazione del Dio supremo ed

unico, il quale non si era scisso, nè aveva prodotta od emanata nessuna

divinità secondaria, ma si presentava nella sua inalterabile unità. Il

monarchianismo dinamico aveva avuto, nella seconda metà del secolo

terzo, per suo rappresentante un uomo geniale. Paolo di Samosata,

vescovo d’Antiochia, il quale potè affrontare gli avversari, che lo

accusavano di eresia e di abitudini mondane¹⁶⁵, finchè ebbe la

protezione di Zenobia, regina di Palmira, nel cui nome governava

Antiochia. Ma, vinta Zenobia da Aureliano, caduta Antiochia, nel 272, in

potere dei Romani, il vescovo battagliero dovette cedere il posto ai

suoi rivali, e la sua dottrina venne, in apparenza, soffocata. Ma essa

rimase come un germe latente che poi si è svolto ed ha fruttificato

nell’Arianesimo.

¹⁶⁵ _Euseb._, 277, 20 sg.

Il monarchianismo modalista era una dottrina antica che già si era

affermata, in Roma, nella prima metà del secolo terzo. Preoccupata del

pericolo inerente nel concetto di una personalità divina, la quale, nel

logos-Cristo, si affermava staccata dal Dio supremo, quella dottrina

tendeva a ricomporre l’unità assoluta, confondendo insieme il Padre col

Figlio, e facendo del Figlio null’altro che una personificazione, una

ipostasi del Padre. Questa dottrina che veniva a ferire le idee, pur

metafisicamente assai modeste, dominanti nel Cristianesimo occidentale,

trovò appoggio nei vescovi di Roma, Zefirino e Callisto. Da qui una

lotta, di cui gli eroi antimonarchiani furono, in Roma, Ippolito, in

Africa, Tertulliano. Numerosi, d’altra parte, i combattenti per l’unità

assoluta di Dio, conosciuti anche sotto il nome di _patripassiani_, per

indicare che, nelle sofferenze del Cristo, essi vedevano le sofferenze

del Padre. Ultimo e più importante, fra tutti costoro, fu Sabellio, dal

quale il monarchianismo prese, come setta eretica, il nome definitivo di

Sabellianismo. Sabellio agitava il vessillo del rigoroso monoteismo. Il

Padre, il Figlio, lo spirito erano una sola essenza, non erano che tre

nomi applicati ad un essere solo. Posto fra Ippolito e Sabellio, il

vescovo Callisto, sebbene inclinasse ai monarchiani, trovò una formola

di conciliazione che non accontentò i partiti rivali, ma che,

terribilmente oscura e tutta composta di frasi contradditorie, pose il

mistero e l’incomprensibile come elementi essenziali della teologia, ed

aperse la strada alla dogmatica della futura ortodossia.

Infatti, l’uscita dalle difficoltà in cui si dibatteva, in sul nascere,

la teologia cristiana non poteva trovarsi che nell’unione forzata del

monarchianismo, il quale, affermando l’unità di Dio, era il cardine

della nuova fede, coll’origenismo il quale, con le sue molteplici

personalità divine, rispondeva alle esigenze metafisiche della mente

greca. Le grandi lotte del terzo e del quarto secolo furono appunto il

crogiuolo da cui è sgorgata la corrente di una dottrina, composta dalla

fusione di due metalli essenzialmente eterogenei e forzatamente uniti.

Il duello fra l’eresia ariana e l’ortodossia nicena fu l’ultimo atto di

questo gran dramma teologico in cui la società antica, nell’agonia

dell’impero, ha esaurite le sue forze, e da cui doveva venire la legge

che ha dominato, fino al secolo nostro, sul pensiero dell’umanità.

L’Arianesimo, il quale può dirsi la continuazione del monarchianismo di

Paolo di Samosata, ebbe la sua radice nella scuola di Luciano

d’Antiochia. Costui, discepolo ed amico di Paolo di Samosata, tenne, nei

primi anni del secolo quarto, un posto eminente nel Cristianesimo

orientale. E la fama e l’autorità del suo nome crebbero ancora dopo la

sua morte, avvenuta nel 312, per essere egli stato una delle ultime

vittime delle persecuzioni imperiali. Condotto da Antiochia a Nicomedia,

egli pronunciò, davanti all’imperatore Massimino, un’orazione in difesa

della sua fede, e poi eroicamente moriva. Quest’uomo eccellente in ogni

cosa, e pieno di dottrina sacra, come dice Eusebio¹⁶⁶, ebbe presso di sè

tutti i futuri eroi dell’Arianesimo, lo stesso Ario fra i primi, e non è

improbabile che la memoria del martire che li aveva istruiti, ed aveva

dato loro sì mirabile esempio, abbia infiammata la loro passione per la

causa da essi sostenuta. Però Luciano mescolava molt’acqua metafisica al

vino razionalista di Paolo di Samosata. Per lui il logos-Cristo, se non

era un dio umanizzato, non era nemmeno un uomo divinizzato; era un

essere intermedio, la prima creatura, creata da Dio, dal nulla e nel

tempo, coll’ufficio di promuovere il resto della creazione, di rivelare

agli uomini il Padre celeste, di offrir loro, con la vita e con la

morte, un esempio di perfezione assoluta.

¹⁶⁶ _Euseb._, 342, 10 sg. — τοῖς ιεροῖς μαθήμασι συγκεκροτημένος.

Tali le correnti, dal cui urto doveva sprigionarsi la scintilla

incendiatrice; da una parte i lucianisti, i quali, pur riconoscendo la

posizione speciale del Cristo, non ne ammettevano la divinità

sostanziale; contro ad essi gli origenisti che ne ammettevano la

divinità, ma ne affermavano, insieme, la subordinazione; contro ambedue

queste schiere una terza, i sabelliani, che vedevano nel Cristo la

persona del Padre. Questi tre partiti, chi per un verso chi per l’altro,

rappresentavano, nel Cristianesimo, la tendenza razionale. Ma v’era un

quarto partito, ed a questo era riserbato l’avvenire, il partito di

quelli che volevano la distinzione delle persone divine, ma non volevano

la subordinazione dell’una all’altra, e le riconfondevano nell’unità

dell’essenza. Questi ponevano il mistero. Ma, appunto perchè sollevavano

l’anima umana al di sopra delle contingenze razionali, avevano una forza

d’attrazione che loro assicurava la vittoria finale.

Chi fece scattar la scintilla, che ha poi messo fuoco a tutto il mondo

cristiano, ed ha avvolto, per più di un secolo, l’umanità in un

terribile incendio di passione teologica, fu un uomo singolare e

interessante, il presbitero Ario. Devoto discepolo ed ammiratore di

Luciano, fervido d’ingegno e d’energia, scrittore, poeta, dialettico

acuto, affascinatore potente, pieno di combattività coraggiosa, il

giovane lucianista da Antiochia era venuto ad Alessandria, dove era

stato eletto presbitero dal vescovo Alessandro. Per qualche tempo

vescovo e presbitero procedettero di pieno accordo, ma il fuoco covava

sotto la cenere, poichè ad Ario, imbevuto com’era della dottrina di

Luciano, non poteva garbare la tendenza teologica d’Alessandro che a lui

pareva inclinasse al sabellianismo. Un giorno, narra Socrate,

Alessandro, alla presenza di tutti i presbiteri e di tutto il clero,

tenne un gran discorso, teologizzando, per far pompa di dottrina,

intorno alla Trinità, ed insegnando che nella Trinità esiste l’unità¹⁶⁷.

Parve ad Ario di aver ormai l’occasione di insorgere contro il vescovo.

Egli lo accusò acerbamente di sabellianismo. «Se il padre, egli disse,

generò il figlio, il generato ebbe un principio di esistenza. Da ciò è

manifesto che vi fu un tempo in cui il figlio non era. E ne viene di

necessità che deve aver avuto la sua esistenza dal nulla». Intorno a

queste proposizioni, in cui sta tutto l’Arianesimo, che facilmente

venivano accettate per la loro chiarezza, divampò l’incendio teologico.

Ma Alessandro tenne testa al pericolo. Egli aveva al fianco un altro

giovane presbitero, Atanasio, che, forte d’animo, largo di mente, era,

per Ario, un rivale di cui non poteva aver ragione. E, forse, in fondo a

questa grande guerra teologica che si combatteva intorno all’essenza

stessa del Cristianesimo, altro non era che la rivalità e l’antipatia

reciproca di due giovani dominatori ed insofferenti, i quali non

potevano convivere nel medesimo nido.

¹⁶⁷ _Socrate_, 8. — ϕιλοτιμότερον περὶ τῆς αγίας τρίαδος, εν τριάδι

μονἀδα εῖναι ϕιλοσοϕῶν, ἑθεολόγεί.

Alessandro, pertanto, riuniva un concilio dal quale solennemente faceva

destituire Ario e i suoi fautori, e mandava a tutti i vescovi della

cristianità «agli amati ed onorandi colleghi della Chiesa cattolica,

dovunque si trovino»¹⁶⁸ una lunga circolare in cui insisteva sugli

errori d’Ario e ne giustificava la condanna. Ma Alessandro commise

l’imprudenza, forse voluta, di nominare, nella sua circolare, Eusebio,

vescovo di Nicomedia, come uno degli eretici pericolosi. Ora Eusebio,

lontanamente imparentato con la famiglia Costantiniana, era un uomo

potentissimo, che non si poteva acquietare ai rimbrotti di

Alessandro¹⁶⁹. Irritato egli prese apertamente le parti d’Ario e,

raccolto il parere di altri vescovi concordi con lui, impose al collega

di cassare la sentenza che condannava Ario.

¹⁶⁸ _Socrate_, 9. — τοῖς αγαπητοῖς καὶ τιμιωτάτοις συλλειτουργοῖς τοῖς

απανταχου της καθολικῆς εκκλησίας.

¹⁶⁹ _Socrate_, 12. — _Sozom._, 348.

In mezzo alla discordia che infiammava tutto l’Oriente, ecco appare

Costantino col suo _Quos ego_. Proprio al momento in cui sperava di aver

acquistato uno strumento prezioso, lo strumento gli si spezza in mano.

Padrone solo ed assoluto del mondo, egli credette che la sua parola

avrebbe sedata l’ira, e, da Nicomedia, scrive ad Alessandro e ad Ario

una lettera che è un modello di ragionevolezza e di senso pratico, per

indurli a porsi d’accordo ed a metter fine ad una lotta teologica che

portava il discredito nel Cristianesimo, e lo rendeva oggetto di scherno

agli increduli¹⁷⁰. Ma le passioni erano ormai troppo accese. Atanasio ed

Ario soffiavano nel foco, ed il _Quos ego_ dell’imperatore non valse ad

acquetare l’atmosfera.

¹⁷⁰ _Socrate_, 13.

Quali fossero i punti essenziali della dottrina di Ario, lo sappiamo da

lui stesso che l’aveva esposta in un trattato, scritto in parte in

versi, da lui intitolato _Thalia_, e di cui rimangono alcuni brani nella

confutazione che ne fece Atanasio. Ario si dice perseguitato per essersi

opposto all’affermazione che il figlio sia eguale al padre e che da lui

emani, che vi sia unità di sostanza fra il generato ed il generante, e

che l’uno e l’altro abbiano coesistito, fuori d’ogni principio e fuori

del tempo. Dio solo, che è diventato Padre per la produzione del Figlio,

non è generato, avendo l’essere in sè stesso. Inesprimibile nella sua

essenza, non ha eguali. L’uomo non può che determinarlo negativamente,

dicendo che non è generato, che non ha un principio sopra o prima di sè.

Il Figlio cade, pertanto, al di fuori dell’essenza divina. L’indicazione

del figlio come logos, verbo, saggezza di Dio, è per Ario impropria,

perchè il logos, saggezza e ragione di Dio, non è che una facoltà

inerente alla sua essenza. Ario così combatteva la tendenza della

teologia origenica a porre, col mezzo del logos, una seconda e pur

sempre divina ipostasi, e rendeva impossibile ogni evoluzione del

concetto di Dio. Il Figlio non appartiene alla sostanza del Padre. È la

creatura creata dalla volontà di Dio dal nulla — εξ οὺκ ὄντων — per

procedere alla creazione del mondo. Non è vero dio — αληθινός θεός. — La

dignità divina, che Ario gli riconosce, gli viene dal dono di Dio, gli

viene dalla divinizzazione, conseguente alla partecipazione della

sapienza e del logos di Dio.

Contro la dottrina di Ario, il vescovo Alessandro certamente sotto la

dettatura di Atanasio, sosteneva l’inseparabile unità del Padre e del

Figlio. Il Figlio, il logos, sta nel seno del Padre e, come creatore di

tutte le cose, non può esser creato dal nulla. Per la sua eterna essenza

egli è in perfetta opposizione col creato, e, per tale rispetto, non vi

può esser differenza fra Padre e Figlio. E non può essere diversamente,

perchè il Padre fu sempre eguale a sè stesso, ed ebbe sempre in sè il

suo logos, la sua sapienza, il suo Figlio. Questi è Figlio non già per

una posizione, per una θέσει, dall’interno all’esterno, ma per la natura

stessa della divinità paterna. Padre e Figlio sono un’unità assoluta. Il

rapporto misterioso pel quale il Figlio, per una parte si distingue dal

padre, per l’altra è uno con lui per l’eternità e per l’essenza, è

espresso dalla generazione del Figlio dal Padre, che indica una

derivazione dell’uno dall’altro, ma una derivazione che è fuori d’ogni

concetto di tempo. È, del resto, un rapporto inesplicabile all’uomo.

Data la premessa di voler esprimere l’inesprimibile, è certo che queste

formole alessandrino-atanasiane, in cui si risente il soffio

dell’origenismo platonico, hanno un valore metafisico assai più alto

delle formole ariane, le quali, col loro apparente razionalismo, non

danno ragione di nulla. Non vi può essere una teologia razionale. Ogni

pretesa di fondare la teologia sulla ragione conduce ad un disastro

inevitabile. La teologia diventa tanto più accettabile quanto più si

allontana dalla ragione per avvolgersi nel mistero. Se gli Ariani

fossero risolutamente usciti dal pensiero metafisico per ricollocarsi

nella semplicità del Vangelo, essi avrebbero avuta un’aspirazione

veramente originale. Ma dal momento che essi conservavano la teologia

metafisica coi suoi misteri, solo volevano somministrarla a dosi più

tenui, e tali da parer tollerabili alla mente umana, essi erano

predestinati ad essere sconfitti dai loro rivali i quali, intensificando

le formole dell’incomprensibile e del mistero, inebbriavano l’uomo e lo

sollevavano in un aere in cui aveva come la visione, il presentimento

del sovrannaturale, quella visione e quel presentimento di cui le pagine

ispirate di un S. Agostino furono poi l’eloquente manifestazione.

Costantino, visto vano ogni tentativo di far posare gli animi con le sue

esortazioni personali, consigliato da Osio, vescovo di Cordova, che gli

stava al fianco, ed era il suo ministro per gli affari teologici, prese

nel 325 il partito di raccogliere, a Nicea, un grande Concilio,

coll’incarico di stabilire la formola definitiva della fede,

nell’intenzione di dare alla deliberazione del Concilio l’autorità e la

forza della volontà imperiale, e di imporre, per tal modo, la concordia,

che, con la persuasione, non riusciva ad ottenere.

Il Concilio di Nicea fu un’assemblea obbediente al volere di Costantino,

e compose una formola la quale doveva essere accettata da tutti i

partiti. Ma la cosa non andò sulle prime senza molte difficoltà ed aspre

lotte. Gli Ariani, guidati da Eusebio di Nicomedia, il futuro istitutore

di Giuliano, presentarono la loro formola lucianistica. Ma la

maggioranza di trecento vescovi la respinse. Allora i semiariani, gli

origenisti si fecero avanti con una nuova formola, proposta da Eusebio

di Cesarea, la quale, prestandosi all’equivoco ed evitando ogni troppo

precisa determinazione, avrebbe potuto accontentar tutti. Ma il partito

che poi, più tardi, doveva rappresentare l’ortodossia, non si lasciò

guadagnare, ed istigato da Osio, il consigliere intimo di Costantino,

che fu l’anima di tutte le combinazioni che avvenivano nel retroscena

del Concilio, propose una terza formola, o meglio una correzione della

formola eusebiana, e vi incluse la famosa parola ομοούσιος,

consostanziale, la quale esprime l’assoluta identità ed unità di

sostanza del Padre e del Figlio¹⁷¹. Malgrado che questa parola

sollevasse gravi opposizioni e perchè nuova, inusata affatto nel

vocabolario teologico, e perchè pareva fortemente intinta di

monarchianismo sabelliano, e quindi destinata a far scomparire la

personalità del Cristo, pure le opposizioni, per quanto ragionevoli,

cedettero davanti alla volontà di Costantino. Nel diffondere e

nell’imporre la deliberazione del Concilio, Costantino mise uno zelo,

un’energia, un ardore oratorio ed epistolare che dimostra come egli

vedesse, nell’acquetamento delle ire teologiche, un supremo affare di

Stato. Ed egli volle dare al Concilio la sanzione del suo intervento

personale e di pompe fastose e perfino di banchetti che ne accrescessero

il lustro e l’importanza davanti al popolo¹⁷². L’imperatore s’illudeva

di aver stabilita la pace della Chiesa e creato quello strumento di

governo di cui sentiva il bisogno.

¹⁷¹ _Socrate_, 19.

¹⁷² _Sozom._, 357.

Ma l’illusione svanì presto. La formola nicena diventò un nuovo tizzone

di discordia. L’Oriente ecclesiastico era già troppo essenzialmente

ariano ed origenista, perchè potesse ingoiare, senza resistenza, il duro

boccone che l’imperatore gli presentava. Costantino sentì di non poter

tenere la posizione, e, sebbene persistesse a fare ed a ricevere

dichiarazioni di ortodossia, cominciò a cambiar sistema coi più illustri

anatemizzati dal Concilio di Nicea, e riammise nel suo favore Eusebio di

Nicomedia e Teognide di Nicea¹⁷³. E, poco dopo, circuito da reti

pretesche e femminili, finì per permettere allo stesso Ario il ritorno

in Alessandria¹⁷⁴. Ma, Costantino non aveva pensato che, ad Alessandria,

era diventato vescovo Atanasio, ed Atanasio non era uomo da piegarsi ai

voleri suoi, e da accondiscendere ad una riconciliazione coll’aborrito

rivale. Dall’incontro dei due uomini venne infatti un rinfocolamento

d’ire, di dispute, di accuse reciproche, fra cui Costantino ondeggiava,

pur inclinando sempre più dalla parte d’Ario e d’Eusebio. E, forse,

sarebbe avvenuto un completo rivolgimento della posizione, se la morte

improvvisa e misteriosa d’Ario¹⁷⁵ non avesse privato il suo partito del

massimo sostegno, e impressionato fortemente l’animo di Costantino.

Questi moriva l’anno seguente, lasciando la Chiesa assai più divisa di

quanto lo fosse prima del Concilio di Nicea, e lacerata da ire e da

passioni tanto feroci da togliere ogni fascino al Cristianesimo, agli

occhi di un osservatore disinteressato¹⁷⁶. La divina e semplice

religione del Vangelo era diventata un campo di dispute furiose, e molte

volte sanguinose, intorno a vuote sottigliezze metafisiche.

¹⁷³ _Socrate_, 36.

¹⁷⁴ _Idem_, 50.

¹⁷⁵ _Idem_, 62.

¹⁷⁶ _Amm. Marcell._, I, 271, 15.

❦

Costanzo, successo al padre nell’impero d’Oriente, sentì che la forza

maggiore era dalla parte degli Ariani, ed, essendo assai più libero di

suo padre, perchè non compromesso, come lui, nella deliberazione di

Nicea, non esitò di seguire i consigli di Eusebio, da lui chiamato, da

Nicomedia, alla sede di Costantinopoli, ed esigliò Atanasio da

Alessandria. Ma la teologia degli imperatori era dominata dalle

necessità politiche. Ora, mentre Costanzo, in Oriente, prendeva in mano

la causa dell’Arianesimo, Costante, l’altro figlio di Costantino, teneva

alta, in Occidente, la bandiera dell’ortodossia, ed era tanto

infervorato da minacciare la guerra al fratello, se non richiamasse

Atanasio, che si era rivolto a lui¹⁷⁷. E Costanzo, per non aggiungere

alle difficoltà che lo amareggiavano nella campagna contro il re di

Persia le difficoltà interne di una lotta teologica col fratello,

temperò la foga del suo Arianesimo, ripose Atanasio, nel 346, nella sede

di Alessandria, e con ripetute e cortesi lettere lo fece venire alla sua

presenza, sebbene l’acuto uomo non avesse molta fede nella sincerità

dell’imperatore¹⁷⁸.

¹⁷⁷ _Socrate_, 88.

¹⁷⁸ _Idem_, 89.

Gli avvenimenti mostrarono quanto fossero fondati i sospetti di

Atanasio. Infatti, ucciso Costante dal ribelle Magnenzio, il fratello

Costanzo, diventato solo imperatore, senza ostacoli e senza paure,

riprese la primitiva sua politica ecclesiastica, e tosto scacciava

Atanasio da Alessandria, dove era appena rientrato, ed anzi lo avrebbe

anche ucciso, se il vescovo, avvertito del pericolo, non si fosse

salvato, fuggendo a tempo dalla città. Ma Costanzo non si fermò nella

sua persecuzione. Raccolto nel 355, in Milano, un Concilio solenne,

volle che pronunciasse una sentenza di condanna, per la quale Atanasio

più non potesse ritornare in Alessandria. Contro tale sentenza insorsero

coraggiosamente tre vescovi occidentali, Paolino di Treviri, Dionisio

d’Alba ed Eusebio di Vercelli. E il concilio di Milano si sciolse, dopo

aver fornito ancora maggior esca all’incendio che già spaventosamente

divampava.

Se non che i vincitori di Atanasio non si conservarono uniti, e la

discordia si accese ben presto nel loro campo. Gli Ariani puri, guidati

da Aezio, un irrequieto ed audace personaggio che avremo più tardi

occasione di meglio conoscere, non si accontentavano di affermare la

personalità distinta del Padre e del Figlio, ma volevano il Figlio

dissimile dal Padre per la sostanza. Gli Ariani origenisti, i

semiariani, come si chiamavano, dei quali era anima Basilio d’Ancira,

pur tenendo distinte sostanzialmente le due persone, affermavano

l’eguaglianza delle due sostanze. Fra questi semiariani e gli atanasiani

ferveva la lotta intorno ad un _i_. Infatti mentre gli atanasiani

volevano che il Figlio fosse ομοούσιος col Padre, cioè, ne avesse la

stessa sostanza, i semiariani, interponendo un _i_, dicevano che il

Figlio era ομοιούσιος, cioè, aveva una sostanza distinta ma simile a

quella del Padre. Questi Ariani moderati inclinavano evidentemente a

trovare una transazione con gli Atanasiani. Quel famoso _i_ che essi

introducevano nell’epiteto, inventato a Nicea, era la loro difesa contro

il pericolo paventato di veder sparire, insieme alla distinzione delle

sostanze, anche quella delle persone, delle ipostasi, come dicevano, ciò

che sarebbe stata una caduta nel monarchismo sabelliano. Quando questa

distinzione delle persone fosse posta al sicuro, era prevedibile che

sarebbe avvenuta la conciliazione delle due parti. Se non che, prima di

arrivarci, bisognava attraversare un ultimo periodo di dispute confuse

ed ardenti. L’imperatore Costanzo, sempre più infervorato di Arianesimo,

non accettava nessuna transazione, ed escludeva, come sospetta,

qualsiasi formola che, pur conservando la dualità e la subordinazione

delle ipostasi, ammettesse, non già l’identità, ma l’eguaglianza della

sostanza. La Corte di Costanzo era tutta ariana, ed ariani

intransigenti, per quanto larvati, i vescovi che vi erano ascoltati. In

quella trovata dell’_i_ essi vedevano piuttosto un tranello che una

difesa. Ma pure l’Arianesimo rigoroso non era più sostenibile, battuto

oramai da ogni parte. Costanzo, per far mostra di moderazione, esigliava

Aezio, il duce degli Ariani. Un bisogno, un desiderio di pace cominciava

ad imporsi. I Concilî si succedevano ai Concilî, in Oriente ed in

Occidente, le formole alle formole, tutto il mondo cristiano non

risuonava che di interminabili discussioni, in cui la sottigliezza

stessa degli argomenti diventava scintilla di nuove discordie, senza che

mai si potesse venire all’invocata chiusura. La pietra dello scandolo

per gli Ariani, più o meno ipocritamente mascherati, era quella parola

ουσία — sostanza — che si trovava nella formola degli Ariani origenisti

e transigenti. Davanti a quella parola, i vescovi che stavano al fianco

di Costanzo e lo circuivano coi loro intrighi, Valente, Ursacio,

Germinio, Acacio, sentivano farsi più viva la diffidenza e strepitavano.

Basilio d’Ancira ed i suoi compagni, che avevano inventato quel famoso

_i_, riuscivano ancor più sospetti degli atanasiani puri. Quei vescovi

cortigiani volevano trovare una formola che li distinguesse, in

apparenza, dagli Ariani intransigenti, caduti ormai, con Aezio,

ufficialmente in discredito, ma che pure assicurasse loro la vittoria

sugli aborriti rivali ed impedisse il possibile risorgimento della

dottrina nicena. Per la loro influenza e per opera loro si formò un

nuovo partito, il partito _omoico_, il quale ammetteva che il Figlio

fosse simile al Padre, secondo la volontà, — κατὰ τὴν βοὑλησιν — ma non

voleva, in alcun modo, che si accennasse lontanamente ad un’eguaglianza

di sostanza. Questo partito si affermò, la prima volta, a Sirmio, nel

359, con una formola che diceva genericamente il Figlio simile _in

tutto_ al Padre. Ma anche quell’_in tutto_, quel κὰτα πὰντα che, per la

sua indeterminatezza, non aveva valore, fu poi escluso, pei maneggi

degli arianeggianti, nella formola definitiva, uscita dai sinodi

tempestosi di Rimini e di Seleucia. La somiglianza del Figlio col Padre

non ebbe altra determinazione che quella contenuta nelle parole —

_secondo le scritture,_ — messe lì come un talismano il quale impedisse

che la formola venisse alterata¹⁷⁹. Costanzo, nell’anno antecedente la

sua morte, prima di partire da Costantinopoli, imponeva alla Chiesa

questa formola opportunista, per la quale s’illudeva di comporre, mercè

una transazione politica, un profondo dissidio dottrinale.

¹⁷⁹ ὅμοιον λέγομεν υιὸν τῳ πάτρι ως λέγουριν αι θεῖαι γράϕαι και

διδάσκουσι. — _Socrate_, 126.

❦

Quando Giuliano prese in mano le redini dell’impero, egli trovava questa

situazione di cose, una pace imposta sulla base dell’opportunismo. Era

chiaro che questa pace non aveva la condizione della durata. Ma

Giuliano, nell’interesse della sua causa, ne precipitò la rottura. Egli,

come vedremo meglio a suo luogo, dichiarava di essere affatto estraneo

ai partiti ed alle dispute teologiche dei Cristiani, e permetteva,

quindi, il ritorno nelle loro sedi ai vescovi esigliati da Costanzo, che

erano, appunto, i malcontenti e dell’una parte e dell’altra. Le

previsioni di Giuliano si avverarono; la ricomparsa di quegli uomini

battaglieri sulla scena teologica riaccese le discordie e le dispute. Ma

non ne venne la conseguenza ch’egli aveva sperata, cioè, lo sfacelo

dell’odiato Cristianesimo. Atanasio, ritornato ad Alessandria, per

esserne ricacciato da Giuliano col solo atto di aperta intolleranza di

cui siasi macchiato, risollevava tosto, con la sua indomabile energia e

col suo spirito agitatore, il suo partito, e riponeva in difficili

condizioni il vittorioso Arianesimo. Durante i tre anni passati in

esiglio, il vecchio difensore dell’ortodossia nicena, sebbene lontano

dal campo di battaglia, aveva partecipato alle emozioni della lotta, e

con una serie di scritti ardenti, dogmatici, storici, apologetici, aveva

tenuto alto il coraggio degli amici e ricordato ai nemici ch’egli ancor

viveva. Già in questi scritti del vecchio ma non stanco atleta si rivela

la tendenza ad offrire la mano agli sconfitti partigiani della

ομοιουσία, della somiglianza fra la sostanza del Padre e quella del

Figlio e ad attenuare le differenze che li distinguevano dai partigiani

della ομοουσία, della identità fra le due sostanze. Nel preveduto,

possibile accordo fra l’ortodossia e la frazione origenista dell’antico

Arianesimo, oramai in aperta ostilità con la frazione intransigente,

egli sentiva trovarsi la condizione della vittoria sull’eresia

trionfante nella Corte di Costanzo e nel mondo ufficiale¹⁸⁰. Morto

Giuliano, l’eroico vescovo, rimasto padrone del campo, con una

temperanza di giudizio e di condotta, che mostra quanta e quanto vera

fosse la sua grandezza, piegò apertamente alla conciliazione. In

Occidente il movimento conciliativo era promosso da due scrittori di

grande ingegno, Ilario, detto l’Atanasio dell’Occidente e Mario

Vittorino, il filosofo neoplatonico di cui Agostino ci narra la

commovente conversione¹⁸¹. In Oriente il movimento ebbe un prezioso

aiuto in quei tre insigni personaggi della Chiesa che si chiamavano i

tre Cappadoci, Basilio il grande, Gregorio di Nissa e Gregorio di

Nazianzo, il nemico acerrimo di Giuliano. L’origenica eguaglianza

dell’essenza nel Padre e nel Figlio venne a trasformarsi nell’atanasiana

identità, ma venne, insieme, solennemente proclamata la distinta trinità

delle persone. Così fu fondato il dogma essenziale della metafisica

cristiana — una sola sostanza in tre persone — μἴα οὐσία ὲν τρίσιν

υποστάσεσιν.

¹⁸⁰ _Gummerus_, _Die homöusianische partei_, 1900.

¹⁸¹ _Confess._, 8, 2 sg.

Questa formola divenne con Teodosio legge suprema, non solo della

Chiesa, ma anche dello Stato, che minacciava il castigo del suo braccio

a chi ardisse disobbedirla, e così l’intolleranza religiosa entrò nel

mondo e vi cominciò il suo regno funesto. In Occidente l’ortodossia

nicena si diffuse e pose facilmente radice, perchè l’Occidente, durante

la gran disputa, era sempre stato favorevole ad Atanasio. L’unico

episodio acuto fu la lotta sostenuta da Ambrogio contro la reggente

imperatrice Giustina che aveva portata a Milano una tardiva simpatia per

l’Arianesimo, e aveva cercato di raccogliere, alla sua Corte, i dispersi

partigiani della vinta dottrina. Ma Ambrogio che già, con Graziano,

antecessore e fratellastro del fanciullo Valentiniano 2º, di cui

Giustina era madre e tutrice, aveva fatto trionfare l’ortodossia, e

spinto lo Stato nella via dell’intolleranza, si pose arditamente a

fronte dell’imperatrice, e forte della devozione del popolo, ne ebbe

facile vittoria. E l’Arianesimo, nel mondo romano, fu spento, e dato

all’ortodossia un impero che non fu scosso nemmeno allorquando

l’Arianesimo ricomparve sulla scena del mondo, riportato dai Goti e dai

Longobardi. Il gran dramma teologico, i cui elementi si erano elaborati

nel secolo terzo, e in cui lo Stato, a Nicea, entrò con Costantino come

attore principale, si chiuse col finire del secolo quarto. Ambrogio ha

compiuta l’opera che Atanasio aveva iniziata. Costantino voleva

istituire un’ortodossia religiosa che fosse uno strumento dello Stato.

Graziano e Teodosio ne fecero una potenza a cui lo Stato servì di

strumento. E il pensiero umano rimase imprigionato per sempre.

La vittoria dell’ortodossia nicena, alleatasi colla destra origenica

dell’Arianesimo, fu un avvenimento di suprema importanza che ha

determinato l’indirizzo del Cristianesimo per lunga serie di secoli. Da

quella vittoria è stato creato il Cristianesimo metafisico, scientifico

e dogmatico. Se avesse trionfato la dottrina di Paolo di Samosata che

era poi quella dell’Arianesimo puro, la semplice dottrina che affermava

l’esistenza di un Dio padre, rivelato da un uomo divinizzato per la sua

virtù, non sarebbero stati possibili nè S. Agostino nè S. Tomaso. La

semplicità della concezione, accessibile e comprensibile a tutti,

avrebbe tolta la necessità di ardue e complicate costruzioni dogmatiche.

Ma quella dottrina, appunto per la sua semplicità, non poteva soddisfare

le esigenze dello spirito greco-latino, sitibondo di fantasie

metafisiche, e infervorato dell’idealismo platonico che Plotino,

Porfirio e i neoplatonici avevano riacceso nel mondo del pensiero.

Origene fu il primo e vero legislatore della metafisica cristiana

ch’egli plasmò coi materiali del Neoplatonismo. Questa metafisica era

una cosmologia in cui le idee, sotto la forma delle ipostasi divine,

conservano quella stessa funzione che hanno nel sistema di Platone. La

cosmologia origenica era già, per sè stessa, fantastica, complicata e

misteriosa. Ma, alleandosi con l’ortodossia nicena, divenne ancora più

ardua a comprendersi, o, diremo, la parola esatta, divenne più

irrazionale, poichè, dal momento che quell’ortodossia negava affatto la

subordinazione del logos a Dio, ed affermava l’assoluta unità di

sostanza nelle persone, che pur si volevano conservare distinte, essa,

come già dissi, intensificava il mistero. Da qui la creazione elaborata,

in ogni sua parte, dalla gran mente di S. Agostino, di una religione

metafisica, cosmologica, incomprensibile, la quale, perchè

incomprensibile, dovette imporsi come un dogma che non si discute, di

cui la Chiesa possiede sola la chiave. E così fu sepolta la pura, la

divina ispirazione del Vangelo. La Chiesa divenne signora assoluta del

pensiero umano, che solo in essa poteva trovare la conoscenza del vero,

che fuori di essa non avrebbe incontrato che l’errore e la perdizione.

❦

Mentre nel mondo del pensiero teologico e nelle grandi discussioni dei

Concilî ferveva questo movimento pel quale si innestavano le idee

platoniche sul tronco del monoteismo e si creava una dogmatica tutta a

tesi incomprensibili e, appunto per questo, imposte come articoli di

fede, il Cristianesimo, diffondendosi in tutti gli strati sociali, si

sostituiva al Paganesimo, paganizzandosi e diventando idolatra. E così

doveva essere, perchè le condizioni intellettuali dell’umanità non si

erano affatto mutate, e, pertanto, rimaneva inalterato, nel pagano e nel

cristiano, il modo di concepire la divinità e la sua azione sul mondo. I

Santi e i Martiri presero il posto delle antiche divinità, e il culto si

modellò sui riti politeisti, seguendo, sopratutto, la traccia dei

Misteri. «Il Cristianesimo, dice il Müller, ha assorbito il Politeismo

ed ha preso il posto che questo lasciava vuoto. Le rovine del mondo

antico si ricompongono a nuova vita nella Chiesa. La vita religiosa del

popolo e le cerimonie ecclesiastiche sono l’immediata continuazione

della vita e delle cerimonie antiche. Non v’ha interruzione. L’aspetto

del mondo rimane il medesimo. La religiosità del popolo si esprime, come

già nel Paganesimo, nel regolare e corretto adempimento dei doveri

rituali, e quanto più ricche sono le forme del culto, e tanto più

soddisfatto vi si sente il popolo. Il Cristianesimo ha appena graffiata

la pelle del mondo antico. Solo in pochi viveva la coscienza che il

Cristianesimo non deve abbandonarsi a questa tendenza, che il cristiano

è chiamato piuttosto ad un’intima ed immediata comunione con Dio, e

questa coscienza li conduce all’ascetismo»¹⁸².

¹⁸² _Müller_, _Kirchengeschichte_, p. 206.

Costantino, volendo farsi della Chiesa un aiuto, e crearsene uno

strumento di potenza, le diede ricchezze e privilegi, e indirettamente

la trasformò radicalmente. Essa non fu più quella confraternita

religiosa, composta di poverelli, spesso perseguitata, senza alcuna

influenza mondana, che si appagava di un culto semplice, celebrato fra

umili e domestiche pareti. Trionfante, sentì il bisogno, onde imporsi

alle turbe, del lusso che attira, delle leggende che consolidano la

fede. Essa approfittò, nella sua evoluzione, dello spirito dei tempi, si

mondanizzò al contatto del Paganesimo, e ne prese molte delle abitudini.

Da qui, il fasto, il lusso, la gerarchia numerosa che già si osserva nel

quarto secolo. Sviluppò la sua liturgia, formulò, nei Concilî, i suoi

dogmi, li sostenne con furore, ed istituì le sue feste. La vita del

clero e del vescovo non poteva esser quella della Chiesa primitiva.

Diventò corrotta e lussuosa. Ammiano descrive i vescovi cittadini che

«arricchiti con le oblazioni delle matrone, percorrono le vie assisi nei

cocchi, vestiti splendidamente, amatori di banchetti abbondanti, così da

superare le mense regali»¹⁸³.

¹⁸³ _Amm. Marcell._, II, 100.

La Chiesa accettò le divisioni dell’amministrazione romana, le prese le

sue idee di gerarchia, e sentì il desiderio di avere un gran numero di

funzionari. La preoccupazione delle cure mondane le fece dimenticare

quell’amore della debolezza e della povertà che era stato in origine la

sua forza d’attrazione. Una religione semplice, un Dio supremo, creatore

del cielo e della terra, un redentore dell’umanità non potevano bastare

ad uomini avvezzi alla molteplicità dei santuari e degli dei. La Chiesa,

pertanto, fu condotta a riconoscere delle divinità secondarie e più

umane a cui rivolgere le preghiere, e sentì la necessità di istituire un

culto secondario a fianco di quello che si rendeva al Dio supremo. Così

nacque il culto dei santi.

L’antica religione, con le sue numerose divinità, continuò, dunque, a

vivere, sotto il velo di questo culto. Il santo raccolse intorno a sè

quegli stessi adoratori che prima si rivolgevano agli antichi numi

pagani. Il santo adempì tutti gli uffici loro. Come Mercurio, egli aiuta

le imprese, custodisce le proprietà, come Esculapio ridona la salute. Il

culto dei santi finì per diventare la sola e vera religione del popolo,

al quale i dogmi restavano ignoti. È con questo culto che il

Cristianesimo potè sostituirsi al Paganesimo, di cui prendeva le forme.

In tutte le manifestazioni esteriori della religione il Paganesimo

trionfa. Non c’è stato nemmeno un combattimento fra il Paganesimo ed il

Cristianesimo per la maggiore o minor prevalenza della superstizione e

del formalismo; il primo si è introdotto nel secondo alla chetichella,

facendo continui progressi, man mano che i fedeli aumentavano, ed, al

fine della conquista, si trovò che la Chiesa si era, senz’avvedersene,

trasformata e che il suo culto esterno non era, in fondo, che la

restaurazione del culto antico¹⁸⁴.

¹⁸⁴ _Müller_, _Kirchengeschichte_, 199 sg. — _Harnack_,

_Dogmengeschichte_, II, 413 sg. — _Hatch_, _Griechentum und

Christentum_. — _Marignan_, _La foi chrétienne_.

La paganizzazione del Cristianesimo, che avveniva nella dogmatica e nel

culto, si verificò, ben presto, anche nei costumi appena il

Cristianesimo diventò religione riconosciuta e dominante e conquistò le

masse. La tenacia con cui si curavano i beni, si volevano i godimenti

della terra non rimase per nulla indebolita dalla conversione degli

uomini al Cristianesimo. Esser pagani o cristiani, pel risultato morale,

era tutt’uno. Si poteva quasi dire che il Paganesimo si era, in parte,

purificato col gittare sul Cristianesimo alcuni dei suoi peggiori

elementi. Ed era naturale che ciò avvenisse. Con gli imperatori

cristiani, l’essere cristiano era una condizione necessaria al successo

nella vita. Per restar pagani ci voleva della virtù ed una forte

convinzione. Lo spettacolo che offriva la Corte dei Costantiniani,

quella di Costanzo, per esempio, con gli intrighi che vi dominavano, con

gli eunuchi che vi avevano signoria assoluta, con gli eccidî neroniani

che vi si perpetravano, mostrava il naufragio morale a cui era

fatalmente andato incontro il Cristianesimo, dal momento in cui,

dall’essere la religione di una minoranza perseguitata, diventò la

religione riconosciuta dello Stato. Finchè il Cristianesimo richiese ed

usò tutte le forze di quella minoranza nella lotta di resistenza contro

la persecuzione, esso moralizzò potentemente l’uomo, sollevandolo al

sentimento di un’eroica virtù. Ma il Cristianesimo, allorquando

vittorioso potè adagiarsi nella sicurezza e nella pace, lasciò l’uomo

libero di ritornare all’esercizio delle sue passioni e di rivolgere al

male tutte le energie che non erano più assorte in un combattimento

supremo. Così avvenne che il mondo e l’uomo, per essere diventati

cristiani, non si mutarono affatto. Anzi, a rendere peggiore la

condizione degli animi e delle cose, si aggiunse un fenomeno affatto

nuovo, quello dei partiti e delle ire teologiche. Le metafisiche, nel

mondo antico, erano semplicemente delle opinioni. Ma il Cristianesimo

ellenizzato fece della metafisica un dogma indiscutibile. Da qui la

conseguenza dell’intolleranza dottrinale, perchè la fede nel dogma

diventava la condizione della salvezza, e siccome ogni partito

pretendeva di essere in possesso della verità assoluta, così si sentiva

nel diritto e nel dovere di combattere, non solo con la ragione, ma con

la violenza, l’errore degli altri. Lo spettacolo delle discordie

teologiche era tanto scandaloso che Ammiano Marcellino, come vedemmo,

non esitava ad affermare che i Cristiani si laceravano gli uni gli altri

con la ferocia delle belve.

Se non che, nell’intima natura del Cristianesimo, era tanta forza, e

quella sua natura rispondeva così efficacemente a determinate esigenze

dell’anima umana che era inevitabile venisse una reazione contro il suo

abbassamento alle condizioni della vita e del mondo. E la reazione prese

forma e corpo nel monachismo. L’ascetismo, cioè, la rinuncia al mondo,

per isolarsi e per sublimarsi nelle contemplazioni ideali, non era cosa

ignota all’antichità. Ma la novità cristiana fu l’organizzazione di una

società monacale che in sè realizzasse l’ideale cristiano nella sua

purità. Si ebbero così due Cristianesimi; il Cristianesimo che, vivendo

della vita di tutti, doveva corrompersi ed abbassarsi al livello

dell’umanità che lo praticava, e il Cristianesimo che, appartandosi dal

mondo, nella solitudine organizzata dei conventi, teneva acceso l’ideale

delle aspirazioni e delle virtù di cui il Vangelo era il codice divino.

Il monachismo, come ogni cosa umana, finì per traviare dalla purezza

dell’ideale e per accordarsi con le esigenze mondane, diventando, esso

pure, uno strumento di passioni e di interessi terrestri. Ma, in

origine, fu una reazione salutare, la quale ha salvato il Cristianesimo,

perchè ne ha tenuta viva la forza d’attrazione, quando fu spenta quella

che gli veniva dall’esempio dell’eroismo perseguitato. Le esigenze della

vita cittadina, domestica, civile, abbassavano il Cristianesimo al

livello del Paganesimo a cui succedeva. Il monachismo creava

un’organizzazione in cui quelle esigenze scomparivano, e, per tal modo,

sosteneva il Cristianesimo nella sua altezza ideale. Quanta fosse

l’efficacia dell’esempio monacale per promuovere la conversione al

Cristianesimo, alla fine del secolo quarto, lo vediamo dal famoso

racconto di Pontiziano, nelle _Confessioni_ di S. Agostino, e

dall’impressione che questi ne ha ricevuto¹⁸⁵.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 12 / 26 题