Di questi avvenimenti interessanti noi abbiamo il racconto, scritto da

Giuliano stesso. Nel manifesto, da lui mandato al Senato ed al popolo

d’Atene, nel momento in cui, rotto ogni indugio, egli moveva contro

Costanzo, il nuovo imperatore narra come sia avvenuta la sua

proclamazione. Quel racconto, che ci fa rivivere nella realtà, è, nelle

sue linee principali, in completo accordo con quello che ci lasciava

Ammiano. Dice Giuliano come egli fosse circondato da spie e da

calunniatori, di cui nomina i principali, Pentadio, Paolo, Gaudenzio,

Luciniano. A costoro si aggiunge anche Florenzio, in causa dei

disaccordi finanziari di cui già trovammo notizia in Ammiano ed in

Libanio. Costoro, primieramente, ottengono da Costanzo che sia

allontanato il più fidato amico di Giuliano, Sallustio, che conosceva

tutti i segreti di lui, e poi istigano l’imperatore a portargli via

l’esercito. «Costanzo, forse solleticato dall’invidia delle mie imprese,

mi scrive una lettera piena di offese per me, e di minacce pei Celti. E

comanda che, senza distinzione, quasi tutte le truppe migliori, siano

condotte via dalla Gallia, e affida l’esecuzione dell’ordine a Lupicino

ed a Gentonio, e mi ammonisce di guardarmi bene dall’oppormi ad essi. Ma

come dirvi ora ciò che gli dei hanno fatto per me? Io aveva in animo —

gli dei stessi mi sian testimoni — di gittar via tutti gli splendori e

le cure del regno, e di vivere in riposo, lontano dagli affari. Ma

aspettava che giungessero Florenzio e Lupicino, il primo dei quali era a

Vienna, l’altro in Brettagna. Intanto, cominciava una grande agitazione

nei cittadini e nei soldati, e, in una città vicina, si spargeva, nelle

legioni dei Petulanti e dei Celti, un libello anonimo, in cui si diceva

assai male dell’imperatore; si lamentava l’abbandono della Gallia; e lo

scrittore deplorava, insieme, le offese che mi erano fatte. Quel libello

produsse in tutti una viva impressione, e i partigiani di Costanzo

insistettero, presso di me, con tutte le loro forze, onde facessi

partire i soldati, prima che simili scritti si spargessero nelle altre

legioni. Non aveva intorno a me nessuno che mi fosse benevolo, ma solo

Nebridio, Pentadio, e Decenzio che era venuto a comunicarmi gli ordini

di Costanzo. Diceva io che conveniva aspettare Lupicino e Florenzio, ma

essi non approvano e affermano che bisogna agire subito, se non voglio

agli antichi sospetti aggiungere, come dimostrazione, questo nuovo

esempio. E continuavano: — Se tu ora spedisci i soldati, il merito sarà

tuo. Venuti quei due, Costanzo non darà il merito a te, ma a loro, e tu

sarai accusato... — Si aprivano a me due strade. Io voleva andare per

l’una, essi mi costringono a prendere l’altra, nel timore che quanto era

avvenuto potesse essere pei soldati un principio di rivolta, e diventare

causa di un completo disordine. E, per verità, quel timore non era del

tutto irragionevole. Infatti, vennero le legioni, ed io, secondo i presi

accordi, andai incontro, e loro annunciai l’imminente partenza. Passò un

giorno, durante il quale io nulla conobbi delle loro risoluzioni. Lo

sanno Giove, il Sole, Marte, Minerva e tutti gli dei, che, fino alla

sera, non mi venne neppur l’ombra di un sospetto. Non fu che tardi, dopo

il tramonto, che mi giunse qualche notizia, ed ecco, d’un tratto, la

reggia, è circondata, e tutti gridano, mentre io penso a ciò che si

dovesse fare, e non credo a me stesso. Io mi trovava solo in una camera

vicina a quella di mia moglie, allora ancor vivente. Di là, guardando il

cielo, da un’apertura nella parete, mi prosternai a Giove. Diventando

sempre più forte il rumore, e gridando tutti, giù nelle sale della

reggia, io supplicai il dio di darmi un segno, ed egli me lo diede, e mi

rivelò che doveva cedere e non oppormi alla volontà dell’esercito.

Malgrado questo segno, io non fui pronto ad arrendermi, ma resistetti

finchè mi fu possibile, e non accettai nè il titolo nè la corona. Se non

che, mentre a me non riusciva di acquietare nessuno, gli dei, i quali

volevano che tutto ciò avvenisse, eccitavano i soldati sempre di più, e

ammollivano, invece, la mia risoluzione, così che, verso l’ora terza,

non so qual soldato, strappandosi una collana, me ne circondò il capo,

ed io entrai nella reggia, sospirando, come lo sanno gli dei, dal

profondo del cuore. Io ben sapeva che doveva affidarmi al segnale

divino, ma mi doleva assai il parere di non serbarmi, sino alla fine,

fedele a Costanzo.

«V’era, intorno alla reggia, molto turbamento. Gli amici di Costanzo,

pensando di cogliere una buona occasione, mi tendono un’insidia, e

distribuiscono del danaro ai soldati, nell’aspettazione di una di queste

due cose, o di vederli dividersi gli uni dagli altri, o gittarsi tutti

quanti apertamente contro di me. Essendosi accorto di questo segreto

maneggio uno degli ufficiali di servizio di mia moglie, me ne dà tosto

notizia, e, quando vede che io punto non me ne incarico, infuriato come

un epilettico, si pone a gridare sulla piazza: — Soldati, stranieri,

cittadini, non tradite l’imperatore! — Ed ecco che i soldati si

esaltano, e tutti, con le armi, corrono alla reggia. Vedendomi vivo,

lieti come chi, contro ogni speranza, ritrova un amico, mi circondano,

mi abbracciano, mi portano sulle spalle, ed era cosa degna di vedersi,

tanto parevano pieni di entusiasmo. Quando mi ebbero in mezzo, mi

chiesero di consegnar loro gli amici di Costanzo, onde punirli. Quale

lotta io dovetti sostenere per salvarli, lo sanno gli dei!»⁸⁴.

⁸⁴ _Iulian._, 363, 26 sg.

Era proprio completamente sincero Giuliano in queste sue dichiarazioni

di innocenza, in queste sue affermazioni di sorpresa e di meraviglia? Si

può dubitarne, senza fargli gran torto. La condotta di Costanzo verso di

lui era tale da non lasciargli alcun dubbio sulla sorte finale che lo

aspettava. Se avesse fatto partire i suoi soldati, egli era un uomo

perduto. A lui non restava altra difesa che la ribellione agli ordini

ricevuti. Onde salvarsi, doveva dimostrare a Costanzo di avere a sua

disposizione una forza maggiore della sua. Che, in tutte quelle

esitazioni, in quelle suppliche agli dei, in quelle ripetute proteste,

ci sia un po’ di commedia, è naturale il supporlo. Ammiano ci racconta,

e Giuliano ci conferma con gran calore, che gli dei gli avevano

chiaramente manifestato il loro volere con un miracolo. Ma questi

miracoli così opportuni non si verificano se non per coloro che li

aspettano, onde sanzionare ciò che già hanno risoluto di fare. I soldati

adoravano questo mistico filosofo al quale i gravi studi non impedivano

di essere sempre il primo nei pericoli e negli stenti, e che li aveva

condotti di vittoria in vittoria. Già, sul campo di battaglia di

Strasburgo, avevan voluto proclamarlo imperatore⁸⁵. Allora recisamente

rifiutava perchè le circostanze non erano tali da costringerlo

all’alternativa di ribellarsi o di perire. Ma i suoi continui successi,

in guerra ed in pace, anzichè attenuare, avevano inviperiti i sospetti e

la gelosia di Costanzo, così che, per salvarsi, l’eroico Cesare si trovò

trascinato ad incoraggiare, se non a provocare, quella proclamazione ad

Augusto, a cui, due anni prima, si era risolutamente opposto.

⁸⁵ _Amm. Marcell._, I, 110.

Che Giuliano nutrisse il presentimento ed il desiderio del suo alto

destino, e che, pertanto, non sia stato del tutto estraneo al movimento

soldatesco che lo ha portato al trono, si vede anche dalla lettera,

diretta al fidato suo medico Oribasio, datata dagli ultimi tempi del suo

_cesarato_⁸⁶. Il sogno che vi è narrato è troppo chiaro per non essere

l’espressione di un pensiero che già covava nella mente del sognatore.

«Il divino Omero dice che due sono le porte dei sogni, e che, quindi,

diversa è la fede che meritano le loro predizioni. Ma io credo, che tu,

questa volta più che altra mai, hai veduto bene nel futuro. Poichè io

stesso oggi ho avuto una visione simile alla tua. Mi pareva di vedere un

alto albero, piantato in una vastissima sala, piegarsi a terra, e, dalle

sue radici, sorgere un altro piccino, tutto a fiori. Io era in gran pena

pel piccino, temendo che lo si recidesse col grande. Mentre mi avvicino,

ecco il grande albero è disteso al suolo, ma il piccino è ritto e guarda

il cielo. A tale vista, ansioso esclamai: — Quell’albero è caduto! E c’è

pericolo che neppure il rampollo possa salvarsi! — Allora, uno, che mi

era del tutto sconosciuto, disse: — Guarda bene, e fatti coraggio. La

radice è rimasta nella terra, e il piccino è salvo e si consoliderà

sicuramente».

⁸⁶ _Iulian._, 494, 20 sg.

Che questo medico Oribasio abbia avuto una parte importante nei maneggi

che precedettero l’elezione di Giuliano, e che egli abbia adoperata la

sua influenza ad accendere nel principe l’aspirazione alla dignità

imperiale, non è improbabile, ed è affermato esplicitamente da Eunapio

nella vita di Oribasio stesso⁸⁷. Parrebbe, anzi, che Oribasio, nelle

memorie da lui lasciate, si vantasse della parte avuta nell’avventura,

aumentando la responsabilità dell’iniziativa in Giuliano, più di quello

che ammettono Giuliano stesso ed Ammiano, pei quali la ribellione non

sarebbe stata che un atto di necessaria difesa. Un fatto curioso e che

può essere sintomatico è che Giuliano, a quel che narra Eunapio⁸⁸, fece

venire dalla Grecia in Gallia il gran sacerdote dei Misteri,

l’ierofante, come si chiamava, e non si risolvette alla ribellione se

non dopo aver compiuto con lui, nel massimo segreto, i riti sacri.

Oribasio e il fido Evemero erano soli nella confidenza. Conoscendo

l’animo superstizioso di Giuliano, reso ancor più superstizioso dagli

insegnamenti avuti da Massimo, ben si comprende come egli volesse

consultare gli dei, prima di risolversi, e come, quindi, gli riuscisse

preziosa l’opera dell’ierofante. Ma la circostanza d’averlo fatto venire

dalla Grecia a Parigi non può a meno di far nascere il sospetto della

premeditazione. In ogni modo, son troppo scarsi i dati per poter

innalzare con essi un edificio sicuro. Il meglio per noi è di attenerci

alle narrazioni così precise e vivaci che troviamo nel Manifesto agli

Ateniesi e nella storia dell’onesto ed imparziale Ammiano.

⁸⁷ _Eunap._, 104.

⁸⁸ _Idem_, 53.

Quei moderni difensori di Costanzo, di cui già parlammo, e primo fra

questi il Koch, in quel suo studio che è scritto con critica acuta e con

grande erudizione, voglion vedere, nella rivolta di Parigi, una commedia

di Giuliano, il quale vi avrebbe trovato il pretesto per ribellarsi

apertamente all’imperatore. Se non che, pur non badando a quell’accento

di verità che risuona nella parola di Giuliano, l’analisi, dirò così,

psicologica degli uomini e della situazione persuade ogni osservatore

spregiudicato, e che non sia ispirato dal demone dell’ipercritica, che

il torto, in questo storico dissidio fra i due cugini, è intieramente

dalla parte di Costanzo. Prima di tutto ricordiamo come sia impossibile

togliere a quest’ultimo la responsabilità di quello spaventoso delitto

che fu la strage della famiglia costantiniana, da lui voluta o tollerata

alla morte del padre Costantino, quel delitto per cui Giuliano poteva

pubblicamente chiamarlo «l’assassino del padre mio, dei fratelli, dei

cugini, potrei dire il carnefice di tutta la nostra comune famiglia e

parentela»⁸⁹. Contro un uomo siffatto sono giustificate le più nere

prevenzioni. Sospettoso di tutto e di tutti, Costanzo era sempre pronto

ad aprire l’orecchio ai calunniatori. Primo, fra questi, quell’eunuco

Eusebio, che gli stava al fianco, come ispiratore d’ogni suo atto, che

lo spingeva sempre più avanti nella crudeltà, a cui naturalmente

tendeva, e che fu il suo cattivo genio⁹⁰. Costui lo aizzava contro

Giuliano, in cui vedeva un temibile successore all’impero. Provava per

lui quell’odio che le anime basse hanno naturalmente per gli uomini

generosi e forti. Eusebio rappresentava la corruzione e il vizio

regnanti nella Corte; Giuliano l’onesta semplicità e la rettitudine

dello studioso, vissuto, lungi dagli intrighi, nell’ambiente puro di

aspirazioni ideali. Eusebio doveva guardare l’avvicinarsi di Giuliano

come il principio della sua rovina. Egli, pertanto, non cessava dal

versar veleno nell’animo del credulo e perverso Costanzo. Se non fosse

stata la salutare azione dell’imperatrice, Giuliano non sarebbe scampato

ai sospetti del cugino. Certo, quei sospetti tacquero, per un istante,

sotto la minaccia crescente delle invasioni germaniche, e Costanzo si

lasciò persuadere dalla moglie a mandare il cugino in Gallia. E vogliamo

anche ammettere che, sulle prime, fosse in buona fede, poichè, dopo

tutto, ciò che più importava pel momento era di metter freno

all’irrompere dei nemici. Ma i sospetti dovevano riaccendersi pei

successi ottenuti da Giuliano e per la gloria che a lui ne veniva. E

ripresero forza le influenze malvage che attorniavano l’imperatore,

influenze che, scomparsa per morte la bella Eusebia, non avevano più

ritegno. A me non par dubbio che l’ordine improvviso e sconsigliato con

cui Costanzo, d’un tratto, chiamava in Oriente la parte migliore

dell’esercito di Gallia fosse ispirato dal desiderio di mandar Giuliano

a perdizione. Certo, la posizione di Costanzo, in Oriente, dopo la

caduta d’Amida era scabrosa⁹¹, e la Mesopotamia correva pericolo di

essere interamente invasa dai Persiani. Ma non erano i soldati che

mancavano a Costanzo, mancava una saggia direzione della guerra,

direzione resa impossibile dalle insinuazioni calunniatrici degli

eunuchi che circondavano l’imperatore, dei quali Ammiano ci fa una così

curiosa pittura⁹². In ogni modo, se Giuliano era riuscito, col suo

valore, a rigettare i Germani al di là del Reno ed a ridare la pace alla

Gallia, la sua posizione rimaneva pur sempre pericolosa, e non era

dubbio che, lasciata la Gallia non sufficientemente difesa, le invasioni

sarebbero ricominciate⁹³. Costanzo, lasciando il Cesare indebolito

davanti al pericolo risorgente, voleva ch’egli pure avesse la sua parte

della vergogna di cui la caduta di Amida lo aveva coperto in Oriente.

⁸⁹ _Iulian._, 362, 8 sg.

⁹⁰ _Amm. Marcell._, I, 269, 6 sg.

⁹¹ _Amm. Marcell._, I, 198, 5 sg.

⁹² _Idem_, I, 153, 20 sg.

⁹³ _Idem_, I, 217, 20 sg.

Ma la considerazione più forte è che Giuliano, se non fosse stata

evidente l’intenzione ostile dell’imperatore contro di lui, non si

sarebbe ribellato, perchè non avrebbe avuto nessun interesse a farlo. In

posizione eminente, unico rampollo della famiglia di Costantino,

giovanissimo, pieno di gloria, adorato dai soldati, Giuliano non aveva

che da aspettare. Costanzo, più vecchio di lui di quindici anni, non

aveva figli. L’impero gli sarebbe caduto nelle mani naturalmente, mentre

la ribellione lo esponeva ai pericoli di una guerra civile, la quale

assai probabilmente sarebbe finita con la sua catastrofe. Pare,

pertanto, non possa esser dubbio che Giuliano sia stato trascinato alla

ribellione dalla necessità della propria salvezza. Piuttosto che

abbandonarsi alla sorte che gli pendeva sul capo, decise di affrontare

il pericolo. Può darsi che, nei preparativi della ribellione, egli abbia

avuto una parte maggiore di quella che vorrebbe far credere. Ma sarebbe

ingiustizia il farne risalire a lui la responsabilità.

Di ciò io sono tanto convinto che non esito a credere nella sincerità

dei tentativi di accordi e di transazione da lui fatti con Costanzo,

onde evitare la guerra civile. Era troppo grande il rischio, troppo

incerta la sorte di un urto fra i due rivali, perchè Giuliano, nella

temperanza e nella chiarezza del suo giudizio, non dovesse cercare ogni

mezzo per evitarlo. E che egli lo facesse, con accettabile larghezza di

proposte, lo dimostra Ammiano e lo confermano le parole stesse di

Giuliano.

Ammiano ci dà il testo della lettera che Giuliano scrisse a Costanzo per

dargli notizia degli avvenimenti e proporgli condizioni accettabili. Le

condizioni erano queste. — Costanzo doveva riconoscere e sanzionare

quanto era avvenuto; Giuliano si obbligava a mandargli ogni anno degli

aiuti d’uomini e di cavalli. Costanzo avrebbe nominato il Prefetto del

pretorio, come a dire il primo ministro della Gallia, ma tutti gli altri

impiegati militari e civili sarebbero stati nominati da Giuliano. Nel

finire la sua lettera, Giuliano dimostra l’inopportunità ed il pericolo

del disegno di portare in Oriente le truppe galliche, abituate ai loro

paesi ed ancor necessarie alla difesa della Gallia stessa, ed esprime la

speranza che la concordia dei due principi giovi alla loro gloria ed

alla salute dell’impero⁹⁴.

⁹⁴ _Amm. Marcell._, I, 215, 10 sg.

I due messi di Giuliano, Pentadio ed il fidato Euterio, raggiungono

Costanzo a Mazaca, città della Cappadocia, occupato nei preparativi

della guerra persiana. Avuta comunicazione, in udienza solenne, della

lettera di Giuliano, Costanzo si accende di terribile sdegno, e scaccia

gli ambasciatori non volendo nè chiedere nè udir nulla. E manda, come

suo ambasciatore a Giuliano, il questore Leona con una lettera, in cui

gli ingiunge di contenersi nei limiti della concessa autorità di Cesare,

e, in prova della sua risoluzione di non cedere nulla dei suoi diritti,

gli presenta un lungo elenco di nuove nomine ai diversi uffici del

governo della Gallia⁹⁵. Giuliano, che egregiamente sapeva rappresentare

la sua parte di pretendente e di ribelle, riunisce, nel campo militare,

i soldati e i cittadini e fa leggere l’editto di Costanzo. Giunta la

lettura al punto in cui era detto che a Giuliano doveva bastare

l’autorità di Cesare, un immenso e terribile clamore s’innalza d’ogni

parte, e gridano tutti, soldati e cittadini: — Giuliano Augusto come lo

vogliono la Provincia, l’esercito e la repubblica! — Leona se ne parte

vedendo la posizione disperata. Giuliano, in relazione alle condizioni

da lui stesso offerte, accetta Nebridio come prefetto del pretorio. Ma

cancella tutte le altre nomine di Costanzo, e sceglie, di sua autorità,

gli impiegati degli altri uffici⁹⁶.

⁹⁵ _Idem_, I, 219, 15 sg.

⁹⁶ _Idem_, I, 219, 29 sg.

❦

L’instancabile Giuliano non riposa nella nuova e suprema dignità di cui

è rivestito. Prima che ricominci l’inverno, ripassa il Reno e conduce

una rapidissima e fortunata campagna contro alcune tribù di Franchi, e

poi, disposte le opportune difese, va a svernare a Vienna.

Nell’inverno dal 360 al 361, Giuliano è ancora incerto di prendere

l’iniziativa della guerra contro Costanzo. Intanto egli celebra, con

grande pompa, il quinto anniversario del suo governo nella Gallia, e si

mostra al popolo ed ai soldati, cinto il capo di un diadema splendido di

gemme. Se non che, in mezzo a questi festeggiamenti, lo coglie una grave

sciagura, la morte della moglie Elena, avvenuta, per effetto di un lento

veleno, propinatole, al dire di Ammiano⁹⁷, tre anni prima, in Roma,

dalla gelosa Eusebia, non tanto, narra lo storico, per ucciderla, quanto

per impedirle di mai aver figli. Terribile accusa la quale rischiara di

fosca luce il dramma d’amore che pare segretamente intessuto nella

burrascosa esistenza del filosofo imperiale⁹⁸.

⁹⁷ _Amm. Marcell._, I, 94, 13 sg.

⁹⁸ Il mistero della morte di Elena fu, dai nemici di Giuliano,

adoperato contro la sua memoria, allora che il vilipenderla divenne

un titolo di onore e di favori. Noi sappiamo da Libanio come un

certo Elpidio, il quale aveva cercato di creare imbarazzi a

Giuliano quando era nella Gallia, e di sollevargli contro

l’esercito (_Liban._, II, 321, 10 sg.), spargesse la calunnia che

Elena fosse stata avvelenata da un medico del seguito di Giuliano,

per volere di Giuliano stesso. Libanio insorge, con tutta la forza

della sua onesta affezione, contro la stolta menzogna, e, siccome

se ne faceva propagatore, in Antiochia, un suo amico e discepolo,

Policleto, egli rompe ogni relazione con lui, e non lo riceve più

in casa sua (_Liban._, II, 316 sg.). A questo Policleto dirige un

discorso per dimostrargli la stoltezza dell’accusa e l’indegnità

del calunniatore Elpidio, uomo spregevole per ogni rispetto, che

aveva tentato di tradire Giuliano, e da lui era stato perdonato.

A troncare l’incertezza e la preoccupazione di Giuliano, sorge un fatto

nuovo, pel quale egli acquista la convinzione di trovarsi esposto al più

grave pericolo. Scopre che Costanzo congiurava, a suo danno, coi re

barbari, così che, se non pigliava pel primo le mosse, quando ancor gli

accordi non erano maturi, avrebbe finito per trovarsi circondato da ogni

parte, e costretto a combattere insieme gli eserciti germanici e

l’esercito di Costanzo, coalizzati contro di lui. Egli aveva potuto

impadronirsi della corrispondenza fra Costanzo ed il re Vadomario, e,

con un tranello, era anche riuscito a far prigioniero quel re ed a

sventare la trama⁹⁹. «Costanzo — scrive Giuliano agli Ateniesi —

istigava i barbari contro di me, mi chiamava suo nemico, e li pagava

affinchè devastassero la Gallia. Scriveva ai suoi luogotenenti in Italia

di guardarsi da coloro che venivano dalla Gallia, e comandava che si

raccogliessero, nelle città vicine ai confini della Gallia, trecento

miriadi di medimmi di grano, ed altrettanto ne faceva preparare nelle

Alpi Cozie, come se volesse marciare contro di me. Queste non son

parole, son fatti constatati. Io ebbi in mano, portate dai barbari

stessi, le lettere ch’egli scriveva, e mi impadronii delle preparate

provviste»¹⁰⁰. È vero, continua Giuliano, che Costanzo mandava a lui il

vescovo Epitteto a promettergli la vita salva e sicura. Ma non faceva

parola di accordo e di riconoscimento dei fatti compiuti. E, quanto ai

giuramenti di Costanzo, questi erano per Giuliano tanto labili come se

scritti sulla cenere. D’altra parte, conclude Giuliano «se, per voler

rimanere nella Gallia e per evitare il pericolo, io mi fossi trovato

chiuso d’ogni parte, circondato dagli eserciti barbari e preso di fronte

dai suoi, io era perduto, e perduto con vergogna, ciò che, pei saggi, è

ancor peggio di qualsiasi sciagura»¹⁰¹.

⁹⁹ _Amm. Marcell._, I, 234, 18 sg.

¹⁰⁰ _Iulian._, 367, 27 sg.

¹⁰¹ _Iulian._, 369, 20 sg.

Forse, nell’accusa che Giuliano muove a Costanzo di stringere

segretamente accordi coi barbari a suo danno, c’è un po’ d’esagerazione.

Stando al racconto d’Ammiano, tutto si riduce all’episodio di Vadomario,

e la corrispondenza fra Costanzo ed i re barbari che Giuliano dice

d’aver avuto in sua mano sarebbe rappresentata dalla sola lettera di

Vadomario, che pur parrebbe, a quanto ne riferisce Ammiano, di non

grande importanza. È vero che anche Libanio¹⁰² dà molto peso

all’episodio e vi vede l’indizio di una vasta congiura. Ma Libanio,

sempre interessante come pittore d’ambiente, non merita gran fede come

narratore di fatti, perchè la retorica, troppo spesso, gli prende la

mano. Certo, è probabile che Costanzo non rifuggisse dall’idea di avere,

in qualche barbaro, un alleato contro l’aborrito cugino, e più probabile

ancora che l’astuto Vadomario corresse incontro al desiderio

dell’imperatore. Ma è lecito credere, senza fare un gran torto al nostro

eroe, che, nelle sue relazioni posteriori, ingrandisse di molto le cose,

onde trovarvi la giustificazione della propria condotta. Se, del resto,

Costanzo non aveva ancora compiuto quel delitto di lesa patria, egli

aveva tutta la capacità del delinquere. E Giuliano ben lo sapeva.

¹⁰² _Liban._, I, 558, 1 sg.

Durante questi mesi di incertezza, passati a Vienna, Giuliano tenne una

condotta religiosa che gli è attribuita a colpa grave, come un atto di

pretta impostura. Egli era ancora esitante sul momento opportuno di

accendere la guerra civile, ma la riteneva ormai inevitabile. Era,

dunque, naturale che cercasse di avere, intorno a sè, il maggior numero

di fautori, di non crearsi dei nemici che lo disturbassero nella

preparazione dell’impresa. Ora, Giuliano, come noi sappiamo, era, già da

tempo, convertito al Paganesimo. Per quanto, per ragioni di prudenza,

tenesse celata la cosa, pure se ne buccinava intorno, e gli amici

dell’antico ne traevano argomento di compiacenza e di speranza. Ma,

nelle circostanze difficili in cui si trovava, Giuliano non voleva

inimicarsi i Cristiani i quali, probabilmente, già sussurravano contro

di lui e ne temevano la vittoria. Ed egli credette necessario di dar

loro una soddisfazione che disarmasse il sospetto. Nel giorno

dell’Epifania, solennemente festeggiato dai Cristiani di Vienna,

Giuliano entrò nel loro tempio e fece atto pubblico di preghiera al dio

cristiano: «_feriarum die, quem celebrantes, mense Januario, Christiani

Epiphania dictitant, progressus in eorum ecclesiam, solemniter numine

orato, discessit_»¹⁰³.

¹⁰³ _Amm. Marcell._, I, 233, 12 sg.

Non si può negare che, in quel momento, la ragione di Stato fosse

prevalente, nell’animo di Giuliano, sulla voce della coscienza. E non

c’è dubbio che, dal punto di vista religioso, quell’azione sia stata

riprovevole. Giuliano non era solo un politico, era un filosofo, un

pensatore. La sua coscienza di pensatore e di filosofo doveva protestare

contro la transazione. Ma, talvolta, nella vita, le contraddizioni

s’impongono e diventa impossibile il sottrarvisi; in quel momento

supremo della vita di Giuliano, l’imperatore ed il filosofo venivano ad

urtarsi, e la forza delle cose voleva che l’imperatore facesse tacere il

filosofo.

Ma questo filosofo, se si può usare tale parola per un mistico

entusiasta, riprendeva, nel secreto, la rivincita. Giunto l’istante

della risoluzione suprema, Giuliano, prima di riunire i soldati onde

annunciar loro la sua partenza per l’Oriente e la guerra dichiarata

contro Costanzo, fa segretamente un sacrifizio a Bellona¹⁰⁴. Poi,

sentendosi come consacrato e sicuro per l’arrischiata impresa, si

presenta all’esercito. Espone il piano di attraversare l’Illiria e di

giungere nella Dacia, mentre quelle regioni erano sprovviste di difesa.

Là prenderà consiglio su quanto converrà di fare. Chiede ai soldati di

serbarsi fedeli a lui che già li ha condotti a tante vittorie. Il

discorso di Giuliano è accolto con immenso applauso¹⁰⁵; i soldati,

brandendo le spade, giurano solennemente di esser pronti a dar la vita

per lui. E, dietro i soldati, tutti i capi e tutti gli impiegati. Il

solo Nebridio non volle seguirlo, dichiarandosi troppo legato a Costanzo

da antichi benefici ricevuti. Giuliano salva dall’ira dei soldati

l’onesto _legittimista_, ma, quando, rientrato nella reggia, lo vede

venirgli incontro e chiedergli che, in segno di benevolenza, conceda a

lui di stringergli la destra, gliela rifiuta, con un’ironia, non priva

d’amarezza, dicendo: — «Credi tu, forse, di poter esser salvato ai tuoi

amici a cui tanto premi, se si saprà che tu hai toccata la mia mano?

Vattene da qui, e dove vuoi, sicuro»¹⁰⁶.

¹⁰⁴ _Amm. Marcell._, I, 286, 19 sg. — _Iulian._, 369, 1 sg.

¹⁰⁵ _Idem_, I, 238, 12 sg.

¹⁰⁶ _Amm. Marcell._, I, 239, 1 sg.

❦

Risoluta l’impresa contro Costanzo, Giuliano l’eseguisce con una

rapidità fulminea e con un’audacia che rivela quale mirabile uomo

d’azione diventasse all’occorrenza questo meditabondo sognatore. Non

lascia indifesa la Gallia, e la consegna, col grosso dell’esercito, alle

mani fidate ed abili di Sallustio. Poi, volendo far credere che si

avanzasse sopra Costantinopoli con forze immense, divide i suoi soldati

in tre squadre, di cui l’una, sotto il comando dei generali Giovino e

Giovio, doveva attraversar l’Italia settentrionale; l’altra, guidata da

Nevitta, passar per la Rezia; egli poi, con un manipolo fidato, toccata

Basilea, per la selva nera, giungeva alla riva del Danubio¹⁰⁷. La

percorreva, finchè, trovato navigabile il fiume, continuava su di esso

il suo viaggio, non fermandosi in nessuna città o accampamento, perchè a

lui ed alla piccola sua truppa bastavano le provviste che portavano con

sè. Intanto, nell’Italia e nell’Illiria, si spargeva la fama che

Giuliano, annientati i nemici di Gallia e di Germania, si avanzava con

poderoso esercito, e questa voce bastava a gittar lo sgomento e la

confusione, ed a far fuggire dalle loro sedi, in quelle regioni, due dei

più alti funzionari di Costanzo, già compromessi davanti a Giuliano,

cioè, il noto Florenzio e Tauro che aveva tenuto mano agli accordi di

Costanzo coi re barbari¹⁰⁸.

¹⁰⁷ _Idem_, I, 243, 23 sg.

¹⁰⁸ _Iulian._, 268, 10.

Libanio narra come Costanzo, non ammettendo nessuna possibile

conciliazione, munisse tutte le vie per le quali Giuliano poteva venire

dalla Gallia in Oriente. «Ma questi, lasciando che i suoi nemici

custodissero le vie comuni, ne percorse una, insolita e breve, e piena

di ostacoli, come se Apollo lo guidasse e gli appianasse i passi

difficili. Così, sfuggito a coloro che dovevano fermarlo, al momento

opportuno, apparve, quasi sorgendo dall’abisso, simile ad un pesce,

scampato dalla rete, che si nasconde sotto le onde del mare, non visto

da quelli che stanno sul lido»¹⁰⁹. Altrove il retore esprime tutta la

meraviglia dei contemporanei per l’audace novità della via, scelta da

Giuliano. «Che dobbiamo — egli esclama — ammirar di più? O la tua

vigilanza, o il valore dei seguaci, o la nuova via, per la quale,

navigando quasi sempre, mentre ti si aspettava per terra, desti segno

del movimento a cosa compiuta, o la navigazione attraverso genti

barbariche, o la bellezza dei doni che ti portavano sulle sponde del

fiume, onde la tua flotta, navigando, si avvicinasse, a loro? Io amo il

Danubio, che a me par più bello del bell’Enipeo, più utile del fecondo

Nilo, perchè ha sostenuto, sulle sue onde propizie, le navi che

portavano al mondo la libert໹¹⁰.

¹⁰⁹ _Liban._, I, 388, 8 sg.

¹¹⁰ _Idem_, I, 417, 2 sg.

Sul basso Danubio, a Sirmio, la capitale della provincia, trovavasi

Lucilliano, il quale, raccolti, in fretta e in furia, dalle città

vicine, i pochi soldati che poteva, pensava di resistere all’inaspettato

invasore. Ma Giuliano, giunto a Bononea, l’attuale Bonistar, vicina a

Sirmio, nell’oscurità della notte, scende a terra, e manda Dagalaifo a

sorprendere Lucilliano. Il colpo riesce completamente, e Lucilliano è

condotto al cospetto di Giuliano. Il generale di Costanzo è stupefatto e

tremante, ma Giuliano cortesemente gli presenta a baciare la porpora

imperiale. E Lucilliano, rassicurato ed inorgoglito: — È impresa —

esclama — incauta e temeraria, o imperatore, arrischiarti con pochi in

estranee regioni! — E a lui Giuliano con amaro sorriso: — Serba,

risponde, per Costanzo queste parole di prudenza. Io ti ho sporta

l’insegna della mia maestà non già perchè voglia i tuoi consigli, ma

perchè tu finisca d’aver paura —¹¹¹.

¹¹¹ _Amm. Marcell._, I, 244, 8 sg.

Nella notte stessa, Giuliano si avanza verso Sirmio. Ed ecco i cittadini

tutti e i soldati gli escono incontro con fiaccole e fiori, gridandolo

Augusto e conducendolo alla reggia. Lieto di questo primo e grande

successo, Giuliano, facendo uno strappo alla sua severità, offre al

popolo uno spettacolo di corse. Ma, al terzo giorno, impaziente di

riposo e di indugio, corre ad occupare il passo di Succi, nei Balcani,

ond’essere padrone della strada di Costantinopoli, e lo consegna alla

difesa del fido Nevitta. Ridisceso a Nissa, provvede all’amministrazione

della seconda Pannonia, che ormai è in suo potere, chiamando a reggerla

lo storico Aurelio Vittore, e manda un manifesto al Senato di Roma, onde

accusare Costanzo, annunciare e giustificare la sua assunzione

all’impero¹¹².

¹¹² _Amm. Marcell._, I, 246, 10 sg.

Intanto la posizione militare di Giuliano diventava inquietante. Egli

aveva trovate, a Sirmio, due legioni della cui fedeltà verso di lui non

era sicuro. Ed egli ebbe il pensiero di liberarsene, mandandole in

Gallia. Ma quelle legioni non gradivano punto la nuova destinazione e

non la gradiva nemmeno il loro capo Nigrino, natio della Mesopotamia.

Esse partirono da Sirmio, ma, giunte ad Aquileja, chiusero le porte

della città e si dichiararono, d’accordo con gli abitanti, partigiane di

Costanzo¹¹³. Aquileja era città fortissima, il cui assedio avrebbe

voluto gran tempo. Giuliano ordina a Giovino, che arrivava dall’Italia

col grosso delle truppe, di fermarsi intorno ad Aquileja e di stornare,

in qualche modo, il pericolo. Ma, intanto, si oscurava l’orizzonte nella

Tracia stessa. Le truppe di Costanzo si riordinavano, e si avvicinavano

al passo di Succi, sotto la condotta di Marziano. Se Costanzo arrivava

dall’Oriente, prima che Giuliano avesse avuto vittoria degli eserciti

vicini, quest’ultimo era perduto. Per verità Libanio non dubita che,

anche nel caso di una battaglia fra i due cugini, la vittoria sarebbe

stata per Giuliano. «Se anche si fosse dovuta risolvere la lite col

ferro, lo scioglimento non sarebbe stato diverso. Solo sarebbe corso il

sangue, ma poco e vile. Poichè, all’infuori di poche schiere, guadagnate

da Costanzo, tutti i soldati vivevano per te, e pareva che a te

corressero per esser da te ordinati e condotti»¹¹⁴. Ma Giuliano non

partecipava affatto a tale sicurezza, probabilmente ispirata a Libanio

dall’adulazione ed anche dall’affetto pel vincitore. Giuliano, anzi,

sentiva la gravità estrema della sua posizione. Risolve d’abbandonare,

pel momento, l’espugnazione di Aquileja a cui penserà più tardi, e

chiama presso di sè l’esercito indugiante nell’Illiria, esercito fedele

e provato nelle ardue campagne barbariche. Con un’attività veramente

geniale di capitano e di organizzatore¹¹⁵, si prepara ad una guerra

disperata, quando un improvviso avvenimento disperde la tempesta, e lo

solleva, d’un colpo e senza contrasto, al sommo della fortuna.

¹¹³ _Idem_, I, 247, 12 sg.

¹¹⁴ _Liban._, I, 415, 18 sg.

¹¹⁵ _Amm. Marcell._, I, 252, 15 sg.

Mentre Giuliano si avvicinava come usurpatore a Costantinopoli, Costanzo

trovavasi ad Edessa, impigliato nella guerra contro i Persiani. Ad

Edessa arrivava l’annuncio che Giuliano, rapidamente percorsa l’Italia e

l’Illiria, aveva già occupato il passo di Succi e stava per invadere la

Tracia. Lo stupore ed il furore si alternano nell’animo di Costanzo, ma

egli non era uomo di perdersi di coraggio nelle discordie domestiche e

civili. Raccoglie l’esercito, espone il tradimento di Giuliano e lo

invita a punire il ribelle¹¹⁶. L’esercito lo acclama, ed egli, composte

pel momento, come meglio poteva, le difficoltà persiane, manda avanti,

con buon nerbo di truppe, i due generali Arbizione e Gomoario,

quest’ultimo nemico personale di Giuliano, col proposito di seguirli da

presso. Infatti va ad Antiochia, ed impaziente d’ogni indugio,

insofferente di riposo, turbato da oscuri presentimenti, riparte tosto

per Tarso. Le fatiche, l’ira, l’emozione lo avevano scosso. A Tarso è

colto da lieve febbre. Ma egli afferma che il moto deve giovargli, e va

avanti e giunge, per via faticosa, a Mopsucrene, al confine della

Cilicia. Ne vuol ripartire il giorno dopo, ma non può per la violenza

della febbre, e, in breve, muore, designando, si narra, col solo atto

generoso di tutta la sua vita, successore suo il cugino, il ribelle

Giuliano. Appena spirato Costanzo, si riuniscono i capi dell’esercito, e

risolvono di mandare a Giuliano due ambasciatori, Teolaifo ed Aligildo,

i quali, in nome dell’esercito stesso, lo invitassero ad assumere, senza

indugio, la signoria di tutto l’impero¹¹⁷.

¹¹⁶ _Idem_, I, 255, 13 sg.

¹¹⁷ _Amm. Marcell._, I, 258, 13.

Giuliano, avuta l’inattesa ambasciata, _in immensum elatus_, come dice

Ammiano, non pone tempo in mezzo, e muove, con tutti i suoi soldati e

con seguito di gente innumerevole, verso Costantinopoli. Era una

letizia, un trionfo non mai veduto. Sembrava la processione di un dio.

Il passaggio dalle ansie di una guerra terribile, combattuta per

l’impero, alla pacifica consacrazione col consenso di tutti, era stato

tanto rapido da parere un miracolo. «Quando, narra Ammiano, si seppe, a

Costantinopoli, del suo prossimo arrivo, uscì ad incontrarlo il popolo

tutto, senza distinzione di sesso e di età, quasi credesse di vedere

un’apparizione celeste. Ricevuto, alle Idi di dicembre, fra i devoti

omaggi del Senato e gli applausi delle turbe popolari, in mezzo a

schiere d’armati e di togati, Giuliano procedeva fra una moltitudine

ordinata, e tutti gli occhi si volgevano a lui, non solo per curiosità,

ma con grande ammirazione. Sembrava, infatti, un sogno che questo

giovane, di figura esigua, già illustre per eroiche imprese, dopo lotte

sanguinose con re e con popoli, passando, con non mai vista prestezza,

da città in città, dovunque arrivava, avesse facile dominio e pronta

adesione d’uomini e di cose, e, finalmente, ad un cenno divino,

assumesse l’impero senza nessuna jattura della pubblica fortuna»¹¹⁸.

¹¹⁸ _Amm. Marcell._, I, 266, 23 sg.

Chi mai avrebbe detto che quel sogno, in meno di due anni, sarebbe

scomparso, e che questo giovane, a cui pareva si aprisse un avvenire

fecondo di gloria e di fortuna, sarebbe, in men di due anni, perito, non

lasciando di sè altro ricordo se non quello di aver miseramente sciupate

le sue forze e le sue doti meravigliose in un folle tentativo di

restaurazione religiosa!

❦

Giuliano, entrato trionfante a Costantinopoli, volle, per prima cosa,

purificare l’ambiente politico e morale. Ma qui egli non ebbe la mano

felice, o, almeno, non si mostrò immune dalle abitudini del suo tempo.

Si lasciò trasportare dal sentimento della vendetta e sanzionò le

condanne pronunciate da una commissione inquirente, da lui nominata, per

giudicare gli uomini più influenti del regno di Costanzo, nei quali egli

sapeva o supponeva d’aver avuto dei nemici personali. L’onesto Ammiano

deplora acerbamente alcune di queste condanne, e ne dà colpa principale

ad Arbizione, generale di Costanzo, uomo infido e perverso, che Giuliano

aveva avuto il torto di chiamare presso di sè e che, con gli eccessi del

rigore e coll’acuire i rancori di Giuliano, cercava di guadagnarsi la

grazia del nuovo padrone. Questo triste episodio è una macchia della

carriera di Giuliano. Però, siccome i denigratori di Giuliano prendono

da ciò argomento ad oscurarne la fama, osserveremo, in primo luogo, che

Giuliano, per quanto uomo superiore, pure apparteneva al suo tempo, e,

se anche noi vorremmo vederlo più generoso, non possiamo dimenticare

che, venuto dopo imperatori crudelissimi come Costantino e Costanzo,

egli, in un momento solo e in minima parte, ne ha seguito l’esempio.

Delle cinque condanne a morte da lui sanzionate, tre, quelle di

Apodemio, di Paolo e dell’eunuco Eusebio, sono approvate anche da

Ammiano, tanti e tali erano stati i delitti di quei cortigiani di

Costanzo. La condanna di Palladio non appare sufficientemente

giustificata, e veramente riprovevole, secondo Ammiano, fu quella di

Ursulo, ufficiale preposto alle elargizioni imperiali, che, per la sua

parsimonia, era caduto in odio dell’esercito, durante le campagne

persiane di Costanzo¹¹⁹. Certamente, Ursulo fu vittima di una vendetta

di Arbizione, e Giuliano, con colpevole debolezza, non ha avuto il

coraggio di salvarlo. E ne sentì rimorso, e cercò di rovesciare la

responsabilità dell’ingiustizia commessa sugli infrenabili risentimenti

militari¹²⁰, e, come narra Libanio¹²¹, ne risarcì la memoria, col

lasciare alla figlia una gran parte dei beni paterni. All’infuori di

queste, non vi furono altre condanne a morte. Quei molti nemici che non

avevano cessato di scagliare contro di lui accuse e calunnie furono

condannati semplicemente all’esiglio, ciò che dà occasione a Libanio di

esaltare la clemenza di Giuliano che li ha risparmiati e si è

accontentato di mandarli a vivere nelle isole, dove «aggirandosi

solitari avranno imparato a trattenere la lingua»¹²².

¹¹⁹ _Amm. Marcell._, I, 222, 5 sg.

¹²⁰ _Idem_, I, 268, 21.

¹²¹ _Liban._, I, 573 sg.

¹²² _Liban._, I, 573, 10 sg.

Ma, se tali rappresaglie, per quanto giustificate, in parte dai costumi

del tempo, e in parte anche dagli spiegabili risentimenti di Giuliano,

così ferocemente combattuto in tutta la sua vita, non son certo a

lodarsi, e se decisamente riprovevole fu la condanna di Ursulo, pare,

invece, degna di encomio la prontezza con cui ha ripulito la Corte di

Costantinopoli delle turbe di parassiti che vi vivevano con lauti

stipendi ed ammucchiavano ricchezze scelleratamente guadagnate¹²³.

Ammiano, che non risparmia i rimproveri al suo eroe, osserva che è stato

troppo precipitoso in quest’opera di risanamento e che non ha mostrato

lo spirito indagatore e prudente del filosofo. Ma la pittura ch’egli fa

della corruzione della Corte di Costanzo può giustificare la radicale

epurazione compiuta da Giuliano. Tale epurazione è considerata da

Libanio come uno degli atti più lodevoli di Giuliano. La descrizione che

il retore d’Antiochia tratteggia della Corte di Costanzo è ancor più

spaventosa di quella di Ammiano. «Vi si vedeva una folla oziosa,

sfacciatamente mantenuta, mille cuochi, in numero non minore i barbieri,

ancor più numerosi i coppieri, sciami di scalchi, di eunuchi, più fitti

delle mosche sugli armenti in primavera, e innumerevoli vespe d’ogni

specie. E ciò s’intende, perchè per gli oziosi e pei ghiottoni non v’era

rifugio tanto sicuro come l’esser iscritti fra i servitori

dell’imperatore»¹²⁴. E tutta questa turba viveva e prosperava di

prepotenze e di eccessi¹²⁵.

¹²³ _Amm. Marcell._, I, 269, 13 sg.

¹²⁴ _Liban._, I, 565, 12 sg.

¹²⁵ Socrate, lo storico ecclesiastico, parlando dell’epurazione fatta

da Giuliano coll’espellere dalla reggia le turbe di cuochi, di

barbieri, di eunuchi, di parassiti d’ogni genere, nota come pochi

lodassero tali atti del giovane imperatore, mentre i più li

biasimavano, perchè col diminuire la magnificenza della reggia,

diminuiva insieme il prestigio dell’impero, ed aggiunge un’acuta

osservazione; un imperatore, egli dice, può fare il filosofo, però

con temperanza e misura, ma il filosofo che vuole far l’imperatore,

passa il segno e cade negli spropositi. (_Socrat._ 139).

Finalmente Giuliano potè dare esecuzione al voto più ardente del suo

cuore, a quel voto che era il segreto movente d’ogni sua azione. «Venuto

il tempo di far ciò che voleva, rivelò gli arcani del suo petto, e, con

decreto esplicito ed assoluto, stabilì che si aprissero i templi, che si

presentassero le vittime agli altari, e si restaurasse il culto degli

dei. E, per rendere più efficaci queste disposizioni, chiamava alla

reggia i vescovi dissidenti dei Cristiani, con le loro plebi, e

cortesemente li ammoniva che, sopite le discordie, ognuno, senza paura,

servisse la propria religione. Giuliano ciò faceva nella convinzione che

la licenza avrebbe aumentate le discordie, e così egli non avrebbe

avuto, più tardi, a temere una plebe unanime contro di lui. Sapeva, per

esperienza, che non vi sono belve tanto feroci contro gli uomini, quanto

lo sono i Cristiani fra di loro»¹²⁶. Ritorneremo, più avanti, su questo

atto tanto curioso per un imperatore che voleva restaurare il

paganesimo. Ora, seguiamolo nella sua vita politica.

¹²⁶ _Amm. Marcell._, I, 271, 4 sg.

Con la sua mirabile attività, Giuliano, nei mesi di sua dimora a

Costantinopoli, attendeva all’amministrazione della giustizia e non

trascurava le cose militari, munendo di opportune difese e di validi

presidii il corso del Danubio, contro i possibili attacchi dei Goti. Lo

consigliavano alcuni a tentare un’impresa contro questi barbari, così da

debellarli per sempre. Ma egli diceva di voler nemici migliori, ed era,

come or vedremo, guidato da un pregiudizio che lo doveva condurre alla

rovina.

Intanto la fama della sua potenza e della sua saggezza si spandeva per

tutto il mondo, ed a lui giungevano ambascerie dalle più lontane

regioni, dall’India e dal misterioso Oriente, dal Settentrione e dalle

regioni del Sole apportatrici di omaggi e doni, chiedenti pace ed

amicizia¹²⁷.

¹²⁷ _Amm. Marcell._, I, 273, 11 sg.

Ma Giuliano non era uomo da vivere contento e tranquillo in una così

grande fortuna. Egli sognava ardue imprese e gloria. Erano, come già

vedemmo, due uomini in lui, il pensatore e l’uomo d’azione, i quali

portavano, nell’esercizio delle loro facoltà, la medesima irrequietudine

e la medesima intensità di vita. Il pensiero di risollevare l’Ellenismo,

oggetto del suo più vivo affetto, non bastava a riempire la sua

esistenza. Il soldato, il capitano volevano la loro parte, e lo

spingevano a qualche grande impresa. Ora, Giuliano era uomo del suo

tempo, e partecipava alle antiche tradizioni del mondo greco-romano, ed

a quel pregiudizio che, insieme al bisogno di fuggire dalla città che

gli ricordava i suoi delitti¹²⁸, aveva indotto Costantino a trasportare

la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, il pregiudizio che il centro

di gravità del mondo civile fosse l’Oriente, per cui lì si richiedevano

le maggiori difese, lì era il maggior pericolo, lì doveva conservarsi e

salvarsi la civiltà. Le invasioni e i tumulti barbarici, che

costringevano gli eserciti imperiali a lotte continue al nord delle Alpi

e lungo le rive del Reno e del Danubio, non erano che episodi gravi

talvolta, ma che pareva non avrebbero mai compromessa la compagine

dell’impero. Giuliano, che pur aveva combattuto, per cinque anni, corpo

a corpo, coi Germani, non aveva, neppur lui, misurata la grandezza del

pericolo, non aveva presentita la vicina rivoluzione del mondo. Nutrito,

fino al midollo, di coltura ellenica, riviveva nel tempo in cui la

Grecia aveva salvata la civiltà occidentale, resistendo con immortale

eroismo alle armate di Dario e di Serse. L’idea di rinnovare quelle

lotte gloriose e di sconfiggere la potenza persiana, che riappariva

minacciosa, aveva per lui un’irresistibile attrattiva. Eppure, egli era

vittima di un’illusione. La Persia era una forza pressochè esaurita, e

che, in ogni modo, sarebbe stata sempre incapace di porre a serio

repentaglio la sicurezza dell’impero. Ben altro era il pericolo

barbarico. Un imperatore di genio avrebbe dovuto cercare di andar alla

radice del male, togliendo l’impero alla minaccia di invasioni

distruggitrici. Se Giuliano, seguendo l’illuminato consiglio che dalla

Gallia gli mandava il fido Sallustio¹²⁹, avesse lasciato in pace i

Persiani, e poi, passando il Danubio, avesse radicalmente domati i Goti,

e collocato, nel centro della Pannonia, un organismo di civiltà e di

colonizzazione che impedisse il movimento delle orde orientali sui

popoli germanici e il conseguente spostamento di questi dalle loro sedi,

egli avrebbe, forse, davvero salvata la civiltà. Oppure, avrebbe potuto

ritornare nella sua Gallia, e, padrone assoluto di tutte le forze

dell’impero, far di questa un punto di partenza, per l’invasione e la

soggezione della Germania, promuovendo a rovescio, cioè, verso la Persia

e verso l’India, il movimento di emigrazione che riuscì fatale

all’impero ed alla civiltà. Ma Giuliano non vedeva, non pensava che la

Persia. Nel 337 il re Shapur o Sapore, come lo chiama Ammiano, aveva

presa l’iniziativa della guerra contro l’impero, e Costanzo, durante il

suo regno, era stato continuamente afflitto da quella preoccupazione,

perchè la guerra si trascinava malamente, senza mai venire ad una

definitiva conclusione. Quando Giuliano, apertamente ribelle, mosse

contro il cugino, questi, come sappiamo, potè volgersi contro di lui,

perchè esisteva col re Sapore una tregua, se non per accordo stabilito,

almeno per tacita intesa. Ma le cose eran rimaste in una condizione di

incertezza da giustificare, nell’apparenza, l’impresa che Giuliano

desiderava di compiere. La campagna infelice, condotta da Costanzo

contro i Persiani, nella quale, malgrado la grandezza dei preparativi,

egli non aveva data altra prova che di debolezza e di paura, aveva

siffattamente aumentato il prestigio del nome persiano da paralizzar del

tutto l’energia dell’esercito imperiale. Libanio¹³⁰ fa una vivace

pittura dell’avvilimento dei soldati, prodotto dalla coscienza che essi

avevano della superiorità dei Persiani. «Era tanto e così fondato in

essi il timore dei Persiani, accumulatosi in molti anni, da potersi dire

che essi li temevano anche dipinti». È certo che questa condizione dello

spirito militare fu, per l’eroico Giuliano, uno stimolo a gittarsi

nell’impresa, col proposito di risollevarlo mercè il vigore della

condotta e l’esempio del valore, come, infatti, gli riuscì. «Questi

uomini così avviliti quell’eroe, li condusse contro i Persiani. Ed essi

lo seguirono, memori ancora dell’antico valore, e persuasi di

attraversare intatti anche il fuoco, pur che seguissero i suoi

consigli».

¹²⁸ _Zosimi Historiae_ — recensuit Reitemeier, pag. 151.

¹²⁹ _Amm. Marcell._, I, 316, 15 sg.

¹³⁰ _Liban._, I, 593, 5 sg.

❦

Risoluto di portarsi, col suo esercito, sull’Eufrate, l’imperatore

lascia, nell’estate del 362, Costantinopoli, e va prender dimora ad

Antiochia, onde esser più vicino al teatro della guerra, e farne il

centro dei grandi preparativi che, nella sua sapienza delle cose

militari, ben sapeva necessari all’audace impresa. Percorre, nel viaggio

da Costantinopoli ad Antiochia, una regione a lui nota e cara. Si ferma

a Nicomedia, e piange col popolo la rovina della già splendida città,

presso che annientata dal terremoto, e rivede antichi amici e compagni

di studio. Tocca Nicea, e fa una gita a Pessinunte onde visitare e

venerare l’antico santuario della Madre Cibele. E qui, nella notte,

l’infaticabile uomo scrive il suo lungo discorso intorno alla Madre

degli dei, uno dei principali documenti della sua dottrina mistica e

mitologica. Poi, passando per Ancira e Tarso, entra in Antiochia,

_orientis apicem pulcrum_, come la chiama Ammiano che vi era nato,

accolto fra immense acclamazioni, che lo salutavano come un astro

salutare novellamente acceso in Oriente.

Giuliano rimase ad Antiochia dall’agosto del 362 al marzo del 363.

Questi pochi mesi costituiscono uno degli episodi più interessanti della

vita di Giuliano. Antiochia era una città di piaceri e di lusso. La sua

popolazione mobile d’animo, leggera, rumorosa e maldicente, di

null’altro desiderosa che di svaghi e di spettacoli, aveva accolto con

entusiasmo il giovane imperatore, perchè aveva supposto di trovare in

lui un promotore di divertimenti, un esempio di dissolutezza. Il

disinganno è stato profondo ed acerbo. Giuliano amministrava la

giustizia con somma equità e temperanza; egli stesso si occupava delle

condizioni economiche della città, regolava i prezzi delle derrate,

curava l’approvvigionamento, provvedeva ai bisogni edilizî, era infine,

un sovrano esemplare, ma viveva, insieme, con sì grande severità di

costumi, mostrava un tale aborrimento degli spettacoli pubblici, si

sprofondava, con una così assorbente intensità di volere e di lavoro,

nei suoi doveri civili e militari, che i frivoli Antiochesi passarono

ben presto dalla meraviglia allo scherno ed al disprezzo. Quel giovane

che rifiutava tutte le mollezze del lusso orientale, che affettava la

rozzezza nel portamento e nel vestire, che portava la barba, che non

aveva nessuno dei requisiti che essi si erano imaginati di trovare in

lui, divenne per loro cordialmente antipatico e, siccome ben si sapeva

che l’impertinenza sarebbe rimasta impunita, i poetastri e i libellisti

approfittarono dell’indulgenza dell’imperatore e sparsero per Antiochia

satire ed epigrammi che formavano la delizia della frivola città. Ma

Giuliano, se non ha puniti gli impertinenti, come altri sovrani

avrebbero fatto, ne prese una vendetta allegra, che sarà, più tardi,

argomento del nostro studio.

❦

Finalmente, compiuti con ansia febbrile i preparativi, distribuite le

truppe nelle varie stazioni, fatti immensi e solenni sacrifici a Giove,

nel marzo del 363, Giuliano parte da Antiochia diretto all’Eufrate. Poco

prima di partire, aveva ricevuta una lettera del re di Persia, il quale,

sgomentato dalla fama guerresca del giovine imperatore, lo pregava di

accogliere una sua ambasceria e di comporre, con un trattato, il loro

dissidio. «Tutti — scrive Libanio — applaudendo e compiacendoci,

gridavamo che accettasse. Ma egli, gittando via con disprezzo la

lettera, disse che sarebbe stato il più vile dei partiti il venir a

trattative col nemico, mentre giacevano al suolo tante città distrutte.

E rispose non esservi bisogno di ambasciatori, giacchè fra breve, egli

stesso, sarebbe venuto a vedere il re...»¹³¹. Superba risposta, indizio

eloquente del completo acciecamento, della folle ostinazione

dell’apostata invasato che la mano di Dio, dicevano i Cristiani,

spingeva al precipizio. Al re d’Armenia, suo alleato, raccomanda di

tenersi pronto per eseguire gli ordini che verrà a ricevere. Nel lasciar

Antiochia, nomina prefetto di Siria un severo amministratore,

Alessandro, affermando che solo la severità ed il rigore potevano tener

in pace l’insolente città, ed alla folla che lo accompagnava alle porte,

e gli augurava felice ritorno, pentita del suo contegno verso di lui,

rispondeva acerbamente che non l’avrebbero mai più veduto, perchè,

ritornando dalla Persia, avrebbe svernato a Tarso. Non pare che gli

Antiochesi si rassegnassero a questa specie di decapitazione, minacciata

alla loro città, poichè da una lettera di Giuliano a Libanio, in cui

narra il suo viaggio fino ad Jerapoli, vediamo che a Litarbo, la sua

prima tappa, fu raggiunto dal Senato d’Antiochia, col quale egli ebbe

una segreta conferenza. Giuliano non ne dice il risultato, riservandosi

di parlarne a Libanio, se gli dei gli concederanno il ritorno¹³². Ma è

certo che vi si trattò della pace fra l’imperatore e la città; pace, la

cui conclusione stava tanto a cuore del retore antiochese che, onde

promuoverla, scriveva due discorsi, l’uno agli Antiochesi, per indurli

al pentimento delle offese fatte all’imperatore, l’altro all’imperatore

stesso per indurlo al perdono.

¹³¹ _Liban._, I, 577, 7 sg.

¹³² _Iulian._, 516, 4.

Con la sua consueta rapidità, Giuliano passava l’Eufrate e giungeva a

Carra, donde partivano due strade, di cui l’una, attraversando la

Mesopotamia, da Ovest ad Est, raggiungeva il Tigri, l’altra scendeva al

Sud lungo l’Eufrate. Manda per la prima Procopio e Sebastiano con 30,000

uomini, dice Ammiano¹³³, con 18,000, dice Zosimo¹³⁴, onde difendere il

suo fianco, ed unirsi, se possibile, ad Arsace, il re d’Armenia, ed egli

stesso, con un esercito di 65,000 uomini, discende all’Eufrate. Da Carra

va a Callinice, dove celebra la festa solenne della Madre degli dei e

riceve l’ambasceria dei Saraceni che si prosternano devoti innanzi a

lui. Indi arriva a Circesio, al confluente dell’Abora coll’Eufrate. Qui

assiste all’arrivo dell’immensa flotta, da lui allestita, che comprende

mille navi onerarie, cariche di provviste e di strumenti bellici, più

cinquanta altre da combattimento, ed altre ancora coi materiali da

ponte¹³⁵. A Circesio, Giuliano riceve una lettera del fido Sallustio, da

lui nominato prefetto della Gallia, che lo supplica di non avventurarsi

in un’impresa funesta, di non commettere un errore che potrebbe essere

irreparabile. Giuliano non dà retta alla voce del lontano amico. Ma, nel

suo campo stesso, intorno a lui, v’era un partito contrario alla

spedizione. E questo partito cercava d’influire sull’animo di Giuliano,

interpretando in modo sfavorevole alla spedizione tutti i segni, tutti

gli indizi che l’accompagnavano. Nella restaurazione del Paganesimo,

inaugurata da Giuliano, la superstizione teneva, come vedremo, un posto

eminente. Il misticismo neoplatonico, che si fondava sull’ingerenza

continua del soprannaturale nelle cose del mondo e che era tutto un

complesso di miti e di simboli, dava un’enorme importanza alla scienza

augurale. L’uomo, pur che ne tenesse la chiave, avrebbe potuto leggere,

nei segni che lo circondavano, il suo futuro, e prenderne un consiglio

infallibile. Giuliano aveva, dunque, con sè una schiera di auguri e

d’interpreti, ai quali, ad ogni istante, ricorreva. Ora, è curioso che

costoro gli dessero sempre delle spiegazioni tendenziose, miranti allo

scopo di fermare l’impresa. Quegli auguri non hanno che presagi di

disastri e di morte. È, dunque, evidente che quelle loro interpretazioni

rispondevano a desideri ed a convinzioni che correvano almeno in una

parte del campo di Giuliano. Ed è poi più curioso ancora il vedere come

Giuliano, il quale aveva l’idea fissa di andar avanti, sa interpretare

quei medesimi segni in un senso opposto e favorevole al desiderio suo.

Per troncar ogni esitanza, Giuliano raccoglie l’esercito intorno a sè, e

pronuncia un discorso infiammato, al quale i soldati, specialmente le

fidate e provate legioni galliche, rispondono con acclamazioni e gridi

di entusiasmo¹³⁶.

¹³³ _Amm. Marcell._, I, 311, 14.

¹³⁴ _Zosimo_, 228, 1 sg.

¹³⁵ _Amm. Marcell._, I, 312, 20 sg. _Zosimo_, 229, 1 sg.

¹³⁶ _Amm. Marcell._, I, 319, 1 sg.

Il racconto di questa spedizione persiana, che ci è fatto da Ammiano, il

quale ne era parte e ci narra ciò ch’egli stesso ha veduto, è una delle

relazioni più interessanti che l’antichità ci ha tramandate, e non è

indegna di figurare presso i _Commentari_ di Cesare o l’_Anabasi_ di

Senofonte. La narrazione di Ammiano è, in qualche parte, completata dal

racconto che ne fa Zosimo¹³⁷ che attingeva, evidentemente, oltre che ad

Ammiano, a qualche altra fonte, e da quanto narra Libanio, nel discorso

necrologico. Quest’ultimo non ha la pretesa di dare una relazione,

rigorosamente militare, come quella d’Ammiano, od una narrazione

ordinata, per quanto sommaria, come quella di Zosimo, ma ci presenta

pitture ed episodî che riproducono vivacemente l’uomo, il paese e

l’ambiente.

¹³⁷ _Zosimo_, 226-264.

Ciò che più attrae, in tutti questi racconti, è lo spirito genuinamente

eroico che muove Giuliano in ogni suo atto, in ogni sua parola. La

sapienza del capitano che tutto prevede ed a tutto provvede, il valore

incomparabile del guerriero, la magnanimità del vincitore, la comunione

completa della sua vita con quella dei suoi soldati, l’arte con cui sa

affezionarseli, ora rimproverandoli, ora lodandoli, ora esaltando la

grandezza dell’impresa a cui si sono accinti, sono doti preziose che,

unendosi in lui, fanno di lui una delle più cospicue e nobili figure

della storia, certo la più nobile nella decadenza dell’impero.

Ma che profondo errore era mai quello che trascinava Giuliano nella sua

folle impresa! Egli diceva al suo esercito: — «Io porrò sotto il giogo i

Persiani, e così avrò restaurato lo scosso orbe romano!» — Era questa

una specie di suggestione che tutti gli imperatori, buoni e cattivi, si

trasmettevano l’un l’altro. E, intanto, mentre essi sciupavano le forze

in questa inutile impresa, si addensava, nelle misteriose regioni del

Settentrione, il turbine che tutto e tutti avrebbe travolto.

Avute in dedizione, quasi senza combattere, le città di Anatha e di

Macepracta, Giuliano trova la prima ostinata resistenza nella fortezza

di Pirisabora sull’Eufrate. L’imperatore vi compie prodigi di valore,

gittandosi egli stesso sotto la testuggine degli scudi, e sconquassando

le porte della città, mentre dall’alto precipita una tempesta di

proiettili. Ma, resistendo i difensori, fa costrurre una macchina

gigantesca, la quale incute loro tale spavento da persuaderli alla resa

e ad invocare la sicura magnanimità del vincitore, il quale, presa

Pirisabora, continua il suo cammino vittorioso, atterrando ogni

ostacolo, superando le difficoltà della marcia in un terreno

frastagliato dai canali d’irrigazione ed artificialmente inondato¹³⁸.

Assedia la città di Maiozamalca, presso la quale sarebbe caduto

trucidato, durante un’arrischiata perlustrazione da lui stesso eseguita

per riconoscere la posizione, se, con singolare prontezza e valore, non

si fosse difeso¹³⁹. Non riuscendo a vincere, con le sue macchine, la

resistenza della fortezza, vi entra, per mezzo di un cunicolo

sotterraneo, e se ne impadronisce. Superato questo punto di forte

difesa, Giuliano, abbattendo tutti gli ostacoli che gli si paran

davanti, giunge ad un immenso canale, già scavato da Traiano per mettere

in comunicazione navigabile l’Eufrate col Tigri. Libanio ci dice che

Giuliano già conosceva, per lo studio dei documenti, l’esistenza di

questo canale, così che i prigionieri, da lui interrogati, trovarono

inutile di fingere l’ignoranza alle sue domande, e gli rivelarono tutti

i dettagli della costruzione¹⁴⁰. I Persiani avevan chiuso e parzialmente

otturato il canale. Ma a Giuliano quella via era preziosa, onde entrare,

con tutta la flotta, nel Tigri. Egli, dunque, fa riaprire il canale, in

cui fluiscono le acque dell’Eufrate, portando le navi imperiali, ch’egli

fa seguire dall’esercito, il quale, passato su di un ponte il canale, va

ad accamparsi sulla destra del Tigri. La sinistra era fortemente difesa

dai Persiani e di difficile accesso. Ma l’audace imperatore pensa di

assalirla e di conquistarla. Tutti i suoi capitani sconsigliano

l’imprudente tentativo. Giuliano non si smuove. Di notte, manda alcune

navi, con pochi volonterosi audaci, a sorprendere il campo nemico. Ma il

nemico è vigile, e, gittando materie incendiarie, infiamma le navi. Il

grosso dell’esercito che, sull’altra sponda del Tigri, aspettava

ansiosamente il cenno per imbarcarsi, crede perduto il drappello

valoroso. Quand’ecco Giuliano, con la sua solita prontezza di spirito,

percorrendo la fronte e gridando: — Vittoria, vittoria! Quelle fiamme

sono il segno convenuto che il colpo è riuscito, che la riva è nostra —

trascina con sè i soldati che si precipitano alle navi, ed, attraversato

il Tigri, si trovano di fronte i Persiani, e sono costretti a

combattere¹⁴¹. Ne viene una grande battaglia che, dopo molte ore, si

risolve in una completa vittoria per l’esercito romano. Giuliano che,

durante la giornata, aveva compiuto prodigi di valore e di abilità

tattica, può ormai credersi al termine di una gloriosa campagna che

rammenta i fasti antichi e pare segni veramente il rifiorimento

dell’impero.

¹³⁸ _Amm. Marcell._, II, 11, 22 sg. — _Zosimo_, 243, 7 sg. — _Liban._,

I, 597-98.

¹³⁹ _Amm. Marcell._, II, 12, 33 sg. — _Zosimo_, 245, 1 sg.

¹⁴⁰ _Liban._, 604, 10 sg.

¹⁴¹ _Amm. Marcell._, II, 22, 15 sg. — _Zosimo_, 255-58.

Ma qui avviene un fatto strano, impreveduto, un fatto terribilmente

funesto che basterebbe, anche solo, a provare come fosse poco

equilibrata la mente di quel giovane geniale. La campagna si poteva dire

guadagnata. Giuliano si trovava alle porte di Ctesifonte, la capitale

persiana. Questa città era difesa da un esercito sconfitto; il prestigio

militare di Giuliano era, per sè stesso, l’arma più potente. In ogni

modo, il vincitore di Pirisabora, di Maiozamalca, l’audacissimo fra i

condottieri non poteva arretrarsi davanti all’ultimo sforzo. Che fa,

invece, Giuliano? Si ferma cinque giorni ad Abuzata, presso il campo

della sua vittoria, e vi raccoglie un consiglio di guerra. E questo è

unanime nel dissuadere l’imperatore a tentare la presa di Ctesifonte,

perchè, si dice, sarebbe pericoloso impegnare l’esercito in questa

operazione, mentre potrebbe sopraggiungere il re Sapore, col suo

esercito, che, fino allora, era stato lontano dai luoghi dell’azione¹⁴².

Quel Giuliano che non dava mai retta ai consigli altrui, che non

obbediva nemmeno agli auguri, se non quando predicevano ciò ch’egli

desiderava, che, malgrado le preghiere, gli scongiuri di tutti i suoi

generali, aveva tentato l’arrischiatissimo passaggio del Tigri, questa

volta si arrende e rinuncia, per un pericolo ipotetico, a quell’ultimo

atto della guerra che pareva dovesse esserne il termine glorioso. Ciò

vuol dire che l’abbandono di Ctesifonte era già prestabilito nell’animo

di Giuliano. Ma perchè? Forse l’inquieto avventuriero era già stanco

dell’impresa persiana, che ormai gli sembrava troppo facile, o, almeno,

aveva perduto per lui il fascino dell’ignoto. La gloria di Alessandro

balenava ai suoi occhi. Le sue aspirazioni non si fermavano all’Eufrate

ed al Tigri; i fiumi dell’India lo chiamavano con un’attrattiva potente

appunto perchè vaga e lontana. — Tendeva il pensiero ai fiumi dell’India

— dice Libanio¹⁴³.

¹⁴² _Amm. Marcell._, II, 25, 22 sg. — _Zosimo_, 258.

¹⁴³ _Liban._, I, 610, 3. ἔτεινε τον λογισμὸν πρὸς τοὺς Ινδῶν ποταμούς.

Ora, la difficoltà di procedere alla presa di Ctesifonte era un buon

pretesto per slanciare l’esercito nell’avventura di un’impresa in

terreni ignoti. Infatti, se era difficile andar avanti, era non meno

difficile tornare indietro, facendo risalire alle molte navi la corrente

del Tigri e dell’Eufrate. Ci sarebbe voluto, dice giustamente Libanio,

la metà dell’esercito, impiegata al rimorchio, ciò che avrebbe lasciata

indifesa agli assalti dei Persiani tutta la spedizione¹⁴⁴. Ed allora

Giuliano fa questo piano, ancor più folle che audace — abbandonare le

vie fluviali che erano state fino allora la sua base d’operazione,

bruciare la flotta con tutte le provviste, onde impedire che cadesse in

mano del nemico, e gittarsi nell’interno del paese, dove sapeva di

trovare terre fertili, erbaggi e messi abbondanti. Senza credere

all’esistenza di quel complotto persiano, di cui parla Gregorio di

Nazianzo¹⁴⁵, e di cui egli, con scherno vittorioso, addita, in Giuliano,

la vittima stolta, si può ammettere la probabilità, riconosciuta anche

da Ammiano¹⁴⁶, che guide ignoranti o false abbiano illuso e traviato

l’infelice imperatore, sempre troppo facile a credere ciò che gli andava

a genio. Stabilito il piano, con quella prontezza di risoluzione, che

era un elemento di riuscita nelle buone idee, ma un precipizio di rovina

nelle cattive, Giuliano lo mette in esecuzione. Abbrucia tutta la flotta

con le sue immense provviste, non conservandone che dodici da portar

seco per la costruzione dei ponti, ed abbandona, con tutto l’esercito,

la sponda sinistra del Tigri.

¹⁴⁴ _Idem_, II, 610, 10.

¹⁴⁵ _Gregor. Naz._, 115, D.

¹⁴⁶ _Amm. Marcell._, II, 26, 5.

La stella di Giuliano è tramontata. Egli non ha che pochi giorni di

vita, e son giorni di ansie terribili, glorificati da un eroismo che

nella sventura giganteggia. Le guide lo tradiscono, e l’esercito erra

senza direzione. La sua posizione è resa gravissima dalla condotta del

nemico. I Persiani, veduto l’errore di Giuliano che si era, da sè

stesso, privato della sua base d’operazione, si guardan bene dal venire

a nuova battaglia, ma sistematicamente si accingono ad incendiare ed a

distruggere le erbe ed il grano delle regioni circostanti, così da

affamare l’esercito romano, il quale soffriva insieme pel calore

eccessivo, per le morsicature degli insetti e per la piena delle

acque¹⁴⁷. Non giungendo gli aspettati aiuti dall’Armenia, Giuliano,

vedendo impossibile mantenere il suo proposito, si risolve di ritirarsi

piegando al Nord, per modo da raggiungere paesi più temperati, che

avrebbero offerto all’esercito il necessario sostentamento. La marcia

dei Romani procede per alcuni giorni difficilmente, in un paese

devastato, disturbata continuamente dai Persiani che attaccano la

retroguardia o i drappelli isolati. L’esercito del re Sapore segue ormai

da presso i Romani in ritirata, e l’enorme polverio che si solleva

all’orizzonte è indizio della sua presenza. Finalmente, nel piano di

Maranga, si viene a battaglia¹⁴⁸. È bello leggere in Ammiano, che

assisteva alla battaglia, la descrizione dell’esercito persiano, in cui

si trovavano due figli del re e molti satrapi, delle armature

meravigliose, degli arcieri infallibili, degli elefanti spaventosi.

Davanti a questo pauroso spettacolo, Giuliano riacquista tutta la sua

prontezza di spirito e l’audacia sicura del _concitato imperio_. Per

impedire ai famosi arcieri persiani di far strage da lontano dei suoi

soldati, raccoglie in un denso nucleo gli invincibili fantaccini di Roma

e della Gallia, e fa una carica a fondo sulla fronte del nemico che non

sostiene l’urto e si volge in fuga, lasciando il terreno coperto di

morti. Una grande vittoria, ma una vittoria inutile. Pei tre giorni

consecutivi l’esercito di Giuliano sta tranquillo negli accampamenti,

per ristorarsi e curar le ferite. Nella notte del terzo giorno,

Giuliano, che partecipava a tutti gli stenti dei suoi soldati, si alza

dal duro giaciglio. Come al solito — mirabile serenità di spirito —

stava scrivendo e meditava su di un libro di filosofia, quand’ecco gli

appare un fantasma. È quel medesimo Genio che a Parigi, nella notte

della sua proclamazione, gli aveva imposto di accettar la corona

imperiale. Giuliano or lo rivede, ma mesto e col volto dimesso uscir

dalla tenda e abbandonarlo. Il forte uomo non si scoraggia. Sia fatta la

volontà degli dei, egli dice in cuor suo, ed esce a cielo scoperto, ed

ecco una stella cadente, di singolare splendore, attraversar il cielo e

svanire. All’alba egli chiama gli aruspici etruschi per chieder loro che

voglia dire l’apparizione di quella stella evanescente. È un segno

funesto, rispondono gli aruspici. Ogni impresa, ogni tentativo deve, per

quel giorno, essere sospeso¹⁴⁹. Ma Giuliano, che era superstizioso più

per sistema che per convinzione, e che non mancava mai di interrogare

gli auguri, salvo a far ciò che già prima aveva deliberato, muove

l’esercito, appena è chiaro il giorno. La lunghissima schiera era già in

marcia, con opportune difese sui fianchi, e Giuliano si trovava

all’estrema avanguardia, quando gli si reca l’annuncio che la

retroguardia è stata assalita dai Persiani. L’imperatore senza indugiare

a vestirsi la corazza, afferra uno scudo, vola a portar aiuto ai suoi

quando ecco apprende che anche l’avanguardia, da lui appena lasciata, è

stata assalita. Ritorna indietro per rinfrancarla ed ordinarla, ed ecco

anche il fianco riceve l’urto del nemico. Ma il mirabile guerriero è

dovunque si addensa il pericolo, incoraggia, dispone, guida all’assalto,

e riesce, ancora una volta, a porre in fuga l’esercito persiano.

Giuliano, ormai certo della vittoria, si slancia all’inseguimento, ed

alzando le braccia, dimentico di essere disarmato, eccita i soldati a

tenergli dietro, quando un’asta, scagliata mai si seppe da chi,

trapassandogli il braccio, va a conficcarsi nel petto. Egli cerca di

strappare il ferro, ma cade da cavallo ed è portato nella tenda. Dopo

alcuni istanti, calmatosi lo spasimo, l’eroe vuol ritornare alla

battaglia, ma le forze gli mancano e ricade. Intanto la notizia del

disastro, diffusasi come un lampo, nell’esercito che adorava il suo

imperatore, lo infiamma d’ira e di dolore, e lo spinge alla vendetta. I

Persiani sono respinti con perdite enormi, e Giuliano può morire in

pace.

¹⁴⁷ _Amm. Marcell._, II, 27, 17 sg.

¹⁴⁸ _Idem_, II, 31, 13 sg. — _Zosimo_, 261.

¹⁴⁹ _Amm. Marcell._, II, 33, 15 sg.

Chi ha scagliato contro Giuliano l’asta mortale? Il sospetto di un

tradimento non è del tutto escluso. Infatti, Ammiano ci narra che,

alcuni giorni dopo, trovandosi i Persiani sopra un’altura da cui potevan

mandare e frecce e parole ai nemici, li insultavano _verbis turpibus_,

chiamandoli uccisori del migliore dei principi, perchè, aggiunge lo

storico, era corsa la voce che Giuliano fosse perito per arma romana —

_Iulianum telo cecidisse romano_ —¹⁵⁰. E, naturalmente, da parte degli

amici dell’imperatore, nacque subito il sospetto che il colpo partisse

da un cristiano. Guardiamo, infatti, ciò che narra Libanio.

¹⁵⁰ _Amm. Marcell._, II, 47, 20.

La morte di Giuliano è narrata da Libanio in modo concorde con quanto

sappiamo da Ammiano. Anch’egli ci dipinge l’imperatore che, nel fitto

della battaglia, spinge il cavallo là dove vede maggiore l’impeto del

nemico, e manda manipoli di soldati in aiuto dove appare il bisogno, e

distribuisce i migliori fra i suoi duci nei punti più combattuti. La

vittoria era sicura. «Ahi, esclama Libanio, o dei, o demoni, o mutamenti

della fortuna, a quali ricordi io mi vedo condotto! Non è meglio che io

mi taccia, e fermi il discorso alla sua parte più gradita?»¹⁵¹. No,

continua l’oratore, è meglio che io parli, onde far cessare una notizia

non vera intorno alla morte dell’imperatore. Questa notizia è che

Giuliano sia stato ferito da un giavellotto persiano. Libanio crede,

come or vedremo, che il colpo sia partito da uno dei suoi, ed egli ci fa

intendere da un cristiano. Dunque, narra Libanio, i Persiani, stanchi e

sfiduciati, stavano per ritirarsi, col proposito di mandare l’indomani a

trattar della pace. Se non che, essendo nata un po’ di confusione

nell’esercito vincitore, perchè una parte si era spinta troppo avanti in

confronto dell’altra che stava ancora sulla difesa, ed insieme

oscurandosi il campo di battaglia pei nuvoli di polvere che un vento

improvviso sollevava, Giuliano, seguito da un solo soldato di servizio,

correva avanti per riallacciare le due parti dell’esercito che si erano

slegate, quando un giavellotto lo colpisce, disarmato com’era, ed,

attraversandogli il braccio, gli entra nel fianco, e gli infligge una

ferita mortale. «L’eroe cadde per terra, e vedendo uscir con impeto il

sangue, e pur volendo nascondere il fatto, risaliva tosto a cavallo, e

siccome il sangue rivelava la ferita, gridava di non spaventarsene, che

non era mortale. Così diceva, ma fu vinto dal fato crudele». Ma chi è

stato il feritore? chiede Libanio. Non è stato un Persiano, perchè,

sebbene grandi premi fossero promessi a chi avesse provato di aver

scagliato il colpo, nessuno si presentò. «Essi, dice amaramente Libanio,

ci lasciarono cercare, in mezzo a noi, l’uccisore». E qui viene

l’insinuazione contro i Cristiani. «L’uccisore, continua Libanio,

dobbiamo cercarlo fra coloro ai quali pesava che Giuliano vivesse — ed

eran quelli che vivevano contro le leggi — che già prima lo avevano

insidiato, e che ora, potendolo fare, avevano compiuto il misfatto,

mossi dal loro animo perverso, il quale si sentiva impotente sotto il

regno di lui, sopratutto in ciò che si riferiva alle onoranze degli dei,

che essi contrastavano».

¹⁵¹ _Liban._, I, 612, 10 sg.

Sedici anni dopo, Libanio, nel discorso diretto all’imperatore Teodosio,

appena chiamato a reggere l’Oriente, per muoverlo a vendicare Giuliano,

ritorna alla carica, e, non conoscendo ancora le tendenze cristiane del

nuovo imperatore, lo eccita contro i Cristiani, additandoli come i

colpevoli. Egli dice che Giuliano fu ferito da un certo Tajeno — ταιηνός

τις — che obbediva a un comando superiore, e che si aspettava una

ricompensa da coloro a cui premeva che l’eroe morisse¹⁵², e che, in

mezzo al pianto generale, ridevano di così grande sciagura. L’allusione

ai Cristiani nelle parole di Libanio, è chiara ed evidente; anzi,

probabilmente, in origine, non era un’allusione, ma un’affermazione

esplicita, perchè quel ταιηνός τις è così singolare, e, nei codici, così

oscillante da render molto probabile la supposizione che mani cristiane

abbiano alterato il primitivo χριστιάνος τις. Che, del resto, Giuliano

fosse stato ucciso per istigazione di coloro a cui premeva fosse abolito

il culto degli dei, perchè, finchè questi erano in onore, si sentivano

soffocati¹⁵³, era, secondo Libanio, cosa notoria. Sulle pubbliche

piazze, negli angoli delle vie, si sussurrava come era stato composto il

dramma¹⁵⁴. Ma il silenzio voluto dai successori di Giuliano aveva

impedito la rivelazione della verità.

¹⁵² οῖς ην ἑν σπουδῆ τὸν ἄνδρα αποθάνειν. — _Liban._, II, 32, 1 sg.

¹⁵³ ων τιμωμένον απεπνίγοντο. — _Liban._, II, 48, 1 sg.

¹⁵⁴ Και νυν ῆσαν οὶ ὲν γονίαις λέγοντες ὃπως ἃπαν τὸ δρᾶμα συνετέθη.

Queste accuse di Libanio non hanno nessuna sicurezza di indicazione

precisa, ed hanno contro di sè il silenzio assoluto di Ammiano e di

Zosimo che, non avendo alcun interesse a tacere le colpe dei Cristiani,

non avrebbero esitato a farsene rivelatori, quando fossero provate.

D’altra parte, nulla vieta di supporre che, nella confusione della

battaglia, fra i nembi di polvere che, a quel che dicono tutti i

narratori, oscuravano l’aria, l’imperatore sia stato casualmente colpito

da un’asta che non era diretta a lui. Però dobbiamo anche riconoscere

che non è fuori affatto d’ogni probabilità la supposizione che

l’uccisore sia stato un Cristiano, militante fra i soldati imperiali.

L’odio dei Cristiani contro questo imperatore che minacciava di strappar

loro di mano la vittoria, già conseguita sul mondo antico, era così

grande da rendere possibile qualunque eccesso. Del resto, il mondo,

cristianizzato nell’apparenza, lo era così poco nella realtà che i

delitti di sangue non ispiravano nessuna ripugnanza ed erano, talvolta,

non solo tollerati, ma giustificati e lodati dai Cristiani stessi. Di

ciò sono prova luminosa le parole dello storico ecclesiastico Sozomene,

il quale scriveva circa un secolo dopo la morte di Giuliano. Egli

riproduce il passo di Libanio, e poi soggiunge: «Libanio, così

scrivendo, vuol farci capire che l’uccisore di Giuliano deve essere

stato un cristiano. E, forse, è vero. Poichè non è improbabile che

taluno di quelli che si trovavano nell’esercito abbia pensato che i

Greci e gli uomini in generale hanno sempre portato al cielo gli

uccisori dei tiranni, come quelli che corrono il pericolo di morire per

la libertà di tutti, e così animosamente riescono di aiuto ai cittadini,

ai congiunti, agli amici. Chi mai, dunque, potrebbe mover rimprovero a

chi diventa intrepido pel suo dio e per la religione che gli è

cara?»¹⁵⁵. E Sozomene continua dicendo che egli pure nulla sa di sicuro,

ma che non c’è dubbio che l’uccisione è avvenuta per volere divino. E

narra di visioni miracolose e di predizioni che attestano chiaramente

l’intervento della divinità.

¹⁵⁵ _Sozomen._, 517.

❦

La morte di Giuliano, come è descritta da Ammiano, che si trovava

nell’esercito, e probabilmente ne è stato testimonio, fu degna di sì

grande eroe¹⁵⁶. Raccolti intorno a sè gli amici e i famigliari, sgomenti

e in lagrime, egli rivolge loro un discorso, certo, ritoccato, da

Ammiano, ma che pur riproduce i pensieri ed i sentimenti del morente

imperatore. Giuliano è lieto di morire, ed accoglie, senza lamenti, il

volere divino. «È venuto, egli dice, per me il momento, o amici, di

separarmi dalla vita, che io, come un debitore di buona fede, esulto di

restituire alla natura. Convinto di ciò che dicono i filosofi, che

l’anima vale assai più del corpo, io penso che dobbiamo, non già

dolerci, ma rallegrarci ogniqualvolta il meglio si secerne dal peggio.

Penso, insieme, che gli dei ad alcuni uomini piissimi hanno largita la

morte, come il sommo dei premi. Ed io considero come un prezioso favore

di non aver dovuto soccombere ad ardue difficoltà, nè di essermi mai

abbassato o prosternato, conoscendo per prova come i dolori premono gli

ignavi, ma son vinti dagli impavidi. Ed io non mi pento di nessuna cosa

che abbia fatto, nè mi stringe il ricordo di nessun grave delitto, sia

di quei tempi in cui stava relegato nell’ombra e negli angoli, sia di

quelli in cui presi in mano l’impero. Gli dei paternamente me lo

largirono, ed io, credo, lo conservai immacolato, reggendo con

temperanza le cose civili, e facendo guerra, solo a ragion veduta,

sebbene non sempre la prosperità si accompagni alla convenienza dei

consigli, perchè le potestà divine hanno in loro arbitrio gli eventi

delle imprese. Persuaso che lo scopo di un giusto impero sia la felicità

e la salute dei sudditi, fui sempre propenso, come sapete, ad una

condotta equanime, e, coi miei atti, ho sterminata la licenza,

corruttrice dei costumi e delle cose. Lieto ed intrepido, dovunque la

repubblica, come madre imperiosa, mi gittava, io stetti fermo, avvezzo a

calpestare il turbine del caso. Io venero il sempiterno nume che mi fa

morire non già per clandestine insidie, o pel tedio di lunga malattia, o

per condanna altrui, ma mi concede questa splendida dipartita dal mondo,

nel pieno corso di fiorenti glorie». E qui gli mancano le forze, e

finisce augurando la scelta felice di chi gli deve succedere. Poi

placidamente distribuisce ai suoi più fidi le cose sue, si addolora di

saper morto in battaglia l’amico Anatolio, amorevolmente rimprovera i

piangenti che lo circondano, ed, imposto loro il silenzio, si

intrattiene con Massimo e con Prisco della natura sublime dell’anima, e

tranquillamente spira. Libanio che descrive, lui pure, la morte eroica

di Giuliano, esclama: «La scena era simile a quella della prigione di

Socrate. I presenti parevano i discepoli che avevano circondato Socrate.

La ferita sostituiva il veleno, eguali le parole, eguale l’impassibilità

di Socrate e quella di Giuliano»¹⁵⁷.

¹⁵⁶ _Amm. Marcell._, II, 37, 19 sg.

¹⁵⁷ _Liban._, 614, 10 sg.

In questa morte, mirabile per ogni rispetto, che è la rivelazione di uno

spirito nobilissimo e puro, una cosa è particolarmente a notarsi, il

silenzio assoluto su di ciò che aveva pur formato la preoccupazione

maggiore di Giuliano, la questione religiosa. Ed è veramente singolare

ch’egli non abbia tentato di opporsi alla probabile eventualità che a

succedergli fosse chiamato un imperatore cristiano, e che, pertanto,

tutti i suoi sforzi di restaurazione dovessero restare senz’effetto

alcuno. Ma probabilmente Giuliano, quando moriva, aveva perduto ogni

illusione nell’efficacia del suo tentativo. Finchè egli era vissuto

nella semibarbara Gallia, ed aveva tenuto chiuso nel suo petto il

segreto della sua fede, Giuliano poteva illudersi sulle tendenze

dominanti nel mondo greco. Ma, il giorno in cui, diventato imperatore,

potè solennemente inaugurare la restaurazione da lui tanto desiderata,

segnò il principio del suo disinganno. Egli era troppo acuto per non

accorgersi che il mondo non era con lui. In quell’amara satira che è il

_Misobarba_, c’è il dolore di un sogno svanito. E, forse, l’avventatezza

eroica con cui si è gittato nella folle spedizione persiana, e la

voluttà con cui ha cercata la morte, sono l’espressione disperata del

rammarico senza conforto di vedere del tutto fallito lo scopo essenziale

della sua vita e del suo regno.

Una leggenda formatasi molto tempo dopo la morte di Giuliano, e raccolta

da Teodoreto, uno scrittore della metà del secolo quinto, narra che

Giuliano, sentendosi ferito a morte, gridasse: — O Galileo, vincesti! —

Νενίκηκας, Γαλιλαιε. — Nessuno dei contemporanei di Giuliano conosce

questo grido di dolore che sarebbe uscito dal petto dell’apostata caduto

nel duello terribile da lui tentato col Cristo. Il fatto solo di non

trovarlo in Gregorio, il quale, da quel grande oratore e polemista

ch’egli era, non avrebbe mancato di tessergli intorno un ricamo di

periodi eloquenti e sonori, basterebbe a provare l’origine leggendaria e

relativamente tardiva della notizia. D’altra parte, il racconto di

Ammiano, il quale assisteva alla morte di Giuliano, e la descrizione di

Libanio ci dimostrano come Giuliano, nella sua ultima ora, non avesse

altra preoccupazione fuorchè quella di morire da filosofo, sereno e

lontano da ogni pensiero di cure terrestri. Il grido disperato che gli

si pose in bocca sarebbe stata una stonatura nella calma solenne della

scena socratica di cui Giuliano ha voluto circondare il suo giaciglio di

morte. Ma, se quel grido non è stato pronunciato, deve essere stato

pensato dal ferito imperatore. Nessuna illusione poteva ormai restargli.

La causa da lui difesa era, per sempre, atterrata. Egli stesso, nella

pienezza della sua potenza e della sua energia, non era riuscito ad aver

ragione del Cristianesimo trionfante. Lui spento, nessun ritegno sarebbe

stato possibile alla catastrofe precipitante della antica civiltà.

Ultimo eroe dell’Ellenismo, ne aveva rialzata la bandiera e, per alcuni

istanti, l’aveva di nuovo sventolata. Ma quella bandiera ricadeva con

lui, e ricadeva per sempre. — Vincesti, o Galileo!

Ma come può spiegarsi e giustificarsi il tentativo di Giuliano? Prima di

rispondere a questa domanda, bisogna investigare cosa fosse diventato il

Cristianesimo, quando fu ufficialmente riconosciuto, e quali fossero le

forze morali ed intellettuali che gli si contrapponevano. Forse, allora,

riusciremo a comprendere come un uomo, il quale ha portato sul trono

imperiale un tesoro di virtù e d’intelligenza, abbia potuto credere che

l’abbattere il Cristianesimo e il risollevare l’Ellenismo fosse

un’impresa doverosa e degna di lui. Il valore dell’uomo è l’elemento che

rende estremamente interessante lo strano episodio di cui egli è stato

l’eroe.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 11 / 26 题