LA VITA DI GIULIANO

Flavio Claudio Giuliano, nacque nel 331, in Costantinopoli, da Giulio

Costanzo, fratello dell’imperatore Costantino e da Basilina, che

apparteneva ad una nobile famiglia bitinica, congiunta con uno dei

principi della Chiesa, Eusebio, vescovo prima di Nicomedia, poi di

Costantinopoli. La madre moriva pochi mesi dopo la nascita del figlio,

che perdeva anche il padre, quando appena aveva compiuti i sei anni.

L’imperatore Costantino, morendo nel 337, lasciava tre figli,

Costantino, Costanzo e Costante. Questi tre figli, degni di un padre il

quale, sebbene avesse abbracciato il Cristianesimo, eguagliava per la

disinvoltura nei delitti domestici, i più efferati dei suoi

predecessori¹³, iniziarono il regno con lo sterminio dei parenti, di

Giulio Costanzo, loro zio e padre di Giuliano, del figlio maggiore di

costui, di un altro zio, e di tre cugini, figli di un altro fratello di

Costantino.

¹³ _Görres_, _Die verwandten morde Costantin’s des grossen_. — Zeits.

für wissens. Theol. 1887.

La responsabilità di tali delitti pesa tutta su Costanzo, a cui era

toccato il governo dell’Oriente e che risiedeva a Costantinopoli, dove

avvenne la strage. Costanzo ha cercato più tardi di scusarsi di

quell’orribile misfatto, di cui si pentiva, attribuendone la causa ad

una rivolta militare¹⁴. Ma la scusa non è ammissibile, perchè l’esercito

non aveva nessun interesse nella scomparsa di quegli eventuali

pretendenti, mentre Costanzo, per natura sospettoso di tutti e di tutto,

e traviato da cortigiani che volevano guadagnarsene l’animo e la

fiducia, doveva facilmente essere indotto ad un delitto che, del resto,

era nelle tradizioni della famiglia. E, se anche si volesse tener per

valida la frase di Eutropio, il quale dice che la cosa avvenne

_Costantio sinente potius quam iubente_, è chiaro che si avrebbe

affermata una di quelle ipocrisie che salvano le apparenze, ma lasciano

intatta la realtà.

¹⁴ _Iuliani imp. quæ supersunt_ — recensuit Hertlein, pag. 349, 10 sg.

Non furono risparmiati, in questo eccidio, che i due ultimi figli di

Giulio Costanzo, Gallo e Giuliano, ritenuti, pel momento, innocui per la

loro tenera età. «Costantino — scrive Libanio — morì di malattia, ma la

spada fece strage di tutta la sua famiglia, tanto dei padri quanto dei

figli. Il fratellastro di Giuliano, maggiore d’anni di lui, scampò

dall’eccidio, salvato da un’infermità che si credeva gli avrebbe data la

morte, Giuliano dall’età, perchè appena slattato»¹⁵. Qui c’è una grave

inesattezza, perchè Giuliano, nato nel 331, aveva sei anni alla morte di

Costantino.

¹⁵ _Libanii orationes_ — recensuit Reiske, Vol. I, 524, 19 sg.

Quei tre scellerati Costantiniani vennero ben presto alle mani fra di

loro. Costantino fu ucciso nel 340. Rimasero Costante che tenne per sè

l’Occidente, e Costanzo che regnò sull’Oriente, finchè, ucciso anche

Costante dall’usurpatore Magnenzio nel 350, Costanzo ebbe nelle sue mani

tutto l’impero.

Durante questi tragici avvenimenti, il piccolo Giuliano cresceva a

Costantinopoli, presso la famiglia materna, educato, come narra Ammiano,

sotto la direzione del vescovo Eusebio di cui era lontano parente¹⁶. Se

non che, assai più che l’influenza del vescovo, sentì quella del

pedagogo a cui fu affidato all’età di sette anni, ed a cui, certo, è

dovuta la prima piega del suo spirito impressionabile e vivace. Quel

pedagogo era un eunuco, già vecchio assai, che l’avo di Giuliano, come

questi ci narra nel _Misobarba_¹⁷, aveva dato maestro a Basilina, la

madre di Giuliano, quando era fanciulla, onde guidarla nella lettura di

Omero e di Esiodo. Mardonio, così si chiamava, doveva essere un

letterato pieno di ammirazione per la coltura e per le tradizioni

elleniche. Libanio lo chiama «insigne custode di sapienza»¹⁸. Nella

frivola e cristiana Costantinopoli, costui cercava di avviare il

discepolo all’esercizio delle più severe virtù, opponendo alle abitudini

corrotte e molli del mondo in cui viveva il rigore ideale della

filosofia e della saggezza ellenica.

¹⁶ _Amm. Marcell. libri qui supersunt_ — recensuit Gardthausen, Vol.

I, 285, 12. Per verità dalla frase di Ammiano risulterebbe che

Giuliano fu educato da Eusebio in Nicomedia. Ma, siccome Eusebio,

nel 338 o 339, passava dalla sede di Nicomedia a quella di

Costantinopoli, bisognerebbe ammettere che il vescovo ha educato ed

istruito Giuliano negli anni della sua infanzia, cosa poco

verosimile. È, invece, naturale che l’arianeggiante Eusebio, venuto

a Costantinopoli, come uomo di fiducia di Costanzo, fosse

incaricato dell’educazione del principe giovanetto. Probabilmente,

Ammiano, sapendo che Eusebio era stato educatore di Giuliano, con

la solita inesattezza degli scrittori antichi, ha confuso il

soggiorno, fatto da Giuliano, assai più tardi in Nicomedia, con un

supposto soggiorno anteriore, che non è provato da nessun altro

documento, e che è, in fondo, già dimostrato impossibile dallo

stesso Ammiano, quando dice che Giuliano, ritornando imperatore a

Nicomedia, ritrovò le antiche conoscenze da lui fatte durante la

sua educazione sotto Eusebio. Quali conoscenze poteva aver avute un

bambino non ancora settenne?

¹⁷ _Iulian._, 454, 15.

¹⁸ βέλτιστος σωϕροσύνης ϕὐλαξ (Lib. I, 525, 13).

Ma qui noi lasceremo la parola allo stesso Giuliano, il quale, nel

_Misobarba_, ci fa una vivace descrizione del sistema educativo, tenuto

con lui dal suo pedagogo. Onde dare al lettore la possibilità di

comprendere, nel suo vero significato, questo brano interessante,

dobbiamo dirgli, precorrendo le future analisi, che il _Misobarba_ è una

satira pungente diretta dallo sdegnato imperatore contro gli abitanti di

Antiochia, a cui egli era venuto in uggia per la severità dei suoi

costumi. Non bisogna, dunque, dimenticare che il discorso di Giuliano è

ironico dalla prima all’ultima parola. «A me — dice Giuliano agli

Antiochesi, deplorando ironicamente l’educazione avuta — l’abitudine non

permette di lanciare d’ogni parte tenere occhiate, onde parervi bello,

non nell’anima, ma nel volto. Eppure, voi avete ragione! I molli costumi

sono la vera bellezza dell’anima. Ma il mio pedagogo mi insegnò a tenere

gli occhi a terra, quando andavo a scuola. Io non vidi mai teatro prima

che avessi il mento chiomato più del capo. E mai, per fatto mio, ma, tre

o quattro volte, per ordine dell’imperatore mio parente. Perdonatemi

dunque. Io offro al vostro odio chi lo merita più di me, il mio uggioso

pedagogo, il quale, anche allora, già mi contristava, insegnandomi a

battere una sola strada. Egli è il vero colpevole del contrasto in cui

mi trovo con voi, perchè egli elaborava e quasi scolpiva, nell’anima

mia, ciò che allora non era affatto di mio gusto, ma che, a forza

d’insistere, finì per farmi parer gradito, abituandomi a chiamare

serietà l’essere rozzo, saggezza l’essere insensibile, e forza d’animo

il resistere alle passioni, e il non trovarvi piacere alcuno. Figuratevi

che, spesso, per Giove e per le Muse, quel mio pedagogo, mi ammoniva,

quando era ancor fanciulletto, dicendomi: — Non lasciarti trascinare dai

tuoi coetanei, che frequentano i teatri, ad appassionarti per gli

spettacoli. Ami le corse dei cavalli? Ve ne ha una bellissima in Omero.

Prendi il libro e leggi. Ti parlano di mimi e di danzatori? Lascia dire.

Danzano assai meglio i giovanetti Feaci. E là tu troverai il citarista

Femio ed il cantore Demodoco. E il leggere, in Omero, certe descrizioni

d’alberi è più dilettevole che il vederli nel vero. _Io vidi a Delo,

presso l’ara d’Apollo, un rampollo giovinetto di palma erigersi al

cielo._ E leggerai della selvosa isola di Calipso, dell’antro di Circe,

e del giardino di Alcinoo. Tu ben sai che nulla di più bello potrai mai

vedere.

«Forse, voi desiderate che io vi dica il nome e l’origine di quel mio

pedagogo. Egli era barbaro, per gli dei e per le dee. Scita d’origine,

ed aveva il nome di colui che persuase Serse a far guerra alla Grecia.

Portava quella qualifica, tanto onorata e rispettata venti mesi or sono,

ora adoperata per offesa e per disprezzo, voglio dire ch’egli era

eunuco, allevato dal mio avo, onde spiegasse a mia madre i poemi di

Omero e di Esiodo... Avevo sette anni quando fui dato a costui. Da quel

giorno, egli mi educò, seguendo sempre un sol metodo d’insegnamento. E,

non volendo, egli stesso, conoscerne altri, e non permettendolo a me,

riuscì a rendermi odioso a voi tutti. Ma ora, finalmente, se vi pare,

libiamo alla sua memoria e facciamo pace. Egli non sapeva che io sarei

venuto a voi, nè, dato anche che io venissi, che avrei avuto un tanto

impero, quale me lo diedero gli dei, facendo violenza, credetemelo, ed a

chi doveva trasmetterlo, ed a chi doveva riceverlo... Ma si faccia la

volontà degli dei. Forse se il pedagogo avesse previsto tutto ciò,

avrebbe preso qualche provvedimento, affinchè io potessi sembrarvi

aggraziato. Ma ora come mi sarebbe possibile deporre e dimenticare

quelle rozze abitudini che furono coltivate in me? L’abitudine, si dice,

è una seconda natura. Combattere la natura, è grave cosa, distruggere il

lavoro di trent’anni è più grave ancora, sopratutto quando è stato

compiuto con tanta fermezza. — E sia così — imagina Giuliano che gli

rispondano gli Antiochesi — ma perchè mai ti viene in mente di ingerirti

negli affari e di far da giudice? Certo anche questo non ti insegnò il

pedagogo, il quale non sapeva che tu avresti regnato. — Mi ammaestrò —

risponde Giuliano con acerba ironia — quel vecchio esecrabile, che voi,

ben a ragione, vituperate, come il vero responsale della mia condotta¹⁹.

Ma sappiate che lui pure era ingannato da altri. Certo, più volte, nella

commedia, giunsero a voi questi nomi, Platone, Socrate, Aristotele,

Teofrasto. Ebbene, quel vecchio stolido, persuaso da costoro, persuase

me pure, quando era giovinetto ed amante dello studio, che, se io fossi

diventato, in ogni cosa, loro imitatore, sarei, insieme, diventato

migliore di ogni altro uomo»²⁰. Da questo brano tanto interessante ed

avvivato dalla più pungente ironia, risulta che il vecchio Mardonio

educava il suo allievo imperiale in un’aura di puro ellenismo. Nessun

precetto, nessun esempio cristiano era posto davanti al fanciullo, il

quale si abituava a vedere l’origine di ogni virtù negli insegnamenti

degli antichi poeti e pensatori del Politeismo, e la causa della

decadenza, della corruzione e del vizio nel prevalere del Cristianesimo,

quale a lui si rivelava nel mondo ecclesiastico e cortigiano di

Costantinopoli. Questa educazione spiega il nascere delle prime tendenze

del fanciullo, ed è la chiave della frase di Ammiano che ci dice come:

_a rudimentis pueritiæ primis inclinatior erat erga numinum cultum,

paulatimque adulescens desiderio rei flagrabat_²¹.

¹⁹ Mi pare evidente che Giuliano qui non parli più di Mardonio, ma di

altra persona che era nota agli Antiochesi. Ma chi era questo

vecchio? Probabilmente Giuliano allude a qualcuno dei suoi maestri

di Nicomedia, e la posizione eminente in cui pare si trovi il

vecchio fa pensare a Massimo.

²⁰ _Iulian._, 452, 16 sg.

²¹ _Amm. Marcell._, Vol. I, 271, 4 sg.

Questa educazione, che doveva lasciar tracce profonde nell’animo

impressionabile del fanciullo, fu presto interrotta. Morto, nel 342, il

vescovo Eusebio che aveva l’ufficiale sorveglianza del piccolo principe,

sorveglianza, del resto, da lui esercitata in modo affatto superficiale,

così da non accorgersi che il pedagogo segretamente piegava l’animo

dell’allievo all’antipatia pel Cristianesimo, l’imperatore, pauroso,

fors’anche, di veder sorgere un rivale nel fanciullo che cresceva sotto

gli occhi di tutti, nella capitale dell’impero, lo mandava insieme al

fratello Gallo, salvato, lui pure, dall’eccidio dei Costantiniani, in

una specie di reclusione, in un solitario castello della Cappadocia,

chiamato Macello, descritto dallo storico ecclesiastico Sozomene come un

luogo di delizie²². I due giovanetti vissero sei anni in quel ritiro,

circondati da schiere di servi, ma fuori affatto del movimento

intellettuale e politico del mondo. Giuliano ricorda quegli anni con

grande amarezza nel suo discorso agli Ateniesi. «Che dirò io di quei sei

anni, passati in un podere altrui, senza che nessun estraneo potesse

avvicinarsi a noi, o che potesse avvicinarci alcuno dei nostri antichi

conoscenti? Vivevamo esclusi da ogni efficace insegnamento, da ogni

libera conversazione, nutriti fra lo splendore dei servizi domestici, ma

costretti ad esercitarci coi nostri servi, come se fossero nostri

compagni, poichè nessun nostro coetaneo era ammesso vicino a noi»²³.

Giuliano osserva che, mentre suo fratello Gallo, in conseguenza delle

abitudini, prese in quel soggiorno, divenne rozzo e violento, egli fu

salvato dal germe di filosofia, e vuol dire di dottrina ellenica, che

già esisteva in lui. Ma non dobbiamo prendere letteralmente le parole di

Giuliano. Se era vero che la splendida prigione dei due giovani era

chiusa ad ogni soffio di influenza filosofica e politeista, pare,

invece, che, intorno ad essi, energicamente si esercitasse

l’insegnamento dottrinale del Cristianesimo.

²² _Sozomeni hist._ — illustravit Valesius, 483.

²³ _Iulian._, 350, 2 sg.

È assai interessante il leggere ciò che dice della reclusione dei due

principi Gregorio di Nazianzo. Non è possibile una più recisa

contraddizione con le affermazioni di Giuliano, non è possibile un più

radicale travisamento della verità, per intento polemico. Gregorio

rappresenta il perfido Costanzo come un modello di bontà, e Giuliano

come un mostro d’ingratitudine. Ora, quando si ricorda che Costanzo,

oltre ai suoi delitti domestici, alla sua condotta crudele, determinata

dall’influenza dei cortigiani e degli eunuchi, era stato il più forte

sostenitore dell’Arianesimo, per lui trionfante, possiamo misurare dalle

lodi che Gregorio gli profonde, mentre avrebbe meritato i più acerbi

rimproveri da parte di un Cristiano, e Cristiano ortodosso, tutta l’ira

feroce che il tentativo di Giuliano aveva sollevata nei dominatori della

Chiesa, i quali hanno, per un istante, paventato di perdere la vittoria,

a sì caro prezzo acquistata.

Narra dunque Gregorio²⁴ che Costanzo aveva voluto salvare Gallo e

Giuliano dall’eccidio di tutti gli altri Costantiniani, avvenuto senza

che egli ne avesse colpa, onde farsene compagni ed aiuto nell’esercizio

dell’impero. Pertanto l’umanissimo imperatore li fece educare, con tutto

lo splendore di un trattamento regale, in una delle sue ville — così

descrive Gregorio il domicilio coatto di Macello — circondandoli con

uomini sapienti e religiosi. E i due giovanetti erano tanto infervorati

nel culto divino da assumere gli uffici del clero, così che leggevano al

popolo congregato i libri sacri, e dimostravano uno zelo speciale nel

culto dei martiri. Se non che Gallo — dice Gregorio — violento

nell’indole, era sincero nella sua pietà. Giuliano, invece, nascondeva,

sotto l’apparente devozione, le perfide tendenze dell’animo²⁵. E

Gregorio racconta una storia miracolosa. I due fanciulli, Gallo e

Giuliano, si erano accinti a costrurre due santuari ai martiri,

gareggiando nel dispendio e nel lavoro. L’opera di Gallo fu presto

condotta a compimento, ma quella di Giuliano veniva sempre interrotta,

perchè sconquassata dai movimenti del suolo, indizio che i martiri

rifiutavano l’omaggio di chi doveva più tardi rinnegarli. I due fratelli

si esercitavano anche in dispute retoriche e filosofiche, e Giuliano

prendeva sempre, e con calore più vivo del conveniente, la parte

dell’Ellenismo, col pretesto di esercitarsi a trovare argomenti per la

tesi più debole, ma, in realtà, per esercitarsi a combattere la

verità²⁶. In mezzo alle esagerazioni ed alle leggende, si riscontra

anche qui, come in quasi tutte le notizie di Gregorio, un fondo di

verità; vi sono, nei suoi discorsi, dei lampi che danno alla figura di

Giuliano un rilievo vivente.

²⁴ _Gregorii Nazianz. opera — Parisiis, 1630_, orat. 3, 58.

²⁵ κρύπτων εν επιεικείας πλάσματι το κακοήθες. 59.

²⁶ πρωϕάσει δῆθεν ὤς τὁν ἢττω γυμνάζων λόγον, τὸ δε ὀντως γυμνασίᾳ

κατα τῆς αληθείας 61.

Che, del resto, l’alto clero cristiano non perdesse di vista quei

rampolli imperiali, lo rileviamo da Giuliano stesso, il quale, in una

lettera scritta quando già era imperatore, ricorda che il vescovo

Giorgio d’Alessandria gli mandava a Macello, ond’egli li ricopiasse,

alcuni dei volumi della sua ricca biblioteca²⁷. È strano, assai strano

che questa educazione, esclusivamente cristiana, continuata per un

quinquennio, abbia, bensì, servito a dare a Giuliano una conoscenza

singolarmente profonda dei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, ma,

insieme, non sia riuscita che ad acuire, nell’animo del giovanetto,

l’antipatia per la religione in cui veniva allevato. Ciò non può

spiegarsi che, per la spaventosa corruzione in cui era caduto, in

Oriente, il Cristianesimo ariano. Ariano era Costanzo, ariani i prelati

che frequentavano la corte e che occupavano le sedi più cospicue. E si

comprende come l’animo di Giuliano, già imbevuto degli austeri

insegnamenti del suo pedagogo Mardonio, e già inclinato a veder

nell’Ellenismo la fonte di una pura, perfetta moralità, si sollevasse

indignato contro lo spettacolo a cui assisteva e coltivasse, nel segreto

dell’anima, mentre prendeva parte ai servizii del culto cristiano,

propositi di rivolta. Se, invece di un Eusebio, di un Giorgio e degli

altri ecclesiastici ariani che lo circondavano, egli fosse venuto a

contatto con un Atanasio, con un Ambrogio, con un uomo, infine, che

sapesse tener immune il Cristianesimo dai veleni inquinatori del tempo,

forse si sarebbe volto da tutt’altra parte di quella che ha preferita.

Lo stesso odio che, giunto al fastigio della potenza, e quando già era

irremissibilmente compromesso, sentì per Atanasio, il solo personaggio

cristiano, contro il quale, come vedremo più tardi, iniziasse un

procedimento di persecuzione, ci prova come egli sentisse tutta la

differenza che esisteva fra il Cristianesimo ariano e l’ortodossia

atanasiana e vedesse che quest’ultima costituiva lo scoglio contro cui

avrebbe urtato la nave dell’Ellenismo.

²⁷ _Iulian._, 488, 16.

Federico Rode, in un libriccino, tenue di mole, ma denso di pensiero e

di erudizione²⁸, non è di questo parere. Egli dice: «Anche fatta

astrazione della circostanza che non già il vero Arianesimo, ma, bensì,

l’Arianesimo temperato di Eusebio dominava alla Corte e quindi anche

nell’educazione di Giuliano, dobbiamo insistere sulla circostanza che

Giuliano, nella sua polemica, attacca non già l’Arianesimo, ma tutto il

Cristianesimo ed anzi specialmente gli Atanasiani. È cosa affatto vana

il discutere se Giuliano avrebbe potuto diventare proclive al vero

insegnamento di Gesù, poichè dove, al suo tempo, avrebbe egli potuto

trovare quell’insegnamento? Presso Atanasio, no di certo. Prevenendo la

teologia critica del secolo decimonono, già Giuliano aveva constatata la

grande differenza che correva fra il Cristo degli scritti primitivi del

Nuovo Testamento e il Dio del Simbolo niceno».

²⁸ _Geschichte der Reaction Kaiser Julians_, 32.

Tutto ciò sarebbe vero se Giuliano avesse abbandonato il Cristianesimo,

perchè si fosse urtato contro le difficoltà razionali che gli offriva la

metafisica cristiana paragonata alla dottrina originaria di Gesù. Certo,

in questo caso, l’ortodossia atanasiana non avrebbe giovato meglio

dell’Arianesimo a tener in carreggiata lo spirito indagatore di

Giuliano, anzi, gli sarebbe, forse, stata più aspra ad ingoiare. Ma

Giuliano ritornò all’Ellenismo, non già per effetto di riflessioni

filosofiche, ma per ragioni di sentimento, e, certo, una delle prime,

fra queste, era il disgusto che gli metteva lo spettacolo della

corruzione di cui il Cristianesimo era contaminato, corruzione

riconosciuta eloquentemente dallo stesso Gregorio, il quale non esita ad

affermare che i Cristiani perdettero nella prosperità la gloria

acquistata nelle persecuzioni e nelle sciagure²⁹.

²⁹ _Gregor. Naz._, Orat. 3, 62.

Ora, è innegabile che tale corruzione era assai più avanzata

nell’Arianesimo, la religione della corte di Costanzo, che

nell’ortodossia la quale si stringeva intorno alla grande figura di

Atanasio. Nell’ortodossia il Cristianesimo aveva conservato una parte

almeno della sua efficacia moralizzatrice, e, se questa efficacia si

fosse esercitata, fin dai primordi dell’educazione, sullo spirito del

giovanetto Giuliano, lo avrebbe forse guadagnato ad una religione che

sarebbe stato costretto a rispettare.

❦

Erano passati cinque anni dal principio della reclusione a Macello,

quando l’imperatore Costanzo, mosso dalla difficoltà di tenere, nelle

sole sue mani, tutto l’impero, cambiava, d’un tratto, di condotta verso

i cugini, e chiamava il maggiore, Gallo, all’altissimo ufficio di

Cesare, che, secondo la gerarchia stabilita da Diocleziano, voleva dire

vice-imperatore, la prima figura nell’impero dopo quella dell’Augusto,

del capo supremo. Giuliano, nello stesso tempo, era richiamato a

Costantinopoli. Qui, a quel che ci narrano Socrate e Sozomene d’accordo

con Libanio, gli si pose al fianco il sofista cristiano Ecebolio, un

curioso personaggio, il quale passava, con tutta disinvoltura, dal

Cristianesimo all’Ellenismo, a seconda degli umori dell’imperatore

regnante³⁰. Ecebolio seguiva gli ordini di Costanzo, ed, insieme agli

eunuchi di corte, cercava di disciplinare l’ingegno inquieto

dell’allievo, e ciò con grande dispiacere di Libanio, il quale avrebbe

voluto spargere, lui, il buon seme in quell’anima generosa, e doveva,

invece, constatare che un malvagio sofista era stato prezzolato ad

infondere nel giovanetto il disprezzo degli dei³¹.

³⁰ _Socratis hist._, illustr. Valesius, 151.

³¹ _Liban._, I, 526, 9 sg.

Se non che, i progressi di Giuliano negli studi e la simpatia ch’egli

destava cominciarono ad insospettire Costanzo. «Temendo, dice Libanio,

che una città grande, e che esercitava una grande influenza, non fosse

sedotta dalle virtù del giovane, e ne venisse a lui qualche pericolo, si

risolve di mandarlo a Nicomedia, che non presentava eguali pericoli, e

gli diede facoltà di istruirsi». La paura è cattiva consigliera.

Risoluzione più imprudente non poteva esser presa da Costanzo, perchè

Nicomedia era allora il focolare principale dell’Ellenismo, e vi

dimorava appunto Libanio, il principe dei retori del tempo, il _leader_,

come or si direbbe, del partito ellenista, Libanio che, com’egli stesso

dice, aveva preferita la pace serena di Nicomedia alla perigliosa

tempesta di Costantinopoli. È vero che Costanzo, nel mandare Giuliano a

Nicomedia, gli aveva imposto, dietro i consigli di Ecebolio, di non

esser mai presente ai discorsi di Libanio. Ma il giovane entusiasta se

li comperava scritti e li leggeva avidamente. Ed il retore, con una

scusabile vanità, ci narra che era tanta la prontezza d’ingegno di

Giuliano che, malgrado l’imposta separazione del maestro e del

discepolo, questi riusciva ad imitarne lo stile, meglio degli scolari

che gli stavano d’intorno, così che, anche negli scritti posteriori, si

risente la parentela coi suoi³².

³² _Idem_, 1, 527, 10 sg.

All’influenza di Libanio un’altra si aggiungeva ancor più efficace, ed

era quella dei filosofi neoplatonici, Edesio, Crisanzio, Eusebio,

Massimo, il più importante di tutti, i quali vivevano in Nicomedia o in

altre non lontane città dell’Asia. Qui è propriamente il momento

psicologico della carriera di Giuliano. Presso quei filosofi, che lo

iniziavano ad un sistema in cui la conservazione dell’antico si univa

alla soddisfazione di quelle esigenze di pensiero che avevano promossa

l’apparizione del Cristianesimo, e che poi il Cristianesimo stesso aveva

rese più forti, il ventenne Giuliano sentì chiara ed irresistibile la

sua vocazione, e si convertì con profondo entusiasmo al culto degli dei.

Per quanto la cosa fosse tenuta segreta, pur qualche indizio ne

trapelava. «Dalla bocca d’ogni ben pensante, esclama Libanio,

s’innalzava la preghiera che quel giovanetto diventasse il signore

dell’universo, e fermasse la rovina del mondo e soccorresse gli infermi,

lui che sapeva risanarne i mali»³³.

³³ _Liban._, I, 159, 2 sg.

Libanio e Socrate si accordano nell’attribuire al filosofo Massimo il

merito, secondo il primo, la colpa, secondo l’altro, della conversione

di Giuliano. Massimo era ritenuto come un santo dal politeismo.

Eunapio³⁴ narra che, entrando egli una volta nel tempio di Diana, in

Efeso, la statua della dea sorrise di compiacenza, e si accese la

lampada ch’essa teneva in mano. Giuliano si esaltava in questa atmosfera

di misticismo; ma doveva nascondere i suoi entusiasmi, perchè la notizia

di ciò che faceva era giunta a Costanzo, il quale subito se ne

insospettiva, e Giuliano, per non cadere in disgrazia, ciò che, sotto

Costanzo, voleva dire essere trucidato, dovette riprendere

nell’apparenza la vita e gli esercizi del cristiano. Ma il suo spirito

era irremissibilmente compromesso nell’Ellenismo. Il seme che il vecchio

Mardonio aveva deposto in lui, maturato dall’odio contro il persecutore

della sua famiglia, dalla reazione contro il sistema di uggiosa

compressione in cui era stato allevato, dal rimpianto delle glorie

antiche che andavano svanendo, da un’aspirazione ad un’alta moralità che

dal Cristianesimo cortigiano non poteva essere soddisfatta, aveva

trovato nel Neoplatonismo dei suoi maestri, mescolanza curiosa, come

vedremo a suo tempo, di razionalismo platonico e di misticismo

superstizioso, l’ambiente opportuno per svolgersi e crescere, così da

soffocare ogni altro rampollo intellettuale che in lui fosse stato

trapiantato. Dal soggiorno in Nicomedia, nel 351, al giorno in cui

partendo dalla Gallia, ribelle contro Costanzo, apertamente invocava gli

dei dell’antico Olimpo, dovevano passare ben dieci anni. Ma, in questi

dieci anni, il politeista ellenico, che rimase nascosto in Giuliano,

attingeva, dal segreto, un crescente fervore, e non cessava un istante

dal corroborarsi con maggiore fermezza nella presa risoluzione.

³⁴ _Eunapii ritas sophistarum_ recensuit Boissonade, 50.

❦

Giuliano rimase, per tre anni, tranquillo, assorto negli studi, quando

nel 354, improvvisamente, si vide di nuovo travolto nei pericoli e nelle

agitazioni. Costanzo, riprendendo le antiche abitudini, e prestando

orecchio alle insinuazioni dei cortigiani che lo circondavano, faceva

assassinare, a Pola, Gallo, il fratellastro di Giuliano, da lui, tre

anni prima, chiamato alla dignità di Cesare. Nel suo manifesto agli

Ateniesi, Giuliano parla, con ardente indignazione, di questo delitto di

Costanzo. Egli ammette che Gallo fosse uomo rozzo e violento, ma ne

attribuisce, come vedemmo, la causa all’educazione che aveva ricevuto.

In ogni modo ciò non scusa la scelleraggine di Costanzo, il quale «per

le istigazioni di un eunuco, di un ciambellano, e più ancora per quella

del capo dei cuochi, consegnò ai suoi più feroci nemici, perchè lo

uccidessero, il cugino, il Cesare, il marito di una sua sorella, il

padre della nipotina, del quale egli stesso aveva prima sposata la

sorella, al quale era legato da tanti doveri di parentela!»³⁵. Lo sdegno

di Giuliano è naturale e spiegabile. Però, per essere completamente nel

vero, bisogna aggiungere, ciò che Giuliano tace od, in parte, attenua,

onde colorire a suo modo il quadro, che Gallo era un vero Costantiniano,

un uomo di una crudeltà stolta e sfrenata, il quale, nei pochi anni in

cui ha governato l’Oriente, avendo al fianco la moglie Costantina, un

vero demonio, degna figlia di Costantino e degna sorella di Costanzo,

aveva sparso a torrenti il sangue. Ammiano dice che fra i due fratelli,

Gallo e Giuliano, correva la medesima differenza che era corsa fra i

figli di Vespasiano, di cui Tito era un esempio mirabile di temperanza e

di saggezza, Domiziano un mostro di ferocia³⁶.

³⁵ _Iulian._, 351, 18 sg.

³⁶ _Amm. Marcell._, Vol. I, 43, 3.

Era naturale che Costanzo, avendo ucciso Gallo, non volesse lasciar

libero Giuliano, e ne temesse le possibili vendette. Infatti, lo

chiamava a Milano e lo teneva sette mesi sotto rigorosa custodia, e non

sarebbe, certo, sfuggito alla morte, sebbene da gran tempo non avesse

avuto relazioni col fratello, se, come egli ci dice «qualche dio,

volendo salvarlo, non gli avesse procurata la benevolenza della bella e

gentile Eusebia»³⁷. L’intervento di Eusebia, la moglie dell’imperatore,

dà un’aria romanzesca a questa parte della vita di Giuliano.

L’entusiasmo con cui il perseguitato principe parla della sua

protettrice, e il coraggio con cui essa seppe difenderlo dai numerosi

nemici che Giuliano aveva fra i cortigiani di Costanzo, fanno credere

che non solo la causa della giustizia e della pietà, virtù sconosciute

alla corte dell’imperatore, ma un affetto più profondo e personale

muovesse Eusebia nella sua provvidenziale iniziativa. Ammiano ci narra,

lui pure³⁸, che Giuliano sarebbe certamente perito, per le nefande

istigazioni dei cortigiani — _nefando adsentatorum cœtu perisset

urgenter_ — se, per un’ispirazione divina, non fosse intervenuta

Eusebia. Costei primieramente ottiene che Giuliano sia allontanato da

Milano e mandato, per qualche tempo, a Como, poi finalmente riesce a

persuadere Costanzo a concedergli un’udienza. La cosa non era facile

perchè Costanzo stesso non pareva inchinevole al colloquio col cugino, e

poi perchè il maestro del palazzo, eunuco potentissimo presso

l’imperatore e nemico acerrimo di Giuliano, cercava di tirar le cose in

lungo, pel timore che i due cugini nel vedersi, si riconciliassero³⁹.

Pare che, nell’udienza, Giuliano, certo, con l’aiuto di Eusebia che

aveva preparato il terreno, riuscisse a scolparsi⁴⁰. Il fatto è che fu

rimandato libero, e che gli si permise di andare a ritirarsi in un

piccolo podere di Bitinia, ereditato dalla madre, il solo possesso che

gli fosse rimasto, perchè l’onesto Costanzo — ὁ καλὸς Κωνστάντιος — dopo

avergli ucciso il padre, gli aveva portati via tutti i beni paterni⁴¹.

Ma qui non finiscono i benefici di Eusebia che teneva, sul suo protetto,

gli occhi aperti. Giuliano era in viaggio per la Bitinia, quando, egli

non sa precisamente il come, ma crede per le calunnie del suo nemico, si

riaccendono i sospetti nell’animo di Costanzo. Eusebia ne prende

occasione per rendere a Giuliano un nuovo servizio e, per lui, il più

gradito. Ottiene dal marito che muti la destinazione del possibile

pretendente, ed invece di mandarlo nel lontano Oriente dove potrebbe

preparare la vendetta di Gallo, lo condanni a _domicilio coatto_ ad

Atene. Era davvero un correre incontro al desiderio di Giuliano. Il

giovane entusiasta punto non si incaricava di politica imperiale, non

aveva nè ambizioni di regno, nè desiderio di ricchezze e di vendette.

Egli non chiedeva che di poter sprofondarsi ne’ suoi studi, non aveva

che una passione, quella dei libri, non aveva che un’intensa

aspirazione, vedere la Grecia, la sua vera patria, ch’egli amava di

intenso affetto⁴²; la sede ancora brillante di quella coltura ellenica a

cui egli aveva dedicata la sua vita.

³⁷ _Iulian._, 351, 27 sg.

³⁸ _Amm. Marcell._, 1, 47, 3.

³⁹ _Iulian._, 353, 10 sg.

⁴⁰ _Iulian._, 152, 2 sg.

⁴¹ _Idem_, 352, 10 sg.

⁴² _Idem_, 152, 11 sg.

Giuliano non fu lasciato che pochi mesi ad Atene, ma questi pochi mesi

hanno avuto, come lo affermano i suoi contemporanei, una grande

influenza sull’animo suo. Egli teneva ancora celate le sue convinzioni

religiose, ma ciò non gli impediva di infervorarsi negli studi ed anche

nella conoscenza dei Misteri, che costituivano il principale atto di

culto di quel simbolismo politeista di cui Giuliano voleva fare la

religione del mondo. Eunapio, Socrate e Sozomene insistono tutti

sull’importanza che ebbe, nella vita di Giuliano, la sua dimora in

Atene. Ma i due narratori più autorevoli ed interessanti sono, come

sempre, Libanio e Gregorio. Libanio dice che, presentatosi Giuliano ai

professori di Atene, e offertosi ad un esperimento, si trovò che ne

sapeva più dei maestri, così che «solo di tutti i giovani che

accorrevano ad Atene, ne ripartiva, avendo insegnato più che imparato.

Pertanto si vedevano continuamente intorno a lui degli sciami di

giovani, di vecchi, di filosofi, di retori. A lui guardavano anche gli

dei, ben sapendo ch’egli avrebbe risollevato il patrio culto. Quando

parlava era, insieme, ammirabile e modesto, poichè, checchè dicesse,

subito arrossiva. Di questa sua mansuetudine tutti godevano, e i

migliori traevano profitto dai suoi insegnamenti. E il giovinetto aveva

intenzione di vivere e di morire in Atene, e ciò gli pareva il colmo

della felicità»⁴³.

⁴³ _Liban._, I, 532, 4 sg.

Nulla di più curioso che il contrapporre a questo ritratto disegnato da

Libanio il ritratto disegnato da Gregorio. Costui, che, come sappiamo,

era coetaneo di Giuliano, si trovava pure ad Atene, per addestrarsi,

nell’università letteraria di quella città, in quell’arte oratoria

ch’egli doveva, più tardi, adoperare, con tanta genialità, a difesa

dell’ortodossia nicena. Gregorio e Giuliano erano condiscepoli; il

futuro teologo, vivendo al fianco del futuro apostata, aveva agevole

occasione di scrutarne l’animo e di studiarlo in ogni sua mossa, per

quanto Giuliano cercasse ancora di tener celate le tendenze e le

convinzioni già in lui radicate. Nel ritratto disegnato da Gregorio è

evidente l’intenzione ostile del pittore che vuol darci un’imagine

odiosa. Ma, con tutto questo, a me non pare che il ritratto possa dirsi

una caricatura. C’è un’espressione di verità nella figura che balza

fuori dalle pagine del polemista. La vita così singolare ed agitata di

Giuliano, le contraddizioni di cui è piena, la subitaneità delle sue

risoluzioni, il suo eroismo disperato, la versatilità inquieta del suo

ingegno, si accordano, forse, assai meglio coll’imagine turbata,

enigmatica, un po’ convulsa che ci presenta Gregorio che coll’imagine

serena e sorridente tratteggiata da Libanio. «Io — dice Gregorio,

scrivendo dopo la morte di Giuliano — aveva, già da tempo, sospettato di

lui, fin da quando mi trovavo in Atene. Era egli venuto colà, poco dopo

la catastrofe di suo fratello, avendone ottenuta licenza

dall’imperatore. Due erano i motivi che gli facevano desiderare quel

soggiorno; il primo, il lodevole, era di conoscere la Grecia e le sue

scuole, l’altro, che non si diceva e che solo a pochi era noto, era di

conferire segretamente coi sacerdoti e con gli impostori, poichè

l’empietà non si sentiva ancor sicura del fatto suo. Fu allora appunto

che io divenni un sagace indovino del carattere di lui, quantunque io

non sia di coloro che hanno a ciò una naturale disposizione. Ma mi aveva

fatto indovino l’anomalia del suo contegno e la singolarità delle sue

distrazioni. A me parevano indicare nulla di buono il collo dondolante,

le spalle agitate, l’occhio vagabondo, che intorno intorno guardava, e

che aveva in sè qualche cosa del maniaco, il piede vacillante e che

sembrava mal lo reggesse, le narici spiranti orgoglio e disprezzo, i

lineamenti del volto ridicoli ed altezzosi, il riso immoderato e

scoppiettante, i cenni di assenso e di diniego senza ragione, la parola

che s’interrompeva ed a cui sembrava mancasse il fiato, le domande

disordinate e irragionevoli, non migliori le risposte, intralciantisi le

une le altre, senz’ordine di ragionamento. Ma perchè discendere a tanti

particolari? Io lo vidi prima che agisse quale poi lo conobbi

nell’azione. E, se fossero presenti alcuni di coloro che allora mi

ascoltavano, attesterebbero senza esitanza la verità di ciò che dico. E

ricorderebbero che, alla vista di quegli indizii, io esclamai: Quale

mostro l’impero romano nutre nel suo seno! — Ma allora io fui chiamato

ed imprecato falso profeta!»⁴⁴. Che vi sia, in questa descrizione, una

buona dose di esagerazione, non è dubbio. Essa contrasta troppo

recisamente, non solo con quanto dice Libanio, ma, ciò che più importa,

con la descrizione dell’onesto ed imparziale Ammiano. Ma, lo ripeto, vi

deve essere anche qualche cosa di vero. La figura di Giuliano qui è

vivente. Se non che, Gregorio vuol vedere le manifestazioni di un

mattoide in ciò che altro non era se non il contegno sospettoso di un

uomo che doveva gelosamente celare i suoi sentimenti, di un uomo che si

sapeva circondato da nemici, di un uomo in cui la prudenza, consigliata

dalla ragione, si trovava in lotta costante con l’audacia naturale

dell’anima. Ma come è drammatico ed interessante l’incontro, nella

scuola di Atene, di questi due giovani, destinati a diventare

terribilmente nemici l’uno dell’altro, e che già si spiavano a vicenda

con quell’acume che dà l’odio istintivo. Se Gregorio fu singolarmente

sagace, Giuliano, al quale la già lunga esperienza della sua vita

tribolata acuiva la prontezza dell’ingegno, non lo sarà stato meno del

suo condiscepolo, e, certo, avrà presentito in Gregorio uno dei futuri

difensori del Cristianesimo. Il suo contegno inquieto, tutto a scatti ed

a mosse incoerenti, era probabilmente, almeno in parte, un artifizio per

nascondere agli occhi scrutatori del compagno il segreto della sua anima

di ellenista fervente, i suoi propositi e le sue speranze.

⁴⁴ _Gregor. Naz._, orat. IV, 121-22.

❦

Mentre Giuliano studiava ad Atene, maturavano per lui inaspettati

destini. Una congiura militare, supposta, più che scoperta, a Sirmio, in

Pannonia⁴⁵, la rivolta di Silvano nella Gallia, domata con la proditoria

uccisione di Silvano stesso⁴⁶, e le continue devastazioni perpetrate dai

Germani nella Gallia indifesa, avevano spaventato Costanzo. Ondeggiante

fra il sospetto e la fiducia, stiracchiato fra diversi consigli, spinto

finalmente dalla grandezza del pericolo, e, certamente, premuto da

Eusebia, l’imperatore chiamò a Milano il cugino Giuliano⁴⁷. Con quanto

dolore lo studente abbandonasse Atene, ce lo narra egli stesso nel suo

manifesto agli Ateniesi. «Quale torrente di lagrime io versassi e quanti

gemiti, tendendo le mani verso l’Acropoli vostra, e pregando Minerva di

salvare il supplice e di non abbandonarlo, lo possono attestare molti di

voi che l’hanno veduto, e più di tutti la stessa dea a cui io chiedeva

di farmi morire in Atene, prima che partissi. Ma la dea mostrò col fatto

di non voler tradire il suo devoto, poichè mi fu sempre guida e mi

circondò di custodi, chiamando degli angeli dal Sole e dalla Luna»⁴⁸.

⁴⁵ _Amm. Marcell._, Vol. I, 49.

⁴⁶ _Idem_, Vol. I, 59.

⁴⁷ _Idem_, Vol. I, 64. — _Iulian._, 352, 24 sg.

⁴⁸ _Iulian._, 354, 13 sg. ἡγήσατο γὰρ ἁπανταχοῦ μοι και παρέστησεν

απανταχόδεν τοὺς ϕύλακας ἐξ Ηλίου και Σελήνης αγγέλους λαβοῦσα.

Giunto a Milano, si ferma in un sobborgo, e non vuole entrare nella

Corte imperiale, malgrado le insistenze dei cortigiani che, presaghi

della sua prossima fortuna, gli stavano al fianco, e lo costringevano a

meglio curare le vesti ed il contegno, così da trasformare lo studente

di filosofia in un soldato ed in uomo di corte⁴⁹. Eusebia, intanto,

cercava, con mezzi ripetuti, di infondergli coraggio e confidenza in

lei. Egli vorrebbe, invece, persuaderla a rimandarlo da Milano, e le

scrive una lettera, anzi una supplica, che finiva così: «Possa tu aver

figli, eredi dell’impero, possa dio concederti tutto quanto desideri, ma

rimandami a casa più presto che puoi»⁵⁰. Poi riflette a ciò che sta per

fare, teme di compromettersi, inviando a Corte una lettera per la moglie

dell’imperatore. Nel silenzio della notte prega gli dei di rivelargli

ciò che deve fare, e gli dei gli annunciano che, se manda quella

lettera, è un uomo morto. Allora Giuliano fa a sè stesso un ragionamento

che a lui pare tanto persuasivo, da riprodurlo intieramente nel

manifesto agli Ateniesi. «Io penso di oppormi agli dei, e pretendo di

giudicare di ciò che devo fare meglio di coloro che sanno tutto. Eppure,

la saggezza umana, applicata alle cose presenti, non riesce che a stento

ad evitar gli errori... ma la saggezza divina va all’infinito e, tutto

vedendo, insegna la via diretta e agisce pel meglio. Gli dei sono gli

autori di ogni cosa ed attuale e futura. È, dunque, naturale che essi

conoscano il presente. E tosto mi avvidi che ragionavo meglio di prima.

E pensando ai nostri doveri, soggiunsi: Tu ti sdegneresti, se qualcuno

degli esseri che tu possiedi ti privasse del suo servizio, o chiamato se

ne fuggisse via, fosse anche un cavallo, una pecora, un bue. E tu che

sei uomo, e non degli ultimi e dei più vili, vuoi privare di te stesso

gli dei e ti rifiuti a ciò per cui essi vogliono usarti? Guarda di non

agire stoltamente e di non offendere la giustizia divina. Invece di

strisciare e di adulare per timore della morte, gittati nelle mani degli

dei; fa ciò che vogliono e lascia loro la cura di te stesso, come faceva

anche Socrate. Prendi le cose come vengono; riferisci tutto a loro,

nulla acquista o afferra per te stesso, ma ricevi, senza esitanza, ciò

che essi ti danno. Io mi convinsi che questo ragionamento, ispiratomi

dagli dei, era il più sicuro ed il più conveniente ad un uomo

equilibrato, poichè il correre ad un pericolo manifesto, per timore

delle future insidie, mi sembrava cosa davvero avventata. Cedetti dunque

ed obbedii, e così, in breve, mi si gettò intorno il nome e la clamide

di Cesare»⁵¹.

⁴⁹ _Iulian._, 353, 26 sg.

⁵⁰ _Idem_, 355, 3.

⁵¹ _Iulian._, 355, 14 sg.

Che era avvenuto per porre Giuliano in una tensione d’animo così grande

e penosa? Ce lo narra Ammiano Marcellino⁵². Giuliano, come dicemmo, era

stato chiamato a Milano, perchè il complotto di Sirmio e la ribellione

di Silvano avevano ridestati i sospetti di Costanzo. Quando Giuliano fu

a Milano, ogni timore di congiura era sventato, e Silvano era caduto ed

ucciso. Ma le inquietitudini dell’imperatore risorgevano e, questa

volta, per ben più gravi ragioni. L’uragano barbarico, che, circa un

secolo dopo, doveva rovesciarsi sull’impero, faceva sentire sempre più

vicini i suoi fragori minacciosi. I Germani passavano il Reno,

devastavano le terre orientali della Gallia, ed apparivano come un

pericolo, come una forza che l’impero non era più capace di

fronteggiare. Costanzo non era uomo da prendere in mano la somma delle

cose e di porsi alla testa dell’esercito. Ma pur sentiva che le

circostanze richiedevano uno sforzo supremo e il prestigio della suprema

autorità.

⁵² _Amm. Marcell._, 64.

Eusebia, la protettrice fervida di Giuliano, sa cogliere l’occasione e

consiglia al marito di chiamare il giovane cugino a partecipare al

governo dell’impero, nominandolo Cesare, ed investendolo di pieni poteri

per l’amministrazione e per la guerra nelle Gallie. I cortigiani tentano

di opporsi alla nascente fortuna del giovane Costantiniano, facendo

balenare agli occhi di Costanzo i pericoli che possono venire dall’avere

al fianco un collega d’impero, e gli ricordano la recente esperienza del

_cesarato_ di Gallo. Ma Eusebia insiste e vince ogni resistenza, e

Giuliano è dall’imperatore nominato Cesare. Dalle parole che abbiamo

riportato di Giuliano stesso parrebbe ch’egli avesse grandi esitanze ad

accettare l’altissimo ufficio, perchè in lui rimaneva vivissima la

diffidenza verso l’imperatore. Ma, come vedemmo, la fede nella saggezza

della provvidenza, che vuol dire la fede in sè stesso, lo risolve a non

resistere al suo destino, ed a lasciarsi avvolgere dalla clamide di

Cesare.

Questo così radicale mutamento nella fortuna di Giuliano che, da

principe perseguitato, passa, d’un colpo, ad essere collega dell’impero,

in condizioni estremamente difficili, ispira qualche sospetto sulle

intenzioni di Costanzo. Libanio addirittura le dichiara perverse. «Ed

onde alcuno non si meravigli — egli scrive — che io chiami nemico di

Giuliano chi se lo univa nell’impero, dirò quale fosse la ragione di

tale unione. Non è già che colui vedesse con piacere un altro sul trono

imperiale, e con le vesti purpuree; chè anzi, nemmeno in sogno, avrebbe

sopportato quella vista. E perchè dunque fece un altro partecipe del suo

potere? Da ogni parte egli era premuto dai barbari, ma sopratutto verso

occidente. Un generale non bastava a rimettere le cose a posto, si

sentiva il bisogno di un imperatore che fermasse la corrente. Ora, non

volendo l’imperatore accorrere lui, e, d’altra parte, essendo necessario

che si prendesse un collega, egli elegge, lasciando in un canto tutti

gli altri, colui che aveva tanto offeso, certo, non dimentico di tutto

il sangue versato, ma pure più fiducioso di chi poteva accusarlo che di

quelli che dovevano essergli grati. Nè si ingannò.... Ma tosto egli

sentì un pentimento irragionevole di quanto aveva fatto, e, in

conseguenza di ciò, gli pose al fianco, coll’ufficio di consiglieri, non

già esortatori, ma intralciatori di ogni bella azione»⁵³. Ammiano che,

probabilmente, era testimonio oculare, descrive la cerimonia solenne con

cui, in Milano, fu data a Giuliano l’investitura dell’ufficio di Cesare.

L’imperatore Costanzo, in presenza dell’esercito, tenne un discorso

lusinghiero e incoraggiante per Giuliano. I soldati accolsero, con

immenso entusiasmo, il nuovo Cesare, e battevano, in segno di gioia, lo

scudo sul ginocchio. Fiammeggiante della porpora imperiale, egli rientrò

nella reggia, seduto nel medesimo cocchio dell’imperatore. Ma, durante

la via, sussurrava il verso omerico

Mi ha colto la morte purpurea e il destino onnipotente.

⁵³ _Liban._, I, 378-79.

Per confermargli sempre più il suo favore, Costanzo gli dava in moglie

la sorella Elena. Dopo un mese di festeggiamenti, ai primi di Dicembre

del 355, Giuliano partì per la Gallia. Costanzo lo accompagnava fin

oltre il Ticino, a mezza strada fra Lomello e Pavia⁵⁴.

⁵⁴ _Amm. Marcell._, I, 67.

Così narra Ammiano, e da lui non discorda Giuliano stesso nell’elogio

dell’imperatrice Eusebia ch’egli scrisse per attestarle la sua

riconoscenza, elogio nel quale il nuovo Cesare, come negli altri due

discorsi diretti all’imperatore Costanzo, cela, sotto la maschera della

devozione, i suoi veri sentimenti. Egli pure narra le pompe solenni e i

donativi ricevuti, specialmente da Eusebia. Ed insiste su di un pensiero

tanto gentile dell’imperatrice che basta a dimostrarci come, fra lei e

Giuliano, dovessero correre relazioni confidenziali ben più strette di

quanto appare dai discorsi ufficiali. «Io voglio, egli scrive,

rammentare uno dei suoi doni, perchè ne ho avuto un singolare godimento.

Siccome essa sapeva che io avevo portati con me pochissimi libri, nella

speranza e nel desiderio di ritornarmene a casa il più presto possibile,

così me ne diede tanti e di filosofia e di storia e di retorica e di

poesia da soddisfare largamente il non mai saziato mio desiderio dei

loro colloqui, e da trasformare la Gallia in un Museo di libri greci.

Non staccandomi mai da quel dono, non è possibile che mi dimentichi

della donatrice. E, quando io parto per una spedizione di guerra, ho

meco uno di quei libri come un viatico della marcia»⁵⁵. Giuliano si

esalta nell’esprimere l’ammirazione per la sua protettrice. «Quando io

giunsi al suo cospetto, mi parve di vedere, in un tempio, ritta la

statua della saggezza. La riverenza empì l’anima mia, ed inchiodò, per

qualche tempo, i miei occhi al suolo, finchè essa mi esortò ad aver

coraggio. — Le presenti cose, — disse — le hai da noi. Il resto lo avrai

da Dio, pur che tu sia fedele e giusto con noi. — E non disse di più,

sebbene sappia fare discorsi al pari dei più insigni oratori.

Licenziatomi dall’udienza, io rimasi pieno di stupore e di commozione,

parendomi di aver udita la voce stessa della saggezza, tanto dolce e

mellifluo era alle mie orecchie il suono della sua loquela»⁵⁶.

⁵⁵ _Iulian._, 159, 4 sg.

⁵⁶ _Idem_, 158, 8 sg.

Ma, se cordiali e delicati erano i favori di Eusebia pel giovane

principe, non pare davvero che fossero tutte sincere le dimostrazioni di

fiducia di cui lo circondava l’imperatore. Nel manifesto agli Ateniesi,

Giuliano afferma che la sua prigionia, diventando Cesare, si fece più

grave, tale e tanto era lo spionaggio con cui lo seguiva, ad ogni passo,

il sospettoso Costanzo. «Quale schiavitù — egli esclama — era la mia,

quali e quante, per Ercole, le minacce sospese, ogni giorno, sulla mia

vita! Vegliate le porte, vegliati i portieri, esaminate le mani dei

famigliari, caso mai taluno mi recasse un bigliettino degli amici, servi

stranieri. Appena potei condurre meco quattro famigliari, pel mio

servizio più intimo, di cui due ancora giovinetti, due già adulti. Di

questi, uno che conosceva la mia devozione per gli dei, seguiva con me,

in segreto, le pratiche del culto, ed io gli aveva affidata la custodia

dei miei libri; l’altro era un medico, il quale, solo dei miei molti

amici e compagni fedeli, aveva potuto seguirmi, perchè non si sapeva che

mi fosse amico⁵⁷. Era tanto il mio timore che io credetti di dover

proibire, con mio dolore, a molti miei amici, di venirmi a vedere,

trepidando di diventar causa di sciagura per loro e per me. Del resto,

Costanzo mi mandò con soli 360 soldati, nel paese dei Celti, a mezzo

inverno, non tanto per comandare gli eserciti che là si trovavano quanto

per obbedire ai loro generali, perchè aveva scritto loro e raccomandato

di guardarsi da me più che dai nemici, caso mai io tentassi qualche

novità»⁵⁸.

⁵⁷ Eunapio ci dà il nome di questi due. Il servo fedele era Evemero,

il medico Oribasio. _Eunap._ 54.

⁵⁸ _Iulian._, 357, 2 sg.

I difensori che Costanzo ha trovato fra gli storici moderni⁵⁹ mettono in

dubbio la verità delle notizie date da Giuliano stesso. Ora, io voglio

ammettere che ci possa essere qualche esagerazione e qualche tinta

troppo caricata. Così non sembra giusto il trovare una ragione di

lamento nell’esiguità della scorta militare che accompagnava Giuliano.

Questi non doveva condurre in Gallia un nuovo esercito, doveva andarvi a

prendere il comando degli eserciti che già vi erano. Ora, ciò posto e

posto anche che il viaggio di Giuliano si faceva tutto in paese amico e

tranquillo, una schiera di 360 uomini bastava all’uopo. Ma, quando

Giuliano si lamenta di avere intorno a sè nemici e spie, deve esser nel

vero, e gli avvenimenti che seguirono il suo arrivo in Gallia,

l’ostilità latente, ma efficace, ch’egli trovò presso i suoi generali

dimostrano chiaramente le intenzioni non schiette di Costanzo. Certo,

costui aveva paura dei Germani, ma aveva paura anche del cugino

imperiale. Avrebbe voluto salvare la Gallia, ma avrebbe voluto, insieme,

che Giuliano non uscisse dall’impresa con troppo onore. In fondo, se

Giuliano fosse stato sconfitto, così da liberarlo d’un possibile e

temuto rivale, la sconfitta sarebbe parsa a lui una sciagura non priva

di qualche conforto. E che l’impresa dovesse finire così, c’erano buone

ragioni per crederlo. Chi mai poteva imaginare che quel principe di

venticinque anni, che aveva passata tutta la sua vita fra sacerdoti e

filosofi, che non si era mai occupato di cose militari, che, per la sua

completa mancanza di contegno soldatesco, aveva destata l’ilarità e

mosso gli scherni della corte di Costanzo, sarebbe stato capace di

guidare un esercito? E la spedizione si presentava sotto tristi auspici.

A Torino, giungeva a Giuliano la notizia che Colonia era stata presa e

distrutta dai Germani, ed egli, comprendendo la gravità del pericolo,

esclamava che a lui non rimaneva che di ben morire.

⁵⁹ _Kock_, _Kaiser Julian_. — _Allard_, _Julien l’Apostat_.

Ma la popolazione della Gallia lo accoglie col più vivo entusiasmo. Egli

entra a Vienna, presso Lione, allora la sede del governo della Gallia,

fra turbe festanti e rinfrancate dalla presenza di un principe della

famiglia regnante. E qui Ammiano ci trasmette un curioso episodio. In

mezzo alla folla acclamante, una vecchia cieca chiede chi fosse colui

che così si salutava, — Il Cesare Giuliano — le si risponde. — Ecco

colui, essa esclama, che restaurerà i templi degli dei! —⁶⁰. Era una

voce che già era corsa, era presentimento, era l’espressione di un

desiderio, nutrito da una parte del popolo? Il vero è che, in Giuliano,

si sentiva l’eroe che avrebbe agitato il mondo delle cose e il mondo

delle idee.

⁶⁰ _Amm. Marcell._, Vol. I, 67, 29.

❦

Il governo che Giuliano ha fatto della Gallia per un quinquennio è un

episodio glorioso in mezzo alla decadenza dell’impero, ha segnato un

momento in cui quella decadenza, di cui era imminente il vorticoso

precipitare, è stata, per un attimo, fermata. Giuliano vi è apparso

addirittura meraviglioso. La saggezza ed il valore con cui ha saputo

condurre le lunghe ed ardue imprese contro i Germani, e rigettarli al di

là del Reno, lo rende degno di essere eguagliato ai più grandi capitani

dell’antichità. Qui si rivela tutta la genialità di un uomo che era nato

con l’attitudine del comando e col talento delle grandi combinazioni

militari. Ah, se Giuliano non si fosse esaltato e traviato nelle follie

del neoplatonismo, e s’egli avesse avuto più preciso e sicuro il

sentimento della realtà, che ammirabile imperatore sarebbe mai stato!

Non fu che una meteora brillante, passeggera ed evanescente, quando

avrebbe potuto essere uno dei fattori efficaci della storia umana, un

vero e grande reggitore di popoli! Ma, dal punto di vista psicologico e

drammatico, è appunto questa strana unione di un idealista esaltato,

pieno il capo di ubbie mistiche e di idee fisse, e di un capitano

geniale, di un soldato eroico, di un amministratore provetto che

costituisce l’interesse della figura di Giuliano. C’è del Marco Aurelio

in lui. Ma un Marco Aurelio eccessivo, squilibrato, intemperante. La

genialità in Giuliano è assai più viva, in Marco Aurelio è più profondo

il sentimento. L’imaginazione, che in Marco Aurelio era fredda e

frenata, ed in Giuliano ardente e mobile, ha giocato a quest’ultimo un

brutto tiro, facendogli credere vive ancora idee e cose, morte per

sempre. E, siccome Giuliano, all’opposto di Marco Aurelio, sentiva assai

più la forma che la sostanza delle cose, egli è corso dietro ai fantasmi

della sua mente, sciupando miseramente la sua meravigliosa fortuna e le

doti stupende che la natura gli aveva largite.

Ed ora diamo una rapida occhiata a ciò ch’egli fece in Gallia, prima di

toccare il punto che più ci attrae nella sua vita, la tentata

restaurazione del Paganesimo. Non potremmo formarci un concetto preciso

ed un’imagine vivente dell’uomo, se non guardassimo, per un istante, al

guerriero ed al duce che, uscendo dai santuari neoplatonici di Nicomedia

e d’Efeso e dalla scuola d’Atene, prese in mano le redini di un’aspra

guerra, ed ha condotto le sue schiere da vittoria in vittoria. Il

misurato Ammiano Marcellino, che esprime l’impressione dei suoi

contemporanei e che fu testimonio oculare delle gesta di Giuliano, si

abbandona all’iperbole ed alla retorica, quando parla del giovane

principe, e vede in lui un miracolo voluto da una legge divina. «In un

batter d’occhio — egli dice — Giuliano tanto splendette da esser

giudicato, per la prudenza, un nuovo Tito, eguale a Traiano pei successi

guerreschi, clemente come Antonino, e, nelle indagini astruse della

mente, paragonabile a Marco Aurelio, ad emulare il quale egli intendeva

i suoi atti ed i suoi costumi». Ed Ammiano ben a ragione stupisce quando

ricorda che quel giovane «dalle tranquille ombrie delle accademie, non

già dalla tenda militare, tratto fuori fra la polvere di Marte,

atterrava la Germania e, pacificate le regioni del gelido Reno, uccideva

e incatenava i re barbari anelanti alla strage»⁶¹.

⁶¹ _Amm. Marcell._, I, 77, 14 sg.

❦

Giuliano passò l’inverno del 356 ad orientarsi nella sua nuova

posizione, ad acquistare le necessarie nozioni di amministrazione e di

pratica militare. Egli non sdegnava di addestrarsi nei più umili

esercizi, ripetendo, di quando in quando, come consolazione ed

incoraggiamento, il nome di Platone. Egli dava un mirabile e nuovo

esempio di temperanza e di operosità. Sistematico ordinatore del suo

tempo, e ciò spiega la mole immensa di lavoro da lui compiuto, si

alzava, di notte, dal rozzo giaciglio su cui riposava, e divideva in due

parti le ore che lo separavano dal mattino. Prima di tutto, segretamente

innalzava una prece a Mercurio, eccitatore del pensiero, poi curava gli

affari di Stato, il governo della provincia, i preparativi di difesa e

di offesa. Esauriti gli affari, Giuliano si sprofondava nei suoi studi

prediletti di filosofia, che, a nessun prezzo, voleva dimenticare,

poichè per lui costituivano l’oggetto più interessante della vita. Ed,

insieme alla filosofia, si occupava di poesia, di storia e si esercitava

nella lingua latina. Giuliano era nutrito di poesia. Coi grandi antichi,

Bacchilide era il suo autore favorito. E, pur troppo, alle scuole

elleniche del tempo, s’era anche imbevuto di quella retorica formale e

pedantesca che era la nota caratteristica della letteratura del tempo⁶².

⁶² _Amm. Marcell._, I, 82, 5 sg. II, 40, 2.

Nell’estate del 356, Giuliano apre la sua prima campagna. Udendo che

Autun era minacciata dagli invasori, vi accorre, la libera, poi con

marcia fulminea, raggiunge la valle del Reno, la percorre da Strasburgo

a Colonia, dove entra trionfatore, e dove stringe la pace coi re dei

Franchi, atterriti da sì subitaneo e fortunato attacco⁶³. In questa

prima campagna parrebbe che Giuliano operasse d’accordo con un altro

corpo d’armata, il quale, guidato dall’imperatore stesso, sarebbe

disceso dalla Rezia e dall’alto Reno verso l’Alsazia. Ciò si dovrebbe

dedurre da una notizia che Ammiano ci dà in modo affatto incidentale⁶⁴.

È strano che di questa mossa dell’imperatore nè Ammiano nè Giuliano

parlino nell’esposizione delle gesta compiute durante l’estate del 356.

In ogni modo, la mossa dell’imperatore, se anche avvenuta, non ebbe

conseguenze importanti, e Giuliano, all’aprirsi dell’anno seguente, si

trovò sulle braccia, in tutta la sua grandezza, l’impresa di liberare la

Gallia dalle invasioni germaniche.

⁶³ _Idem_, I, 80, 6 sg.

⁶⁴ _Idem_, I, 100, 25 sg.

Giuliano va a prendere i quartieri d’inverno a Sens, dove, come dice

Ammiano, portando sulle sue spalle la mole delle guerre che d’ogni parte

dilagavano, si divide in molteplici cure per fronteggiare l’offesa, e

per assicurare il vitto ai suoi soldati. Qui egli corre un ben grave

pericolo, perchè i barbari, conoscendo la scarsità delle sue forze, lo

assediano strettamente. Avrebbe potuto essere aiutato da Marcello, un

luogotenente, che, con la cavalleria, trovavasi poco discosto. Ma

Marcello era uno di quei generali che avevano avuto da Costanzo

l’incarico non di soccorrere, bensì di sorvegliare Giuliano. Obbediente

alla consegna, lo lasciò solo alle prese con le difficoltà della

situazione. Ma la fiera resistenza di Giuliano scoraggia gli assedianti

che, dopo un mese, si ritirano vergognosi e tristi pel loro completo

insuccesso. Giuliano depone dal comando l’indegno Marcello, e costui

corre a Milano ad accusarlo, confidando nella disposizione di Costanzo,

il cui orecchio era sempre aperto alle accuse dei delatori. Ma Giuliano

lo seppe prevenire, mandando a Milano il suo fidato Euterio, il quale

prese con tanta efficacia le sue difese davanti all’imperatore, che,

almeno per questa volta, le calunnie dei cortigiani e dei delatori

rimasero inascoltate. Ed, anzi, a Giuliano venne affidato, senza

restrizione e senza imposizioni d’altri generali, il comando supremo

dell’esercito⁶⁵. Se non che la campagna del 357 minacciò di condurre ad

un disastro, per la slealtà di un altro luogotenente, Barbazio, che si

lasciò sconfiggere dai Germani, per accorrere lui pure ad accusare

Giuliano⁶⁶. Ma le sue arti vennero a smarrirsi davanti alla grande

battaglia che Giuliano guadagnava, presso Strasburgo, sulla coalizione

dei principali re delle tribù germaniche, condotta dal più potente di

essi, il re Conodomario.

⁶⁵ _Iulian._, 359, 1.

⁶⁶ _Amm. Marcell._ I, 95, 7 sg.

Ammiano e Libanio sono concordi nel giudizio sulla condotta di Barbazio,

debole ed insieme ispirato dall’odio contro Giuliano. Ma, nel racconto

dei fatti, il retore e lo storico molte volte dissentono, perchè

evidentemente attingono a fonti diverse, e, per verità, la fonte di

Libanio pare, questa volta, preferibile a quella di Ammiano. Ammiano

narra⁶⁷ che Barbazio, piuttosto che prestare a Giuliano alcune delle

navi da lui preparate per costrurre i ponti sul Reno, le abbrucciò

tutte. Libanio, invece, ci dice che Barbazio, volendo agire

indipendentemente da Giuliano, aveva costrutto un ponte di barche, onde

invadere le terre dei Germani. Ma i barbari, anticipando di quindici

secoli la trovata degli Austriaci alla battaglia di Essling, gittarono

nella corrente del fiume, a monte del ponte, grandi ammassi di legnami,

che, venendo ad urtare contro le barche, le sconquassarono, le

affondarono, e le distrussero. Barbazio, che non era un Napoleone, fuggì

spaventato coi suoi 30,000 uomini, inseguito dai barbari⁶⁸.

⁶⁷ _Idem_, I, 96, 13 sg.

⁶⁸ _Liban._, I, 539, 5 sg.

La ritirata di Barbazio aveva sollevati gli animi dei Germani, e fattili

sicuri di una completa vittoria sull’esercito di Giuliano. Da un

disertore eran venuti a sapere che il Cesare non poteva opporre alla

coalizione dei sette re barbari che 13,000 uomini⁶⁹. Pertanto

Conodomario, che guidava l’armata barbarica, risolvette di dare un gran

colpo e di stabilirsi sulla sinistra del Reno, impadronendosi, con la

distruzione del piccolo esercito romano, di tutta la Gallia orientale.

Ma le speranze di Conodomario, pur giustificate dalla difficile

condizione in cui la defezione di Barbazio aveva lasciato Giuliano,

furono mirabilmente sventate dal geniale eroismo del Cesare. Bisogna

leggere in Ammiano la lunga descrizione di questa battaglia, per

ammirare la genialità soldatesca, la presenza di spirito, l’eroismo del

giovane condottiero. L’esercito romano non era che la metà dell’esercito

barbarico. Conodomario, «il nefando incendiatore della guerra — dice

Ammiano — portante sul capo un elmo fiammante, guidava l’ala sinistra,

audace e fidente nella gran forza delle sue membra, sublime sul cavallo

spumeggiante, brandendo un giavellotto di spaventosa grandezza, cospicuo

pel luccicare dell’armatura»⁷⁰. I barbari avevano la certezza della

vittoria. Tentare la battaglia era, da parte dei Romani, prova di

singolare audacia. Ma Giuliano, questo filosofo, questo teologo, questo

mistico e fantastico pensatore era, per un miracolo che non so quando

mai siasi altre volte verificato, un uomo d’azione di strana potenza.

Sul campo di battaglia, insieme alla prontezza del colpo d’occhio,

aveva, in sommo grado, la facoltà di infondere nei soldati la fiducia,

l’ardore della pugna, l’entusiasmo e la gioia del pericolo. Queste doti

che rifulgono di singolar luce nella campagna di Gallia, ricomparvero

non meno brillanti nella guerra contro i Persiani e sono uno dei

lineamenti principali del carattere di Giuliano. Così avvenne che la

battaglia di Strasburgo, voluta da lui e condotta con la più abile

audacia, finì con una spettacolosa vittoria. L’esercito barbarico fu in

parte ucciso nel combattimento, in parte gittato nel Reno. Il terribile

re Conodomario, che tentava di fuggire e di nascondersi, fu fatto

prigioniero, e, mandato da Giuliano a Costanzo, fu rinchiuso, a Roma, in

un carcere sul Monte Celio, dove moriva⁷¹.

⁶⁹ _Amm. Marcell._, I, 98, 11.

⁷⁰ _Idem_, I, 102, 23 sg.

⁷¹ Ammiano, che non prese parte alla campagna della Gallia, ci dà una

descrizione così dettagliata della battaglia di Strasburgo, da non

lasciar dubbio ch’egli adoperava la fonte di un testimonio oculare.

Ora, da due frammenti di Eunapio ed anche, forse, da un passo di

Zosimo (3, 2, 8), si può dedurre che doveva esistere una

narrazione, scritta da Giuliano stesso, e, forse non solo di questa

battaglia, ma anche di una parte almeno della sua campagna contro i

barbari. Del resto anche il medico Oribasio, che era al fianco di

Giuliano, aveva lasciato delle memorie di ciò che aveva veduto,

υπομνήματα di cui Zosimo fece uso.

Di questa vittoria memorabile Costanzo ebbe più dispetto che piacere.

Alla corte di Milano si chiamava Giuliano, per ischerno, Vittorino. I

cortigiani finsero di dare tutto il merito alle sapienti disposizioni

dell’imperatore, e costui si prestò alla stolta adulazione, per modo da

lasciare, negli atti imperiali, una relazione della battaglia di

Strasburgo, nella quale egli figurava come il tattico glorioso della

giornata, dimenticandovi affatto il nome e le gesta di Giuliano «che,

dice Ammiano, egli avrebbe profondamente nascosto, se la fama non

sapesse tacere le cose gloriose, sian pur molti coloro che le vogliono

oscurare — _ni fama res maximas vel obumbrantibus plurimis silere

nesciret_»⁷².

⁷² _Amm. Marcell._, I, 110, 25 sg.

Giuliano, per raccogliere i frutti della sua vittoria, passa il Reno, e

si spinge nel cuore della Germania, cacciando davanti a sè i barbari

atterriti da tanta audacia. E, finalmente, ricostrutto e munito un

castello, innalzato da Traiano e poi abbandonato, e stabilita una tregua

di dieci mesi con quegli stessi re che avevano combattuto a Strasburgo,

ritorna nella Gallia e va a svernare a Parigi. In tutta questa campagna

fu così meraviglioso il valore di Giuliano che, dice Ammiano, quasi si

può credere a coloro i quali pretendevano che egli cercasse la morte,

perchè preferiva cadere combattendo piuttosto che condannato, come il

fratello Gallo. Ma una tale spiegazione non vale, continua Ammiano,

perchè Giuliano, diventato imperatore, si illustrava con atti che non

furono meno meravigliosi ed eroici⁷³.

⁷³ _Idem_, I, 115, 5 sg.

Nei quartieri invernali di Parigi, nella breve sosta che gli è concessa

dalla guerra, a che pensa Giuliano? A rivedere i conti finanziari della

Gallia, a discutere con Florenzio, il prefetto del pretorio, come

sarebbe a dire il ministro delle finanze, per dimostrargli che la Gallia

non può tollerare nessun aumento di imposte, e che, del resto, non ve

n’era bisogno, perchè il bilancio bastava a tutte le spese necessarie.

Il ministro rivolge i suoi reclami all’imperatore e questi esorta

Giuliano ad aver fiducia in Florenzio. Ma Giuliano è irremovibile; non

vuole neppur leggere lo scritto contenente le proposte di Florenzio, ed,

in un momento di sdegno, lo scaglia a terra. Così, per la sua fermezza,

la Gallia è salvata dalla rovina⁷⁴. A ragione i popoli della Gallia

eguagliavano l’amministrazione di Giuliano ad un sole sereno che

risplendeva dopo squallide tenebre.

⁷⁴ _Amm. Marcell._, I, 116, 12 sg.

Il dissenso fra Giuliano e Florenzio, che fu certo una delle cause

principali della sfiducia e dei rinascenti sospetti di Costanzo, aveva

la sua origine in una ragione più personale di quella che fosse la

pubblica amministrazione. Florenzio, seguendo le abitudini del tempo e

del governo imperiale, rubava. L’intemerato Giuliano non poteva

tollerare la cosa; da qui il proposito, in Florenzio e nei suoi

colleghi, di liberarsi dell’incomodo principe. Un episodio, narrato da

Libanio, illustra la situazione. «Avvenne — narra maliziosamente Libanio

— che un cittadino accusasse di furto un magistrato. Florenzio, come

prefetto, faceva da giudice, e, pratico com’era del rubare, ed essendo

già stato comperato, espresse il suo sdegno contro l’accusatore,

sentendosi compromesso col suo compagno d’arte. Ma, siccome

l’ingiustizia era palese, e se ne parlava in pubblico, e ne prurivano le

orecchie dell’autore, egli chiamò giudice il principe stesso. Questi,

sulle prime, si rifiutò, dicendo che non era cosa di sua competenza. Ma

Florenzio insistette, non già perchè volesse una sentenza giusta, ma

perchè credeva che Giuliano l’avrebbe pronunciata d’accordo con lui,

anche se si trattasse di un’ingiustizia. Ma, quando vide che la verità

gli stava più a cuore dei riguardi per lui, ne ebbe gran dispiacere, e

calunniando, con lettere, quel personaggio che aveva la massima fiducia

di Giuliano⁷⁵, lo fece espellere dalla reggia, come se traviasse il

giovane principe al quale, invece, faceva da padre»⁷⁶.

⁷⁵ Costui era Sallustio.

⁷⁶ _Liban._ I, 549, 18 sg.

Noi dobbiamo tener conto di questi fatti singolari che ci rappresentano

Giuliano come uno degli uomini più illuminati, più coscienziosi, più

giusti che abbia avuto l’antichità. Da questi fatti noi dovremo poi

trarre le naturali conseguenze, quando vorremo giudicare, nella sua

reale consistenza, l’azione per cui egli è stato come infamato davanti

alla posterità, voglio dire il tentativo di restaurazione del

Paganesimo.

Le due campagne susseguenti del 358 e del 359 furono, per Giuliano, una

serie di successi, pei quali l’audace e fortunato generale, non pago di

liberare la Gallia, penetrava nel cuore della Germania, e sottometteva,

ad una ad una, le più bellicose tribù. La slealtà dei nemici, che non

tenevano i patti, se non atterriti dai castighi, e la difficoltà degli

approvvigionamenti, la cui mancanza una volta rivoltava a Giuliano i

suoi fidi soldati⁷⁷, gli creavano, ad ogni passo, ostacoli ed impacci da

scoraggiare ed abbattere qualsiasi abile condottiero. Ma egli non

perdeva mai la presenza di spirito, la sicurezza del colpo d’occhio,

l’opportunità dell’audacia, e così riesciva a portare la pace, l’ordine,

la prosperità in regioni, ormai da lunghi anni sconvolte e che vivevano

sotto la minaccia perpetua di invasioni disastrose. È bello udire con

che legittima alterezza, ma, insieme, con quanta dignità, Giuliano parla

dei suoi successi militari. «Nei due anni seguenti (la battaglia di

Strasburgo) — egli scrive agli Ateniesi — i barbari furono del tutto

espulsi dalla Gallia, moltissime città furono risollevate, e navi, in

quantità, giunsero dalla Brettagna. Io riunii una flotta di seicento

navi, di cui quattrocento da me costrutte in meno di dieci mesi, e con

esse risalii il Reno, impresa non lieve, a cagione dei barbari che

abitavano le sponde. Florenzio, anzi, credeva la cosa tanto impossibile

ch’egli prometteva a quei barbari una mercede di due mila libbre

d’argento, pur di aver libero il passo. Costanzo, avendo avuta notizia

dell’offerta, mi scrive di darvi esecuzione, a meno che a me paresse

troppo vergognosa. E come non lo sarebbe stata, se tale pareva anche a

Costanzo, pur avvezzo a patteggiare coi barbari? Ma io non diedi nulla,

e marciando contro di essi, con la difesa e l’assistenza degli dei,

occupai il paese dei Salii, e scacciai i Camavi, avendo predati molti

buoi e donne e fanciulli⁷⁸. Così li atterrii tanto coi preparativi delle

mie invasioni, che tosto mi mandano ostaggi, e assicurano il libero

passaggio dei viveri. Sarebbe troppo lungo l’enumerare, e lo scrivere,

ad una ad una, tutte le cose che io feci in quattro anni. Le riassumo.

Tre volte passai il Reno: ricuperai dai barbari venti mila nostri

prigionieri che si trovavano oltre il Reno; in due battaglie ed in un

assedio presi migliaia di uomini, nel fiore dell’età; mandai a Costanzo

quattro schiere di fortissima fanteria, tre un po’ più deboli, due

coorti di cavalieri valorosissimi; ora, per la grazia degli dei, io

posseggo tutte le città, avendone riprese poco meno di quaranta»⁷⁹.

⁷⁷ _Amm. Marcell._, I, 129, 21 sg.

⁷⁸ In questa campagna contro i barbari renani è interessante il

racconto di Zosimo (3, 7) da cui risulta che Giuliano seppe

approfittare dell’aiuto offertogli da un brigante famoso, di nome

Carietto, episodio curioso di cui tacciono Giuliano ed Ammiano,

forse, per non attenuare lo splendore eroico delle gesta cesaree.

Questo Carietto fu poi aggregato regolarmente all’esercito romano

(Amm. II, 94, 9).

⁷⁹ _Iulian._, 360, 10 sg.

❦

Or siamo giunti al momento fatale della vita di Giuliano. Sta per

maturare l’evento che deve portarlo al vertice della potenza. Mentre il

Cesare, nella Gallia e nella Germania, correva di vittoria in vittoria,

Costanzo, in Oriente, si dibatteva fra le più gravi ed ingloriose

difficoltà, in conseguenza della guerra che, da tanti anni, ferveva

contro i Persiani e che minacciava di diventar un disastro per l’impero.

L’animo meschino e perverso di Costanzo s’ingelosiva del cugino. Temendo

che la continuazione dei suoi trionfi potesse sollevarlo ad aspirazioni

d’impero, Costanzo, istigato da Florenzio, a quel che narra Ammiano⁸⁰,

pensa di troncargli le ali. A tale intento, manda a Parigi il tribuno

Decenzio, coll’ordine a Giuliano di spedirgli, in Oriente, la parte

migliore delle sue truppe, le legioni degli Eruli, dei Batavi, dei

Petulanti e dei Celti, raccomandando di non frapporre indugi, così che

quei soldati possano giungere in tempo di prender parte alla campagna

della prossima primavera contro i Parti alleati dei Persiani. Il

generale Lupicino doveva condurre quelle truppe. Giuliano prevede che

l’ordine dell’imperatore non può eseguirsi senza contrasto e senza

pericoli. Quei soldati barbari avevano preso volontario servizio, a

condizione di non abbandonare i loro paesi. Era certo che si sarebbero

rifiutati a lasciarsi portare nel lontanissimo Oriente, a morire lungi

dalle loro famiglie. Lupicino, intanto, era assente, mandato, molto

prima, da Giuliano, in Inghilterra, e Florenzio, prevedendo il

temporale, si era ritirato a Vienna, e indugiava ad accorrere alla

chiamata di Giuliano. Questi si trovava senza consiglieri, solo ad

assumere la responsabilità, pressato da Decenzio, che sentiva il

pericolo dell’indugio. Infatti, nelle legioni, correva un libello

anonimo in cui fra le altre cose si diceva: « — Noi, come colpevoli e

condannati, siamo cacciati agli estremi confini della terra, e le nostre

famiglie, che, dopo tante sanguinose battaglie, liberammo dalla

prigionia, saranno serve per sempre ai Germani»⁸¹. Letto questo libello,

Giuliano, onde togliere ciò che pareva fosse pei soldati il maggior

sacrifizio, dispone che le famiglie possano seguirli e fornisce i mezzi

di trasporto. Decenzio insiste affinchè, dai luoghi circostanti, in cui

erano alloggiate, le legioni siano concentrate a Parigi, donde prendere

le mosse. Così si fa, e, raccolte le truppe nei sobborghi di Parigi,

Giuliano le visita, le esorta, parla ad uno ad uno a quei soldati che

personalmente conosce, e cerca di animarli con la previsione della

liberalità dell’imperatore e dei premi che li aspettano. Poi raccoglie i

capi ad un solenne banchetto, da cui questi si ritirano tristi e

commossi, perchè la fortuna inclemente li privava, insieme, di sì giusto

condottiero e della loro terra natia⁸².

⁸⁰ _Amm. Marcell._, I, 201, 15 sg.

⁸¹ _Amm. Marcell._, I, 203, 15 sg.

⁸² _Idem_, I, 204, 4 sg.

Tutto pareva ormai tranquillo, ed ogni pericolo di resistenza sventato,

quando, nel cuore della notte, le legioni prendono le armi ed,

accorrendo al palazzo, lo circondano in modo che nessuno possa fuggire.

Con grida immense, proclamano Giuliano _Augusto_, cioè, Imperatore, e,

al primo albeggiare, lo costringono a presentarsi e raddoppiano, alla

sua vista, il festoso clamore. Invano Giuliano tenta di calmarli,

promettendo loro che non avrebbero passate le Alpi, ed assicurandoli del

perdono di Costanzo. I soldati s’infuriano di più, e, alzatolo sugli

scudi, vogliono che si ponga in capo il diadema imperiale. Egli non ne

ha. Ebbene, s’incoroni con una collana di sua moglie. Ma un ornamento

femminile non conviene come emblema d’impero. Si prenda il pettorale

dorato di un cavallo. Peggio ancora. E, allora, un vessillifero dei

Petulanti, strappandosi una collana che portava come segno del suo

grado, ne circonda il capo di Giuliano. Questi, che non ha potuto

resistere alla pressione dei soldati, si ritira incerto, stupefatto,

esitante nella reggia. Ma ecco che, il giorno seguente, fra i soldati,

si diffonde la voce che Giuliano è stato segretamente trucidato. E tosto

riprendono le armi e furiosi corrono alla reggia, e non si acquetano

finchè il nuovo imperatore non viene al loro cospetto, rifulgente delle

insegne del potere. Da quel momento, Giuliano assume apertamente la sua

posizione, parla ai soldati come imperatore, loro ricorda le imprese

insieme compiute, dichiara di confidare intieramente nella loro lealtà,

e promette ricompense e promozioni. Egli spera ancora di evitare la

guerra civile e di trovare un accordo con Costanzo, ma è risoluto a non

indietreggiare, e si dice sicuro di sè stesso e della sua sorte. Anzi,

ai più intimi racconta che, nella notte antecedente alla sua

proclamazione, gli era apparso il genio dell’impero, e gli aveva detto:

«Più di una volta, o Giuliano, io occupai il vestibolo del tuo palazzo,

nell’intento di accrescere la tua dignità, ma sempre mi ritirai quasi

respinto. Se anche ora non mi accogli, malgrado il parere concorde di

tanti, io me ne partirò mortificato e mesto. Ma, tientelo bene in mente,

io teco non sarò mai più!»⁸³.

⁸³ _Amm. Marcell._, I, 208, 10 sg.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 10 / 26 题