INTRODUZIONE

La sorte toccata all’imperatore Giuliano è davvero miseranda. Nessuna

figura, nella decadenza dell’impero, più originale, più interessante,

più attraente della sua. Ma la tradizione ecclesiastica gli è stata

terribilmente nemica; gli ha impresso il marchio dell’apostata e, con

questa qualifica, lo ha condannato all’abbominio ed all’oscurità. Come

ciò avvenisse s’intende. La Chiesa agiva con un’intenzione polemica. A

lei premeva sopratutto di rendere odioso un uomo che aveva tentato di

ferirla a morte. Come sempre nella polemica, la verità doveva cedere il

posto alla passione ed all’interesse partigiano. Ma lo storico ed il

critico non devono lasciarsi stordire e confondere dai clamori della

polemica; il loro compito è di anatomizzare oggettivamente e con una

intiera imparzialità il fatto o l’uomo che hanno sulla loro tavola

d’esperienza e d’osservazione, cercando di cogliere il vero nella sua

essenziale realtà.

Ora, è chiaro che le invettive e le maledizioni della Chiesa non tolgono

che, nell’imperatore Giuliano l’uomo e l’azione siano singolarmente

interessanti. Non vi può essere studio storico più attraente del

ricercare le origini, le cause, le conseguenze della restaurazione

politeista a cui il giovane imperatore ha posto mano. Quelle invettive e

quelle maledizioni non possono nascondere il vero a chi appena guardi la

storia e i documenti; e il vero è che Giuliano fu un uomo per eccellenza

geniale, un uomo che, dopo aver passate l’adolescenza e la giovinezza

immerso negli studi, da cui, ad ogni istante, lo distraeva

l’aspettazione di essere trucidato ad un cenno dello scellerato cugino

che sedeva sul trono imperiale, investito, improvvisamente, di un

supremo comando militare, in una posizione che pareva disperata, si

rivela, in breve tempo, generale di altissimo valore, e conduce una

campagna meravigliosa, coronata da splendide vittorie. La sua vita

pubblica è chiusa nel breve ciclo di otto anni, dal 355, l’anno in cui è

mandato nelle Gallie a fronteggiare le invasioni germaniche, al 363,

l’anno in cui cade sul campo di battaglia combattendo eroicamente i

Persiani. Questi otto anni furono tutti spesi in una vita agitata, piena

di avventure e di preoccupazioni amministrative e militari. Eppure, il

giovanissimo imperatore, che doveva morire a trentadue anni, non

abbandonò mai i suoi studi, non interruppe mai la sua attività

letteraria, e trovò il modo e il tempo di essere uno degli uomini più

colti del suo secolo, e l’ultimo scrittore, il più brillante, il più

acuto, della decadenza greca. Austero di costumi, infervorato di

aspirazioni ideali, meravigliosamente versatile d’ingegno, eccellente in

ogni cosa a cui rivolgesse le sue cure, Giuliano è un’apparizione

meritevole di profonda investigazione, è una figura, come or si direbbe,

suggestionante. Certo, il suo tentativo di porre un argine all’avanzare

del Cristianesimo, e di ricondurre lo Stato al culto politeista, era

errato nel principio, e rivelava uno spirito guidato da fantasmi

filosofici più che da un esatto apprezzamento delle condizioni morali ed

intellettuali del tempo. Ma nulla, appunto, di più interessante che

l’investigare le cause per le quali uno spirito tanto acuto e pronto sia

caduto in così grave errore; nulla di più curioso che il seguirlo nei

suoi sforzi per dar vita al suo ideale, che il raccogliere, dal suo

labbro e dai suoi scritti, le intenzioni da cui era mosso, gli scopi a

cui mirava, le speranze e i disinganni da cui era accompagnato.

La Chiesa è stata assai più feroce contro Giuliano che contro qualsiasi

degli imperatori che pur l’hanno perseguitata col ferro e col fuoco.

Eppure Giuliano, che aveva iniziata una sistematica restituzione del

Politeismo, non ha versata, di sua iniziativa, una goccia di sangue per

la causa che gli stava a cuore assai più delle sue imprese guerresche e

delle sue riforme amministrative. Anzi, come vedremo, proclamava

ufficialmente il principio della tolleranza e non voleva le conversioni

forzate. Ma la Chiesa era ispirata da un istinto sicuro. Sentiva che la

persecuzione, dopo tutto, era una forza per lei ed uno strumento di

vittoria. Quanto più perseguitata, tanto più potente. S’era ormai

avvezza ad affrontar impavida la violenza, ma essa si arretrò spaventata

davanti a questo giovane che, dal trono imperiale, predicava il ritorno

al Politeismo, in nome della ragione e della morale. Era una cosa tanto

nuova ed inaspettata che essa vi vide un pericolo maggiore di quello che

fosse nella realtà. Nessuno dei persecutori del Cristianesimo era mai

entrato nel merito del Cristianesimo. Lo si perseguitava perchè lo si

credeva pericoloso per la società e per lo Stato, ma nessuno

s’incaricava di esaminarlo nelle sue basi filosofiche e storiche. Il

lavoro critico di Celso era rimasto presso che isolato. Ora, qui si

presentava un imperatore, il nipote di Costantino, il quale si

dichiarava apostata del Cristianesimo e pretendeva di giustificare la

propria apostasia con la dimostrazione dell’irragionevolezza e della

mancanza di base storica di una religione che ormai pareva vittoriosa

d’ogni resistenza. Nulla poteva riuscire più offensivo alla Chiesa, la

quale s’era già avvezza a dominare sovrana assoluta, ed a cui, pertanto,

doveva parere intollerabile ogni discussione sulla sua autorità. Il

giavellotto di un Persiano la tolse, in breve, da ogni preoccupazione,

ma non cancellò la memoria del paventato ed odioso tentativo, ed essa se

ne vendicò condannando il nome di Giuliano all’obbrobrio e la sua storia

ed i suoi libri ad un immeritato oblio.

❦

In questo nostro studio, noi cominceremo col dare una rapida occhiata

alla vita di Giuliano. Poi esamineremo l’ambiente religioso e filosofico

in cui venne a trovarsi. Ci fermeremo più a lungo sull’impresa da lui

tentata di restaurare il culto politeista e le antiche idee religiose.

Noi troveremo, cammin facendo, molte occasioni di interessanti

considerazioni sulla natura dei movimenti religiosi, sugli effetti che

producono e sulle ragioni tanto delle loro vittorie quanto delle loro

sconfitte.

Giuliano può essere studiato nella sua vita, nel suo spirito, nelle sue

azioni, con una larghezza di notizie e con una approssimazione al vero

assai maggiore di quanto avvenga generalmente pei personaggi della

storia antica. Ciò deriva, in primo luogo, dall’esistenza di tre fonti

di singolare importanza, tutte contemporanee al personaggio di cui

parlano, e sono le storie di Ammiano Marcellino, i discorsi di Libanio e

quelli di Gregorio di Nazianzo; in secondo luogo, e sopra tutto, dalla

conservazione degli scritti dello stesso Giuliano, che sono la più

interessante rivelazione di quello spirito inquieto.

Ammiano Marcellino, nato da nobile famiglia, in Antiochia, entrò,

giovinetto ancora, nella carriera delle armi, ebbe alti uffici, e prese

parte ad importanti imprese. Nel 350, fu, dall’imperatore Costanzo,

destinato ad accompagnare il generale Ursicino, a cui era affidata la

difesa dell’Oriente. Nel 354 venne a Milano, con lo stesso Ursicino, e

seguì costui nelle Gallie, onde domare la ribellione di Silvano. Ucciso

Silvano, fu rimandato in Oriente dove era ancora quando Giuliano prese

il posto di Costanzo. Egli fu un devoto e fedele ammiratore del giovane

sovrano e lo accompagnò nella spedizione di Persia. Avvenuta la

catastrofe di Giuliano, pare che Ammiano abbandonasse la carriera

militare, e si ritirasse a vita riposata in Roma, dove, come sappiamo da

una lettera di Libanio, scrisse le sue storie che ci giunsero in

condizione frammentizia. Ammiano Marcellino è un testimonio prezioso per

la serena imparzialità del suo giudizio. Scrittore mediocre e pesante,

dal punto di vista letterario, ma coscienzioso, esatto, espertissimo di

cose militari, legato a Giuliano da un’ammirazione affettuosa, che però

non gli cela la percezione del vero, anche quando il vero non torna a

lode del suo eroe, Ammiano ci ha lasciata una narrazione in cui si può

riporre una fede sicura. Se non che, soldato nell’anima, ed uomo

d’azione per eccellenza, Ammiano, sebbene non fosse cristiano, non

sentiva interesse alcuno per l’opera di restaurazione religiosa,

iniziata da Giuliano, e, pertanto, si occupa quasi esclusivamente del

capitano e del principe. Il filosofo ed il pontefice non appaiono che di

sfuggita nelle pagine dell’onesto storico. Tuttavia, l’imagine del

giovane imperatore vien fuori vivente dalla sua schietta pittura, così

che il lettore è condotto a risentire per l’eroe, di cui si seguono le

gesta, un po’ della devozione, pur temperata da qualche rimprovero, a

cui s’ispira il narratore nel suo racconto e nei suoi giudizi.

Libanio fu uno dei personaggi più cospicui del mondo ellenico nel secolo

quarto. Nativo egli pure, al pari di Ammiano, di Antiochia, Libanio,

letterato e retore insigne, empì della sua attività letteraria i grandi

centri dell’Oriente, Costantinopoli, Nicomedia, Antiochia, durante i

regni di Costanzo, di Giuliano, di Valente e di Teodosio. Professore di

retorica, tenne, per incarico governativo, pubblica scuola in ognuna di

quelle città, ed a lui accorrevano i giovani, onde addestrarsi in

quell’arte tutta formale che costituiva l’insegnamento letterario

dell’epoca. Entusiasta amatore delle tradizioni elleniche, Libanio

odiava il Cristianesimo e non vedeva la salute del mondo che nel ritorno

all’antico. Egli era esclusivamente un letterato, un oratore; mancava

affatto di spirito filosofico. I suoi discorsi non sono che esercizi

d’eloquenza, assai interessanti per le cose che narra e per la pittura

dell’ambiente, ma vuoti di pensiero. Libanio era un abile artefice di

frasi. Spirito leggiero, impressionabile, vanitoso, ebbe una vita

agitata, combattuto da rivali, costretto a mutar la sede del suo

insegnamento da Costantinopoli a Nicomedia, poi di nuovo a

Costantinopoli e finalmente ad Antiochia, ora perseguitato, ora

esaltato, ma pur sempre vittorioso di tutti e di tutto per la grande

fama di cui godeva e per l’autorità di un nome, rispettato da tutti gli

uomini colti del suo tempo.

Libanio ora è troppo dimenticato. I suoi scritti numerosissimi, il suo

ricco epistolario, conservati, caso raro, in gran parte, sono una delle

cose più vive della letteratura antica, e dànno una rappresentazione

parlante della società dell’impero d’Oriente, nel secolo quarto. È

curioso il vedere come la decadenza dello spirito e della letteratura

greca fosse stata meno rapida e meno profonda della decadenza dello

spirito e della letteratura latina. Mentre questa si era spenta del

tutto, per non risorgere che con gli scrittori ecclesiastici,

nell’Oriente erano rimasti accesi dei vivissimi focolari di movimento

intellettuale, e si conservavano tradizioni letterarie che rendevano

possibile l’apparizione di scrittori come Giuliano e Libanio.

Quest’ultimo, spirito, come dissi, superficiale, ma brillante e mosso,

molte volte, da un’ispirazione schietta, ci ha lasciati, in quei suoi

discorsi, generalmente troppo lunghi e peccanti nella composizione,

delle pagine veramente belle e sentite.

Aveva conosciuto Giuliano giovinetto, se non di persona, almeno di fama,

ed aveva come tanti altri, riposte le sue speranze in lui. Era, dunque,

naturale ch’egli salutasse, con vero entusiasmo, l’astro del nuovo

imperatore, appena sorto sull’orizzonte, ed approvasse ed aiutasse, con

tutta l’anima, la sua impresa di restaurazione ellenica. Ed è pur

naturale che l’improvvisa caduta di tante speranze lo gittasse in una

profonda desolazione. Di questi suoi sentimenti di gioia e di dolore

Libanio ci lasciò l’eloquente espressione in sette discorsi, di cui

quattro scritti durante il breve regno di Giuliano. Due di questi, il

_Saluto_, pronunciato all’entrata di Giuliano in Antiochia, e l’altro

_All’imperatore console_, scritto in occasione del consolato di

Giuliano, sono inni di gioia per l’inaugurazione della nuova primavera

ellenica, voluta dal geniale imperatore. Altri due di quei discorsi,

l’_Ambasciata_ e il _Discorso dell’ira_, sono destinati a riconciliare

l’irritato Giuliano con la frivola e _frondeuse_ Antiochia. Due altri,

_Il Lamento solitario_ e la _Necrologia_, sono gridi di dolore per la

morte dell’eroe. La _Necrologia_ è una vera storia di Giuliano. Il

piangente Libanio narra lungamente tutta la vita dell’imperatore. È un

documento fondamentale per chi voglia studiare Giuliano ed il suo tempo.

Il discorso _Della vendetta_ fu scritto sedici anni dopo la morte di

Giuliano, e diretto all’imperatore Teodosio, quando questi fu chiamato

da Graziano ad assumere l’impero d’Oriente. Libanio, completamente

illuso sulle tendenze del giovane e sconosciuto Teodosio, lo eccita a

vendicare Giuliano, come solo mezzo per indurre gli Dei a fermare il

corso delle calamità che minacciavano l’oscillante impero. Questi

discorsi di Libanio sono una miniera di notizie intorno a Giuliano, ma

sono sopratutto preziosi come una rappresentazione dell’impressione

prodotta da Giuliano, e dall’aura di simpatia e di speranza che lo

circondava, lo eccitava, e gl’impediva di percepire la verità. Certo,

Libanio è un uomo di partito, un ellenista appassionato, e non ha la

piena sicurezza di giudizio che si ammira nel mediocre ma equilibrato

Ammiano Marcellino. Tutto quello che dice Libanio deve essere ricevuto

con beneficio d’inventario, ed esaminato con un granello di sale, ma, in

ogni modo, non è possibile farsi un’idea chiara e precisa di ciò che è

stato e di ciò che ha voluto fare Giuliano, se non si leggono gli

scritti di questo suo devoto amico ed appassionato ammiratore.

All’estremità opposta a quella in cui si trova Libanio, noi vediamo

Gregorio di Nazianzo, che fa parte, insieme a Basilio ed a Gregorio di

Nissa, di quel terzetto di grandi teologi ed oratori, al quale è dovuta

la vittoria finale dell’ortodossia nicena. Nato a Nazianzo, in

Cappadocia, nel 330, Gregorio era coetaneo di Giuliano, e si trovò

insieme a lui in Atene, dove furono condiscepoli di studio. Ma Gregorio

era tanto infervorato di Cristianesimo, quanto l’altro d’Ellenismo, e,

sebbene Giuliano prudentemente nascondesse le sue tendenze, queste

furono indovinate da Gregorio che concepì tosto una viva antipatia pel

compagno. Tale antipatia si convertì ben presto in un odio veramente

feroce. Gregorio aveva acquistata, come vescovo, ma sopratutto come

oratore, un’altissima posizione nel mondo ecclesiastico, e questa

posizione, aumentando la sua responsabilità, lo faceva più implacabile

pel nemico del Cristianesimo. A ciò si aggiunga che la grande coltura

del suo spirito lo rendeva maggiormente sensibile al pericolo che il

nuovo genere di guerra, iniziato da Giuliano, creava alla religione

cristiana. La morte di Giuliano, che fu per gli ellenisti un colpo

terribile e desolante, fu pei Cristiani, e, sopratutto, pei Cristiani

letterati e filosofi, come Gregorio, un sollievo inaspettato che li

liberava dal più spaventoso degli incubi, ed essi innalzarono un grido

di gioia. Nessun grido più esultante e più spietato di quello di

Gregorio nei due discorsi infamanti, nelle due colonne infami, come egli

stesso li chiama, da lui scritti contro Giuliano, quando ne fu

conosciuta la morte. In questi discorsi, Gregorio non è uno storico, e

molto meno un giudice; è un polemista terribile, ispirato da un furore

che gli toglie del tutto la serenità dell’occhio e del giudizio, ma un

polemista dall’ampio volo, e di una eloquenza che trascina. Se Libanio

ci rappresenta l’impressione d’esultanza che Giuliano aveva prodotta nel

mondo ellenico, Gregorio ci rappresenta ancor più vivamente

l’impressione d’orrore prodotta nel mondo cristiano. Le esagerazioni

dell’amore e dell’odio, dell’ammirazione e dell’aborrimento si

correggono a vicenda, e ne esce una figura rispondente alla verità.

Non vi può essere esempio più curioso della relatività soggettiva dei

giudizii umani. Ecco qui due uomini, due contemporanei, di ingegno

aperto, di grande coltura, due, infine, fra le più eminenti personalità

del loro tempo. Sono essi, e l’uno e l’altro, venuti a contatto con un

principe audace, in balia dei più strani capricci della sorte, un

principe che ha empito il mondo delle gesta compiute nella sua

brevissima, meteorica esistenza. E l’uno e l’altro parlano di quel

principe in solenni discorsi, tenuti quando egli era morto, quando della

sua opera nulla era rimasto, quando, pertanto, nè il lodarlo poteva

recar vantaggio, nè il combatterlo poteva avere un interesse polemico.

Ebbene, e l’uno e l’altro sono così esaltati, anzi, acciecati dalla

passione che, mentre per l’uno quel principe è un miracolo di virtù, per

l’altro è un mostro d’ignominia. Intorno alla sua memoria, i partiti

continuarono, per qualche tempo, a tenzonare. Di Giuliano può dirsi

davvero che, in vita, è stato

segno d’immensa invidia

e d’indomato amor.

Egli aveva sollevata una tempesta. Le onde di quella tempesta

palleggiarono furiosamente il suo cadavere, e lo gittarono sulla

spiaggia sfigurato e dilaniato. Che dobbiamo noi fare, per ricomporre

quella figura, nella sua realtà? Guardare a ciò ch’egli stesso ci ha

detto e ci ha narrato della sua vita, delle sue speranze, dei suoi

disinganni. Lì, noi avremo un ritratto genuino, lì, riconosceremo l’uomo

vero, con le sue doti meravigliose e con le sue debolezze, e avremo

liberato il nostro giudizio dalle imprecazioni appassionate del

Cristiano come dalle fallaci apoteosi del Pagano.

Non tutti gli scritti di Giuliano giunsero fino a noi. Tuttavia ne

abbiamo in quantità sufficiente per essere pienamente illuminati sul

valore dell’uomo e dello scrittore. Rapidissimo dettatore, come

vivacemente ce lo dipinge Libanio², non vi erano preoccupazioni di

guerra o di governo che lo distogliessero dal comporre discorsi,

trattati, satire, lettere, in cui versava, con un talento naturale, al

quale mancava solo il tempo di adoperare la lima, tutta la pienezza del

suo spirito versatile. È in questi scritti che si raccoglie il pensiero

genuino di quel giovane inquieto che sprecava, nel correr dietro al più

ingannevole miraggio le forze di un ingegno acuto e di un’anima

generosa.

² _Liban., edit. Reiske_, I vol. 580, 15.

Gli scritti di Giuliano non hanno tutti il medesimo valore. Abbiamo, da

una parte, i discorsi panegirici ch’egli componeva sulla falsa riga

della retorica della scuola, la quale poneva tutta l’arte e l’eloquenza

in un arido ricettario di formole. Sono, come vedremo, l’espressione di

un opportunismo spiegabile, ma, certo, non lodevole nel giovane e

sospettato principe. Abbiamo poi i discorsi filosofici, un affettato e

poco organico ammucchiamento di dottrine e di simboli, raccolti

nell’insegnamento neoplatonico. Questi discorsi, al pari dei panegirici,

sono pesanti ed artifiziosi, e, considerati come esercizi letterari e

filosofici, hanno, per sè stessi, uno scarso valore. Ma sono preziosi

come un saggio delle tendenze e delle abitudini che dominavano nelle

scuole del tempo, e, sopratutto, come una dimostrazione del simbolismo

mistico con cui il Politeismo si andava piegando alle esigenze del

monoteismo, e cercava di lottare col Cristianesimo vittorioso.

Accanto a queste esercitazioni scolastiche, abbiamo i discorsi

d’occasione, le satire e le lettere. Qui rivive, davvero, uno spirito

originale di cui la pedantesca educazione non aveva illanguidito il

fiore, uno spirito che portava, in ogni cosa, una prontezza di

percezione, un’impressionabilità geniale, un’acutezza di visione e di

giudizio che danno alla sua parola un’espressione vibrante di

schiettezza e di verità. È qui che bisogna studiare Giuliano, e quando

ricordiamo che questo scrittore brillante, talvolta profondo e talvolta

poetico, questo satirico acuto, questo pensatore meravigliosamente

versatile e dotto, questo erudito pel quale non solo la sua diletta

letteratura ellenica ma anche l’odiata letteratura cristiana non aveva

segreti, questo lettore appassionato ed instancabile di Omero, di

Bacchilide, di Platone, era quello stesso giovane condottiero di cui il

fedele Ammiano Marcellino ci narra le stupende imprese guerresche e ci

descrive l’indomabile valore, non possiamo esitar nell’affermare che

egli è stato, malgrado l’errore fondamentale della sua vita, una delle

figure più cospicue che abbiano illustrata la decadenza fatale

dell’antica società.

La storia di Giuliano deve esser fatta con queste quattro fonti che,

essendo contemporanee, hanno un valore insuperabile. Le altre narrazioni

delle gesta di Giuliano o son giunte a noi in una condizione troppo

frammentizia e guasta, per essere documenti sicuri, o provengono, per la

massima parte, da scrittori che sono posteriori almeno di un secolo a

Giuliano, e quindi non meritano che scarsa fede.

Sarebbero assai interessanti, per la conoscenza di Giuliano, le storie

di Eunapio, che, nato nel 347, può ritenersi contemporaneo e testimonio

delle gesta del giovane imperatore, sebbene egli stesso ci dica che era

in età troppo fanciullesca — κομιδῆ παῖς — per formarsene un giudizio

diretto. Eunapio era un fervente ammiratore di Giuliano, e della sua

ammirazione le sue storie dovevano dar continue prove. Ma, appunto per

ciò, ci pervennero rovinate da ciechi fanatici e ridotte a frammenti

poco importanti, perdita tanto più deplorevole perchè Eunapio aveva

avuto a sua disposizione le Memorie del medico Oribasio, uno dei più

fidi amici di Giuliano.

Ma Eunapio ci ha lasciate, in un altro suo libro, nella _Vita dei

Sofisti_, delle brevi biografie, direi meglio, dei bozzetti dei

principali fra i filosofi neoplatonici, in mezzo ai quali fu educato

Giuliano. Sebbene egli sia un ben misero scrittore, e, direi quasi,

indegno dei tesori di erudizione, che vi dedicarono il Boissonade ed il

Wyttenbach, pur egli ha, per la storia di Giuliano, il pregio

incomparabile di essere, lui pure, un contemporaneo. Infatti, sebbene

appartenesse alla generazione posteriore a quella di Giuliano, egli

conobbe personalmente quasi tutti gli uomini di cui ci fa il ritratto,

ed anzi, fu parente ed allievo di Crisanzio, uno dei maestri di

Giuliano. Noi, pertanto, troviamo in lui delle notizie preziose.

Leggendo le vite di Edesio, di Crisanzio, di Prisco, di Oribasio,

sopratutto quella di Massimo, il _superuomo_ di quel piccolo mondo, ci

sentiamo trasportati nell’ambiente della società neoplatonica, con una

vivacità d’impressione assai maggiore di quella che raccogliamo dalla

lettura degli storici e dei critici delle epoche posteriori.

Un altro storico bizantino, entusiasta di Giuliano, è Zosimo. Egli

dimostra un retto senso critico nel dare, per la conoscenza di Giuliano,

una suprema importanza agli scritti stessi dell’imperatore a preferenza

di qualsiasi altra fonte. Però, poco o nulla aggiunge a quanto già

sappiamo pel racconto di Ammiano. Ma è pur sempre un’autorevole

testimonianza della profonda impressione di grandezza che Giuliano aveva

lasciata nel suo rapido passaggio sulla scena del mondo.

Gli storici ecclesiastici che si sono occupati di Giuliano, appartengono

tutti, escluso il solo Rufino, al secolo successivo a quello di

Giuliano. Scrivendo, perciò, in un’epoca tanto lontana dagli avvenimenti

che narrano, in un ambiente favorevole alla fioritura della leggenda,

mancanti affatto d’ogni prudenza letteraria, spinti ad accarezzare i

pregiudizii dello spirito pubblico, a cui era odioso ogni ricordo di

Paganesimo, quegli autori non possono costituire per noi delle fonti

sicure. Rufino il quale, come dissi, era più vicino a Giuliano, scrisse

la continuazione della storia ecclesiastica di Eusebio e la condusse

fino al 395. Il suo racconto della reazione di Giuliano è breve ed

incompleto. Ma è scritto con uno spirito di relativa tolleranza, e pare

che egli non conoscesse, o, se li conosceva, non ha seguiti, i giudizi

del terribile Gregorio.

L’ariano Filostorgio, che non ci è pervenuto che in frammenti

rimaneggiati, e Teodoreto, negli scritti dei quali la storia è soffocata

dalla leggenda, non sono, per gli storici di Giuliano, di nessuna

utilità. Importantissime sono, invece, le due storie ecclesiastiche di

Socrate e di Sozomene.

Socrate, vissuto verso la metà del secolo quinto, sotto il regno di

Teodosio II, scrisse, lui pure, una continuazione della storia

ecclesiastica di Eusebio. Nel suo libro, interessante più come un segno

delle opinioni del tempo che come critica dei fatti, troviamo narrato,

con molti particolari, l’episodio della reazione di Giuliano. Socrate è

uno storico intelligente e misurato. Certo, i discorsi di Gregorio hanno

esercitato sovra di lui una grande influenza, ed egli riferisce molti

fatti evidentemente leggendari o ingranditi dalla leggenda. Ma, pure,

non si può dire che Socrate sia acerbo nei suoi giudizii. Nel suo

insieme, la storia di questo scrittore equilibrato è un documento che

non può esser trascurato da chi vuole studiare la vita di Giuliano.

Sozomene, di poco posteriore a Socrate, ha rifatto la storia di

quest’ultimo, aggiungendo qua e là, qualche nuova notizia e, sopratutto,

intensificando gli elementi leggendari. Qui non è il luogo di discutere

il valore rispettivo di Socrate e di Sozomene, ma è innegabile che

Socrate è una personalità letteraria ben più alta; per quanto riguarda

la storia di Giuliano, Sozomene non si distingue dal suo predecessore se

non per averne abbandonata la relativa temperanza.

❦

La vita e le opere dell’imperatore Giuliano sono assai studiate dalla

storia e dalla critica moderna, e ricca è la letteratura che si occupa

di lui. Lasciando anche da parte quegli studi necessariamente sommarii

che si trovano nelle storie generali, come quella fondamentale del

Gibbon sulla decadenza dell’impero romano, o quella recentissima del

Villari sulle invasioni barbariche, noi abbiamo numerosi saggi

illustrativi di qualche punto speciale delle imprese e del pensiero di

Giuliano, ed abbiamo anche brillanti articoli, come quello famoso dello

Strauss, che prendeva occasione dalla storia del combattuto apostata per

comporre un trasparente tessuto di allusioni al romanticismo medioevale

del re Federico Guglielmo. Ma un libro che, tenendo conto di tutto il

lavoro critico, cerchi di far rivivere intiera la figura enigmatica di

Giuliano e di rappresentarla sotto i suoi vari aspetti, finora non

esiste³.

³ Dissi _finora_, perchè un libro di Paul Allard: _Julien l’Apostat_,

1899, di cui è uscito un primo volume, pare voglia colmare la

lacuna. Ma la grande difficoltà che si incontra nel parlar di

Giuliano è quella di serbarsi assolutamente imparziale. Se lo

storico è un credente appassionato, non può non guardare con una

preconcetta antipatia, più o meno celata, quest’audace ribelle,

prostrato dalla maledizione della Chiesa; se lo storico è un libero

pensatore, è trascinato a nascondere a sè stesso i gravi difetti e

gli errori del suo eroe. E non mi pare che l’Allard, per quanto

critico dotto e sereno, sia affatto esente da quel pregiudizio di

antipatia che a lui viene dal punto di vista ortodosso da cui

guarda e scrive.

Fra gli eruditi più insigni che si sono occupati di Giuliano, il primo

posto va dato al Neumann, il quale, con mirabile acutezza, ha saputo

ricostruire, sulla confutazione che ne aveva fatto Cirillo, almeno una

parte del trattato di Giuliano contro i Cristiani, parte piccola, ma pur

preziosissima per la conoscenza del pensiero di Giuliano⁴. Preciso e

sereno è il libro del Naville, sulla filosofia di Giuliano⁵. Ricchissima

di notizie ed eccellente per l’indicazione delle più piccole e nascoste

fonti è la storia del Mûcke⁶. Ma la mancanza di critica sicura nei

giudizi toglie molto del pregio al faticoso lavoro. Interessanti, per la

storia delle imprese militari di Giuliano, sono le recenti ricerche del

Kock intorno alla campagna di Gallia ed ai rapporti fra Giuliano e

Costanzo⁷; ed istruttivo per la vasta conoscenza delle fonti è il lavoro

del Vollert intorno alle opinioni di Giuliano⁸. Elegante, rapido,

abbellito da una facile dottrina è il capitolo su Giuliano nell’opera di

Gaston Boissier⁹. Ma, fra le cose moderne, i due scritti migliori

intorno a Giuliano, sono, a parer mio, l’articolo dell’Harnack, in cui

il grande erudito, con mano maestra, traccia il profilo dell’apostata

imperiale, ed indica l’indirizzo generale del suo pensiero¹⁰ e il libro

del Rode sulla reazione di Giuliano contro la Chiesa cristiana¹¹.

Quest’ultimo, che è un opuscolo di poco più di cento pagine, è un vero

capolavoro pel rigore della ricerca, per la logica serrata della

dimostrazione, per la precisione, direi quasi, matematica del

ragionamento. Non guarda tutto Giuliano, non lo studia che da un solo

aspetto. L’uomo, il soldato, l’amministratore non figurano in quel

libro; non si vede che il nemico del Cristianesimo, il restauratore

dell’Ellenismo. Sebbene talvolta si possa uscir, come vedremo, dallo

schema da lui disegnato, si deve pur sempre riconoscere che è

impossibile dominar meglio tutti i fattori di un problema storico e

rappresentarli in un quadro più evidente.

⁴ _Juliani Imp. librorum contra Christ. quæ supersunt._ Lipsia, 1880.

⁵ _Julien l’apostat et sa philosophie._ Paris, 1877.

⁶ _Flavius Claudius Julianius nach der Quellen._ Gotha, 1896.

⁷ _Kaiser Julian. Seine Iugend und Kriegsthaten._ 1900.

⁸ _Kaiser Julians religiose und philosophisce uberzeugung._ 1899.

⁹ _La fin du paganisme._ Paris, 1894.

¹⁰ _Real-Encyklopedie: Julian der Kaiser._ Leipzig, 1880.

¹¹ _Geschichte der Reaction Kaiser Julians._ Jena, 1877.

Ma, se io accenno a questi libri, e molti altri ne dovrei menzionare,

sia direttamente relativi a Giuliano, sia ai personaggi che son venuti a

contatto con lui, od alle quistioni che fervevano al suo tempo, io

voglio soggiungere che non è su questi libri che è fatto il mio¹². Io ho

attinto alle fonti originali e, su di esse, mi son formata la mia

convinzione. Fu la forte impressione che su me produsse la conoscenza

degli scritti di Giuliano, la singolare originalità della sua figura, e

la possibile applicazione degli insegnamenti che provengono dalla sua

storia alla evoluzione del sentimento religioso, che mi spinsero ad

intraprendere uno studio che certamente ha in sè gli elementi di un vivo

interesse.

¹² Il mio libro era già stampato, quando io venni a conoscenza di uno

studio di Alice Gardner: _Iulian philosopher and emperor_, London

1899. — È uno studio di piacevole lettura, elegantemente composto,

che esaurisce, riassumendola, tutta l’azione di Giuliano, e che

rivela un senso giusto ed acuto del valore delle varie fonti.

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Ma, prima di addentrarci in questo studio sulla vita e sullo spirito di

Giuliano, guardiamo ancora alla singolarità del fenomeno storico ch’egli

ci presenta. Da mezzo secolo il Cristianesimo aveva trionfato. Quattro

imperatori, Costantino e i suoi tre figli, lo avevano abbracciato e ne

erano diventati i fervidi sostenitori. La Chiesa aveva prese le

abitudini di dominatrice assoluta ed ormai più non si contestavano i

suoi diritti. La somma del movimento politico ed intellettuale pareva

fosse nelle mani dei suoi vescovi. La stessa profonda divisione fra

l’ortodossia atanasiana e l’Arianesimo era indizio di un organismo già

abbastanza forte e sicuro per darsi il lusso di scissure e di

traviamenti che erano indizio di vitalità esuberante. Se, nelle

campagne, con la tenacità delle popolazioni lontane dai focolari dove si

elabora il pensiero, si perdurava nel culto antico, nelle grandi città i

templi erano abbandonati e l’immensa maggioranza degli abitanti era

convertita al Cristianesimo. Tutto, infine, indicava una condizione di

cose che pareva rendesse inammissibile un ritorno al passato, la ripresa

di una posizione che si doveva credere definitivamente abbandonata.

Quand’ecco, ascende al trono dei Cesari un giovane imperatore, unico

erede di quella famiglia imperiale, a cui il Cristianesimo doveva il suo

riconoscimento ufficiale, e questo giovane si accinge alla restaurazione

del Politeismo ellenico. Egli è guidato non già da un intento puramente

politico, come gli antichi persecutori, ma, bensì, da un concetto

razionale. Egli conosce a fondo il Cristianesimo in cui è nato ed

educato, e conosce a fondo l’Ellenismo a cui lo hanno iniziato le sue

letture e lo studio dei neoplatonici del suo tempo. Egli vede e constata

gli effetti reali che il Cristianesimo ha avuto per la moralità del

mondo in cui vive, e, da tutto ciò, deduce la conseguenza che

l’Ellenismo è preferibile al Cristianesimo, e che il suo dovere

d’imperatore è di favorire il ritorno all’antico e d’impedire il

diffondersi di una religione che portava con sè la distruzione di una

gloriosa civiltà. Ora, quando noi riflettiamo che Giuliano aveva un

ingegno forte e nutrito, un animo eroico, un carattere, per eccellenza,

virtuoso, non possiamo attribuire ad un capriccio, ad una leggerezza o

all’impulso di tendenze viziose quella sua strana risoluzione. Noi siamo

condotti a pensare che sia stata il frutto di un ponderato proposito che

trovava nelle condizioni dell’ambiente la sua spiegazione ed anche, in

parte, la sua giustificazione. Per venire in chiaro sulla genesi di sì

strano fenomeno, noi dobbiamo entrare nell’analisi della vita di

Giuliano e delle idee che dominavano nel suo spirito ricercatore ed

inquieto.

L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico · 第 9 / 26 题