Nel quale il giovinetto Imeneo getta la sua ghirlanda di rose e gli
anarchici esplorano altri cieli.
Le avversità non fiaccarono l'arditezza di Monsignor Rutilante, nè
scossero il suo volere. Però, dopo le molteplici sciagure che Satana
aveva, a sua gioia grande, scagliato su la dolce figlia del Signore,
la Chiesa, il vescovo animoso e superbo più non uscì dal suo augusto e
tetro palazzo e nessuno più volle vedere: nè amici, nè parenti, nè le
signore che lo avevano in sì squisita grazia. Lesse l'_Ecclesiaste_ e
meditò un suo piano di rivincita.
E siccome gli uomini, rossi o no che siano, non possono ancora fare
a meno dei preti; e siccome il Cristianesimo con tutto il suo mondo
spirituale è sì bene infitto nel cuore dei più, tanto da rivelarsi
incoscientemente, Monsignor Rutilante, vide che il suo commercio, non
ora poi tanto vicino al fallimento come poteva sembrare a prima vista e
si rincorò.
La Chiesa, derisa e vituperata dagli uomini rossi nelle sue
esteriorità, in ciò ch'era formula di culto, aveva alla fin fine un
impero sovrano su l'animo dei fieri ribelli, dei sedicenti _liberi
pensatori_; essa li coglieva là, ove la loro morale li teneva al giogo;
li coglieva nella tradizione, nella consuetudine, ne l'educazione
basata sempre su gli antichi cardini di umiltà.
Monsignor Rutilante era, in ultima analisi, convinto di una verità:
fra i clericali e i repubblicani non era poi un gran divario, un
insuperabile abisso; essi non si trovavano certo ai due termini di una
antitesi, nè erano come la Luce e Mammone. Bastava un accurato esame
per convincersi di ciò: ne l'organamento, nelle finalità potevano
chiamarsi _preti_ tanto gli uomini di parte rossa come quelli di parte
nera.
Tale l'opinione di Monsignor Rutilante, uomo di sottile esame.
Naturalmente egli era ben lontano dal comunicare agli amici il
risultato delle sue osservazioni e de' suoi studi; teneva la deduzione
per sè, pronto a servirsene ad occasione propizia, allorchè le cose,
ch'egli veniva disponendo, avrebbero trionfato per il bene della
Chiesa.
Frattanto, nella notte che seguì il risultato finale delle
elezioni, Monsignor Rutilante fece apprestare la sua vecchia berlina
settecentesca e, per vie remote, si avviò a una sua lontana villa posta
fra le pinete e il mare: fra l'eterna foresta e l'Adriatico verde,
maravigliosa cuna di pace.
Egli aveva bisogno di una sosta e andava a cercarla ne l'isolamento
completo, fra gli alberi che non hanno parole e partiti e il mare che
addormenta, con la sua voce sognante. Il mare buono e bello.
Avesse agito ormai come più le tornava a grado, la contessa Liturgico:
Didino era figlio suo.
Partiva lasciando il campo libero. Certo i nemici suoi avrebbero
cantato chi sa quali superbe altezze di vittoria; ma si sbizzarrissero
pure: tempo è di nascere, e tempo è di morire — dice il Predicatore —
tempo di piantare e tempo di divellere ciò che è piantato.
V'è un'alba per ogni cuore, ed egli sapeva la sua non lontana e radiosa
come mille fuochi.
Così pensando Monsignor Rutilante si allontanava per le vie mute della
campagna, sotto la luna che scendeva rosseggiando verso i limiti delle
siepi, mentre nella città del piano gli uomini rossi dormivano il sonno
grave e tranquillo dei trionfatori.
Tutto era nella quiete solenne che segue le grandi agitazioni. Per
le vie deserte non si attardavano se non i cani. Tutti i fanali erano
spenti poichè era il plenilunio.
Dormivano, gli eroi della giornata campale, un grave sonno, privo di
ogni visione, poichè la stanchezza estrema aveva abbattuto il loro
corpo quasi in una morte latente; ma dormivano coi volti sereni, vivi
ancora de l'ampio sorriso che li aveva animati la sera innanzi.
Ora, quando il mattino lanciò le sue freccie d'oro per l'aria e passò
le finestre in isprazzi luminosi e condusse il zinzillulare delle
rondini nei cieli; quando portò le colombe a volo in larghi cerchi
su la piazza maggiore ed ebbe per l'aria l'accoglienza delle numerose
campane, gli uomini rossi levarono il capo dal loro guanciale, poichè
tutti erano mattinieri e, cantando, dopo essersi sommariamente
abbigliati, si avviarono ai consueti ritrovi, pieno l'animo di
festività e il pensiero di gioconde parole.
Solo Gian Battifiore e il Cavalier Mostardo si levarono accigliati
ancora perchè il loro còmpito non era finito.
Dopo la Repubblica, Europa, ch'era alla fin fine la continuazione del
còmpito politico.
Verso le dieci del mattino Gian Battifiore si ebbe la visita del
Cavaliere, il quale, riprese già le trame della sua impresa, aveva
saputo della partenza di Monsignor Rutilante, della sicura permanenza
di Manso Liturgico e delle disposizioni d'animo della contessa circa il
matrimonio.
Quando Gian Battifiore si ebbe le tre buone novelle, tutto si rasserenò
rincorandosi e, rivolto al suo dolce amico:
— Dunque — gli disse — non sorgeranno impedimenti a questa desiderata
fine della nostra campagna?
— Di quali impedimenti parlate? Può esservi forse qualche impedimento
quando c'è l'onore di mezzo?
— Tu sei ingenuo, a volte, amico mio! Sarebbe la prima volta? Scuse se
ne possono trovar molte e i ragazzi sono ancora minorenni.
— Sindaco! Le chiacchiere sono buone per gli sciocchi non per noi.
Qui l'affare si spiccia in poche parole: o li fanno sposare e allora
pace con pace, o — e si soffiò sul palmo della mano — ... buona notte!
Didino va a far visita alle stelle!
— Ma queste tue... intenzioni sono arrivate all'orecchio della contessa?
— Sì, ho procurato ch'ella le sapesse molto bene perchè potesse
pensarvi.
— E l'ultima sua decisione la conosci?
— No; ma non può essere ch'ella voglia resistere; il _Signor_ Rutilante
l'ha abbandonata, poi ha paura.
Così continuavano conversando, ed era prossimo il meriggio, allorquando
Divina bussò alla porta dello studio ed annunziò una visita.
— Chi mi cerca? — chiese il Sindaco.
— Una signora — rispose la fantesca enorme.
— E chi è?
— Non la conosco.
— Falla passare in salotto — disse Gian Battifiore; poi, rivolto al
Cavalier Mostardo, chiese:
— E chi sarà?
— Non l'indovinate? — esclamò il Cavaliere, strizzando un occhio e
lisciandosi i mustacchi. — Io scommetto che è la contessa!
— Impossibile!
— Vedrete!
— Ma come? così presto?... A quest'ora?... In casa di un
repubblicano... lei!...
— V'ho detto che ha paura. Io sono bene informato!
— Uhm! — fece il Sindaco con fare dubitoso. — Vedremo.
E rassettandosi un poco, dischiuse la porta e scomparve.
Quando ritornò dopo circa mezz'ora, il suo volto era radioso.
— Tutto è combinato! — gridò — tutto è combinato! — E gettò le braccia
al collo al Cavaliere e lo strinse, lo baciò, lo ribaciò con effusione
indicibile, con impeto d'amore fraterno. — Tu sei un Dio! Tu vali
più di tutti gli uomini! Tu meriti una biblioteca, una pinacoteca, un
monumento! Io non potrò mai ricompensarti. Io ti debbo tutto!... La
Repubblica deve tutto a te... il più grande fra i repubblicani!...
Sotto tale valanga di aggettivi esaltatorii, il buon repubblicano
arrossì, tossì, gettò via lo sigaro, ebbe una lenta lacrima giù per le
gote rosse fino ai mustacchi imbelli, poi con la voce grossa e un poco
tremante, per una contrazione spasmodica della gola, disse:
— No... È troppo!... È troppo!...
Ma acceso ormai l'entusiasmo, Gian Battifiore continuò:
— Tu meriti un regno, un impero! Nessuno potrà mai darti ciò che il
tuo ingegno vale! Tutto che ti si getterà ai piedi sarà sempre poco.
Ah! mio grande amico, mio unico fratello, come ti voglio bene! Quanta
gratitudine ti debbo!
E, dismessi per alcun tempo gli abbracci, Gian Battifiore si lanciò
verso la porta, l'aprì d'impeto e sporto il torso, si dette a chiamare
a gran voce:
— Veneranda, Europa, America, Asia, Oceania... venite!... Presto,
venite che ho una buona notizia! Spicciatevi spicciatevi!
Sì alto fu il grido e sì pressante, che si udì un gran calpestìo,
un precipitare giù per le scale e le quattro sorelle, la madre seguì
ultima, irruppero nella stanza, scapigliate e vermiglie.
Gian Battifiore richiuse la porta. Le donne si disposero in semicerchio
aspettando, mentre il Cavalier Mostardo volgeva gli occhi al soffitto
per non mostrare il luccicar delle sue lagrime.
Poi il Sindaco prese per mano Europa e le disse:
— Europa!... Tu hai commesso una colpa e male poteva esserne per te
e per la tua famiglia; ma ormai non ti rimprovero, chè le cose sono
andate per la via migliore. Tu andrai sposa al conte Manso Liturgico.
Questa mattina, con la madre del tuo fidanzato, abbiamo deciso che il
matrimonio avverrà fra due giorni! Ora di questa tua insperata e grande
felicità, vai debitrice ad un uomo solo, ad un uomo che è più buono del
Signore e più alto dei sole; ad un uomo che è stato per te un angelo
custode, una dolcissima madre, un'assidua cura benefacente! Tutti
andiamo debitori a lui di qualche cosa. Tu lo conosci e lo ami già.
Bacialo!
E tese una mano verso il Cavalier Mostardo il quale, goffamente
confuso, andava mormorando con la voce grossa e rotta da l'emozione:
— No!... È troppo!... È troppo!...
— Bacialo! — ripetè Gian Battifiore.
E Europa, tutta rossa come una bella fragola saporosa, fece due passi,
si avvicinò al gigante poi, alzandosi su la personcina e tendendo il
collo, chè altrimenti non avrebbe potuto, baciò su la larga guancia
vermiglia il suo protettore.
E quel bacio fu la piena, fu il fremito intenso che pose ne l'anima
del povero Cavaliere uno sconvolgimento grande, onde nel pronunziare
la parola: Grazie!... — più non si rattenne e a grandi sospironi,
sussultando, lasciò libero corso alle sue lagrime copiose.
E piansero tutti, tranne Asia la quale, cupamente sogguardando, pareva
attraversasse una tenebra densa.
Poi il Cavalier Mostardo salutò senza pronunziare parola, strinse tutte
le mani protese, s'inchinò, tornò a inchinarsi, si rivolse, urtò tutti
i mobili e scomparve in silenzio.
Quando fu al sole, gli parve che tutto ciò che gli appariva intorno
fosse cosa miserrima; gli parve che avrebbe potuto servirsi del
campanile come stuzzicadenti e vide la sua ombra dilagare nello spazio.
V'era uomo più grande forse? V'era spirito più grande?
Egli non si comprendeva quasi; gli sembrava di aver superato il suo
desiderio; quasi s'incuteva rispetto, perchè ne' suoi precordi viveva
senza dubbio lo spirito di un nume, l'ombra superba e immensa di un
Dio! I suoi simili gli apparivano come un mondo brulicante di formiche
e non eran suoi simili se non nella simiglianza della forma: nel
rimanente, s'essi fossero saliti l'uno su l'altro, mille e poi mille
e diecimila ancora, non avrebbero raggiunto il superbo cielo della sua
essenza! Egli era la _causa_ di tutto il bene e si sentiva _padrone_ e
_signore_. Ciò gli era come un'ebbrezza grande.
Guardò l'ombra sua, nitida e nera nella chiarezza del sole e gli parve
di poterla scavalcare a sua volontà; vide un crocchio di giovanette ed
ebbe la convinzione che tutte sarebbero impazzite per il suo amore,
s'egli avesse fatto un cenno; e così, volgendo gli occhi al cielo si
convinse che le rondini e le colombe gli avrebbero fatta docile corona
ad un suo richiamo.
Esaltandosi si santificava; scrutandosi si adorava e, risultato
ultimo, risultato di relativa applicazione di detti sentimenti, era un
piagnucoloso sentimento di umanità. Poichè vedeva i suoi simili tanto
lontani e tanto piccini, tutti li avrebbe accolti in amplesso fraterno.
Egli sentiva di possedere il capace cuore di un Dio; anzi egli era la
stessa capacità divina. L'astrazione mentale di uno spirito a l'infuori
di noi, spirito invisibile, legiferante ed eterno, ch'egli non aveva
concepita mai, se non in barlume, si modificava in intima coscienza, in
istato di fatto allorchè si pensava ultrapossente.
L'impeto megalomane assaltava i cieli che racchiudono i comuni concetti
di vita; il Cavalier Mostardo credeva poter muover le nubi a suo
talento.
Così perigliosamente fantasticava camminando senza mèta, allorchè si
trovò sperduto fra il laberinto di viuzze che mettevan capo alle mura
della gaia città del piano. Stava per ritornarsene, quando la sua
attenzione fu attratta da un gruppo di persone che si allontanava verso
Porta del Sole. Aguzzò gli occhi e riconobbe fra queste Marcôn, il suo
fido amico,
Siccome la piena del suo sentimento era in quel giorno impetuosa, si
accostò le mani alla bocca e ad alta voce si dette a chiamare:
— Marcôn? Marcôn?
Il lacero profeta si volse, sogguardò, poi, com'ebbe riconosciuto il
Cavalier Mostardo, stette fermo ad attenderlo mentre i compagni suoi si
allontanavano lentamente.
— Dove andavi? — chiese il Cavaliere.
— Lontano — rispose brevemente Marcôn.
— E dove?
— Non lo so.
— Come non lo sai? Sei matto?
— Non lo so! — rispose il profeta con la sua flemma filosofica.
In un'ora differente, forse il gran repubblicano avrebbe persuaso
l'anarchico che quello non era il mezzo migliore per ragionare con
un par suo; ma allora, con la piena di gigantesca affettuosità che
gli inondava il cuore, avrebbe perdonato a tutti, anche al _signor_
Rutilante. Così battè una mano su la spalla del piccolo ben chiomato
vagabondo e gli disse:
— Sai? Fra due giorni Didino sposerà Europa!
— Ah! — rispose Marcôn.
— Come? La notizia non ti commove?
— Sì, mi commove.
— E non ne provi gioia?
— Non c'è male.
— Ma dove sei stato in questi giorni?
— In prigione.
— Per motivi politici?
— Sì.
— E perchè non me l'hai detto? Io potevo liberarti.
Marcôn scosse il capo e non rispose.
— Beh! — fece il Cavalier Mostardo dopo aver taciuto alcuni secondi. —
Vieni a pranzo con me, io voglio ricompensarti del buon servigio che mi
hai reso.
— Non posso! — rispose sempre con la sua flemma l'anarchico.
Gli occhi del repubblicano si aprirono in grande maraviglia:
— Non puoi? Ma sei ben sicuro di pranzare oggi?
— Non lo so.
— E rifiuti così?
— Ve l'ho detto: debbo partire.
— E quando?
— Subito.
Nello stesso tempo dalla fine del vicolo si udì un lungo fischio di
chiamata. Marcôn volse il capo, poi disse al Cavaliere:
— Sentite? Mi chiamano.
— E chi sono?
— I compagni.
— Ma lasciali partir soli, vieni con me. Berremo del buon vino ed io ti
terrò sotto la mia protezione.
— Non posso! — rispose col consueto tono flemmatico il profeta. Il
Cavalier Mostardo sbarrò gli occhi, strinse i pugni, guardò l'omuncolo
quasi lo volesse inghiottire, poi si corresse e dopo un:
— Va al diavolo! — gli volse le spalle e se ne andò.
Marcôn, come fu libero, rispose alla chiamata e raggiunse la comitiva
che l'attendeva presso Porta del Sole.
Erano della comitiva: Gargiuvîn, Apulinèr, Schignòtt, Don Vitupèri,
Arfàt. Gli anarchici.
Il giorno prima, uscendo dalla prigione, Gargiuvîn li aveva riuniti ad
uno strano convito, in un orto solitario del suburbio.
Bevvero acqua e mangiarono semi di zucca, poichè, in sei, non
possedevano un soldo. Poi, quand'ebbero finite le loro provviste,
Gargiuvîn si alzò per parlare e disse:
— «Uomini! Noi non abbiamo patria, noi non abbiamo interessi speciali:
il nostro paese è il mondo! Ora in questo nido di borghesi che sono
come il leone e dicono: — questo è mio e questo è mio! — e non lasciano
neppure le bricciche per i polli, noi non possiamo rimanere e per due
ragioni.
«La prima è questa: Ormai ci conoscono troppo e, per le nostre idee, ci
mettono al buio a ragione e a torto.
«La seconda è che ogni buon anarchico non deve legarsi ad un palmo di
terra.
«Io vi dico che la morte è una compagna bella come il vino e le donne!
Ora il vino costa; le donne hanno paura di noi e la morte no! Evviva
lei, dunque, e domani partiremo.
«Noi siamo apostoli dell'Anarchia. Gli apostoli non devono star fermi.
Chi sta fermo, vegeta; chi vegeta è una pianta... Noi siamo anarchici e
dobbiamo vivere per le nostre dottrine.
«La nostra guerra non si muove ad una classe, ma a tutte le classi, al
mondo! Quando gli uomini ci avranno inteso, saranno perfetti. Per ora
son degni di distruzione.
«E comincieremo dai culmini coronati, comincieremo dai regnanti! Ho una
missione che in via vi comunicherò.
«Preparate il vostro bastone e le gambe e le tasche per il pane. E
siate forti come la dinamite!»
Arfàt tremò; gli altri chinarono il capo. Così avevano acconsentito.
Ora, l'un dietro l'altro, uscirono da Porta del Sole. Andava innanzi
Plè, il cane apocalittico, dalla gran testa penzolante e malinconica
e buia. Stanco della vita ormai, non si soffermava più ai paracarri,
sdegnoso degli annunzi amichevoli che si lasciano i cani fra loro, con
reciproco accordo. Andava col muso su la polvere ardente, trascinando
le zampe ciondolon ciondoloni. Lo seguiva ronzando uno sciame di mosche
importune. Veniva poi Gargiuvîn col cappello su la nuca e il capo
diritto, da l'eterno sorriso maligno. Impugnava a sostegno e a difesa
una specie di clava di quercia, scolpita nei frequenti nodi a orribili
teschi. Pel suo cammino occupava mezza via, poichè gettava una gamba a
nord e l'altra a sud.
E Arfàt, il gigante dai miti occhi azzurri, fattosi anarchico per
il debito di cinque lire, seguiva a capo chino, pensoso solo della
canicola grande.
Poi Schignòtt, dai calzoni che gli arrivavano al ginocchio, dalla
camicia a brandelli. Egli non portava mai il cappello; lasciava il
cranio deforme dai capelli rossigni, al sole. Teneva le mani dietro le
reni e pareva fosse sua intensa preoccupazione quella di porre i piedi,
a passo a passo, su le immense orme lasciate da Arfàt.
Apulinèr, l'ortolano di un tempo, aveva dietro le spalle una bisaccia
contenente sette rape e sette sedani e tre pomodori. Non ne avrebbe
preso nè più nè meno, per la fatalità numerica che lo perseguitava.
Don Vitupèri, il prete filosofo, povero come tutta la miseria, andava
sorridendo. Ah! l'anarchia era, per lui, un regno d'amore divino! Un
ritorno alla filosofia della terra, ai costumi delle formiche! Uomini,
uomini! Iddio dette la luce e voi ve la togliete a vicenda!
Camminava distrattamente, un po' qua, un po' là, quasi gli mancasse
l'equilibrio.
Da un sacchetto che portava su le spalle, si alzavano ogni tanto soffi
e mugolii strani e paurosi. Miarù, il gatto forastico, si faceva vivo
così, per la paura grande.
Don Vitupèri aveva voluto prendere il suo amico migliore con sè, ne
l'ignoto pellegrinaggio.
E veniva ultimo Marcôn, il profeta. Su le sue spalle posava Lèdar, la
cornacchia; da una tasca sbucavano le pagine sgualcite del Libro dei
sogni.
Marcôn aveva seco gli elementi necessari per giungere in capo al mondo.
Andaron così sotto la canicola.
Quando furono al bivio dei Fonti, Gargiuvîn si volse e disse:
— Da che parte?
— Dove Lèdar andrà! — rispose Marcôn. E dette il volo alla cornacchia
che si avviò crocidando, per breve tratto, verso i profili dei monti
solitarii.
— E ai monti sia! — disse Gargiuvîn.
Prima di riprendere il cammino si volsero, quasi per muto consenso,
tutti e sei.
In fondo, nel sole quasi bianco, la gaia città del piano sorgeva in una
chiara visione abbagliante come in un sogno dei deserti.
— Addio! — esclamò Gargiuvîn tendendo le braccia in atto grottesco.
Riprese la strada e i compagni lo seguirono.
Solo Apulinèr raccolse sette sassi e poi sette e poi tre e li ripose
nella bisaccia fra i sedani e i pomodori.
Poi riandarono muti, l'un dietro l'altro, verso le vie de l'ignoto,
verso i dolci e terribili ideali della loro anarchia.