Finita la compilazione, Gargiuvîn si rivolse a Apulinèr, Marcôn, Arfàt
e Don Vitupèri che aveano seguito il suo lavoro ammirando e disse loro:
— Andiamo.
Come non era loro abitudine nè rispondere, nè trasgredire, si avviarono
dietro lo storpio il quale, col cartello arrotolato in una mano, li
precedè cianchettando.
Quando furono su la via, Gargiuvîn si provvide della colla necessaria
poi, in prossimità della piazza maggiore, si fece aiutare da Marcôn
e da Arfàt e, spiegato il cartello e spalmatolo ben bene di colla, lo
affisse sotto l'ultima striscia dei repubblicani che diceva:
_Non c'è morale dove l'interesse borghese domina, ecc. ecc._
Stavano contemplando l'opera loro e Don Vitupèri già era per
allontanarsi, allorquando una torma di agenti fu loro addosso; li
legò, li impacchettò, e, fra larg'ala di popolo, li trasse al consueto
domicilio. La preda era fatta. L'azione della polizia, salva.
Gargiuvîn rise. Rideva sempre quell'anima da burla! Marcòn guardò i
cieli, Arfàt il selciato, Don Vitupèri studiò le proprie scarpe, più
anarchiche del padrone nella loro disfatta compagine e Apulinèr tentò
toccare col gomito sette volte e poi sette e poi tre, i poliziotti che
lo avean preso in mezzo e lo conducevan fieramente, a buon passo.
Solo su l'entrare nel corpo di guardia, Gargiuvîn, come di consueto,
squadrò le guardie ch'eran ferme su la porta, le salutò, e gridò loro
con un bel gesto marziale:
— Amici!... Son di ritorno!
E più debolmente la voce di Don Vitupèri si udì, come a compimento di
una prece:
— Amen!
Così la feccia del sobbollimento politico era tolta di mezzo.
Ma l'ultimo giorno spuntò; l'ultimo giorno in cui gli uomini rossi,
dischiuse le loro fucine, dovean provare la vigorìa delle proprie
ancudini.
Nella notte antecedente i capi non avevan saputo riposo. Il Cavalier
Mostardo era partito per le più lontane campagne onde raccogliere e
guidare alla città torme di contadini.
Ardito Popolini e Tragico Arrubinati avevan vegliato, intenti a
disporre le cose in guisa che la prima vittoria si ottenesse con la
conquista dei seggi. Gian Battifiore, vigile nel suo studio, aveva
misurato le forze degli avversari.
Inoltre Bartolomeo Campana parlò al Circolo Marat e Bortolo Sangiovese,
nella solenne occasione, compì un discorso che aveva cominciato il
padre, l'unico discorso della famiglia Sangiovese.
Come suonaron le campane del giorno, gli uomini rossi ritornarono alla
luce.
Alle nove doveva aver principio la votazione per eleggere i presidenti
dei seggi.
L'ultima adunanza fra i capi repubblicani fu tenuta rapidamente in casa
di Gian Battifiore. Stabilite le ultime disposizioni si lasciarono.
Nessuno pensò a prender cibo.
E alle nove, in vari punti della città si apriron le _porte fatali_.
Gli ambienti, adibiti a l'alta funzione politica, furono presi
d'assalto dagli uomini di parte rossa. Urlando e sbracciandosi si
scagliarono verso le urne.
Nel frattempo, una geniale idea di Bartolomeo Campana, aveva trovato
sua pratica applicazione. Erano state scelte, fra il popolo, le
giovanette più avvenenti, e si era fatta indossar loro una veste del
color di fiamma viva e, a gruppi, erano state poste su la soglia delle
varie sezioni, per distribuire le schede su le quali figurava il nome
di Livio Merate.
Alle dieci era compita la prima votazione terribilmente indiavolata. Vi
fu sul principio un istante di panico fra le masse repubblicane, poichè
erano corse male voci; ma gli animi si rincorarono allorchè furono
positivamente noti i risultati. Su otto seggi, cinque erano stati
conquistati dai popolari e tre dai monarchici.
Sotto gli auspici di sì maraviglioso principio, la votazione fatale
cominciò.
Fra lo sventolìo delle bandiere, sotto l'ardente sole estivo, fra
un via vai continuo, un incontrarsi, un soffermarsi, un sussurrio di
parole a pena pronunciate e male intese, i cittadini cominciarono il
loro còmpito solenne.
Andavano a gruppi o alla spicciolata, attardandosi su la soglia
delle sezioni, sogguardando coloro che ne uscivano, quasi tentassero
investigarli nel più profondo de l'anima e divinare così, per chi fosse
stata la loro preferenza di elettori.
Sotto ai porticati, innanzi ai caffè, non era più gente la quale,
placida nel riposo estivo, oziasse, incurante di ogni umano affannarsi;
l'alta febbre, l'agitazione comune aveva preso i più refrattari,
trascinandoli nel suo vortice.
Il sole ascese, toccò il meriggio, indicando invano a quella sua esigua
torma di fedeli, l'ora consueta del pasto quotidiano.
Giunsero frattanto i grandi carrozzoni dentro ai quali, stipati, chè
uno in più non vi si sarebbe costretto, erano i contadini elettori, i
gruppi raccolti quà e là dai seguaci sguinzagliati per le campagne.
A Porta del Mare, un gran frastuono richiamò l'attenzione dei passanti
e delle buone comari che attendevano alle loro faccende.
Un impeto di sonagli, uno schioccare di fruste, uno scalpitìo fisso
di zoccoli ferrati e un cigolìo, un fremito di ruote su le selci,
accompagnato da canti, da risa, da alti vocii, da evviva, irruppe in
una ondata sonora, s'innalzò dilagando.
Le finestre furono in un attimo gremite.
Ecco, da Porta del Mare, faceva in quell'istante il suo ingresso
trionfale nella via Robespierre, un lungo corteo formato da circa
una ventina di pesanti vetture, di antiche corriere, e di carrozzoni
antidiluviani nei quali gli uomini dei campi, sotto il propiziare
di Bacco, cantavano e gridavano e ridevano agitando le braccia,
sporgendosi col torso, picchiandosi a sonori pugni, così, per cortesia
di reciproco amore.
A cassetta, nella prima vettura, era Uguaglianza Vicini, un seguace
del Cavalier Mostardo: uomo robusto e forte e solenne; circa alla metà
del corteo, un altro era posto a vegliare: Ribelle Libertà Giovanelli;
veniva ultimo il Cavalier Mostardo, il quale, salito su l'imperiale di
una corriera, dominava la situazione.
Fra la polvere sollevata, passarono nel sole, a gran trotto,
allontanandosi verso la piazza maggiore.
A un'ora pomeridiana i clericali e i monarchici dubitavano già e la
confusa rincorsa al voto non accennava a diminuire.
D'innanzi ai singoli comitati monarchici e repubblicani era uno
stazionare perenne, un via vai continuo di contadini che attendevano il
loro turno, che tornavano col _contrassegno_ per ricevere la promessa
ricompensa. Non di rado avveniva che qualcuno, sbandatosi, fosse
improvvisamente conglomerato in una squadra repubblicana o viceversa.
— _C'mav ciamèv?_ Come vi chiamate? — gli chiedeva a bruciapelo il capo
della squadra.
— _Me non lo so!_ — rispondeva il contadino nella sua bizzarra lingua.
— Il vostro nome? — urlava il capo.
— Ah! _mi dice Tininana!_ — rispondeva illuminandosi per la subita
comprensione il malcapitato.
— _Ma e nôm d'batésum?_ Il nome di battesimo?
— Giorgio!
— Poi?
— _Zorz di Bissi._
— Allora avanti!
— _Che scusa?_ — mormorava dubitando il contadino; ma il capo con una
spinta l'univa al branco, gridando:
— Avanti con gli altri che non c'è tempo da perdere!
E la schiera si avviava muta al suo destino, preoccupata solo di
avere l'altra metà di un biglietto da cinque lire, rimborsabile a voto
compiuto.
L'orologio della torre aveva suonato le due pomeridiane. Il caldo era
soffocante.
In certe sezioni che avevan trovato lor nido nelle chiese, tanto tanto
si viveva; ma in certe altre, sì intensa era la temperatura, che il
presidente del seggio e i quattro scrutatori erano stati costretti a
liberarsi da ogni indumento di soverchia eleganza.
Simil cosa era toccata a Tragico Arrubinati.
Trascorsero le ultime ore affannose.
L'onda degli elettori divenne sempre più esigua.
— Come andiamo? — chiese il Cavalier Mostardo irrompendo nella sezione
di Tragico Arrubinati.
— Mah? — rispose Ribelle Libertà Giovanelli.
— Come non abbiamo la maggioranza?
— E chi lo può sapere?
— Io lo so; che ho lavorato come un bue.
— E sta bene! — rispose Ribelle Libertà ch'era tormentato dal dubbio.
Il Cavalier Mostardo lo squadrò malamente e si allontanò.
Suonarono le tre poi le tre e mezzo. Il tempo pareva trascorresse con
insolita rapidità.
Molti repubblicani, per la stanchezza grande, videro tutto rosso; altri
si sedettero sfiniti; altri fumarono, disperatamente, con la tenacia di
chi vuol resistere fino a l'ultimo.
Tragico Arrubinati leggeva la lista degli elettori su la quale veniva
contrassegnando coloro che non avevano compito ancora l'atto doveroso.
Ad un tratto fece un cenno al Cavalier Mostardo che si avvicinò:
— Dì? Bruto Arullari non ha votato.
— Non ha votato?! — esclamò il Cavaliere sbarrando gli occhi.
— No. Bisogna andarlo a chiamare subito, prendi una vettura.
Il Cavalier Mostardo, urtando e calpestando i presenti, si slanciò
fuori dalla sala.
Tragico Arrubinati fece cenno ad altri che si avvicinassero, poi a
ciascuno dette ordine di sollecitare qualche ritardatario. Partì una
torma, via, in corsa per le vie ardenti.
E giunsero vetture e grida di protesta e di sollecitazione.
— Dormivi?
— Ti curi così del partito?
— Spicciati che è tardi!
La voce di Tragico Arrubinati s'era fatta fioca.
— Manca mezz'ora!
— Mancano quindici minuti! — gridavano i sopraggiungenti.
— Come va? A Sant'Anna la vittoria è nostra.
— Alle Clausure siamo in maggioranza.
— Anche al Comune.
— Come va?
Tragico Arrubinati impallidiva di secondo in secondo.
— Un po' di pazienza! Un po' di pace!
— Vinceremo! — gridò un ossesso alzando, col braccio teso, il cappello
floscio.
— Abbasso i _codini_! — rispose una voce di rimando.
Ma l'Arrubinati si alzò di scatto sul suo banco ed urlò, sbarrando gli
occhi accesi:
— Silenzio per dio! O vi mando fuori!
Tutti si tacquero.
Una vettura che giungeva al galoppo, si fermò innanzi alla sezione.
Il Cavalier Mostardo balzò a terra, precipitandosi a gran furia nella
sala.
— Ebbene? — chiese l'Arrubinati.
— Bruto Arullari non c'è! — rispose col fiato grosso il Cavaliere.
— Ma sei stato a cercarlo a casa?
— L'ho cercato in tutto il paese. Non c'è!
— Ah traditore! — gridò Tragico. E il Cavalier Mostardo si morse una
mano a sangue, poi, segnando con l'indice una croce sul banco della
presidenza, bestemmiò una sua folle vendetta.
Pochi minuti ancora: l'ansia cresceva assidua, cocente, intollerabile.
Con la voce fioca Tragico Arrubinati, leggendo nella lista, seguiva:
— Vincenzo Camaldoli?
Silenzio. Quelli ch'erano in prima fila si volgevano guardando e
ripetevano ad alta voce: — Vincenzo Camaldoli?
Silenzio.
— Nessuno lo conosce? — riprese il presidente.
Ugual esito di risposta.
— Non c'è? — chiesero gli scrutatori. Passò qualche attimo, poi dal
fondo della sala, una vocetta che fu udita a pena dai circostanti
esclamò:
— È morto!
Il Cavalier Mostardo, che udì la risposta, diè un balzo, fu sopra a
l'omuncolo spaurito e gli gridò con gli occhi fissi:
— Tu sei Vincenzo Camaldoli. Ti conosco!
— Io sono Pierini e ho già votato alle Clausure — susurrò l'omuncolo.
— Nossignore! — esclamò il Cavalier Mostardo. — Tu sei Camaldoli e io
ti conosco!
Poi, presolo per il bavero della giacca, lo alzò come un niente su gli
astanti e gridò, mostrandolo al presidente che nulla aveva udito della
scena:
— Ecco Vincenzo Camaldoli! È un amico mio e posso testimoniare della
sua _entità_!
E il pover'uomo assunse la parte del morto.
Così votarono i morti, gli assenti, i mentecatti: tutto fu portato a
contributo dagli uomini di buona volontà. Ma quando a l'orologio della
torre batterono le quattro pomeridiane, la votazione si chiuse.
Subentrò un grande silenzio durante il quale non si udirono se non le
voci degli scrutatori e il ronzio delle mosche.
Fu verso sera, si accendevano già le prime fiammelle e passava la
brezza del mare; corse il primo grido, da lontano, da l'ultima contrada
e si espanse con rapidità di folgore:
— Abbiamo vinto!
— Evviva Livio Merate!
Come un gran cuore pulsò che prima taceva ne l'ombra; come un sole si
disvelò che prima le nubi celavano.
Tutto ch'era stato approntato per la vittoria comparve. Ogni finestra
repubblicana ebbe il suo lume; ogni comignolo la sua bandiera; ogni
bocca il suo grido.
Oh! gli abbracci, i sorrisi, le reciproche congratulazioni, e il
sentimento irrompente e la gioia enorme, pazzesca, contagiosa! Fu una
valanga, un fiume che travolge le dighe e dilaga.
Ogni monarchico, ogni clericale ebbe il suo insulto:
— Codini impotenti.
— _Culandrê_...[2]
— Preti e codini, un fascio e al forno!
— Evvivaaa!
— Evvivaaa!
Così! Evviva di tutto e di niente. L'uomo è una bestia che si esalta e
grida.
Si formò il corteo, il corteo imponente che la grande occasione
richiedeva. Quattro musiche e tutte le associazioni e tutte le
bandiere, in fila interminabile.
Partirono dalla Porta del Sole osannando, baciandosi, abbracciandosi.
Che bella cosa la Repubblica! Percorsero le vie dei Bruti, si diressero
al Passo. Precedevano il corteo: Gian Battifiore, Bortolo Sangiovese,
Bartolomeo Campana, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati, il Cavalier
Mostardo e Coriolano.
Bortolo Sangiovese sgambettava innanzi, senza sapere ove andasse,
stupito e inconsciente. Gian Battifiore sorrideva muto.
Quando giunsero al _Caffè della Bandiera_ le grida raggiunsero il colmo.
Su la porta erano ritti, sogguardando e subsannando: Pietro Ramelli,
Teseo Alvisi e Antonio Viminèdi.
Quest'ultimo tacque per qualche secondo: ma poi, preso da un impeto
d'ira, si pose le mani nei capelli, volse intorno gli occhi e gridò ben
alto, sì che i trionfatori udissero:
— L'Italia l'Italia! Il Metternich disse ch'era un'espressione
geografica, ma sbagliò!... L'Italia... è un'espressione umoristica!