Nel quale i repubblicani proclamano il Supremo Trionfo.
Si erano vestite a nuovo Asia, Africa, Oceania e America.
Europa indossava l'abito nuziale tutto bianco e sgargiante e sui
capelli portava, nonostante la precursione degli avvenimenti la
simbolica ghirlandetta.
Asia aveva una lunga veste di raso verde; di un verde estivo, denso, a
riverberi cupi, che usciva, per la lucidità metallica della stoffa, in
bagliori improvvisi, in urlanti stonature di colore. Ella aveva scelto
un tono alla sua disperazione.
Ormai, come l'ultima sembianza di giovinezza cadeva, come sfiorivano
anche gli ultimi germogli de l'età divina ed ella ne sentiva giorno
per giorno la lenta e ineluttabile dipartita, ciò che v'era di latente
bontà ne l'anima sua si cristallizzava, era inutile e impossente forza,
perduta negli amari deserti di un'antica verginità crudele.
Quasi uno spirito vendicatore era sorto in lei, non diretto a scopo
determinato: ella non aveva pensiero critico bastante a comporsi
un qualsiasi ente morale ingiusto contro il quale dirigere la sua
violenza: ella viveva nella legge e credeva in Dio; viveva nella
consuetudine e n'era schiava, tutta schiava e cieca onde di tutto il
suo male non trovava ragione esterna e la sua ira si rinchiudeva in lei
e la rendeva cupa e scabrosa come vie non battute.
Solo le creature meno responsabili di quel suo sfiorire in desideri
solitarii, le creature che le vivevano a lato, risentivano degli
scatti che la Nemesi vendicatrice, annidatasi ne l'anima sua, aveva
quotidianamente. Così la madre Veneranda e Divina e le tre sorelle.
Ella, chiusa come un sepolcro quando si trovava in gaie comitive,
si apriva agli urli ed a l'ira non appena la vita consueta l'avesse
richiamata nella sua insuperabile prigione; e la madre e le sorelle
lasciavano libero corso alla torrenziale piena che scendeva ad
inabissarsi, accavallandosi e muggendo.
La benchè minima causa era cagione del subito disequilibrio e, quando
cause non se ne presentavano, divenuta aggressiva, una ne cercava per
la necessità di dilaniarsi e di riversare il suo veleno in altri cuori.
Non era giunta ancora al punto in cui l'acrimonia e le dense tenebre
delle quali si ammanta ciò che è terrestre, per le antiche vergini,
chiama le stesse al cielo ed apre loro, se la fede e la fantasia
creatrice le aiuti, un infinito campo di speranza; non era giunta alla
rinunzia completa dei beni di questa vita; l'astrazione non vinceva
ancora il senso convulso che aveva di frequente dominazioni d'incubo
e passava ne' suoi carri vertiginosi agitando mille faci, tutto
vermiglio di sangue e scarmigliato; ell'era nello stadio più terribile
e più oscuro, nel punto in cui Dio è ancora come un'alba lontana e il
desiderio, già al cielo d'occaso, rosseggia violentemente fino allo
Zenit, per l'ultimo suo impero.
Così camminava ne' suoi postremi sentieri di concupiscenza, Asia, la
cupa zitella dai pochi capelli raggruppati a teghe, dagli zigomi forti,
dalla stridente magrezza ed era, alle nozze della sorella, come un
orribile simulacro d'impotenza astiosa.
Si pose ella, ritta nel vano di una finestra e immobile, arcigna,
tacque sogguardando.
Nessuno, d'altra parte, le pose mente. I giovani no, che, quando si
avvicinavano per stringerle la mano erano accolti da sì macabro sorriso
(macabro nella subitanea apparizione dei denti rari e sconnessi e
puntuti come sanne) nè l'aggrinzarsi di tutto il volto come una vecchia
stoffa e nel lampeggio dei piccoli occhi sitibondi sotto le ciglia
troppo ispide, che ogni pietosa fantasia presto dileguava dalla loro
mente; i vecchi neppure chè non riuscivano a strapparle da l'ampia
bocca fortissimamente serrata, l'eco di un suono.
Ella rimase sola nel vano della finestra.
Chiusa nella sua veste di raso verde cupo come in un estivo ammanto
funereo, fissò Europa quasi volesse farla dileguare come l'ombra di un
sogno.
Parve a volte che le sue braccia scheletriche, ispide come le chele
di un granchio, dovessero aprirsi e racchiudere in amplesso di ansiosa
concupiscenza, tutta l'osannante brigata.
Africa e America, frattanto, bezzicavano qualche dolciume.
Oceania canticchiò come sempre, aspettando l'amore. Ed Europa e Didino
ebbero negli occhi l'azzurro cupo dei cieli.
Erano felici dovevano esserlo: sposavano. Nella buona società degli
uomini che si affratellano, conviene esser felici a scadenza fissa, per
il bene comune e per le convenienze, sciocche tirannelle.
Gian Battifiore, indossata la simbolica fascia del suo ufficio, aveva
già congiunto indissolubilmente i due rappresentanti dei partiti
avversi che, ne l'amore, trovavano momentanea sosta.
Ora tornavano dalla Chiesa. I liberi pensatori rispettano le tradizioni.
Un mondo di sventure sarebbe toccato agli sposi, qualvolta non avessero
chiesto a Dio il permesso di unirsi; così non era neanche passato pel
capo a Gian Battifiore il pensiero di opporre ostacoli al matrimonio
religioso. Assaporavano i simbolici dolciumi, ora, vezzeggiando con
molto spirito su la saggia dignità de l'alcòva. E dimostravano che le
feste di nozze sono sempre di gran belle cose! Opportune e di squisita
grazia.
Frattanto il Cavalier Mostardo e Bortolo Sangiovese, da bene esperti
amatori, assaggiavan tutti i liquori; Ardito Popolini, Tragico
Arrubinati, Bartolomeo Campana tacevano, impacciati, poichè di politica
per allora non se ne poteva parlare.
Solo le molte signore, arzigogolando qualche malignità, ridevano e
Augusto Regida faceva stupire la bonaria ignoranza di Veneranda, co'
suoi discorsi.
Ma vi fu un punto in cui l'ingenua vecchietta s'impermalì poichè il
Regida le disse:
— Vede signora Veneranda, due giorni di una donna sono i più soavi:
Quando si sposa e quando si porta a sepellire.
Lo diceva un greco ma lei non l'ha conosciuto.
Ella gli volse spalle e se ne andò senza rifiatare, inviperita.
Poi il Regida, come argomento nuziale, trasse in ballo Saffo dalla
cetra bene esperta d'_ymenaei_. E recitò ad alcune signore il brano de
l'ode:
«.... _è tramontata la luna e le Pleiadi, è mezzanotte, il tempo
passa e io dormo sola_....» Commentando poi con certi particolari di
terribile audacia che posero in fuga le signore, dignitosamente, per
Madre Decenza dai benigni velari.
Più si dilettarono esse nel leggere i numerosi sonetti e gli epitalami
inviati per l'occasione.
Uno ve n'era che piacque moltissimo per la sua gentile semplicità. Era
di un prete, zio materno di Gian Battifiore e diceva:
«_Il canonico Minosa,_
_parente della sposa,_
_offre ogni cosa_».
E che più?
Poi il _rinfresco_ sparì. L'ora si fece tarda e le vetture furono alla
porta.
Cominciò il diluvio dei baci, cominciarono i rigagnoletti di lacrime
che si rinnovarono alla stazione. I coniugi Liturgico disparvero poi
sotto l'orizzonte mite, verso il paese degli aranci. E le sorelle
superstiti, unitamente a Divina, piansero e piansero per l'inarrivabile
amore.
Così si sciolse il nodo delle lotte; ma la Republica voleva avere, dopo
tanti trionfi, soddisfazione ben maggiore.
Fin dalla mattina, al domicilio di ogni repubblicano, era stata
recapitata una circolare misteriosa concepita in questi termini:
«CITTADINO,
«_In seguito alle luminose vittorie riportate in questi giorni dal
nostro partito, una via ben più grande si è aperta._
«_Siete pertanto invitato questa sera (ora consueta) alla sede del
nostro principale circolo_ DANTON _per urgentissime comunicazioni._
«_Vi si attende immancabilmente._
_Per il Presidente:_
«RIBELLE LIBERTÀ GIOVANELLI.»
Però, siccome simili circolari erano, a lunghi periodi, consuete,
nessuno pensò annettervi grande importanza o significato eccezionale.
Alle ore nove pomeridiane, ora consueta, alla spicciolata o a crocchi,
parlando e accendendosi per le discussioni politiche, gli uomini rossi
salirono le scale del circolo _Danton_ e si raccolsero, come era loro
abito nelle grandi occasioni, nella sala principale dalle pareti adorne
di ritratti, di trofei e di bandiere.
Erano accese tutte le lampade, l'ambiente era discretamente illuminato.
In un capannello, in mezzo alla sala, parlavano accalorandosi Ardito
Popolini, Gian Battifiore, Bortolo Sangiovese e un nuovo personaggio,
ritornato il giorno stesso da lontane regioni: Ottantanove Riborsi,
vecchio repubblicano convinto, anima schietta e sincera, tanto sincera
che il Regida, parlando di lui, soleva dire ch'egli
«... _ne mettait son chapeau_
_qu'il ne se couvrît la tête_».
Era importante la presenza del Riborsi per gli affigliati, poichè
qualcuno fra questi pensò fosse apportatore di grandi novità.
La sala del circolo _Danton_ non era nè ricca nè povera, discretamente
brutta, passabilmente tollerabile. Ognuno aspettava, trattandosi
di democratici, col proprio cappello in testa, chè, il toglierselo,
sarebbe stata dimostrazione di imperdonabile umiltà.
Come trascorse mezz'ora dal tempo fissato e il Popolini, volgendo gli
occhi intorno, vide presenti i principali rappresentanti del partito,
gridò al Cavalier Mostardo;
— Chiudi le finestre! — poi, come l'opera fu compita, salì su la grande
tavola ch'era situata al centro della sala.
Fu fatto un silenzio solenne.
— Cittadini! — gridò, e la sua voce fu come tuono, come fragore di
tempesta. Qualche cappello descrisse la parabola del rispetto.
— «Cittadini!
«La nostra regione, sacra ormai nella storia pel suo grande còmpito di
civiltà e per le vittorie ottenuto contro la tirannìa e gli oppressori,
ha in questi giorni conosciuto ciò che sia coronamento di trionfo a
centenaria lotta!»
Qualche altro cappello, poi che corse un fremito nelle anime, descrisse
il semicerchio laudativo.
— «Noi passiamo nella storia non solo per ciò che volemmo, ma per la
nostra tenace volontà di volere!»
Scoppiarono i primi applausi, e l'esaltazione, sì facile a spiriti
romagnoli, cominciò a manifestarsi.
— «Ora ciò che abbiamo ottenuto, ha avuto eco subitaneo _altrove_.
«Ciò che pensavamo lontano, è sorto al nostro fianco. La _mutazione_
sognata è ormai fatto compiuto.»
Ogni capo si scoprì, un mormorìo corse fra gli aspettanti.
Il Popolini riprese:
— «Sconfitti i clericali (vadano i nostri auguri ad Europa Battifiore,
gentile rappresentante del nostro partito) e sgominati i monarchici,
salimmo al postremo grado del nostro desiderio. Ora non mancava che
l'ultimo compimento. E la sorte c'è venuta in aiuto.
«Cittadini!
«Ecco ciò che i _nostri_ ci telegrafano da Roma!»
Il brivido s'intensificò. Quasi istintivamente tutti si strinsero a
spalla a spalla, protendendosi.
Ardito Popolini, girati gli occhi attorno, spiegò un telegramma, e con
la sua voce più forte, corsa da fremiti d'emozione, lesse:
«ARDITO POPOLINI, _Segretario Consociazione Repubblicana_.
«Seduta notturna nostra Direzione Centrale fissava per oggi
grande avvenimento. Stamane nostri deputati riunitisi Montecitorio
incaricarono onorevole Livio Merate svolgere proposta odierna seduta.
«Or ora dinanzi Camera imponente, Livio Merate, eloquenza degna
nostri maggiori, richiamate gloriose tradizioni partito, evocata
memoria immortale Maestro, cui spirito, disse, aleggiava su Assemblea,
dimostrando irrefutabile prova fatta incompatibilità assoluta fra
condannato Sistema e missione affidata genio nazionale, propose ordine
giorno dichiarante _decadenza monarchia proclamazione Repubblica_.
Proposta accolta entusiastiche, frenetiche acclamazioni deputati,
tribune.
«Prese necessarie disposizioni costituzione governo provvisorio,
prossima convocazione Costituente.
«Comunicate grande avvenimento Comitati circondariali dipendenti,
impartendo necessarie istruzioni.
«Convocate immediata grande Assemblea Circolo _Danton_, annunziando da
oggi soltanto comincia veramente, terza Italia!
«Disponete adeguati festeggiamenti pubblici.
«Viva la Repubblica!
«_La Direzione P. R. I._».
Quand'ebbe finito, rimase in un attimo di sospensione durante il quale
nessuno fiatò, poi, allargate le braccia quasi attendesse un desiderato
amplesso, gridò con veemenza frenetica:
— Evviva sempre la Repubblica!
E non un grido solo rispose, ma un urlo formidabile per cui i vetri
tremarono:
— Evviva! Evvivaa! Evvivaaa!
Poi l'anima fremente, posta in sobbollimento, ebbe necessità di
espandersi.
Una mano staccò dal muro una bandiera rossa, un corteo improvviso, in
giro lento e continuo e grave intorno alla larga tavola, si formò.
E andarono, andarono, andarono nello spazio meschino come camminassero
verso l'infinito. Ogni grido ne alimentò cento e ciascuno credette,
in quegli attimi d'entusiasmo, alla gaia menzogna come a verità
indiscutibile.
Si agitarono i vessilli sui capi scoperti, si alzarono mani brandenti
cappelli, fazzoletti, bastoni, poi una voce intonò la marsigliese:
_Allons, enfants de la Patrie,_
_Le jour de gloire est arrivé_...
Al ritornello fu un coro generale. Voci gravi e vibranti:
_Aux armes, citoyens! formez vos bataillons!_
_Marchons, ça ira... marchons_...
E sotto le fiammee bandiere agitate da mani di ossessi, fra l'impeto
musicale gridato da cento petti, essi videro, i buoni romagnoli
ardenti, videro un'alta figura di donna benedicente: la Repubblica
Madre che scendeva ai figli suoi i quali non avrebbero temuto morte per
porla su gli altari.
Poi, come ogni cosa trova il suo ultimo grado, caddero le bandiere,
disparvero le visioni, le voci si spensero e gli uomini rossi uscirono
per la via.
Ribelle Libertà Giovanelli, quando si vide a l'aperto, volle affermare
ancora la sua convinzione politica, onde soffermatosi col capo a
l'aria, socchiudendo gli occhi come fanno i galletti di primo canto,
cominciò:
— Evviva la Re...
Ma non finì, che il Cavalier Mostardo troncò la frase con un solenne
scappellotto.
Come Ribelle si rivolgeva inviperito, il Cavaliere apostrofandolo
rudemente, gridò:
— Ma non vedi, asino? Ci sono i pennacchi rossi!
Così Ribelle Libertà Giovanelli, puro sangue repubblicano, tornò alla
dura realtà della vita e tutti vi ritornarono, contenti della loro
finzione, perchè, alla fin fine, ogni atto umanamente progressivo non
si riduce che a un giro intorno ad una tavola più o meno grande, e ad
una proclamazione d'impero.