A tali accuse _La vera Croce_ raggiunse il diapason delle sue
apocalittiche visioni e _La Verità_ attaccò la condotta dei capi
repubblicani.
Così i primi fuochi si accesero e la politicofilia romagnola cominciò
a porre gli animi in quello speciale stato di tensione che ha sempre,
come risultato finale, una qualsiasi conflagrazione di parole nelle
classi borghesi dirigenti; di azioni nelle masse popolari barbare e
audaci.
A compire le prime avvisaglie della lotta che si annunciava quell'anno
insolitamente accanita comparvero sui muri, i manifesti proclamanti le
poste candidature dei singoli partiti.
Due avvocati si contendevano il campo: Livio Merate, candidato
repubblicano; e Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale.
Nelle antecedenti elezioni, il partito monarchico e il partito
clericale si erano astenuti cosicchè gli uomini rossi avevano riportato
una grande vittoria. Il dubbio di non ottenere nelle nuove elezioni
identico risultato, era tale assillo doloroso agli uomini rossi che le
più ardenti fantasie furono chiamate a raccolta per escogitare nuovi
mezzi, atti a raccogliere il maggior numero di voti possibile.
L'accensione velava, ne' suoi alti bagliori, le qualità speciali di
bonaria festevolezza, di ampia e cordiale ospitalità per le quali le
genti romagnole vanno nominate in Italia. Ogni forestiero rappresentava
in quel periodo, per lo meno una _x_ incognita di dubitosa vicinanza.
Più non si aprivano le case con la facile accoglienza patriarcale di
gentile memoria; le mense non erano condivise; il volto de l'ospite
non sorrideva più alle giovanette e ai candidi capi dei vecchi, finito
l'abbondante pasto servito in onor suo; la diffidenza era subentrata
alla ingenua festevolezza primitiva; il silenzio alla feconda loquacità
ridanciana; il cipiglio fiero alla serena espansività dilagante.
Ogni buon romagnolo, in tempi normali, quando la politica co' suoi
flagelli non turbi il suo bell'equilibrio di uomo sano che ama la vita
e la gode come può, essendo di tutto grato alla terra, ritiene obbligo
imprescindibile quello di accogliere l'ospite col riso più franco e
circondarlo di tutta la sua gioia e offrirgli, nei limiti de l'onesto,
ogni possibile bene ch'egli possieda: però, se la politica dalle
aggrovigliate chiome appaia a l'orizzonte, il buon romagnolo si turba,
dubita, si acciglia e non si rinfranca se non allora quando il nuovo
arrivato gli dichiarerà di appartenere alla fede de l'ospite, di odiare
coloro che l'avversano, di essersi votato anima e corpo al trionfo
della medesima.
Inoltre non è uomo valutabile colui che non sia ascritto a un partito
qualsiasi; chi non si proclamerà gridando, strenuo propugnatore di
qualche forma politica, non godrà mai piena stima in Romagna, anzi sarà
guardato con lo stesso fare dubitoso col quale gli antiquari sbirciano
la merce se temono una contraffazione.
V'è un solo Dio: la Politica; questo è il verbo che guida gli uomini
rossi nella loro vita irruenta.
Ora, nei primi giorni della settimana di passione, avvenne che, per
ragioni di commercio, si trovasse a passare dalla rosea città, certo
Mauro Rubini, persona pacifica e aliena da qualsiasi partecipazione ai
così detti pubblici interessi. Siccome il Rubini conosceva da qualche
tempo il capo repubblicano e ne aveva ricevute altre volte festose
accoglienze, tanto da serbarne grata memoria, pensò di recarsi agli
uffici de l'_Aristogitone_ per presentare i suoi ossequi al cortese
ospite.
Così fece, e trovò Ardito Popolini acceso e sudante sul quarantesimo
articolo.
Levò gli occhi dalle cartelle, guardò il nuovo arrivato e, aggrottando
le ciglia, ebbe la smorfia dubitosa di colui che non rammenta.
— Non mi riconosce? — chiese Mauro Rubini.
— Ecco... precisamente... mi pare... ma...
— Sono Mauro Rubini. Non ricorda?
— Ah! si, ricordo. Come sta, come sta?
— Non c'è male e lei?
— Io ho la febbre; io mi consumo caro signore.
— E come mai? Perchè non rimane in letto e non si cura?
— In letto? Ma non sa che siamo in periodo d'elezioni?
— Lo so. E con questo?
Il Popolini, a l'inaspettata risposta, divenne livido, sbirciò il
conoscente che gli stava innanzi sorridendo e si tacque.
Dopo una pausa levò gli occhi e chiese a bruciapelo al malcapitato
signore:
— Scusi, a quale partito appartiene lei?
— A nessuno. — Rispose con tranquillità Mauro Rubini.
Altra brevissima pausa in cui Popolini parve inghiottisse qualcosa di
estremamente amaro.
— Domando — riprese — quale è la sua opinione politica?
— Non ne ho.
— Ecco — aggiunse con voce tremante per repressa ira, il Popolini —
ecco... forse non riesco a spiegarmi. — E alzando il tono, continuò: —
Desideravo sapere s'ella milita fra i repubblicani, fra i socialisti o
fra i monarchici.
— Io non milito — rispose l'interpellato col suo sorriso bonario.
Gli occhi del capo repubblicano lampeggiarono vivissimamente, le
sue mani ebbero uno scatto nervoso. Fu per levarsi, ma si rattenne e
cambiando tono e pronome, con un risolino sarcastico riprese:
— Sarete clericale allora?
— Meno che mai.
— Anarchico?
— Neppure.
A quest'ultima risposta il Popolini più non si frenò. Spinse indietro
la sedia con impeto, si rizzò di scatto, battè i pugni sul tavolo e con
gli occhi sbarrati, congestionato in viso, gridò protendendosi:
— Vi dichiaro ch'io non amo essere preso in giro e voi, a quel che
pare, ne avete intenzione. Sbagliate strada. Vi avverto per amicizia, e
per evitare dolorose e forse irreparabili conseguenze.
— Le assicuro... — soggiunse il Rubini.
— Non posso perdere tempo ora. Ci rivedremo altrove se così vi piace.
L'ospite, pallido ed esterrefatto, guardò il Popolini, guardò il
Cavalier Mostardo, seduto in un angolo, s'inchinò e senza far parola
disparve.
Non appena ebbe richiuso la porta, disse il Popolini al Cavalier
Mostardo:
— Tieni d'occhio quel tipo. È una spia.
— Sarà fatto! — rispose il Cavaliere arricciandosi i mustacchi: e a
lenti passi seguì il malcapitato ospite, il quale ormai poteva esser
certo di avere una volta o l'altra, un piccolo e grazioso ricordo della
Romagna rossa.
Ora, l'indice ordinario delle passioni che turbavano la città, era
il così detto _Passo_, nome posto a una via nella quale si trovavano,
quasi di contro, due caffè: il _Caffè della bandiera_ e il _Caffè dei
Girondini_. Il primo era comune ritrovo dei monarchici; il secondo,
come si può facilmente supporre dal nome, era stato eletto a sede
permanente dei repubblicani. Da l'uno si udivan gli urli de l'altro,
e ciò avveniva da l'alba fino a notte tarda, quando il lampionaio
scendeva la via per ispegnere le giallastre fiammelle dei fanali.
Il _Caffè della bandiera_ era frequentato più che altro da vecchi
patrioti, uomini fieri, gravi e arditi nella loro vecchiezza: la
generazione che passava.
Al _Caffè dei Girondini_ predominava l'elemento giovane: studenti,
commercianti, impiegati: gente che viveva de' suoi sogni come di
indiscutibile realtà.
A seconda delle voci che giungevano dai due luoghi di ritrovo posti di
fronte: a seconda delle invettive e delle grida, si poteva misurare
lo stato di tensione degli animi e i sentimenti belligeri della
popolazione.
In periodo di elezioni, il Passo assumeva importanza straordinaria,
tale, che v'erano alcuni giovani di buona volontà i quali
s'incaricavano di diffonderne d'ora in ora le lotte e le querele.
Querele e lotte che sollevavano a loro volta altre consorelle, onde
dagli angiporti alle case dei ricchi, era un battagliare continuo fra
alte voci discordi e dissonanti.
Dominava i frequentatori del _Caffè della bandiera_, Antonio Viminèdi,
vecchio colonnello pensionato; uomo di salda coltura, di tenace memoria
e di spirito bizzarro.
Il colonello Viminèdi era tal pessimista da non trovare facile
riscontro nella storia, e siccome sosteneva le sue iperboliche
malinconie con sufficiente dialettica, non trovava oppositori che gli
tenesser testa se non forse Pietro Ramelli, capitano in ritiro, il
quale, allorquando gli falliva la parola, subentrava con gli urli,
persuaso in tal guisa di aver doppia ragione. Erano intorno a questi
due capostipiti, una trentina di uomini, tutti oltre la cinquantina;
gente di coraggio, temeraria, fiera e prepotente.
Forti del loro diritto di giudizio, perchè tutti o quasi avevan preso
parte alla grande epopea del nostro Risorgimento, non si facevano
intimorire dalle minaccie e dagli scherni che il _Caffè dei Girondini_
lanciava loro quotidianamente; anzi ne ridevano, pronti a menar le
mani se alle parole si fossero sostituiti gli atti, come era accaduto
talvolta.
Erano uomini severi, vecchi soldati che l'entusiasmo di un tempo
non aveva abbandonato, devoti di un amore senza limiti a l'Italia,
alla quale era stata consacrata con impeto e violenza tutta la loro
giovanile energia. E come avevan sognato un tempo veder la loro patria,
oltrechè libera da gioghi, grande e possente fra le Nazioni, ora si
addoloravano sapendola umile laddove avrebber voluto avesse assunto
una disdegnosa indifferenza. Essi non intendevano la diplomazia, erano
stati uomini d'azione pronti a dare e la loro vita e i loro beni e
tutto che avesser potuto, al loro ideale di ribelli; la loro giovinezza
non aveva avuto timori, non debolezze, non dubitanze sentimentali; così
ogni transigere, ogni pencolare, era per le anime loro dolorosa ferita.
Se avesser dominato, fatta l'Italia l'avrebber ugualmente disfatta.
Ora, costretti a l'inazione, seguivano i moti politici giudicandoli in
base ad un pessimismo amaro del quale Antonio Viminèdi era la massima
espressione.
Al _Caffè dei Girondini_ era invece nota comune l'intolleranza spinta
alle sue ultime espressioni. D'altra parte i romagnoli hanno necessità
d'agitarsi in tutti i tempi, comunque sia.
Mancando una general causa che li accendesse, se ne eran creata una
votandosi alla repubblica e credevano sinceramente che ogni bene
fosse per provenire a l'umanità dalla trasformazione politica da essi
con ardore inestinguibile propugnata. Sognavano un domani oltre al
quale più non doveva esistere su la terra uomo infelice; un domani di
redenzione universa che si sarebbe verificato con lo stabilirsi della
repubblica, con l'imperare delle dottrine per le quali alla lor volta,
i _nuovi_, avrebber data la vita.
Tale fondamento di grande sincerità e l'intima persuasione che solo
le loro dottrine fosser le buone, le infallibili sorgenti di ogni
bene, faceva sì che i giovani repubblicani fossero violenti nemici di
qualsiasi altra manifestazione avversa alla loro: faceva sì ch'essi
guardassero non come avversario politico, ma come nemico personale e
nemico del pubblico bene, ogni individuo professante fede diversa.
I romagnoli non conoscono se non gli estremi. Se una cosa è buona, e
allora va accettata e imposta; se è cattiva, e allora va soppressa. I
mezzi termini sono ignoti in Romagna.
Nel primo giorno della settimana di passione si inasprirono adunque, al
_Passo_, i rapporti diplomatici.
Antonio Viminèdi, come di consueto, imperava; gli erano intorno i
compagni attenti. Pietro Ramelli passeggiò in lungo e in largo,
guardando a tratti il soffitto. Egli era in preda a visibile
turbamento.
Entrò un ritardatario, Achille Donatelli: salutò, poi, come vide i
compagni tacere, chiese:
— Avete letto il manifesto dei repubblicani?
Molti risposero:
— L'abbiamo letto.
— E... che ve ne pare?
— Peuh! — fecero alcuni; e Pietro Ramelli:
— Ci vorrebbero i tedeschi!
Antonio Viminèdi incrociò le gambe, lanciò il fumo a l'aria e disse
sorridendo ironicamente:
— _Jaculatio verborum!_
Chi capiva il latino, approvò.
— Dicono — soggiunse Pietro Ramelli che parlava a scatti, animandosi —
dicono i ranocchi che non hanno partito e si tengono coi più forti: —
Essi sono nel loro pieno diritto. Il pensiero è libero! — Il pensiero?!
Ma quelle sono ingiurie. Dice: è libertà di cosa... è libertà
d'opinione; ma che s'intende allora per opinione?
— Eh! — fece Antonio Viminèdi — l'opinione è una parola e significa
niente in sè. Guarda ad esempio: in Asia chiaman l'_assa fætida_, cibo
degli dèi; in Europa invece, _stercus diaboli_. Siamo nell'identico
caso.
— Sono così... sono villani — riprese gridando sempre più. Pietro
Ramelli — e si dicono democratici. Ma che intendono essi per
democrazia?
— Non sbagliare i termini! — riprese il Viminèdi. — Questa non è
democrazia, è ciarlataneria.
— Ben detto! — esclamarono gli ascoltanti.
— Sentili! — disse il Donatelli indicando il _Caffè dei Girondini_: —
Gridano come tanti ossessi! Quella gente rifà il mondo così!
— Vedrai! Quando saranno al potere, riformeranno il paternostro come ai
tempi di Cromwell e la loro azione non andrà oltre.
— Ma tu così... tu ammetti — gridò Pietro Ramelli — che possano salire
al potere?
— Certamente — rispose Viminèdi — Tanto ora
_un Marcel diventa_
_ogni villan che parteggiando viene!_
— La colpa è nostra, la colpa è nostra — gridò Sandro Ancona, un
vecchio cieco che ascoltava sempre col capo eretto e le mani incrociate
sul pomo della mazza. — Io non vedo, ma sento e imparo e so che
la nostra azione è debole. Per questo essi hanno ogni agevolezza e
conquistano il campo!
— Siamo vecchi! — mormorò Gian Urbini.
E Pietro Ramelli, gridando:
— Vecchi?! Io ho tanta cosa... ho tanta energia da venderne a tutti
quei signori. Sono le idee nuove che traviano le masse. Essi promettono
mari e monti e cosano... e trascinano il gregge.
— È tutta una putrefazione — gridò Viminèdi — tutta una putrefazione!
Povera Italia! Vi siete affaticati, vi siete macerati per farla? Ora
guardatela finire! Uomini politici che hanno l'intelligenza di un
grillo, che non sanno che voglia dire reggere uno Stato! Saliti al
potere per mene parlamentari, per vane ambizioni personali, senza
coltura, senza una meta prefissa, ci hanno fatto indossare la veste
di Arlecchino e, a suono di tube, hanno raccolto le Nazioni perchè
assistessero alle nostre vili pantomime. È tutto un giuoco di ipocrisie
che vela sordidi interessi; tutto un contesto di viltà. Se fossimo
persone dabbene, dovremmo sopprimere dalle nostre scuole l'insegnamento
della geografia perchè i figli nostri non imparassero che nel mondo
v'è un continente denominato Africa. Proprio noi dovevamo assistere
a tale obbrobrio. Il trionfo dei vili in terra italiana! Ma quando
mai i nostri vecchi sono andati processionando per le vie perchè non
si partisse? Io, vedete, io son diventato anarchico! Non credo più a
nulla, mi aspetto tutto. Domani un barattiere domanderà se l'Italia è
da vendere e la venderanno. Potrebbero venire anche gli Esquimesi o i
Patagoni a dominare qui, per conto mio non farò un passo: serberò il
mio _otium cum dignitate_.
— Esagerazioni! — esclamò Gian Urbini.
— Volete anche illudervi? Guarda: io non leggo più i giornali per
partito preso; ma tu, che li leggi, potrai essere al corrente più di me
di ciò che avviene. Ora vorrai tu dirmi che da un giorno a l'altro il
male si sia convertito in bene?
— Tu esageri — ripetè l'Urbini.
— Ma che esagero?! Tutto va a catafascio, tutto si corrompe, tutto
scompare in un battibaleno. Quando abbiamo combattuto si faceva
un giuoco di bimbi. Costruivamo un balocco complicato e per tale
costruzione abbiamo rischiato la vita, ora lo si rompe per vedere com'è
fatto dentro.
— Sono le nuove cose... sono le nuove dottrine che rovinan tutto! —
esclamò Pietro Ramelli che continuava la sua passeggiata affannosa.
— E le nuove dottrine e l'insipienza degli uomini di Stato. Si fa la
politica della paura e del sentimento e col sentimento si dominano
le femminucce e non si guida un popolo nè ci si impone agli altri.
Aggiungi a questo, le promesse dell'impossibile che i parolai fanno al
popolo, al _Popolo Sovrano_, al grande ambiguo martufo, mezz'asino e
mezzo giullare e ne avrai il risultato presente. La corda che ci regge
non ha più che una debolissima vena; il minimo vento di tempesta farà
disparire tutta la bella costruzione. L'Italia è un castello in aria,
amici miei!
— Frattanto — disse il cieco Sandro Ancona — se invece di profetizzare
bibliche rovine, voi, che avete a cuore il bene di questa nostra terra,
vi deste d'attorno per far trionfare le idee buone, tanto male non
sarebbe.
— Ma quali sono le _idee buone_? — gridò inveendo il colonnello
Viminèdi.
— Le nostre! — rispose il cieco arcuando le sopracciglia.
— Vi sbagliate. Le nostre idee non valgono più delle altre. Il mondo è
un carcame e il tempo se lo riprende.
— Ma allora che cosa vuoi, tu? — chiese violentemente Pietro Ramelli,
che s'era fermo innanzi al colonnello e lo guardava con occhio torvo.
— Io vorrei non esser nato per non vedere questo mondaccio fatto così a
rovescio.
— Ma vuoi sostituirti al Coso... vuoi sostituirti al Creatore, tu?
Tutto è a rovescio per te, nulla v'è di buono! E allora è meglio non
cosare perchè tu fai come coloro che si metton gli occhiali neri e
vedono tutto oscuro.
— E non cosiamo! — rispose il colonnello sorridendo con lieve
malignità. — Tanto se tutto va male io non ne ho colpa e col vostro
ottimismo non cambiereste direzione a una piuma.
— Bella ragione! — gridò il capitano Ramelli che si accendeva d'ira —
bella ragione! Quando hai torto, per difenderti, sostieni le maggiori
strampalerie. Faresti inviperire un santo.
— Ecco la tua logica!
— Ma che logica! Io dico che è una vergogna sentirti parlare in tal
modo qui, di fronte al _Caffè dei Girondini_, in tempo di elezioni!
— Ha ragione! — dissero i compagni.
— Io coi preti non voterò mai! — gridò Antonio Viminèdi con la
sicurezza di aver toccato un tasto d'effetto.
Passò un silenzio generale. Pietro Ramelli riprese la sua passeggiata
guardando qua e là con gli occhi torvi.
— Avreste forse il coraggio di votare insieme a coloro che vi odiano,
che odiate e avete combattuto?
— No! — gridaron tutti quasi che un impeto di fiamme fosse passato
nelle singole voci.
— E allora è inutile sperare: i repubblicani trionferanno.
— Vi sono le campagne — disse il cieco.
— Le campagne sono sovversive.
— Non tutte.
— Gran parte.
— I preti condurranno molti elettori.
— Rieccoci ai preti! — gridò Viminèdi. — Ciò che ci vien da loro si
converte in veleno. Per me, dall'ora in cui i nostri capi han deciso
unirsi alle vesti nere, ho fatto voto di abbracciare l'anarchia come
unico possibile partito in Italia. Ma dobbiamo dunque rinnegare tutta
la nostra giovinezza con un atto di vergognosa umiltà? Quando partimmo
con Garibaldi si aveva in odio ogni bestia nera e si uccidevano i
corvi in mancanza d'altro: ora dovremmo stringerci al seno, per un
imbroglietto politico, i nostri maggiori nemici?
La domanda lanciata là come una sfida, non ebbe risposta precisa; ma fu
seguita da un mormorìo di singole conversazioni intavolate a bassa voce
fra compagno e compagno.
Antonio Viminèdi e Pietro Ramelli si tacquero guardandosi.
— Che ne dici? — chiese il colonnello.
— Hai ragione! — rispose per la prima volta, quasi rabbiosamente,
Pietro Ramelli.
— Chi disse prete disse castigo!
— Per me — esclamò il Ramelli — la mia parte l'ho fatta. Nella cosa
contro il brigantaggio ne fucilai due.
— E il Signore ti avrà in grazia.
— Ne sono certo.
Achille Donatelli che fino allora era rimasto in silenzio, ascoltando,
uscì d'improvviso in una imprecazione quasi compisse così e suggellasse
dignitosamente un suo lungo ragionare:
— Accidenti ai capi!
— Quali capi? — chiesero molte voci.
— I nostri i nostri! Quelli che abbiamo eletti noi, che gettano lo
scorno sul nostro nome! Perchè avremo il male, il malanno e l'uscio
adosso. Vincere non si vince, questa è verità indiscussa. Dunque tanto
valeva rimanersene soli e non stender la mano a Monsignor Rutilante che
vorrà riderne ora di questi nemici di Dio.
— Non del Signore Iddio! — corresse Antonio Viminèdi. — Noi siamo
nemici dei mercanti del soprannaturale; del tenebroso sinedrio dei
barattieri; dei catafalchi neri che rinnegano il sole. Il Signore Iddio
è troppo in alto per queste creature meschine.
Nel frattempo dal _Caffè dei Girondini_ era giunto un alto frastuono
di grida. I vecchi frequentatori del _Caffè della bandiera_, tacquero
guardando nella via.
— Che hanno le araguste? — chiese Viminèdi.
— Sssst!... — fecero gli altri.
Stettero in ascolto. Una voce chiara e solennemente tribunizia, si
udiva giungere, interrotta, a ogni fuocherello d'artifizio, da vivi
applausi.
— Chi parla?
— Aspettino, guardo — disse il piccolo cameriere, rotondo e paffuto
come un chierichetto.
Si affacciò su la porta, sporse il capo e susurrò poco dopo, rientrando:
— È Ardito Popolini.
— Sempre lui... quel buffone!.. — gridò Pietro Ramelli.
— Sarà al suo novantesimo discorso — soggiunse il cieco.
— Non lo cambia mai! — disse Viminèdi.
— Non importa; ottiene il suo scopo.
Nel _Caffè dei Girondini_ infatti, il direttore de l'_Aristogitone_,
ritto sopra un tavolo, arringava quel tanto di folla che poteva capire
nel ristretto ambiente repubblicano. Con voce sonora, scandendo le
parole più importanti e seguendo nel dire un suo ritmo musicale di
ineffabile monotonia, intesseva a sazietà gli elogi di Livio Merate
candidato popolare, accennando alla vastità del suo programma di
riforme, alla saldezza de' suoi propositi, alla maravigliosa possanza
del suo ingegno.
E siccome, ne l'esaltazione crescente, la frase del Popolini si
arrotondava acquistando sveltezze procaci, lampeggiamenti e plasticità
tentatrici, gli ascoltatori, facili alle veneri oratorie, scattavano di
tanto in tanto in applausi, poco curandosi se il periodo s'interrompeva
a metà e il senso comune prendeva i cocci. Tanto, a detta stessa del
Popolini, il senso comune era il giudizio irriflessivo di tutto uno
stupido gregge; non valeva dunque la pena di accalorarsi per lui.
Erano adunati nel _Caffè dei Girondini_ e si pigiavano attorno a
l'oratore o, dispersi in fondo alla sala, ascoltavano seduti, sorbendo
la loro bibita, circa un centinaio di repubblicani, giovani per la
maggior parte, alcuni giovanissimi e accesi tutti di sacro ardore.
Visi fieri, accigliati: cravatte rosse; lunghi capelli spartiti, come
in giube leonine, ombreggiati dalle vaste tese dei cappelli flosci
gettati sul capo quasi con dispetto civettuolo.
E tutti avevano il loro ciondolo, recante il ritratto di un capo
repubblicano: di Garibaldi o di Giuseppe Mazzini. Alcuni l'avevano
adottato come spilla, altri come fibbia al cappello, altri come
decorazione; ed uno ve n'era, giovane repubblicano di stirpe
repubblicana: Ribelle Libertà Giovanelli il quale, per avere il
sopravvento sui compagni, e per dimostrare l'altezza della sua
fede, aveva sostituito agli umili bottoni del suo vestiario, tante
piccole reliquiette rotonde dalle quali, attraverso un cristallino,
trasparivano i ritratti in miniatura dei principali repubblicani, da
Platone in poi.
Così Ribelle Libertà, oltre essere un'espressione altamente
repubblicana, era anche un utilissimo sunto di storia.
Oltre ai ciondoli, qualcuno mostrava le calze rosse: altri aveva,
poichè la calda estate col suo nimbo di mosche avanzava, in luogo del
panciotto, una larga fascia vermiglia; altri portava a l'occhiello
garofani, gerani, papaveri, del più bel scarlatto. E compivano il loro
assetto, con grossi bastoni, atteggiandosi alla guisa di coloro che son
pronti a l'assalto se una voce li inciti.
Il loro Caffè aveva assunto quella esterior forma che più si confaceva
ai gusti di sì vulcanica stirpe.
Nella scansia troneggiante nel fondo, dietro al banco vegliato dalla
_cittadina_ Ragione Verlenghi, la proprietaria, si allineavano in buon
ordine, su varie file, parecchie dozzine di bottiglie della più strana
foggia. Ciascuna d'esse rappresentava, a suo modo, il busto di un uomo
caro alla repubblica; busto il quale, per necessità di cose, terminava
con una breve appendice chiusa da un bel tappo rigonfio e dorato.
Chi fosse entrato nel Caffè, inconscio della cosa, avrebbe potuto
supporre di trovarsi in un nuovo originalissimo museo ove fossero
accolte nobili persone costrette a portare col cercine uno strano
carico.
Sui muri bianchi della sala bislunga trionfavano poi, fra gruppi di
ghirlande d'alloro, oleografie di Garibaldi, di Mazzini, di Ermellini,
di Saffi, di Cavallotti, di Imbriani, ecc.; oleografie che Madonna
Ragione ricopriva l'estate con garze color rosa perchè le mosche non vi
lasciassero irriverentemente le schiere dei loro puntini.
Completava l'insieme un affresco del soffitto, affresco rappresentante
una figura enorme vestita alla foggia romana, ricoperto il capo dal
berretto frigio.
Ora Ardito Popolini, inesauribile oratore, continuava a tessere le lodi
del candidato repubblicano e avrebbe continuato chi sa quanto ancora,
dimentico di tutto, se, in una sosta, una voce d'avvertimento non si
fosse levata dal gruppo degli ascoltatori.
— Ardito, sono le quattro; c'è il discorso di Livio Merate al teatro
Chenier.
Al subito richiamo, l'ardente tribuno troncò a mezzo la sua concione,
discese dalla tavola e si volse in giro battendo le mani.
— Ragazzi?... Presto, al teatro Chenier. Parla il nostro candidato.
In un battibaleno il _Caffè dei Girondini_ si vuotò e la folla
schiamazzando empì la via del Passo, diretta al prossimo teatro.
Vi fu chi, passando innanzi al _Caffè della bandiera_, volse occhiate
di scherno alle persone ivi accolte; ma rapidamente chè Pietro Ramelli,
ritto su la porta, vegliò con gli occhi torvi, nero come la più nera
tempesta. E sapevano i repubblicani che l'uomo grave d'anni, ma forte
ancora in tutta la sua vigorìa, non avrebbe temuto, ne l'impulso de
l'ira, di cimentarsi con tutta una folla. Era il Ramelli come un ariete
bronzeo, cieco ne l'impeto e di straordinaria violenza.
— Dove vanno? — chiese il vecchio cieco che ascoltava.
— Al teatro Andrea Chenier. Parla il loro candidato — rispose Urbini.
— Bisognerebbe render loro pan per focaccia! — fece il Ramelli
volgendosi — L'altro giorno non vennero forse appositamente al coso...
al teatro Comunale, per fischiare Giacomo Albenga?
— Chi ha più educazione l'adoperi — rispose Sandro Ancona, il cieco.
— In tempo di lotta politica non v'è educazione che tenga. Chi fischia
sarà fischiato. Io coso... io vado, chi viene con me?
Mentre Pietro Ramelli si volgeva, interrogando con lo sguardo i
compagni e molti già s'eran levati per seguirlo, passò dalla strada
un gruppo di giovanotti, che si soffermò innanzi al _Caffè della
bandiera_.
Era a capo della schiera Teseo Alvisi, studente di medicina, piccolo e
forte, dal viso energico.
— Dove andate? — chiese Antonio Viminèdi.
— Andiamo al teatro Andrea Chenier. Andiamo a fischiare, guardate! — ed
estrasse un'enorme chiave. — Chi viene? — soggiunse.
La schiera adunata da Pietro Ramelli si confuse con quella de l'Alvisi
e partirono in silenzio. Al teatro si divisero fra la platea, il
loggione e i palchi. Pietro Ramelli, Teseo Alvisi, Giacomo Verati,
Bartolomeo Vienni, occuparono un palco di proscenio, al prim'ordine.
Non appena entrarono, tutti gli occhi si rivolsero dalla loro parte e
siccome l'oratore aveva già cominciato la sua arringa e i nuovi venuti,
col loro entrare, coprirono un po' la sua voce, si levò un coro di
zittii e qualche:
— Alla porta i disturbatori! — che non ebbe altro effetto se non quello
di far sorridere Teseo Alvisi. Il qual Teseo Alvisi, per rendere nota
al pubblico la sua intenzione, estrasse da una tasca l'enorme chiave
che avea portato seco e la posò con lento gesto sul parapetto del
palco.
— Questo è il mio binoccolo! — disse ad un tipo che stava sotto al
palco e lo guardava con minaccia.
— Bada alla tua pelle! — rispose lo sconosciuto.
— Non temere, ne ho molta cura e ho anche la _canterina_ a dodici colpi.
— Silenzio! — gridarono dal palco vicino. E altri:
— Alla porta i disturbatori!
— Fuori i codini!
— Alla forca!
— Non vogliamo gli sfruttatori!
— Abbasso i borghesi!
— Fuori fuori fuori!
A tale impeto di ribellione e al pandemonio che ne seguì, Livio
Merate interruppe il suo dire onde la furia popolare si volse più
intensa verso il palco di proscenio nel quale erano apparsi i quattro
monarchici.
Teseo Alvisi e Pietro Ramelli, ch'erano innanzi, non si scomposero.
Ascoltarono per qualche secondo il diluvio d'invettive a loro dirette
poi, mentre l'Alvisi con gesto lento e composto, presa l'enorme chiave
l'avvicinò alle labbra e gonfiando le gote mandò un sibilo acutissimo,
Pietro Ramelli afferrata una sedia, la levò sul capo e, sporgendosi,
gridò a coloro che s'erano minacciosamente aggruppati vicino al palco:
— Al primo che fa un passo rompo la testa come a un cane!
Sì bene si leggeva l'intenzione del vecchio capitano che nessuno si
mosse.
L'intervento dei pennacchi rossi e la minaccia di far sgombrare il
teatro, rimisero un po' di calma negli animi; ma calma fittizia.
Gli urli si spensero a mano a mano in un brontolìo sordo che si perse
completamente allorchè Livio Merate accennò a riprendere l'interrotto
filo del suo discorso. La voce tonò alta e musicale sotto le volte
armoniche.
Disse il Merate delle soverchie ingiustizie del presente ordinamento
economico; esaminò le condizioni del proletariato romagnolo e parlò
de l'indifferenza e de l'incuranza degli uomini di Stato per questa
enorme falange di lavoratori. Scese poi gradualmente a discutere
dei partiti riformatori e dei partiti impossenti a portar frutti di
prossime riforme, dati i capisaldi sui quali si reggevano; i dogmi
imprescindibili che dovevano osservare per serbarsi in vita.
Entrato nel difficile argomento, vi si mantenne poichè se da un lato
vedeva i pochi monarchici accendersi d'ira funesta, notava da l'altro
il mormorìo d'intima soddisfazione che scorreva fra la folla dei
repubblicani.
E disse:
— Noi rappresentiamo la vita e l'avvenire. Con noi è la giustizia, è
la verità, è la divina libertà. Noi, liberi pensatori, scioglieremo il
mondo dagli oscuri legami che l'avvincono ancora e, nella grande scìa
che la nostra nave, impetuosamente avanzando, aprirà, scompariranno
i nemici nostri, coloro che ci avversano e vorrebbero vederci morire
perchè dalla nostra presenza sentono minacciati i loro dominii oscuri.
«Cittadini! Con noi la giovinezza adunque, con noi ogni forza
primaverile, con noi la scure che abbatte, la vanga che apre la terra
e la rigenera e la rende atta ad accogliere e a fecondare una nuova
sementa.
«Forti di questa luminosa certezza, avanzeremo impavidi e sicuri
sotto qualsiasi bufera. Vengano pure i monarchici a protestare poco
civilmente, noi...
Ma non gli fu dato compire la frase chè dalla platea, dai palchi, si
levò un coro di acutissimi sibili.
Ai fischi risposero gli urli, agli urli seguirono e si confusero le
invettive.
Livio Merate si avanzò fino al proscenio, si sporse verso il palco ove
Teseo Alvisi adoprava tutta la forza de' suoi polmoni per trarre dal
suo istrumento di protesta suoni sopracuti e gridò:
— Accettate un contradditorio!
— No! — rispose il Ramelli — Io coso... io protesto!
— Villani!
— Buffone!
— Patriottardi da strapazzo!
— Canaglia in mala fede!
— Prete!...
— Ah! assassino! — gridò Pietro Ramelli preso dalla cieca furia della
sua violenza a l'imperdonabile insulto. E Teseo Alvisi e gli altri
compagni usarono la forza per trattenerlo, ch'egli, posto già un piede
sul parapetto del palco, stava per lanciarsi a l'assalto.
— Lasciatelo venire! — gridarono dal palcoscenico.
— Liberatelo, l'eroe da burla!
— Lo vedremo! Venga, venga l'amico dei preti!
— Non ci si muove. Ti aspetteremo fino a domani, capitano!
E Pietro Ramelli, reso impotente dalla vigorosa stretta di sei poderose
braccia, proteso il capo dagli occhi iniettati di sangue, continuava a
lanciare le sue invettive.
— A me prete? Ve lo farò vedere s'io porto le vesti, buffoni! Mentre a
cori, a ondate, da tutti gli angoli del teatro si levava il grido:
— Alla lanterna!
Nel contempo, poichè la scena si svolse in pochi secondi, era dalla
platea al loggione, come un mare corso da furiosissima bufera.
Volavano i cappelli, si levavano i bastoni in atti minacciosi,
ricadendo, rialzandosi come un ondeggiare continuo. Si videro più
braccia sollevare un uomo che si difendeva a disperazione con ogni
suo arto libero, poi scomparve, si riconfuse alla folla; si videro due
avvinghiarsi alla vita e attorno a loro si formò un largo improvviso
tosto ricoperto; si notò la lotta di un giovinetto circondato da
dieci che gli gridavano in viso ogni contumelia poi si udirono, acuti
sul tumulto, i tre squilli fatali, ravviso che i pennacchi rossi
intervenivano.
Per qualche secondo ancora il tafferuglio continuò; ma ai primi
arresti, i tumultuanti si accalcarono a l'uscita.
Teseo Alvisi e Pietro Ramelli furono seguiti da due carabinieri. Non
appena se ne avvidero, si volsero pregandoli di allontanarsi:
— Non abbiamo bisogno di protezioni!
— Sappiamo difenderci, lasciateci soli.
Però i pennacchi rossi, che avevano ricevuto un ordine, non vollero
saperne e continuarono la loro guardia, molto opportuna d'altra parte,
perchè non appena i due monarchici sbucarono su la piazza, un crocchio
di male faccie che s'era formato, si trattenne da l'assalto solo per la
presenza dei due paggi severi che hanno una loro casa di ricovero poco
simpatica al popolo. Anche l'eco del tumultuoso comizio, si perse in
breve ne l'accrescersi de l'ansia, per la sempre più prossima giornata
campale.
Il Cavalier Mostardo continuò a batter le campagne in compagnia molte
volte di Ardito Popolini che improvvisava discorsi su discorsi: nelle
aie, nelle osterie, nelle stalle, fra i campi, ovunque trovasse un
gruppo di bifolchi.
Il Cavalier Mostardo era più risoluto; Popolini più suasivo; ciò che
il primo otteneva minacciando, il secondo otteneva con la parola
ornata, sempre pronta, sempre chiara nelle iperboli strampalate,
ragione principale questa del suo notevole ascendente su gli uomini
che ascoltano a bocca socchiusa e ad occhi fissi e tanto più si
maravigliano quanto meno comprendono.
Aspra fu la lotta alle Colìe, regione divisa in due nimicissimi campi:
socialista e repubblicano. Un fiume che scorreva per le verdi e belle
campagne, un fiume profondo e azzurro, serviva di confine ai due
partiti.
Su la destra del fiume si trovava un villaggio: Asis, piazza forte
dei repubblicani; su la sinistra, un poco più innanzi, era un secondo
villaggio: Duràz, torre maestra dei socialisti.
Gli abitanti del primo erano in prevalenza contadini; quelli del
secondo erano braccianti e barrocciai.
Non nasceva ombra d'uomo ad Asis che non fosse battezzato repubblicano
e non dovesse per conseguenza nutrire un verace odio per gli abitanti
de l'altra sponda; e a Duràz, ogni neonato succhiava spontaneamente il
collettivismo con le prime goccie di latte dal dolce seno materno.
Se ad Asis fu, per il Cavalier Mostardo, larga e facile messe, a Duràz,
l'idea de l'unione dei partiti popolari non ebbe efficacia.
Nei giorni che seguirono, il Cavalier Mostardo, dando ampia relazione
del suo operato, fece notare come fosse necessaria un'azione concorde
contro Duràz, villaggio _sovversivo_, peste dannosa che si doveva
combattere con lena gagliarda per evitare irreparabili danni al
razionale estendersi del partito repubblicano!
Ma ormai il momento solenne era vicino e la voce del Cavaliere passò
inosservata.
Il Comitato istituito per la compilazione e la diffusione dei
manifesti, del quale facevano parte l'assessore della pubblica
istruzione Bartolomeo Campana e Tragico Arrubinati, cominciò la sua
opera di propaganda.
Furono da prima enormi manifesti nei quali si annoveravano i pratici
benefizî che sarebbero derivati al popolo dalla elezione di Livio
Merate. Ogni male, al solo presentarsi de l'apostolo rosso, sarebbe
dileguato e i beni, in benefiche masse accorrendo, avrebbero scacciato
ogni miseria. Livio Merate chiudeva il vaso di Pandora; Livio Merate
era l'_Ecce Homo_ dei nuovi credenti, il divulgatore dei vangeli per
il trionfo dei quali tutta una falange di martiri giaceva disseminata
sotto le zolle.
I muri de l'eroica città passarono rapidamente nel corso delle ore, dal
bianco al vermiglio, dal vermiglio al verde, al giallo, a l'indaco. I
colori si sovrapposero, si fusero, formarono immani tavolozze.
Vere torme di uomini furono assoldate per andare intorno ad affiggere i
cartelloni, gli avvisi, i manifesti, onde non aveva finito il pubblico
di leggerne uno che un altro vi si poneva a canto, poi un terzo, un
quarto in sequela interminata finchè si sovrapponevano, disparivano, si
accavallavano in pandemoniaca fratellanza.
Ciò che cominciava nel nome del Signore, finiva con feroci imprecazioni
alla casta sacerdotale; così gli accenni rivoluzionari, modificandosi
per via, trovavano loro conclusione in una compunta fidanza ne l'Ente
Supremo e la _morale dei liberi pensatori_ (chè non può supporsi
in Romagna un _libero pensatore amorale_) dopo una serie di guizzi
bizzarri, finiva per cadere e abbandonarsi in seno di Nostra Madre
Chiesa.
Da ciò impeti di sdegno, lotte con gli uomini assoldati, irruzione di
nuovi manifesti e cartelloni in prolificità spaventosa.
La lotta continuò, amplificandosi, fino alla vigilia del giorno
destinato alle elezioni, nella quale vigilia, assunse nuova,
inaspettata forma.
Avendo ormai i repubblicani ed i loro avversari esaurita ogni possibile
sorgente di auto-esaltazione e di denigrazione del campo nemico,
attaccarono di fronte cose e persone e trassero al pubblico giudizio
fatti ormai dimenticati o posti in non cale.
La vita di Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale, fu
accuratamente vagliata, e come si scoprì che Giacomo Albenga, nella
sua ormai lontana giovinezza, aveva professato le dottrine della
repubblica, alte querele se ne mossero e motivazioni di sempre
rinnovati attacchi.
Sì come il tempo urgeva e l'ansia e l'esaltazione toglievano la
possibilità materiale di lunghe elucubrazioni, i cartelloni si
ridussero a semplici striscie, su le quali erano stampate le frasi che
dovevano bollare, come un marchio d'infamia, il candidato nemico.
Così la mattina del penultimo giorno, i muri ebbero un nuovo aspetto e
gridarono la loro ingiuria:
_Non votate per Giacomo Albenga, candidato fedifrago!_
Più tardi un'altra se ne aggiunse:
_Chi ha tradito, tradirà. All'erta, elettori!_
Poi un'altra:
_Vorrete esaltare Giuda?_
A capannelli, a crocchi, fermi su le cantonate, accalcandosi in corona,
vecchi, giovani, fanciulli stettero fermi sussurrando, intenti alla
lettura. Le grida d'approvazione o i susurrii discordi crescevano:
— Chi ha tradito la sua parte è un cane!
— E un assoldato della polizia!
— E un figlio di preti!
Il Cavalier Mostardo batteva le piazze e le vie seguito da una sua
torma di fedeli dal ceffo poco rassicurante, onde la prudenza, in veste
di mite madonna, seguiva la maggior parte degli amici dello _statu
quo_.
Ad ora più tarda, sempre nella mattinata, un'altra torma di uomini,
recanti nuovi avvisi, si sparse per la città. Questa volta erano i
monarchici. La pubblica curiosità si acuì, sì che ogni uomo lanciato
in corsa lungo le vie, alla ricerca degli angoli ove affiggere le
sue striscie di risposta, aveva dietro una vera massa di gente che lo
seguiva affannandosi.
Si videro così passare in varie direzioni questi gruppi bizzarri
rincorrenti un uomo scamiciato e sudante.
Dopo non molto, sui muri, sotto l'ultima striscia vermiglia che recava
l'ingiuriosa domanda:
_Vorrete esaltare Giuda?_
era disteso un cartello verde che recava la risposta dei monarchici:
_Il vostro linguaggio vi giudica. Elettori, guardatevi dai falsi
apostoli; dai Ciceruacchi che vi tendono reti insidiose!_
Quando il Cavalier Mostardo lesse tale risposta, si ripromise di
appendere alla cima del campanile, almeno una coppia di monarchici per
intima soddisfazione degli occhi e della coscienza.
Però non trascorse il breve periodo di un'ora che già il comitato
repubblicano aveva replicato:
_Mentitori! Nelle nostre file non milita gente prezzolata. Il popolo
può giudicarci._
E i monarchici:
_Vi giudica l'amministrazione del 18... Vi giudica il Commissario
regio!_
E i repubblicani:
_Le vostre insinuazioni non hanno valore, traditori del popolo!
Ricordate l'Africa e le persecuzioni politiche!_
E i monarchici:
_La nostra moralità è ineccepibile. Voi non potete dire altrettanto!_
E i repubblicani:
_Non c'è morale dove l'interesse borghese domina. Il popolo vi
giudicherà, sanguisughe insanabili!_
E ancora ancora in fila ininterrotta, sui muri, su le colonne, sui
marciapiedi, nei tempietti del divo imperatore, sui fanali, su le
insegne dei negozi, sui portoni chiusi, su le finestre, ovunque fosse
uno spazio libero, ovunque fosse un palmo disponibile, le striscie si
distesero, si sovrapposero recando il loro dialogare rapido e veemente.
Il prefetto fece sguinzagliare per tutta la città i suci agenti: ma
con l'ordine di seguire la massima prudenza che, data la soverchia
eccitazione degli animi, sarebbe bastata la più lieve scintilla a far
nascere gravissimi disordini.
Ora avvenne che Gargiuvîn avesse adunato, in quel penultimo giorno,
i compagni suoi per impartir loro la parte delle dottrine anarchiche
che impediva di portare il loro contributo alle urne. Decisero adunque
di astenersi in massa. Però, come volevan dimostrare la loro presenza
e l'assiduita del loro pensiero avvenirista, Gargiuvîn, capo e
iniziatore, pensò di esporre un unico cartello nero sul quale a lettere
rosse, sotto un teschio che aveva stampata nelle concave occhiaie la
parola _Libertà_, era scritto:
_La morale non esiste; il popolo non esiste. Esistono solo degli
uomini. Abbasso i Re, le Elezioni, i Governi. Evviva l'Anarchia!_