CAPITOLO XV.

Nel quale gli Uomini Rossi passano la loro settimana di passione.

Gian Battifiore e il Cavalier Mostardo ebbero, qualche giorno dopo la

trionfale impresa, un colloquio intimissimo per istabilire su varii

punti il piano di condotta da tenersi durante il periodo delle elezioni

imminenti.

— Sopratutto bisogna osservare Didino — disse Gian Battifiore.

— A questo ho già pensato — rispose il Cavaliere — e il clericale è

sottoposto alla vigilanza più oculata.

— Che ne dicono i preti?

— Male!

— Sono sempre contrari al matrimonio?

— Più che contrari. Hanno giurato che non avverrà mai.

— Lo vedremo! C'è anche il Codice Penale!

— Ma che Codice d'Egitto! Ci siamo noi! Non vi pare basti, sindaco?

— Basterà, lo spero, perchè non vorrei essere trascinato a estremi

odiosi.

— Lasciate fare a me, sindaco, e non temete. Le acque andranno per la

loro china. Non vi ho dato prova più che sufficiente della mia abilità?

Voi lo saprete: se si arrivava un giorno dopo tutto era perduto!

— È vero! — esclamò Gian Battifiore. — Tu meriti una gran ricompensa

che non mancherà. Noi non siamo ingrati. Ma, pensavo, durante il

periodo delle elezioni non potrai occuparti affatto della faccenda.

— Certamente no; ma vi ho detto, mi pare, che ho pensato a tutto. Non

vi fidate forse? Prendo sulla mia coscienza ogni responsabilità. Didino

non muoverà un passo fuori di casa.

— E come farai?

— È affar mio: non ci pensate. I clericali hanno pretesa di essere più

furbi del diavolo. Io li prenderò tutti in una sola rete.

— Te lo auguro.

— Sindaco, io non ischerzo!

— Lo so.

— Sulla mia parola di repubblicano, il _signor_ Rutilante questa volta

non la spunterà.

— Bada, tu non disponi de' suoi mezzi.

— Io dispongo del mio ingegno e della mia forza.

— A volte ciò non basta.

— Basterà perchè il popolo è con me.

— Vorresti ricorrere alla violenza?

— Anche alla violenza se occorre!

— Ma allora la legge sarà coi clericali.

— E che m'importa della legge? La legge è una sciocchezza scritta;

è una cappezza per gli asini. Voi non sapete tirarmi in ballo se non

la legge! Io non l'ho mai guardata in faccia questa signora e me ne

infischio!

— In questo hai torto.

— Sarà. Ma quando la maggioranza, quando il popolo vuole una cosa, non

ha forse il diritto per volerla e la forza per prendersela? Voi avete

detto mille volte che il popolo è sovrano!

— È vero!

— Allora il popolo è con me, la legge è con me.

— Ma il popolo non si cura del matrimonio.

— Avete torto. Bastano dieci amici di buona volontà e una botte di

vino. Quando la gente beve è sempre dell'opinione di chi paga.

— Possono fare altrettanto i clericali.

— No, perchè sono odiati. Poi io ho detto ai caporioni: Badate, chi

beve il vino dei clericali segna la sua morte!

Vi fu una pausa durante la quale Gian Battifiore guardò con molta

ammirazione il Cavalier Mostardo. Riprese poi:

— Amico, per te sono giornate campali queste.

— Così andasse sempre. È la mia vita!

— Ma non sai che nella settimana entrante non potremo trovar sonno?

— Lo so e che m'importa? La repubblica deve trionfare su tutto.

— Sarà una lotta accanita perchè i monarchici si uniranno ai clericali.

Hai girato le campagne?

— Sì.

— Come vanno le cose?

— Bene. Al mare repubblicani e socialisti; al monte monarchici e

clericali; ma avremo la maggioranza. I monarchici e i clericali votano

a base di biglietti di banca.

— Noi non ne abbiamo.

— Lasciate fare e vedrete!

— Domani arriverà il nostro candidato Livio Merate. Bisogna preparargli

una bella accoglienza.

— Ho già pensato a tutto. Alla stazione vi sarà _gente di palma_, come

dice il signor Regida e l'avvocato Merate avrà gli applausi che merita.

— Bravo. Un'altra cosa voleva dirti.

— Dite.

— Gli anarchici che pensano di fare?

— Non voteranno, questo era da supporsi. Però bisogna rispettarli. Ci

hanno reso un servizio.

— Per parte mia nulla hanno a temere; ma non so come la penserà la

questura.

— Se sono prudenti non li toccherà.

— Lo credi?

— Lo suppongo. D'altra parte io non li ho presi sotto tutela e... sono

uomini!

— Già!... Ma ho udito pessime voci.

— Anch'io.

— Sai come sia andato l'affare dei manifestini dinamitardi?

— Precisamente non lo so; la cosa parte da Gargiuvîn; è sempre lui che

ha certe trovate malinconiche. Gli altri sono come la coda.

— Speriamo bene per tutti.

— Speriamo.

— Allora — fece Gian Battifiore alzandosi — all'opera, amico

mio. Questo è un periodo in cui il nostro partito deve affermarsi

solennemente. Tutto dipende dalla nostra attività e dal nostro ingegno.

Io fido molto in te.

— Sindaco! — esclamò il Cavalier Mostardo ponendosi una mano sul cuore:

— Sulla mia parola di repubblicano, fra dieci giorni la bandiera rossa

sventolerà vittoriosa sulla nostra torre!

— La Rocca delle sacre dottrine rivoluzionarie non può essere

smantellata finchè abbia uomini simili! — rispose con enfasi Gian

Battifiore e strinse vigorosamente la mano al Cavaliere.

— E non lo sarà! — soggiunse il Cavalier Mostarde.

— Arivederci.

— Arivederci.

Si guardarono negli occhi, si strinsero la mano ancora e si lasciarono.

E la settimana di passione, per gli uomini che nella politica pongono

ogni loro ragione d'essere, cominciò turbolenta, affannata, in un

crescendo continuo fino alla finale esplosione.

Da Coriolano, donzello del municipio, a Bortolo Sangiovese; dal

Cavalier Mostardo, uomo di fieri costumi, a Ardito Popolini,

terribile e stringente dialettico, ogni attività fu posta in opera

con furia audace, con veemenza vulcanica. I tre giornali della città

quadruplicarono la tiratura e aprirono feroci polemiche.

_Il Cataclisma_, organo dei socialisti rivoluzionarii, parve

l'emanazione di una falange pandistruzionista, decisa a porre nello

spazio una lapide commemorativa: _Qui fu la Terra_.

_La vera Croce_, per opera di Monsignor Rutilante, deciso ora più che

mai vedendosi in procinto di perdere due partite, a combattere a tutta

oltranza gli avversari, parve l'emanazione di un novello Isaia, re

delle spaventose iperboli.

L'_Aristogitone_ in capo a tutti, ebbe la violenza, la rossigna

luminosità di un rogo rinnovantesi di continuo per l'attiva forza di un

temperamento vulcanico portato alle sue ultime espressioni.

A questi tre si aggiunse, buon ultimo nella lotta, _La Verità_, diretta

emanazione del comitato monarchico del quale era presidente Monarco

Crisomele, uomo di buoni costumi e di discreta dottrina.

L'_Aristogitone_ non appena si vide innanzi il nuovo avversario, lo

attaccò ferocemente.

In breve andar di tempo la polemica si arricchì di contumelie e

condusse a una dimostrazione ostile che il popolo, guidato dal Cavalier

Mostardo, fece sotto gli uffici di redazione de _La Verità_.

_Il Cataclisma_ plaudì; _La vera Croce_, bestemmiando in sua guisa

la modernità, innalzò la Chiesa ad unico segnacolo, perchè in essa

era la fratellanza, in essa la pace, in essa l'avvenire trionfale del

popolo. Le male vie erano aperte; le orribili voragini del peccato

guatavano l'umanità; la fatale perdizione delle genti sarebbe stata

prossima e per l'eterno nella consumazione dei secoli, se gli sguardi

del popolo non si rivolgevano al fulgente lume di civiltà e di dolcezza

impersonato dalla Chiesa; se gli elettori, traviati dalle maligne arti

dei sovversivi, contribuivano col loro voto al trionfo del male.

Il paradiso non era serbato se non a coloro i quali avrebbero votato

per Giacomo Albenga, candidato monarco-clericaleggiante, sommo agnello

del Signore.

L'_Aristogitone_ s'intrattenne su le dissoluzioni del papato, su le

gesta de l'Inquisizione e aggiunse: «I fatti parlano, le nostre parole

nulla valgono d'innanzi alla fulgida evidenza dei fatti. Questi signori

cianciano di moralità; ma quale significato dànno essi a tale parola?

Tutta la storia è là per provarci che la morale dei preti non è quella

delle persone oneste! Noi combatteremo le turpitudini finchè la forza

ci assisterà, finchè il pensiero vorrà guidarci con la sua fiaccola

rossa.

«Elettori!

«Fra pochi giorni sarete chiamati alle urne; fra pochi giorni dal

vostro giudizio complessivo sarà segnato un trionfo: o quello della

Giustizia, o quello dell'Ipocrisia clericale.

«Elettori!

«Il mondo vi è a testimonio. Il vostro atto è solenne. Dalla decisione

che prenderete dipenderà la vostra fortuna.

«Volete il proseguimento di questo stato di cose intollerabile, di

questa orrenda ruina nella quale la vita dei più precipita miseramente?

«E allora votate per Giacomo Albenga.

«Volete le riforme, volete la giustizia comune, volete che i vostri

infrangibili diritti, manomessi ora e posti in non cale, siano

finalmente riconosciuti?

«E allora votate per Livio Merate.

«Il suo nome è una bandiera; la sua vita un segnacolo di giustizia; la

sua fede è la nostra, elettori; quella fede per la quale da tanti anni

diamo tutte le nostre energie, tutto il nostro sangue.

«Elettori!

«In nome di questa fede incrollabile, v'invitiamo a gridare con noi:

_Evviva la R_...»

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 20 / 30 题