— Hai tutto? — chiese Don Papera a Susanna.
— Si. Due borse, due fagotti, la scatola. C'è tutto.
— Dammi le valigie; quelle le porto io.
— Non importa.
— Dammele!
Susanna gliele passò. Poi con l'ansia nervosa che, nella prossimità di
una partenza, coglie coloro non soliti ai viaggi, attesero guardando
fissamente l'avanzare, il distinguersi sempre più chiaro dei due punti
rossi; l'apparire del bianco pennacchio di fumo; il delinearsi della
vaporiera. Giunsero dalle cantoniere più vicine i suoni dei corni che
preannunciavano il passare del vigile mostro saettante, poi a mano mano
un fragore che si distinse sempre più chiaro ed aumentò in intensità
finchè un sibilo roco annunciò la prossima entrata del treno nella
stazione.
— Tienti pronta — disse Don Papera a Susanna.
— Sì — rispose l'ancella.
— Sali dove salgo io e non perder tempo.
— No.
— Mi raccomando, non dimenticar nulla.
— No.
Lanciando buffi di vapore il treno passò su la piattaforma con
reiterato fragore, entrò nella stazione rallentando la corsa; e, a un
breve sibilo, fu fermo.
Pochi viaggiatori scesero lenti e assonnati. I ferrovieri si
affannarono a strillare il nome della città.
Don Papera, seguito da Susanna, aveva perduto la bussola ormai, sicchè
girava da un vagone a l'altro senza decidersi, senza sapere dove
sarebbe salito.
— Due soli minuti di fermata! — strillò un guardiafreni; poi,
imbattutosi in Don Papera lo sollecitò:
— Presto presto.
Un altro gli disse:
— In fondo al treno c'è posto.
E via, con le valigie che gli battevano su le gambe e gli inceppavano
l'andare, seguito ciecamente dalla fedele Susanna, Don Papera si
affrettò verso la coda del treno. Non aveva fatto dieci passi che udì
una voce d'avviso:
— Partenza!
— Pronti!
— Pronti! — risposero altre voci.
— Ma dove va lei? — gli chiese con rudezza un impiegato.
— Voglio partire! — rispose timidamente Don Papera.
— Quale classe?
— Terza.
— Entri qui, presto, si spicci che il treno parte. — Aprì uno
scompartimento di terza classe, vi fece entrare, anzi vi spinse i due
malcapitati viaggiatori e richiuse con forza. Poco dopo il treno si
avviò.
Allora Don Papera pose il capo al finestrino.
Vide le file di pioppi coronanti gli orti, i giardini, le mura; vide le
ultime case della città, il fiume azzurro, il ponte romano, l'immensa
distesa verde della campagna; poi, ondulando, sussultando e lacrimando
si perse nelle lontananze, sotto le ali della notte.
Nella città degli uomini rossi, frattanto, e precisamente nel palazzo
della contessa Liturgico, era uno sfolgorio di lumi, un andare di
suoni, un lieto frastuono di parole e di canti.
Monsignor Rutilante aveva voluto si festeggiasse così il ritorno di
Manso Liturgico per non far credere ai repubblicani che tal ritorno
avesse sventato, come si vociferava, un piano prestabilito dai
clericali.
Con ciò non s'era il granitico vescovo piegato alla volontà della
contessa Liturgico la quale propendeva per il matrimonio; Monsignor
Rutilante, mentre fingeva di darle ascolto, pensava per suo conto quale
fosse la direzione migliore da seguirsi.
Le elezioni politiche erano prossime. Durante il periodo turbolento
gli si sarebbe presentata occasione propizia per isventare l'oscura
minaccia. Avrebbe mandato il giovane Liturgico in qualche remota parte
del mondo; l'avrebbe chiuso in qualche convento solitario fra i monti
e, mancando il capro espiatorio, le pretese dei repubblicani sarebbero
riuscite a vuoto. Ma conveniva agire con cautela e ponderazione perchè
numerosi occhi erano aperti a scrutare, senza posa mai, giorno e notte.
Frattanto, il giovanetto in parola, trascorreva gaudiosamente le ore.
Nella grande sala del suo vecchio palazzo seicentesco erano accolte
tutte le famiglie che rappresentavano l'aristocrazia nera (superstite
e fiero baluardo delle dottrine cattoliche nello sconvolto mare
della città rivoluzionaria) e le fanciulle guardavano l'eroe con viva
sentimentale attenzione.
Ai loro occhi il mite adolescente ch'era fuggito, non per atto di
ribellione ma per semplice forza d'inerzia, acquistava l'incomparabile
aureola d'arditezza virile che s'impone e comanda. _Le charme de la
canaille_ lo rendeva persona nuova alle vecchie conoscenze e, mentre
per l'innanzi lo stimavano inutile balocco, ora, con dolcissima soavità
ammirandolo, lo covavan con gli occhi per il desiderio romantico che è
nel cuore di ogni giovanetta bene educata alla guisa clericale.
Didino, in quel suo mezzo di famigliare intimità, provava ora un
sentimento di immensa dignità virile, tanto che avrebbe rapito le altre
quattro parti del mondo per rinnovare simile soddisfazione.
Le danze si animavano col trascorrer de l'ora, l'affiatarsi degli
invitati e lo stabilirsi delle piccole simpatie; il cicaleccio cresceva
e i suoni della piccola orchestra avevano virtù nuove per ogni mente
accesa.
Ad un tratto si levaron dalla sala voci sdegnate e piccole grida:
— Via! via!
— Vattene, brutto!
La contessa Liturgico prestò attenzione e chiese levando il capo:
— Che cosa è stato?
— Mah!? — rispose Monsignor Rutilante.
— Dov'è Didino? — riprese con ansia materna la grave signora.
— È laggiù non lo vede?
— Didino? — chiamò la contessa, ma la sua attenzione fu attratta da uno
spettacolo nuovo.
Le signore ed i signori avevano formato doppia ala ad un supponibile
corteo che, dal fondo della sala dove si trovava la contessa Liturgico,
non si vedeva ancora.
Le signore raccogliendo gli strascichi e le vesti intorno alla persona,
stavano leggermente chine; gli uomini sorridevano o si accigliavano.
— Ma che c'è? — chiese Monsignor Rutilante, poi tacque. Udì il lieve
tintinnio di un campanellino e vide avanzare, tutto festante e umile
fra la schiera degli invitati, Messibèll, il canino della contessa
Liturgico.
Proseguiva la bestiuola di un suo trotterello saltellante, scuotendo
la coda e tutto il corpo, in ineffabili espressioni di timorosa gioia;
e, ad ogni voce, volgeva gli occhi sporgenti, lacrimosi e tentava
festeggiare i convenuti rizzandosi su le zampe posteriori.
— Via! via!
— Vattene, brutto!
Attraversò così la sala tutto raumiliato e, saltellando sempre, giunse
ai piedi della dolce signora sua.
Allora negli occhi della contessa passò un lampo di terrore e Monsignor
Rutilante aggrottò le ciglia.
Messibèll si era seduto non sapendo quale orribile minaccia recasse,
graziosamente piroettando, sul piccolo dorso glabro.
Aveva una mano sacrilega, violato la bruna verginità della sua pelle
servendosene a scopi dinamitardi.
Sul dorso di Messibèll, col vermiglione più intenso, era dipinto un
orribile teschio e la scritta rivoluzionaria:
_Evviva l'Anarchia!_