Dove Don Papera esplora nuovi cieli e gli anarchici collaborano al bene
della repubblica democratica.
Una ben triste primavera passo il dolce amico di Salomone; una
primavera piena d'incubi, affannosa, irrequieta chè un amaro
presentimento lo colse una sera e non l'abbandonò più, per trascorrer
di tempo.
Il suo segreto, del quale nessuno dovea saper verbo, l'aveva svelato a
Don Eucaristia, ad una sagra, durante le confidenze che seguono i lauti
banchetti.
Glie l'aveva svelato così, per un senso di garrulo pettegolezzo, perchè
nulla gli poteva rimanere suggellato nel cuore lungo tempo.
Fu solo nei giorni che seguirono ch'egli comprese tutta l'entità
del male commesso. Don Eucaristia era un prete invidioso e maligno;
inoltre, essendo di coloro che a tutti i costi voglion salire, ci
teneva ad ingraziarsi Monsignor Rutilante, non era quindi possibile
che, a momento opportuno, non gli parlasse del segreto di Don Papera.
E avrebbe il vescovo considerata l'impossibilità sua di tacere? Gli
avrebbe perdonata, in considerazione degli avvenimenti straordinari,
l'infrazione al divieto assoluto?
Invano cercò distrarsi, Don Papera, invitando alla sua mensa
Don Carnevale, il prete mattoide e musicomane. Anche le scurrili
piacevolezze e gli organetti di Barberia del confratello non gli furono
di conforto; invano scorse, rilesse, declamò il Cantico dei Cantici e
cercò assaporarne le umane dolcezze; invano guardò il lieto rifiorire
di Susanna nella stagione nuova e invano volle ammirarla tutta rosea
e bella nella veste bianca, ramezzata di papaveri rossi, della quale
le aveva fatto dono. Sopra ogni cosa, innanzi a ogni suo pensiero,
prima di qualsiasi dolce consuetudine quotidiana, il rincrescimento, il
timore, il dubbio stavano quali faci inestinguibili.
I giorni trascorrevano lenti, e pareva si addensassero muti e
solenni ne l'oscurità del destino che lo guatava con orribile ceffo
da l'ignoto: ogni chiamata, ogni tinnire di campanello gli dette un
sussulto improvviso, un'aspettazione dolorosa: perchè, d'attimo in
attimo, attendeva la pena, l'inevitabile pena che Monsignor Rutilante
gli avrebbe inflitto a castigo.
Povera primavera! E sì ch'egli la sentiva nel sangue, in ebollizioni
improvvise, quasicchè serpeggiassero piccoli fuochi quà e là per le
sue vene; quasi che la castità non avesse spento ancora l'ara sacra che
l'amore riattiva nel cuore degli uomini. Ma un velame di cupa tristezza
faceva sì che ogni sensazione illanguidisse svanendo.
Nè le cure assidue che gli prodigò Susanna ebbero potere di rianimarlo,
di condurlo su le vie della ragione.
Andarsene voleva dire per Don Papera morire a metà, essere dimezzati,
disparire quasi. Egli non era più giovanetto, aveva passato i
quarant'anni, si avviava verso l'età in cui l'uomo ama farsi un suo
nido per attendervi la morte. Il nido se l'era fatto e così quieto! Un
piccolo giardino, cinque stanze e una giovanetta bella! — Tutta la sua
religione era in queste cose che Dio gli aveva concesso. E perchè mai
glie le toglieva ora?
L'eccitazione che lo tenne, giunse, per andar di tempo, a tal segno,
che il piccolo sacerdote invocò il Signore Iddio di toglierlo al più
presto possibile da una situazione si ambigua.
Viveva così, miseramente tremando, come colui che si acquatta e chiude
gli occhi e tutto si raccoglie temendo l'imminenza di un pericolo,
allorquando con fulminea rapidità si sparse la voce che il Cavalier
Mostardo era ritornato da un suo viaggio, conducendo seco i fuggitivi.
Tale notizia che gli comunicò una mattina Susanna, tornando dal
mercato, pose il colmo alla misura.
Rimase qualche attimo senza parola, poi prese una risoluzione
improvvisa e gridò alzandosi di scatto dalla grande poltrona su la
quale stava abbandonato:
— Susanna prepara le valigie!
— Le valigie?! — esclamò la camerista con estremo stupore. — Ma dove
andiamo?
— Non lo so.
— E quando si parte?
— Subito.
— Col treno?
— Col treno, col treno! — gridò Don Papera: — Vorresti andartene a
piedi forse?
— No no. Mi sappia dire almeno quanto tempo si starà fuori perchè possa
riporre la biancheria che ci può abbisognare.
— Prendi tutto! — gridò Don Papera.
E così fu fatto.
Quando il giorno accennò a morirsi, clandestinamente, cercando le vie
più solitarie, Don Papera, seguito da Susanna, si avviò alla stazione.
Vi giunse che il crepuscolo era ancor alto nei cieli.
Sotto la breve tettoia erano accese le prime scialbe fiammelle dei
fanali, scialbe di fronte al dilagare violetto e rosa delle ultime luci
solari.
La via ferrata si svolgeva in linea retta fino alle estreme lontananze.
Sotto alla tettoia erano ad attendere il treno, oltre Don Papera e
Susanna: una vecchia signora in gramaglie, due agenti di campagna
e tre soldati. Dai campi di contro giungeva qualche voce lontana. E
tutti, tranne i due agenti di campagna, tacevano sporgendosi di tratto
in tratto sul binario per vedere se si annunciasse, per il bianco
pennacchio di fumo, la vaporiera.
Suonò vespro dalla città non lontana e Don Papera si segnò in croce
chinando umilmente il capo, poi fu invaso da grande amarezza onde con
maggior desiderio invocò l'arrivo del treno che doveva trascinarlo in
paesi remoti.
Chiese ad un facchino che passava recando una grande lanterna accesa:
— Scusi da qual parte arriva il diretto?
— Da questa parte — rispose il facchino volgendosi e tendendo un
braccio. — Da Ancona.
— È in ritardo?
— Sì è in ritardo di trenta minuti.
— Grazie.
— Di niente.
Don Papera si immerse di nuovo nella sua concentrazione. Susanna
rimase immobile con gli occhi fissi nelle lontananze dalle quali
dovevan sbucare, come da l'ignoto, gli occhi rossi del serpe che saetta
infaticabilmente attraverso la terra.
— Eccolo, eccolo! — esclamò ad un tratto la giovinetta. Tutti si
sporsero a guardare:
— Dov'è?
— Laggiù non lo vedete?
— Ma quella è la lanterna di un cantoniere! — disse un agente di
campagna.
— Se arriva alle otto mi accontento — soggiunse il compagno.
E i tre soldati, in varii dialetti, imprecarono al Governo.
— Signori, indietro dalla linea! — Gridò un facchino. I pochi
viaggiatori rientrarono sotto la grigia tettoia.
Da punti remoti giunsero i lamenti di due sirene, gravi, continui,
sospirosi, in due note accordate mirabilmente in ottava e parve si
fondessero col crepuscolo quasi a compirlo nella sua dolcezza moritura.
Continuarono buon tratto, poi si spensero allontanandosi; il vento
li portò alla deriva, sempre vicini al crepuscolo, in un eterno
inseguimento.
Squillò alta ed aspra la campana d'avviso e tutti concordemente si
volsero a guardare.
— Viene?
— Sì. Eccolo. Là in fondo.
— Io non lo vedo.
— Non vedi quei due punti rossi?
— Si.
— Quello è il treno.
— È lontano ancora! — disse un agente di campagna. E il compagno
rispose:
— Sarà a Savignano!
— Signori, indietro dal binario! — gridò un facchino.
— Ma che indietro! Avete paura si rubino i sassi?
— Io non so niente. Osservo il regolamento.