CAPITOLO XIV.

Dove Don Papera esplora nuovi cieli e gli anarchici collaborano al bene

della repubblica democratica.

Una ben triste primavera passo il dolce amico di Salomone; una

primavera piena d'incubi, affannosa, irrequieta chè un amaro

presentimento lo colse una sera e non l'abbandonò più, per trascorrer

di tempo.

Il suo segreto, del quale nessuno dovea saper verbo, l'aveva svelato a

Don Eucaristia, ad una sagra, durante le confidenze che seguono i lauti

banchetti.

Glie l'aveva svelato così, per un senso di garrulo pettegolezzo, perchè

nulla gli poteva rimanere suggellato nel cuore lungo tempo.

Fu solo nei giorni che seguirono ch'egli comprese tutta l'entità

del male commesso. Don Eucaristia era un prete invidioso e maligno;

inoltre, essendo di coloro che a tutti i costi voglion salire, ci

teneva ad ingraziarsi Monsignor Rutilante, non era quindi possibile

che, a momento opportuno, non gli parlasse del segreto di Don Papera.

E avrebbe il vescovo considerata l'impossibilità sua di tacere? Gli

avrebbe perdonata, in considerazione degli avvenimenti straordinari,

l'infrazione al divieto assoluto?

Invano cercò distrarsi, Don Papera, invitando alla sua mensa

Don Carnevale, il prete mattoide e musicomane. Anche le scurrili

piacevolezze e gli organetti di Barberia del confratello non gli furono

di conforto; invano scorse, rilesse, declamò il Cantico dei Cantici e

cercò assaporarne le umane dolcezze; invano guardò il lieto rifiorire

di Susanna nella stagione nuova e invano volle ammirarla tutta rosea

e bella nella veste bianca, ramezzata di papaveri rossi, della quale

le aveva fatto dono. Sopra ogni cosa, innanzi a ogni suo pensiero,

prima di qualsiasi dolce consuetudine quotidiana, il rincrescimento, il

timore, il dubbio stavano quali faci inestinguibili.

I giorni trascorrevano lenti, e pareva si addensassero muti e

solenni ne l'oscurità del destino che lo guatava con orribile ceffo

da l'ignoto: ogni chiamata, ogni tinnire di campanello gli dette un

sussulto improvviso, un'aspettazione dolorosa: perchè, d'attimo in

attimo, attendeva la pena, l'inevitabile pena che Monsignor Rutilante

gli avrebbe inflitto a castigo.

Povera primavera! E sì ch'egli la sentiva nel sangue, in ebollizioni

improvvise, quasicchè serpeggiassero piccoli fuochi quà e là per le

sue vene; quasi che la castità non avesse spento ancora l'ara sacra che

l'amore riattiva nel cuore degli uomini. Ma un velame di cupa tristezza

faceva sì che ogni sensazione illanguidisse svanendo.

Nè le cure assidue che gli prodigò Susanna ebbero potere di rianimarlo,

di condurlo su le vie della ragione.

Andarsene voleva dire per Don Papera morire a metà, essere dimezzati,

disparire quasi. Egli non era più giovanetto, aveva passato i

quarant'anni, si avviava verso l'età in cui l'uomo ama farsi un suo

nido per attendervi la morte. Il nido se l'era fatto e così quieto! Un

piccolo giardino, cinque stanze e una giovanetta bella! — Tutta la sua

religione era in queste cose che Dio gli aveva concesso. E perchè mai

glie le toglieva ora?

L'eccitazione che lo tenne, giunse, per andar di tempo, a tal segno,

che il piccolo sacerdote invocò il Signore Iddio di toglierlo al più

presto possibile da una situazione si ambigua.

Viveva così, miseramente tremando, come colui che si acquatta e chiude

gli occhi e tutto si raccoglie temendo l'imminenza di un pericolo,

allorquando con fulminea rapidità si sparse la voce che il Cavalier

Mostardo era ritornato da un suo viaggio, conducendo seco i fuggitivi.

Tale notizia che gli comunicò una mattina Susanna, tornando dal

mercato, pose il colmo alla misura.

Rimase qualche attimo senza parola, poi prese una risoluzione

improvvisa e gridò alzandosi di scatto dalla grande poltrona su la

quale stava abbandonato:

— Susanna prepara le valigie!

— Le valigie?! — esclamò la camerista con estremo stupore. — Ma dove

andiamo?

— Non lo so.

— E quando si parte?

— Subito.

— Col treno?

— Col treno, col treno! — gridò Don Papera: — Vorresti andartene a

piedi forse?

— No no. Mi sappia dire almeno quanto tempo si starà fuori perchè possa

riporre la biancheria che ci può abbisognare.

— Prendi tutto! — gridò Don Papera.

E così fu fatto.

Quando il giorno accennò a morirsi, clandestinamente, cercando le vie

più solitarie, Don Papera, seguito da Susanna, si avviò alla stazione.

Vi giunse che il crepuscolo era ancor alto nei cieli.

Sotto la breve tettoia erano accese le prime scialbe fiammelle dei

fanali, scialbe di fronte al dilagare violetto e rosa delle ultime luci

solari.

La via ferrata si svolgeva in linea retta fino alle estreme lontananze.

Sotto alla tettoia erano ad attendere il treno, oltre Don Papera e

Susanna: una vecchia signora in gramaglie, due agenti di campagna

e tre soldati. Dai campi di contro giungeva qualche voce lontana. E

tutti, tranne i due agenti di campagna, tacevano sporgendosi di tratto

in tratto sul binario per vedere se si annunciasse, per il bianco

pennacchio di fumo, la vaporiera.

Suonò vespro dalla città non lontana e Don Papera si segnò in croce

chinando umilmente il capo, poi fu invaso da grande amarezza onde con

maggior desiderio invocò l'arrivo del treno che doveva trascinarlo in

paesi remoti.

Chiese ad un facchino che passava recando una grande lanterna accesa:

— Scusi da qual parte arriva il diretto?

— Da questa parte — rispose il facchino volgendosi e tendendo un

braccio. — Da Ancona.

— È in ritardo?

— Sì è in ritardo di trenta minuti.

— Grazie.

— Di niente.

Don Papera si immerse di nuovo nella sua concentrazione. Susanna

rimase immobile con gli occhi fissi nelle lontananze dalle quali

dovevan sbucare, come da l'ignoto, gli occhi rossi del serpe che saetta

infaticabilmente attraverso la terra.

— Eccolo, eccolo! — esclamò ad un tratto la giovinetta. Tutti si

sporsero a guardare:

— Dov'è?

— Laggiù non lo vedete?

— Ma quella è la lanterna di un cantoniere! — disse un agente di

campagna.

— Se arriva alle otto mi accontento — soggiunse il compagno.

E i tre soldati, in varii dialetti, imprecarono al Governo.

— Signori, indietro dalla linea! — Gridò un facchino. I pochi

viaggiatori rientrarono sotto la grigia tettoia.

Da punti remoti giunsero i lamenti di due sirene, gravi, continui,

sospirosi, in due note accordate mirabilmente in ottava e parve si

fondessero col crepuscolo quasi a compirlo nella sua dolcezza moritura.

Continuarono buon tratto, poi si spensero allontanandosi; il vento

li portò alla deriva, sempre vicini al crepuscolo, in un eterno

inseguimento.

Squillò alta ed aspra la campana d'avviso e tutti concordemente si

volsero a guardare.

— Viene?

— Sì. Eccolo. Là in fondo.

— Io non lo vedo.

— Non vedi quei due punti rossi?

— Si.

— Quello è il treno.

— È lontano ancora! — disse un agente di campagna. E il compagno

rispose:

— Sarà a Savignano!

— Signori, indietro dal binario! — gridò un facchino.

— Ma che indietro! Avete paura si rubino i sassi?

— Io non so niente. Osservo il regolamento.

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 18 / 30 题