CAPITOLO XII.

Nel quale si vede come Madonna Luna si dichiarasse nemica di Monsignor

Rutilante.

Gli anarchici, i poveri piccoli anarchici, avevano veduto, forse per la

cinquantesima volta, il loro capo varcare la soglia della bolgia oscura

onde, presi dal timore di condividerne la sorte, pensarono un mezzo di

scampo.

Era necessario in primo luogo ingraziarsi le autorità e il caso li

aiutò.

Marcôn e Apulinèr amavano il vino e il vino è un fratello che bene

consiglia.

Un giorno si trovavano a far siesta in una osteria suburbana, allorchè

udirono alle loro spalle parlare sommessamente; si volsero e videro il

Cavalier Mostardo conversare con due figuri di ignota provenienza.

Il primo consiglio fu di non por mente alle parole che giungevan loro,

ma poi Marcôn sobbalzò, si battè una mano su la fronte e disse al

compagno:

— Siamo salvi!

— Perchè? — chiese Apulinèr.

— Lascia fare. Vedrai.

Apulinèr, secondo le buone leggi della compagnia, chinò il capo nè più

domandò.

Marcôn disse forte:

— Cavalier Mostarde io potrei darvi buoni consigli.

— Tu! — rispose rivolgendosi il gigante e piegò il labbro a smorfia

canzonatoria.

— Io!

— Bada ranocchio! — fece il Cavaliere avvicinandosi al tavolo

di Marcôn. — Io son capace di mandare a gambe levate, te e tutta

l'anarchia se intendi burlarmi!

— Voglio esservi utile. Posso darvi un grande consiglio!

Marcôn amava l'enfasi; ma il Cavalier Mostardo lo afferrò a mezzo il

petto e gli gridò:

— Parla e spicciati!

Al comando risoluto, l'anarchico, raumiliandosi, chiese:

— Voi cercate Europa?

— Si.

— Europa è al Castello dei Lecci.

— Quando l'hai veduta?

— La settimana scorsa. Mi trovavo da Êrla per curarle una figlia

ammalata di _ânma cadù_. Vidi Europa passare nel bosco.

— Con chi era?

— Con un giovanotto.

— L'hai riconosciuto?

— No. Però Êrla mi disse che al Castello c'era anche un prete.

— L'hai veduto?

— No.

Passò una sosta in cui il Cavalier Mostardo si strinse la fronte fra le

palme.

— Forse ci siamo! — disse poi. E, a breve ripresa, rivolto a Marcôn:

— Tu verrai con me, scarafaggio. E bada, questo sia detto perchè la

cosa non ti giunga nuova, se hai mentito ti appendo a una vite come una

botta!

— Farete ciò che vi piacerà. Ciò che vi ho rivelato è verità.

— È lontano il Castello dei Lecci?

— Sessanta miglia vecchie. Quattro giorni di cammino. Con un buon

cavallo possiamo arrivarci in un giorno e mezzo.

— Allora andiamo. Mi aspetterai alla stalla di Frigòr.

— Come volete.

Partirono. Il Cavalier Mostardo comunicò la buona novella ai

banchettanti, poi raggiunse Marcôn e si misero in via verso l'antico

castello sorgente fra le montagne selvose.

Alle scosse ritmiche e continue del barroccino, Marcôn si addormentò

mentre il Cavalier Mostardo, gli occhi fissi a l'orizzonte, tracciava

ne l'aria grandi segni quasi sviluppasse mentalmente un suo piano

strategico. Poi scese la notte ed essi continuarono sotto la luna

l'interminabile via.

Il Castello dei Lecci era, su l'alto Apennino, in luogo diruto ed

aspro. A prima vista pareva inaccessibile, perduto lassù fra le sue

rupi che scendevano a picco da grande altezza sul letto di un torrente

sassoso e sconvolto; però, nascosta fra le anfrattuosità, era una

viottola la quale, svolgendosi tortuosamente, guadagnava la cima di

Monfùg. Il Castello dei Lecci apparteneva ai marchesi Barbigi ed era

da lungo tempo disabitato. Ne era affidata la custodia alla vecchia

Êrla che aveva incarico di aprirlo ai rarissimi visitatori; incarico

ch'ella non poteva disimpegnare perchè le gambe non le permettevano di

affrontar le numerose scale a chiocciola e gli sdrucciolevoli pavimenti

dei sotterranei e che, con giovanil grazia, disimpegnava una figlia

sua, la bella Giasmîn che Marcôn aveva curato già dal lento languore

che la consumava, in quelle azzurre solitudini dove non si udiva se

non il muggir delle mandre e le grida che mandano i venti, passando nel

loro viaggio vertiginoso.

Erla e Giasmîn vivevano in una casetta grigia ed era con loro un

anziano: Vuriòl, zio della giovanetta.

Un giorno, su l'aprirsi di aprile, era giunto lassù il marchesino

Fedele Barbigi e aveva dato ordine si apprestassero nel castello alcune

stanze perchè una coppia di giovani sposi avrebbe passato la primavera

fra quelle montagne.

L'opera fu compita con gioia sì da Êrla come da Giasmîn, perchè se

l'una sperò nel guadagno, l'altra fu presa da viva curiosità giovanile

e le riempì l'animo il pensiero di poter osservare da vicino, in

sorridente stupore, ciò che aveva pensato talvolta a traverso qualche

leggenda antica.

Poi una chiara mattina, tanto chiara che il lontano mare tutto si

rivelava a l'orizzonte, pieno di scintillìi come una immensa corazza di

metallo brunito che ripercotesse il sole, il cane da guardia abbaiò con

tale insistenza che Êrla e Giasmîn uscirono e si trovarono di fronte

Europa e Didino.

— Sono loro gli sposi? — chiese sorridendo Erla.

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 15 / 30 题