— Sì.
— Allora si accomodino. Li aspettavamo. Ho preparato quattro stanze
vicine alla torre di destra; vede? quella là. Sono le migliori e ci si
troveranno bene.
Vedendo poi che gli sposi novelli non rispondevano, pensò che l'oscura
mole del castello incutesse loro timore sicchè soggiunse:
— Oh! non ci sono gli spiriti, è vero Giasmîn? Non ci sono gli spiriti
glielo assicuro. Io ho dormito sola, al tempo de la povera marchesa,
(ero ancora ragazza e ne sono trascorsi degli anni!) ho dormito sola
nella stanza dei quadri. Dicono, è vero, che nella notte si sente
urlare e si vedono fantasmi su tutte le torri, ma non diano ascolto.
Noi non abbiamo veduto niente, ed è un pezzo che si vive quassù.
Del resto — soggiunse — se hanno paura Vuriòl dormirà nel castello.
— Oh! non importa! — fece Didino punto sul vivo.
— Non importa! — sussurrò Europa.
— Allora, Giasmîn, va a prendere le chiavi ed accompagna i signori
nelle loro camere.
Giasmîn ch'era rimasta tutta compresa di ammirazione e di gioia e
s'era ferma a guardare senza batter ciglio, alla chiamata della madre
si riscosse e andò e tornò in un battibaleno recando un gran mazzo di
chiavi rugginose e dismisurate. Si fermò innanzi a Didino o, con un
bel sorriso della bocca rossa e dei piccoli denti perlacei, chiese,
piegando leggermente il capo ad invito:
— Vogliono venire?
— Eccoci — rispose Manso Liturgico, e si avviarono.
Dalla casupola di Êrla alla porta del castello, chiusa ora da enormi
battenti che avevano sostituito le antiche saracinesche, correva una
viottola mal selciata, fra due basse siepi di canne e lunga forse
duecento metri, in salita. Innanzi a l'entrata del castello era una
spianata alla quale faceva corona una duplice fila di cipressi e di
abeti.
Giasmîn corse innanzi. Scalza com'era, pareva uno scoiattolo per
quelle balze; si affrettò ad aprire la gran porta grigia, tempestata di
borchie rugginose come l'armatura di un gigante.
Introdusse la chiave, fece forza piegando la persona, girò gli ordigni
ch'ebbero stridori acuti, sostò guardando se gli sposini giungevano,
poi appoggiando le braccia e il torso, spinse la porta che cigolò e si
dischiuse.
Ritta ora nel gran vano luminoso, con la sua bella corona di capelli
rossi, attese gli adolescenti che salivano l'erta.
Entrarono in un vasto cortile chiuso da un lato da una torre; negli
altri tre lati correva un portico oscuro. Le mura si levavan diritte
e grigie; rosse in alcuni punti, dove l'opera muraria era in mattoni.
Percorsero un androne, chiuso da saracinesche; sbucarono in un
cortiletto meno grande del primo; volsero a destra; salirono una scala
a chiocciola e furono in una terrazzina.
— Dalla parte del mastio non si passa — disse Giasmîn rivolgendosi —
perchè la scala è pericolosa.
Traversarono una grande stanza piena di feritoie e di spiombatoi,
ridiscesero, videro un terzo cortile.
— Ma questo è un laberinto! — esclamò Didino.
— Siamo giunti! — rispose Giasmîn. — Poi, indicando con la mano: — Ecco
la scala — riprese.
Sotto un arco a sesto acuto, adorno di quattro colonnette appaiate, si
intravide la bella scala in marmo, ricca di eleganti balaustrate, della
quale saliron due rami e furono innanzi ad una porta dorata che Giasmîn
dischiuse facilmente.
— Aspettino; apro le finestre — disse Giasmîn entrando. Udiron nel
buio lo stropiccìo dei piccoli piedi nudi, sul pavimento; giunse loro
un senso di umidiccio e un tanfo di aria viziata poi un impeto di
luce invase la sala, rivestita di damasco verde e decorata da begli
affreschi nel soffitto.
— Questa è la sala verde — disse Giasmîn. — Le loro stanze son per di
qua.
E volse a destra.
Didino ed Europa guardavano maravigliati e intimoriti la maestà severa
del luogo e pareva loro li seguissero sguardi scrutatori e minacciosi.
Poi, come eran rimasti immobili, quasi vinti da particolar fascino
suggestivo, Giasmîn li chiamò con allegra voce:
— Si accomodino. Questa è la stanza da pranzo. — Guardarono. Era un
enorme vano con zoccoli di legno alle pareti e decorazioni murali
figuranti scene di caccia. In mezzo era posta una interminabile tavola
di noce alla quale avrebber potuto banchettare, senza trovarsi a
disagio, i diecimila di Senofonte; tutt'intorno numerose poltrone dagli
ampi bracciali, ricoperte di cuoio nerastro, pareva attendessero gli
eroi della gigantomachia. Su la parete di fondo era un trofeo d'armi.
Due ampie finestre a sesto acuto, fiancheggiate da graziose colonnette,
davano luce alla sala che aveva in sè una cupa severità e non
predisponeva certo al buon umore.
— Mio Dio! — esclamò Europa stringendosi al braccio del compagno: —
Questa è una caserma! Io non avrò mai appetito qua dentro.
— Veramente — rispose Didino — è un po' troppo grande per due; ma ci
adatteremo.
— La nonna racconta — soggiunse Giasmîn — e dice cose di verità,
ch'ella ha risaputo da' suoi vecchi antichi, che in questa sala
mangiava il conte Leone co' suoi signori ed erano più di cento; e dice
che i cuochi servivano vitelli interi e pecore e agnelli arrostiti e
che si consumava in un giorno il vino bastante a tutto il paese di San
Benedetto per un mese.
Entrarono poi nella camera nuziale parata di stoffe color rosa,
sbiadite dai tempo, biancheggianti qua e là in contorni indefiniti.
Aveva il soffitto a volta. Le voci vi risuonavano sonore, come fra gli
intercolunnii di una cattedrale.
— E qui dormiranno loro — disse Giasmîn.
Europa chinò il mento al seno e impallidì, come amor che langue; Didino
volse gli occhi in giro.
Un immenso letto di noce si distendeva sotto il trionfo del
baldacchino, sorretto da quattro colonnine nere, a fregi d'oro; un
angiolo, a sommo degli archi, reggeva le cortine che condiscendevano
in lievi ondeggiamenti a velare i guanciali e le grandi coperte di
damasco, ramezzate d'oro.
Vi fu un breve silenzio, poi Giasmîn si avvicinò al letto, alzò le
cortine e disse: — Guardino, come è bello!
E siccome i coniugi non fiatavano, continuò:
— Ci si deve star bene come su le prime erbe: come sul fieno fiorito.
— Affondò una mano fra le coltri. — È soffice che più non potrebbe
esserlo. Su la lana ci si imparadisa, come dicono su, a San Benedetto,
ed ogni sposa da noi — fece volgendosi — vede? ogni sposa da noi porta
il suo sacco di lana perchè i primi sonni siano belli.
La paglia è dura; stride. La notte par d'avere sotto al capo un mondo
di grilli. A volte ci si sveglia di soprassalto che, sa Dio come,
pare qualcuno salga sul letto e lo scuota. L'altra notte ebbi paura
veramente. — E scoppiò in una risatella breve che le passò nella gola
tremando, le illuminò gli occhi e il viso, riempì l'aria di un brivido.
Le finestre della stanza nuziale si aprivano su la breve spianata alla
quale facevan doppia corona gli abeti e i cipressi; oltre i primi colli
e le lunghe vallate, si stendeva nella lontananza l'azzurro cupo della
pianura e la bianca chiarezza del mare.
— Se odono rumori, la notte — riprese Giasmîn — non vi pongano mente.
Su la torre maestra, in una vecchia stanza abbandonata, hanno il nido i
barbagianni e le civette. I barbagianni russano come uomini e soffiano.
Dicono i vecchi che soffian per ispegner la luna che li infastidisce.
Li odo anch'io dal mio letto, ma ormai ci sono abituata.
Europa aveva ascoltato poco rassicurandosi nel cuore. Manso Liturgico
osservava con soverchia attenzione il disegno degli arazzi sfioriti dal
tempo.
Visitarono un'altra stanza più modesta e la cucina; un'ampia cucina
annerita dal fumo, con una cappa di camino che poteva ricordare
l'entrata di qualche remoto inferno.
Passaron quel giorno parlucchiando, guardandosi di rado, turbati
sì dal luogo pauroso come dalla tensione nervosa causata loro dagli
avvenimenti improvvisi.
Manso Liturgico di fronte a l'amor suo era impacciato e goffo quasi
dovesse risolvere un oscuro problema impostogli dal Divin Creatore allo
scopo di martirizzarlo.
Come scese la sera assaggiarono appena la cenetta che Giasmîn aveva
allestito. Europa, perduta quasi in una poltrona da l'ampia spalliera,
di fronte alle finestre dalle quali luceva il pallido cielo, verdognolo
a l'occaso, come un'acqua chiara e profonda, guardava pensosamente
lo svettar lento, ritmico degli abeti nel loro breve semicerchio.
Didino, con gli occhi bassi, come immerso in una grave meditazione su
l'eternità, tamburinò con le dita, su la tavola, un tempo di marcia.
Si accendevano i primi sorrisi di stelle. Vespero già era alto a
l'orizzonte, bianco e lucente nella dorata diafanità de l'ultimo
crepuscolo.
Le lontananze si perdevano sotto l'imminente dominio della notte.
Ancora qualche punto bianco, qualche gemmea cosa ne l'infinito; un
bagliore di sogno lontano.
Disse Europa non volgendo il capo, quasi parlasse agli abeti:
— Io non ho sonno!
Mormorò Manso Liturgico di rimando:
— Neanch'io.
Poi si tacquero di nuovo. Così si sarebbero taciuti chi sa per
quant'altro tempo ancora se una porticina nel fondo non avesse cigolato
d'improvviso e Giasmîn non fosse apparsa.
Gli adolescenti si volsero di scatto.
— Ah! sei tu! — esclamò Europa traendo un sospiro.
— Son io — rispose Giasmîn. — Ma chi poteva essere? Nel castello siamo
soli.
— Non so.
Giasmîn si avanzò lentamente. Giunta vicino a Europa le chiese:
— Ha paura?
La giovinetta si alzò un poco su la poltrona e rispose:
— No.
Passò un'altra pausa.
— Io ho sbrigato le faccende della cucina — riprese Giasmîn.
— Bene — rispose Europa.
— Posso andare?
— Fa come credi.
— Come desidera lei, signorina. Vuole dorma nel castello?
— Ma... tua madre rimane sola.
— Oh! è abituata e non ha paura.
L'ultima parola scosse Manso Liturgico che fino allora era rimasto
assorto. Ecco, mostrarsi pauroso di fronte ad una giovanetta non gli
conveniva, sicchè disse:
— No no, possiamo rimaner soli. Vai, vai nel tuo letto e dormi bene.
— Allora... — fece Giasmîn sorridendo.
— Buona sera — mormorarono i fuggitivi.
— Buona sera — rispose la giovanetta da' bei capelli ardenti. E si
allontanò guardando gli ospiti ch'eran rimasti muti nelle loro pose
d'abbandono.
Quando fu su l'uscio Europa gridò:
— Giasmîn, Giasmîn?
— Eccomi.
Breve pausa in cui il pensiero parve indugiare.
— Chiudi bene la porta.
— Non dubiti. Poi chi vuole venga quassù?
— Le precauzioni non sono mai troppe.
— Ha ragione. Chiuderò a doppia mandata.
— Ma come? Ci chiudi nel castello? — chiese Manso Liturgico scattando.
— Eh! — rispose la giovanetta alzando leggermente le spalle.
— E se vogliamo uscire?
Giasmîn pensò un poco, poi disse.
— Senta, la chiave la passerò sotto la soglia e potranno riprenderla.
— Va bene non te ne dimenticare.
— No signore.
— Allora... buonasera.
— Buonasera.
E Giasmîn si avviò per la seconda volta; ma non ebbe fatto quattro
passi che Europa la richiamò.
— Senti Giasmîn, non ci dai un lume?
— Oh perdoni la sbadataggine! — E soggiunse sorridendo: — Glie lo porto
subito... chè il lume è mezza compagnia.
Poco dopo ricomparve recando una vecchia lucerna della quale aveva
acceso i tre becchi. La giovanetta avea sprazzi di luce sul mento, su
gli zigomi, alla sommità delle ciglia e la dolcezza forte del suo viso,
per i contrasti, risaltò nettamente quasi che un'interna luminosità
l'animasse.
Dietro Giasmîn si ridestaron giganteggiando, ombre enormi che si
abbinavano, si sovrapponevano, disparivano animate da una vita
inafferabile.
Manso Liturgico guardò con le sopracciglia inarcate, alzando a pena gli
occhi.
— Non avevi un lume a petrolio? — chiese a Giasmîn poichè gli fu vicina.
— No signore. Il castello è disabitato da molti anni. Tutto ciò che v'è
rimasto è vecchio.
— Va bene.
Giasmîn posò la lucerna su la gran tavola di noce, indugiò un poco per
alzare i lucignoli poi disse rivolgendosi ad Europa:
— Le occorre altro?
— No, grazie.
— Buona sera.
— Buona sera.
Udirono chiudersi la porta della sala; il lieve scalpiccio della
giovanetta si perse. Udirono ancora il cigolar delle vecchie ferramenta
che chiudevano la porta d'ingresso del castello.
Altro silenzio più grave, più lungo del primo; poi, giù per la costa,
la voce squillante di Giasmîn cantò l'endecassilabo dei pastori, la
semplice invocazione:
«_Amante! Amante! Amore amore amore!_».
Si perse. Gli alberi neri attesero immobilmente la sorella che sorge
dai mari, per il suo viaggio remoto.
Europa e Didino si guardarono negli occhi un attimo. Madre Solitudine
li aveva avvertiti ch'essi erano liberi come il vento; che, nel grande
castello dei Lecci, erano arbitri e padroni poichè due soli cuori, ne
l'ampio giro delle mura turrite, battevano. Madre Solitudine li incitò,
senonchè il fuggevole sguardo non ebbe risultato positivo.
Europa si volse un poco su l'ampia poltrona; Didino sentì un fremito
trascorrergli le reni sottilmente.
Il sonno pertanto esulava dai loro sensi turbati.
Dalla finestra aperta giunse il trillare dei grilli mariani, dei
grilli che vanno fra stelo e stelo, sotto i fiori della menta, col
loro timpano d'argento a far la serenata alle stelle; giunse l'aroma
dei fieni maggenghi e delle resine dense. Sciami di falene entrarono
attratte dalla luce e fecero ghirlanda alle tre fiammelle, come un
nimbo primaverile.
Europa fissò l'ardente luminosità di Sirio ch'era apparso sopra gli
abeti.
E Didino pensò: — Che cosa aspettiamo? Perchè non dice ella una parola?
Il suo silenzio è causato forse dal pentimento. Certo, ella è pentita
d'aver abbandonata la famiglia, d'esser venuta con me ed ora se ne
duole e non mi guarda e non mi parla. Ma io non l'ho ingannata; quando
vorrà ci sposeremo. Io anche ho avuto per lei il rispetto che si ha per
una santa e, da quando siamo soli, non le ho chiesto pure l'ombra di un
bacio. Dovrebbe amarmi di più; dovrebbe apprezzare il mio sacrificio e
la mia onestà!
Così si doleva in cuor suo il giovinetto amatore, mentre Europa fissava
con gli occhi larghi ed oscuri l'ardente luminosità di Sirio.
E pensava a sua volta: — Che cosa aspettiamo? Perchè non mi parla? Non
vorrà, spero, ch'io sia la prima a rivolgergli la parola, e non potremo
passare tutta la notte così! Almeno sapesse dirmi le cose che mi ha
scritto! Mi piacerebbe sentirmele ripetere all'orecchio, sussurate
dalla sua voce. Ma perchè tace e rimane tanto lontano da me? Mi farebbe
compagnia... ma così!...
E il silenzio continuò ancora finchè Europa lo ruppe con una domanda
sussurata a pena:
— Che ore sono?
Manso Liturgico alzò gli occhi, sorrise, estrasse l'orologio e lo
mostrò senza dir parola alla compagna:
— Le dieci? — chiese Europa debolmente.
— Si, sono le dieci — rispose Didino.
— Com'è tardi! — riprese Europa.
— Infatti... è tardi!
— Quand'ero a casa, dormivo già a quest'ora.
— Anch'io!
— Non hai sonno? Io sono un poco stanca! — disse Europa chinando il
capo con gli occhi molli di dolcezza.
— Lo credo, povera piccola! — rispose Didino. — Il viaggio è stato
lungo e faticoso, non si arrivava mai! Anche la notte scorsa non hai
riposato! Vai a dormire, io rimarrò qui, su la poltrona e ti aspetterò.
Europa lo guardò con un senso di maraviglia nuova:
— Su la poltrona?
— Si. Ci si sta bene. — E aggiunse dopo una sosta. — Non preoccuparti
per me; io dormo ovunque.
La giovanetta ebbe timore che il compagno suo fosse per davvero più
santo di padre Origene. Chinò il capo sul palmo della mano e si tacque.
Il sentimento della sua femminilità offesa, forse inconsciamente,
da l'inverosimile amante, si ribellava ora dandole un senso lieve di
amarezza e di scoramento. Ma come non intendere certe cose? Era egli
forse più semplice e più ingenuo di un poppante? E pure pareva fosse
chiara l'anima sua e aperta come un sillabario! E pure, per certi
sottintesi giocondamente piacevoli, pareva... Ecco, non le era dato
tacere perchè le si imponeva un dilemma: o Didino voleva prendersi
giuoco di lei, e in tal caso sarebbe stato imperdonabilmente cattivo:
o... — Non compì il pensiero chè il pudore e lo sdegno le fecer le
guance vermiglie.
Manso Liturgico frattanto, pensava che Europa gli avrebbe serbato
senz'altro gratitudine immensa per quella sua onesta condotta da buon
figliuolo.
Ma la giovanetta si levò ad un tratto, quasi scattando, e allungò
la mano verso il lume, poi si trattenne e, rivolta a Didino, chiese
dolcemente:
— Rimani al buio?
Didino parve non avesse inteso:
— Perchè?
— Io vado a riposare. Giasmîn non ci ha lasciato che un lume.
— È vero!
E Didino non pensò alla convinzione di Giasmîn, che una lucerna fosse
sufficiente cioè a illuminare un amore, si che esclamò indispettito:
— Che asina!
— Ma la piccola non supponeva... — ribattè calorosamente Europa: poi si
arrestò. Voleva dire: Non supponeva che tu fossi timido e pauroso!
Manso Liturgico si tacque per qualche secondo, combattuto fra varii
pensieri, poi prese una risoluzione eroica e disse alla compagna che
aspettava:
— Prendi il lume con te.
Europa indugiò un poco come incerta sul da farsi, poi su ogni
sentimento la vinse il dispetto e si avviò verso la porta a sagome
dorate che immetteva nella stanza nuziale. Lasciò l'uscio socchiuso e
disparve.
Manso Liturgico rimase ne l'oscurità; vide però, da uno spiraglio,
un lieve chiarore giallastro, verso il quale gli occhi suoi stettero
immobilmente fissi. Gli accadde allora di pensare alle squisite
particolarità de l'abbigliamento notturno, alle dolcezze intravviste,
alle cose imminenti che dànno un senso di penosa aspettazione. Avrebbe
voluto avvicinarsi alla porta, furtivamente, senza ch'ella nulla
intuisse del suo spiare, ma non si attentò. Non era impresa facile
e piana quella di avventurarsi al buio nella grande sala. Chiuse gli
occhi, volle dormire e il sonno gli fu nemico.
Passò così forse mezz'ora e di tanto in tanto sentì un brivido
aggricciargli i capelli, alla sommità della nuca, per qualche fruscìo
lungo, indeterminato che passava ne l'oscurità, che si perdeva nella
notte, lontano.
Ciò che gli avevan raccontato Êrla e Giasmîn, le storie degli
spiriti e dei fantasmi, ritornavano ora al suo pensiero con impensate
particolarità e siccome egli, pur essendo religiosissimo, aveva sempre
creduto che qualcosa di vero ci fosse, nei racconti delle visioni di
spavento, non si trovava perfettamente sicuro, temendo in cuor suo
di vedersi apparire innanzi l'ombra di qualche antenato del marchese
Barbigi.
Avrebbe dovuto per davvero passare tutta la notte così senza poter
sperare in un attimo di sosta?
Qualche tempo trascorse in cui parve stabilirsi una relativa calma; ma
poi, d'improviso, i battiti del suo cuore si accrebbero intensamente
poichè udì ne l'ombra, non seppe bene da qual punto giungesse, un
soffio, un vero soffio umano, uguale e ritmico come nella gravità del
sonno.
Si rizzò un poco sul torso, cercò acuire l'udito e si persuase che non
si era ingannato; la sua non era illusione, il soffio ignoto e pauroso
continuava chiarissimo e pareva si avvicinasse.
Avrebbe voluto fuggire, ma dove? E se Europa udiva? Come avrebbe
risposto alle sue domande di curiosità? Però la sofferenza morale si
acuì d'attimo in attimo sì che il barlume di ragione che ancora lo
reggeva dileguò ad un tratto allorchè il soffio si convertì in mugolio
roco. Più non ci vide, si rizzò sotto il poderoso scatto di un impulso
violento, avea gli occhi sbarrati, i capelli irti e gridò per tre volte
consecutive, gridò con voce forte e innaturale:
— Chi è? Chi è? Chi è?
Il mugolio si tacque come d'incanto, ma dalla contigua stanza nuziale
giunse la voce di Europa, voce alta e turbata:
— Didino? Didino?
Egli si ricompose subitamente:
— Che vuoi? — rispose.
— Perchè urli?
— Sognavo!
Vi fu una pausa; poi Europa riprese:
— Non sognar più così, perchè mi fai paura.
Il silenzio ritornò; ritornò la calma apparente.
— Potessi addormentarmi almeno! — pensò Manso Liturgico; ma in tale
benefico rimedio non v'era da porre speranza.
Vide svettare le cime degli abeti, nere sul cupo cielo e giunse ad
avvolgerlo la brezza dei mari che precorre l'alba e l'annuncia.
Poi l'inenarrabile martirio ricominciò. Riudì il soffio ritmico
passar nella notte con reiterata ed inesausta lena; poi al primo se ne
aggiunse un secondo, un terzo, un quarto quasichè fosse su la spianata
del castello un esercito dormiente.
Più non sapeva ormai a qual santo votarsi: tentò la preghiera, e gli
morì su le labbra; si appellò alle sue energie, ma non posero argine
sufficiente al terrore.
Ad un tratto gli parve scorgere fra le rame protese di un abete,
qualcosa di orribilmente rosso, come uno spaventoso fantasma sbucato
da l'ombra e irradiante d'improvviso tutte le cose. I mugolii
crebbero d'intensità, si moltiplicarono, quasi a festeggiar l'ignota
apparizione.
Egli più non vide, più non resse. Spinse indietro la pesante poltrona
che ruzzolò al suolo con subito fracassìo; girò un lato della tavola;
corse verso la stanza nuziale e, allorchè fu per entrare, la porta si
aprì. Europa apparve, dolcissima nel suo costume notturno.
Poi la coppia paurosamente felice dileguò. Frattanto Madonna Luna,
salutata dai soffi dei barbagianni, saliva sorridendo nei cieli. Così
ciò che la solitudine non aveva allacciato, la paura costrinse. E
l'amore piacevolmente fu accolto fra le vecchie mura, come si conviene
a persona dabbene.
Qualche giorno dopo, il canonico Bartoletti, inviato speciale di
Monsignor Rutilante, giunse a fatti compiuti.
In breve tempo Monsignor Rutilante, messo su le peste dal marchese
Barbigi, aveva scoperto la dimora dei fuggitivi, ma non in guisa sì
fulminea da impedire che l'impresa fosse consumata.
Ciò non pertanto, l'animo suo fiero e settario non si arrese. Se non
era possibile, secondo la norma di onestà comunemente osservata, far
ritornare i giovani ciascuno al loro nido e non parlarne più; se non
era possibile, data l'accanita campagna dei repubblicani, stendere un
velo su l'atto inconsulto che un figlio della Chiesa aveva compiuto per
impulso di leggerezza, ben altre vie si presentavano per trionfare su
la tracotante arroganza de' suoi fieri nemici e per far sì che in nulla
l'integrità di un clericale potesse essere violata.
Scrisse al canonico Bartoletti, uomo di lettere ecclesiastiche, e lo
pregò di recarsi al Castello dei Lecci ed ivi intrapprendere con la sua
profonda dottrina, la non difficile conversione di Europa Battifiore.
Era divisamento de l'astuto vescovo da l'ampio viso folto di peli, di
far sì che Europa, pentita della sua non bella condotta, si ritirasse
in convento. In tal guisa sarebbero rimaste a lui le vie piane; per
Manso Liturgico, poco v'era da preoccuparsi.
Il canonico Bartoletti compì la missione con zelo veramente cattolico.
Primavera e amore gli mossero aspra guerra; ma egli seppe trionfare
anche su gli eterni nemici degli uomini neri.
Con la paura, con macabre visioni, con terribili minaccie pose tale
turbamento ne l'animo di Europa da farla piegare a' suoi consigli.
Scrisse allora a Monsignor Rutilante chiedendogli in quale convento
avesse dovuto far ritirare la convertita e domandando ragguagli circa
la condotta da tenersi con Manso Liturgico che soffriva di orribili
malinconie.
Ora aspettava la risposta del solenne prete e frattanto riposava
onestamente sugli allori.