CAPITOLO XI.

Dove si banchetta alla guisa omerica, superlativamente, e il Cavalier

Mostardo trionfa.

Fin dalle prime ore de l'alba, Smeraldina, la bionda ancella ed unica

compagna di Bortolo Sangiovese, era in gran daffare.

Coadiuvata ne l'opera straordinaria e colossale da cinque contadini

che Bortolo Sangiovese aveva assunto provvisoriamente agli onori della

cucina; fra gli ordigni del mestiere, che avevano preso, per il caso

speciale, dimensioni esagerate, ella si affannava, correva, accesa dal

fuoco, da l'orgasmo, dalla tema di non mostrarsi degna del gran còmpito

affidatole.

Le aveva detto il signor Bortolo il giorno innanzi:

— Ehi Smeraldina! Domani ho trenta invitati a pranzo.

— Trenta! — aveva mormorato la glaucopide ancella.

— Si, non ti maravigliare, è così! Del resto verranno cinque contadini

a prestarti mano, li ho avvertiti. Bada... bisogna farsi onore!

— Ma?!...

— Non c'è _ma_ che tenga.

Così Smeraldina bionda, la molteplice e malinconica madre, si era

posta a capo del suo piccolo esercito e fra comandi, brontolii,

strapazzate, dirigeva l'infrequente opera con disperata energia, pronta

a sacrificarsi per il suo amor proprio. Tutta la casa era satura di un

forte odore di cucina, fino alle soffitte, fino alla scuderia, dove la

cavalla storna aspettava, annitrendo, il suo fieno.

— Baròzz bada all'arrosto! — gridò Smeraldina giungendo con una gran

corba di spinaci — A che cosa pensi? Gira!

E Baròzz, seduto sotto la nera cappa del camino medioevale, grondò

sudore per l'opera continua e l'alta fiamma di un vivissimo fuoco, e

riprese a girar gli spiedi lentamente, continuamente, fischiettando.

I compagni suoi eran così, sorridenti per l'opera nuova ed inusitata,

vicino a grandi casseruole di rame lucente e ai fornelli dai quali si

sprigionava la bluastra fiamma del carbone.

Cruschîn spennava i galletti di primo canto, Bùrgot li abollessava,

Sghìrbazz chino sopra un grande mortaio di rame, adorno di larghi

festoni di fiori e frutta, pestava una sua abbondante miscela fra il

bianco ed il vermiglio della quale non sapeva la composizione, ma che

avrebbe mangiato volentieri.

— Quanti ne hai spennati? — chiese Smeraldina a Cruschîn.

— Trentadue! — rispose l'uomo dalla faccia gioviale. — Tutto un pollaio!

— Bisogna spennarne altri sei!

— Come volete Smeralda! — rispose sorridendo l'uomo.

— Sghìrbazz? — gridò l'ancella — lascia il pestare per un poco e vai

nel pollaio a prendere sei galletti di canto.

— Sì — rispose imperturbabile l'anziano dalla faccia rugosa e

originale; poi si avviò curvo, quasi pestasse ancora.

— Che mangiare! — fece Bùrgot guardando per aria.

— Da signori! — soggiunse Cruschîn sorridendo.

— Al tempo dell'_uròl_ non si sta meglio![1]

— Così durasse sempre!

— Alla mietitura, quante volte mangiate in un giorno? — chiese

Smeraldina.

— Cinque, sei... secondo — rispose Cruschîn.

— Ma dodici per lo meno! — esclamò Burgòt. — Non è vero Sghìrbazz?

Il valentuomo tornava allora dal pollaio con una corona di galletti

urlanti disperatamente, a becco aperto. Egli non sapeva di che si

trattasse pure, secondo la sua perpetua adesione, rispose:

— Sì.

Sghìrbazz dalla faccia rugosa tra il pensoso, il bonario e l'idiota,

era sempre di tutte le opinioni perchè non si era mai permesso

di averne una. Fra tutte le parole prediligeva il _sì_; per tale

predilezione aveva preso moglie.

L'opera continuò ardente, affrettata, affannata fra uno sfrigolìo,

uno schioppettìo, un agitarsi, un correre sotto il bagliore delle alte

fiamme che salivano per l'ampia cappa del camino medioevale e facevan

scintillare i pochi rami rimasti appesi al muro qua e là, in ordine

sparso.

Volgevan le ore prossime al meriggio; gli invitati dovevan giungere a

mezzogiorno. Già Bortolo Sangiovese si era affacciato alla porta della

cucina per chiedere in tono amorevole:

— Come va? come va?

— Vada fuori! Non voglio nessuno qui! — gli aveva gridato la mite

Smeralda e il signor Bortolo, per non compromettere le cose, non aveva

insistito.

Cominciò poi uno scampanellìo assiduo. Rudàr, il vecchio stalliere che

altro non aveva maneggiato in vita sua se non il tridente, doveva in

quel giorno aprir la porta agli invitati e servirli a tavola.

Bortolo passeggiava nella sala al piano superiore, dov'era

apparecchiata la lunga tavola. La sala era un corridoio di passaggio;

l'unico ambiente capace di accogliere trenta persone.

A mezzogiorno e un quarto tutti gli invitati erano giunti; si poteva

cominciare.

Bortolo suonò un grande campanello, simbolo della sua presidenza

padronale sul buon ordine del pasto, e Rudàr comparve.

— Siamo all'ordine?

— Sì signore.

— Allora in tavola. — E scampanellando verso gli invitati che si erano

divisi a gruppi e parlavano ad alta voce producendo grande frastuono,

gridò:

— A tavola signore e signori! A tavola!

Il vocìo si tacque, si perse in fioco sussurrare. Ognuno si avvicinò

guardando i cartellini ch'erano stati posti fra gli innumerevoli

bicchieri e le grandi bottiglie e sui quali Smeraldina, la sera

innanzi, con la sua calligrafia ferocemente scomposta, aveva tracciato

il nome dei singoli invitati.

Con un po' di buona volontà furono occupati i posti rispettivi, poi i

commensali si guardarono in viso senza dir parola.

Solo Augusto Regida e Giacomo Berbieri, che si erano posti accanto,

sorridevano osservando.

A capo della lunga tavola troneggiavan i tre scienziati tedeschi dalle

faccie inespressive ed impassibili e parevano, riavvicinati così, una

qualche antica trimurti sacra a l'ignoto. Seguiva il conte Agesilao De'

Lavilla sorridente e lucente come una meleagrina madreperlifera; poi

la signora Eulalia, vecchietta piena di rughe e di sorrisi, e tutta

raumiliata di trovarsi tanto vicina alle oscurissime potenze della

trimurti tedesca; le sedeva di fronte il marito Pantaleone, vecchio

medico pensionato.

Intermezzate poi agli assessori, erano le figlie di Gian Battifiore.

Asia che vestiva sempre di giallo; America che aveva una veste bianca

fatta con arte propiziatrice al seno; Africa e Oceania, pallide come

abbominevoli orzate, come larve di maggiolini. Seguiva Veneranda, il

conte Alfonso de' Bigamia, Regida, Berbieri e moltissimi altri.

Gian Battifiore sedeva a capo tavola, di fronte agli scienziati

tedeschi. Bortolo Sangiovese aveva a destra il Popolini, a sinistra la

signora Zarbi; vedova per la quale propendeva la simpatia del vecchio

scapolo.

Ora i convitati cercavano assumere pose graziosamente simpatiche

innanzi al munifico ospite; così un sorrisetto benevolo errava su tutte

le labbra, più incerto negli uomini, di condiscendevole dolcezza nelle

donne.

Essendo il banchetto, in certo qual modo, d'etichetta, date le comuni

abitudini, molti e specialmente le signore, cercavan porre un loro

garbo d'eleganza nello spiegare il tovagliolo, nel riassettare le

posate innanzi ai piatti, ne l'attendere coi gomiti strettamente

uniti alla vita e i polsi appoggiati al limite della tavola, in linea

parallela, rigidamente.

Però se un convitato improvvisamente si volgeva verso qualche punto,

per darsi un'aria disinvolta, gli altri, quasi di comune accordo,

ripetevano l'atto insieme. Così una volta si trovaron tutti a fissare

con discreta intensità il soffitto quasi dovesse aprirsi per una

mistica pioggia di rose; un'altra volta l'attenzione fu rivolta a Gian

Battifiore il quale non seppe come atteggiarsi sotto il fuoco degli

sguardi; e ancora su l'apparire di Rudàr; su lo sventolìo leggero

di una tenda; su qualche convitato gli occhi furono fissi, aperti,

sorridenti di tutto e di nulla. Il turbamento di trovarsi insieme a

compire il solenne atto umano del quotidian pasto poneva in timore la

gaia brigata.

Poi il simposio ebbe suo inizio.

Furono serviti prima i cappelletti, i tradizionali cappelletti che

compaiono in ogni tavola romagnola dalla più modesta alla più sontuosa

nelle grandi occasioni.

Dopo la minestra il simposiarca dette ordine che la lunga fila delle

portate incominciasse. Si presentarono, ad una sua chiamata, Smeraldina

e Sghirbazz recando enormi vassoi di carne bollita passata già per le

sapienti mani degli scalchi.

E Rudàr offrì le salse verdi, le salse di alici, di capperi, di timo

e di menta. Aveva un suo arnese diviso in tanti compartimenti ciascuno

dei quali era occupato da uno special tipo di salsa, e lo passava sotto

al naso dei convitati con grazia tutta sua particolare dimenticando

la destra, la sinistra a grande edificazione di Smeraldina la quale,

da l'altro lato della tavola, gli faceva inutilmente larghi cenni di

sdegno.

Cominciò poi il dilettoso fiume dei vini a riversarsi in riscintillii,

in gai spumeggiamenti, in bagliori d'ambra e di rubino, nella

multiforme schiera dei bicchieri di puro cristallo.

Albano di Bertinoro, limpido come begli occhi di bimbo, dal soave aroma

inebbriante; sangiovese di Civitella bruno come il ferro, dai bagliori

sanguigni, aspro un poco al palato, dal vago aroma di viola; moscato di

montagna, più dolce di vergine bocca; poi _canina_ dei piani; _pagadet_

vigoroso e traditore e molti altri che comparivano a mano a mano su la

tavola recando, su l'etichetta delle nere bottiglie, vecchie date.

L'eloquio tanto più si profuse quanto maggiormente i volti diventaron

vermigli e gli occhi acquistarono certe loro luminosità speciali,

mobili in bagliori improvvisi o stabili in vaghe languescenze e in

pensieri di intimo compiacimento.

Le portate si susseguirono con matematica precisione. Al bollito

seguiron i fritti dolci, i fritti misti, i fritti romagnoli

specializzantisi per la loro particolare indigestività; poi i pesci di

mare, i grandi lucci e le anguille di fiume servite con sovrabbondanza

di salse e di contorni; poi gli umidi ricchi di colore e di profumi,

gli uccelletti in salmì, le enormi frittate alla campagnola, i

galletti alla cacciatora, la zuppa di rane palustri, otto grandi

tacchini arrostiti e, il cuore dei convitati si allargò di sollievo, un

piramidale pasticcio tutto a fiorami, a ghirigori, a frastaglii. Quasi

a somma ironia verso il cocchiume del colle mangereccio, Smeraldina

aveva composta con la pasta frolla un augurio che risaltava in grandi

lettere: _Buon appetito!_

Vennero rinnovati i calici e si servirono i vini spumanti imbottigliati

col propiziare di marzo; indi le portate ricominciarono fra lo stupore

dei pochi e il consentimento dei più. Le grandi ampolle, i vassoi

enormi come pianure rifecero il loro giro in offerte rinnovantisi con

rapidità.

Comparve una grande trota seguita da vere torme di budini di riso, di

verdura, di rigaglie, di ricotta; poi quattro lepri in salmì; anatre

selvatiche e beccaccini con lenticchie, e quattro gelati conici,

bianchi e lucenti.

Ma questa volta gli illusi non caddero nella panìa e si astennero o

tentarono astenersi, chè non era poi cosa sì facile rifiutare la grazia

di dio che la prodigalità di Bortolo Sangiovese poneva innanzi a' suoi

ospiti di un giorno.

Ormai col progredire del pasto, ogni vincolo di timidezza aveva esulato

dagli animi dei cittadini della esultante terra repubblicana; ad ogni

incertezza di eloquio, ad ogni dubitoso sussurrare si era sostituita,

per andar di vini, una franca sincerità, una sovrabbondanza di riso,

una esuberante tenerezza amichevole alla quale non si poteva far brutta

cera.

Tutti dovevan mangiare di tutto per le insistenti preghiere e le

minaccie di permali da parte de l'anfitrione. Era un pranzo modesto,

troppo modesto e di ciò si scusava Bortolo; ma pertanto gli facessero

onore per quel poco ch'egli aveva potuto offrire; gli dimostrassero

che, una volta usciti, non sarebbero andati in trattoria per togliersi

la fame.

— Poco ma buono! Fate onore alla mia tavola!

E incominciava il barbaro supplizio.

— Smeraldina guarda; la signora Eulalia ha il piatto vuoto.

— Signor Bortolo, la prego... non ho fame!

— Non faccia complimenti, via!... Ce n'è per tutti.

— Ma le assicuro non posso... proprio non posso!

— Smeraldina?!

— Che vuole!

— Quando vi si chiama fate attenzione. Non vedete? La signora Eulalia

non ha più arrosto. Servitegliene.

— Gliene avevo offerto e non ne ha voluto.

— Non si offre, si serve. Lo dovreste sapere. Questi signori sono

troppo complimentosi.

— Signor Bortolo... le assicuro... con tutta la mia migliore volontà...

ma non posso... non posso...

— Non vede? Ha appena ciò che basterebbe per un grillo. Già bisogna ci

pensi io!

E seguìto dalla stupefazione dolorosa della vecchia signora, Bortolo

Sangiovese si alzò, prese dalle mani di Smeraldina il vassoio de

l'arrosto e, con grazia pantagruelica, servi l'involontaria penitente.

— così va bene! — disse poi soddisfatto.

— È sciupato le assicuro! — mormorò torcendo il collo Eulalia

Pantaleone.

— Non vorrà farmi questo sgarbo! — replicò Sangiovese. — Se non lo

mangia me l'ò per male!

— Ma come si fa? — disse con tenera voce piagnucolosa la vecchia

damina. — Io non ho mica lo stomaco di uno struzzo!

Frattanto la trimurti, la gaia trimurti (poichè il vino ch'ella aveva

bevuto senza parsimonia l'aveva accesa di luminosità vermiglie) per

non comprendere il rude dialetto che sostituiva ne l'intimità della

mensa il po' di lingua italiana comunemente usata, sorrideva a tutti

compiacentemente di un riso largo, tenero, amoroso, spinta già, per i

dionisiaci fuochi, alle convenevoli dolcezze delle subite simpatie.

Bortolo Sangiovese si avvicinò a Sigmund Hoërgritz, gli posò una mano

su la spalla ed ebbe la sua eterna frase conviviale:

— Allegri allegri!

L'Hoërgritz che non intese, rispose a l'augurio brindando alla salute

de l'Italia.

E a sua volta il Sangiovese, credendo trattarsi di pura facezia, uscì

in una sonora risata.

Il piccolo e rotondeggiante Bortolo dalla lunata faccia, luminosa

come una bacinella di rame percossa dal sole; l'idolo delle liete

brigate, ridevole, ridanciano e di immutabile buonumore; il signore

dalla voce un po' roca la quale pareva gorgogliasse da una gora; dagli

occhi piccoli, astuti e lacrimosi per il perenne riso; vittima delle

più atroci burle e a sua volta espertissimo nel saper rendere pan per

focaccia, dominava ora l'ambiente quale impareggiabile simposiarca,

guardato con simpatia anche dalle sue vittime, da coloro cioè che, per

le umane convenienze, dovevano far conoscenza con Madonna Indigestione.

Ma come volle la grazia di Smeraldina, il banchetto volse al suo

termine; furon serviti i dolci, le frutta, i liquori, il caffè e gli

ultimi aneliti del colosso furono preceduti, accolti e seguiti da un

vociare confuso, altissimo, dilagante come fiumana che irrompa.

Però i vini continuavano a mescersi negli ampi calici che passavan dal

bianco al vermiglio con inusitata lena.

Una scompostezza bacchica era ormai in tutti i volti e un'affettuosità

ampia; un senso di umanità dilagante, in tutti i cuori. Gli arbitri dei

destini della città rossa non si erano mai sentiti tanto repubblicani

come allora.

Ridevano, si univano, facevan progetti di fiere battaglie e di

commoventissime paci; picchiavan pugni su la tavola, sbraitavan con

ambo le braccia levate in aria quasi ad afferrare e a tener saldo il

pencolante ragionamento.

Ardito Popolini, appoggiato un ginocchio al margine della tavola,

discuteva con Augusto Regida intorno alla legge di selezione e alla

necessità delle rivoluzioni; Tragico Arrubinati con parole comiziali,

accendendosi, quasi arringasse il popolo ch'egli vedeva ovunque

numeroso e plaudente, s'intratteneva col Campana circa il dottrinarismo

democratico e l'idealismo mazziniano, rinnovando i propositi del

partito d'azione che trovava in loro i rappresentanti più valorosi.

Gian Battifiore che amava dimenticare di tanto in tanto la politica,

per darsi a più ridevole conversare, criticava con Pietro Andruco, un

vecchio signore benestante, l'effeminatezza di certo Mario Casimiro.

— È uno sciocco! — esclamò Gian Battifiore.

— Val meno di una donna! — soggiunse l'Andruco ch'era un valoroso

misogine.

— Figuratevi che a quella sua villetta vicino alla Rocca, ha posto il

nome di _Villa Bianca_!

— Peuh!

— Ma sì! _Villa Bianca!_ Sarebbe meglio pensasse a far quattrini!

— Certamente. Credo sia ridotto al verde.

— Quasi!

— Allora altro che poesia ci vuole! — soggiunse l'Andruco battendosi le

mani su l'epa.

— Ma c'è di peggio!

— Dite dite!

— Vedeste la sua stanza da letto! Io non la sognerei neppure. Tutta un

fronzolo. È vergogna per un uomo. Ha una toeletta piena di spazzole,

spazzolini, bottiglie di profumo, saponi... come una donna perduta.

Figuratevi, la sua effeminatezza giunge a questo punto: Si lava i denti

tutte le mattine!

— Davvero?

— In parola di galantuomo.

— Già è la nuova generazione! E vedrete poi! Sono come moscerini: un

soffio d'aria, un niente li manda all'altro mondo!

— Al nostro tempo non usavano tante sciocchezze, eppure eccoci qua sani

e forti.

— Che volete, ora hanno inventato l'igiene, la disinfezione, i microbi

e che so io. Abbiamo vissuto e siamo morti sempre ed i microbi non

c'erano. La civiltà si accresce...

— E perfeziona la gente!

— Ah! beato mondo, beato mondo! — E Pietro Andruco si dette a cioncare

di bel nuovo, in memoria del bel tempo antico, spoglio delle svenevoli

invenzioni che non erano per lui se non un portato di pretenziosa

ignoranza.

Ad un tratto i lieti e i violenti conversari si tacquero e l'attenzione

converse sul vecchio Pantaleone il quale, pregato con insistenza da

Bortolo Sangiovese, aveva preso un suo malinconico violino e regalava

agli assistenti uno zibaldone della _Norma_.

Per qualche tempo il silenzio si ottenne, ma al primo intervallo, il

quale non era che una pausa musicale, scoppiò un uragano di applausi

che autorizzò i convitati a riprendere il loro conversare senza prestar

più attenzione ai suoni del concavo legno. Però il vecchio medico,

siccome era abituato ad essere incompreso, non si lasciò turbare dalla

strana accoglienza avuta e, ritto vicino ai suoi calici, col capo

inclinato e gli occhi socchiusi, condusse l'arco per molte melodie

facendo ballonzolare le dita nei tremuli ch'eran come pioggerelle di

lacrime.

Una persona sola era protesa su l'onda dei suoni ch'egli traeva

sospirosamente rievocando: la signora Eulalia, la sposa della sua

vita. La mite signora aveva fatto di sè compiaciente eco ad ogni

ambizioncella dello sposo: ella era divenuta la nota sincrona,

l'esaltatrice, il rifugio sacro; ogni sua potenza ammirativa era

riserbata a l'ingegno del marito, ingegno ch'ella sola riteneva

comprendere nella sua incommensurata grandezza.

Nella vita non aveva altro còmpito se non quello di ammirare l'uomo che

la grazia del Signore le aveva posto a lato, a sua somma gloria.

Così, fra il vociferio alto e continuo, la signora Eulalia, cercando di

tanto in tanto l'attenzione di qualche vicino, unite le mani, esclamava

sorridendo d'orgoglio:

— Come suona bene Pantaleone!

Però la frase passava inavvertita e senza assentimento.

Chi poteva por mente al solitario sentimentale se non l'anima sorella?

Gli altri erano talmente assorti e presi dalle singole manifestazioni

del loro ingegno tribunizio, che avrebbero avuto ogni altra cosa in

gran dispetto.

Il popolo, il popolo! Tale la causa che poneva in ebollizione quelle

anime balde! E sul popolo e su tutti gli uomini la Repubblica Sovrana!

Data la gran somma dei vini, il grado della comune intelligenza si era

elevato dal livello normale onde la verbale battaglia, per accresciuta

facilità di eloquio, assunse carattere violento ed assordante.

Nè valsero le preghiere delle signore:

— Non parliamo di politica, per carità!

Nè i miti e sussurrati consigli.

Nulla. Dato un banchetto e dieci romagnoli, la politica è terzo

elemento di equilibrio.

Si criticò, si distrusse, si riedificò con tale rapidità che più non

n'ebbe il Creatore ne' suoi biblici giorni. Ogni Governo fu sottoposto

ad acerbe critiche; ogni uomo che non condividesse l'idea repubblicana

s'ebbe una sua ghirlandetta di ingiurie; ogni atto di repressione,

rievocato, fece accendere di fiero sdegno quei venti petti di eroi

proclamanti per proprio conto, visto che il mondo non si muoveva, la

Rivoluzione Universale.

Non era possibile via diversa. L'evoluzione era una panacea per i

paurosi, una trovata dei capitalisti. Che cosa sarebbe toccato ai vivi?

Niente, meno che niente, le beffe e l'obbrobrio. Le beffe di coloro che

godono ingiustamente e tiranneggiando muovono i destini dei popoli;

l'obbrobrio per la loro povertà d'intelletto che li teneva schiavi

della prima cabaletta annunciata quale mezzo di comune salvazione.

— In verità io vi dico — gridò Ardito Popolini sempre più acceso in

volto — che non c'è via di scampo! Mi opponete: La rivoluzione conduce

a penosi eccessi; la rivoluzione è un male. Sì è un male, ne convengo,

ma un male necessario! Vorrete morire di cancrena anzichè tagliare

l'arto ferito? Vorrete, essendo poveri e macilenti, rinnegare un gran

bene per tema di traversare a nuoto un fiume vorticoso? Qui s'impone un

dilemma, un _aut aut_; non vi sono vie traverse. Ne convenite?

— Si! — risposero a coro venti voci entusiaste.

— Ebbene, noi siamo su la via buona e condurremo il nostro popolo

alla redenzione finale! Ai potenti ridremo in faccia e alla violenza

risponderemo con la violenza!

Un coro di voci osannanti si levò turbinando. Ne l'attimo della

ripresa, da un angolo, umile ed entusiasta, la vocetta della signora

Eulalia esclamò:

— Come suona bene Pantaleone!

Il violino continuava la sua solfa, malinconicamente inascoltato.

— Chi di voi avrebbe paura di salire le barricate domani?

— Nessuno! — gridarono tutti.

— Preparatevi perchè l'ora è vicina. Pertanto, per chiudere

degnatamente questo banchetto, v'invito a gridare con me: Evviva

_Colei_ che ci condurrà a grandi porti, ad alti destini. Evviva la

Rivoluzione!

In altissimo grido tutti risposero:

— Evviva!

La Trimurti si alzò protendendo i calici ricolmi.

Nel frattempo un nuovo personaggio era entrato nella sala. Si notò il

bagliore di una cravatta rossa, il lampeggìo di due occhi fieri, la

baldanza di due baffi diritti.

— Oh Cavalier Mostardo! Bevi! — fece Bortolo, protendendo al nuovo

venuto un calice: ma il Cavaliere passò sdegnoso, ringraziando a pena.

Pareva avesse vinto a Waterloo.

Si avvicinò a Popolini e gli disse a mezza voce:

— Debbo parlarti. — Poi si chinò e rapidamente, a l'orecchio, gli

sussurrò alcune parole. Il Popolini sorrise, impallidì e disse forte:

— Ne sei ben certo?

— Come del sole! — rispose il Cavaliere con ampio gesto.

Si fece assoluto silenzio. I convitati si protesero verso il Popolini

che si era alzato per parlare. Passò un attimo in cui il repubblicano

assaporò la gioia di sentirsi centro di tanta attenzione poi, scandendo

le parole, ad alta voce annunziò:

— Europa è salva!

— Salva! — gridò Gian Battifiore.

— Salva! — ripeteron le sorelle.

— E chi l'ha trovata? — chiese Gian Battifiore, pallidissimo e tremante.

— Io! — esclamò il Cavalier Mostardo. E rimase rigidamente immobile. In

quell'attimo, parve agli astanti più grande di una rupe.

A l'alto silenzio seguì un diluvio di domande, di ringraziamenti, di

promesse; fu allora che il violino del vecchio medico riprese la solfa

sospirosa.

La signora Eulalia, sorridendo a l'unico ammiratore del suo grande

marito, dette l'eterna nota di gaudio:

— Come suona bene Pantaleone!

E Sghìrbazz, appoggiato allo stipite della porta, rispose rudemente,

chinando il capo:

— Sì!

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 14 / 30 题