CAPITOLO X.

Dove si cantano gli osanna.

Gian Battifiore dette gli ultimi ordini necessari perchè la solenne

commemorazione filasse a buon vento, senza inconvenienti.

Gli operai avevan finito di erigere le grandi tribune per il pubblico,

per le autorità, per la stampa; la cattedra per gli oratori, i seggi

speciali per il sindaco e per i suoi seguaci.

Lavoro faticoso fu quello degli adobbi (nei quali dominò il rosso,

un rosso vivo di carminio puro) e molta cura richiese la diramazione

degli inviti. Quali posti si dovevano serbare alle autorità civili

e militari, ai rappresentanti del Governo monarchico? Lungo fu il

dibattito, lunghe le querele e i disaccordi. Ardito Popolini voleva

dare carattere politico alla commemorazione. Gian Battifiore era

di opposto consiglio. Poi si trattava del suo decoro; egli doveva

dimostrarsi ospite compito. Così... si esclusero i clericali.

Si invitò l'aristocrazia, la grande e la piccola borghesia, il corpo

insegnante, il questore, il prefetto, il generale. Un grande strappo

alla fiera coscienza repubblicana!

Ora le cose erano a l'ordine e nel recinto erano giunti già: il

collegio convitto, l'asilo infantile, la musica e alcuni invitati, in

ordine sparso, i quali si sbandarono qua e là per le tribune.

Gian Battifiore guardò l'orologio ogni cinque secondi passeggiando su

lo spiazzo vuoto fra le tribune. Lo seguivano a qualche distanza Ardito

Popolini e Bartolomeo Campana, assessore della pubblica istruzione.

Essi conversavano animatamente. Tutti indossavano il soprabito di

prammatica. Gian Battifiore aveva anche la fascia sindacale; ma la

teneva accuratamente celata sotto al soprabito perchè non dovevano

rifulger sul suo petto gli aborriti colori de l'insignificante

monarchia.

Suo pensiero, molto apprezzato dal Popolini, fu quello della bandiera.

Era necessario inalberare una bandiera sul recinto della commemorazione

e Gian Battifiore la inalberò, ma avvolta in guisa da sembrar tutta

rossa. Gli uomini vermigli ne impazziron di gioia.

Ora rideva il sole, (rideva, diciamo così, poichè lo vogliono fare

ridanciano il severo padre de l'infinito) e su la terra passava

primavera.

Dalla torre del palazzo comunale giunsero dieci tocchi di campana.

Gian Battifiore guardò l'orologio, forse per la centesima volta, si

soffermò aggrottando le ciglia poi si volse a Popolini e a Campana che

lo seguivano:

— L'invito è per le dieci e mezzo mi pare?

— Si.

— Sono in ritardo gli invitati.

— Ma non tanto. Guarda un po' intorno.

Le tribune cominciano ad affollarsi.

Breve pausa.

— A proposito — riprese Gian Battifiore — ci siamo dimenticati di una

cosa!

— Quale?

— Chi riceve gli invitati?

— Nessuno! — disse Popolini.

— Nessuno! — soggiunse Campana.

— Ma come, e vi pare cortese? Chi indicherà loro il posto assegnato?

— Il donzello del Municipio: Coriolano.

— Sicuramente! — chiosò Campana.

— E vi pare cortese?

— Cortesissimo. Noi siamo democratici e non potremo mica ossequiare

l'aristocrazia!

— Ma che aristocrazia d'Egitto! Ritorniamo da capo? È questione di

gentilezza! Verranno molte signore e diranno poi che siamo asini e

villani. Bisogna provvedere e subito!

— Io non vado! — esclamò Ardito Popolini.

— Neanch'io — aggiunse il Campana.

Gian Battifiore si strinse la fronte fra le mani.

— Guarda — riprese il Campana — c'è il Cavalier Mostardo laggiù,

possiamo mandar lui.

Gian Battifiore scrollò le spalle senza rispondere. Poi, alzando gli

occhi, vide un nuovo arrivato ed ebbe un'idea felice.

— Ecco il mio caso! — mormorò, e si diresse con le mani tese verso il

conte Alfonso Bigamia. — Caro conte devi farmi un grande favore! — gli

disse stringendogli le mani con effusione.

— Anche due se posso.

— Devi incaricarti di ricevere le signore e le autorità.

— È solo questo che vuoi?

— Sì.

— Sarà fatto.

E il conte si avviò.

— Ascolta — riprese Gian Battifiore — se credi può aiutarti Coriolano!

— Non ne ho bisogno — rispose Bigamia sorridendo.

— Belle storie! — fece Ardito Popolini bofonchiando.

— Povera democrazia! — aggiunse Bartolomeo Campana; ma questa volta

Gian Battifiore non udì o non volle udire.

Giunse Veneranda con le figlie; quattro eleganze sotto al sole. Asia

vestiva di giallo, un giallo cupo come quello delle zinnie le quali,

per chi non lo sa, sono fiori molto sciocchi che adornano i giardini

eleganti. Era pallida, cupa, accigliata e guardava il suo simile con

l'ira repressa e feroce delle vecchie e brutte zitelle.

Giunsero le signore de l'aristocrazia in vesti estive; tutto uno

sfolgorìo di bianco, di rosa e di celeste chiaro si espanse. Il recinto

si animò pei colori e la festevolezza che portati seco le belle

donne, ovunque. Giunsero gli studenti, gli assessori, il prefetto,

ii generale; ogni bellezza ed ogni autorità fu presente al solenne

consesso.

Il recinto per il popolo era gremito, urlante, ossessionato. Tale

recinto l'aveva voluto Ardito Popolini ed ora se ne trovava quasi

pentito, vista la mala grazia de' suoi umili fratelli in fede

repubblicana.

Infatti, per passare il tempo, i rappresentanti più interessati della

democrazia si erano empite le tasche di semenza, di lupini, di ciliegie

e di ogni sorta di ghiottonerie vegetali! Poi tanto per dimostrare

come il loro rispetto per Madonna Cortesia fosse intenso e come,

per isquisiti sentimenti di delicatezza andassero essi evolvendosi

verso l'ideal forma di perfezione per la quale qualche Grande sognò

inutilmente, gettavano i noccioli e le buccie nella cattedra degli

oratori, nelle tribune delle autorità, nello spiazzo occupato dalla

musica.

Ardito Popolini li redarguì ma per poco, che qualcuno, più animato

degli altri, rispose a' suoi consigli gridando:

— Abbasso la borghesia!

Un bubbolio sordo si levò dalla massa.

Gian Battifiore ch'era poco distante ed udì, si volse di scatto, sbarrò

gli occhi e disse forte:

— Ancora un grido come questo e faccio sgombrare il recinto!

Risposero voci di assentimento e di protesta, poi due semplici

pennacchi rossi che ondeggiarono sul tumultuare dei grandi cappelli a

enormi tese, bastaron a ristabilire la calma.

L'incidente passò inosservato al pubblico delle tribune, ebbro della

festevolezza che dànno le mattine placide e serene, le ineffabili

mattine primaverili.

Ne l'ampia corona dei due steccati che si svolgevano ad arco e innanzi

ai quali erano eretti i palchi per gli invitati, fulgeva tutta la sana,

la forte bellezza romagnola.

Il convegno aveva chiamato dalle città vicine, liete comitive

di signore e di giovani e la rossa città del piano se n'era

improvvisamente animata.

La cosa insolita inorgoglì Gian Battitore il quale vide come non solo

egli potesse essere valente e temuto uomo di parte, ma anche abile

organizzatore di piacevoli conviti.

Gian Battifiore aveva qualcosa più dei cinquantanni e i gravi pensieri

che incombono ai guidatori di greggi lo tenevano sotto il loro dominio;

pure come poteva non essere distolto dalle sue cure e affascinato da

tutta quella luminosità di bellezza che dava come un desiderio vago

di moltiplicarsi a l'infinito per tutto abbracciare? C'erano visi sì

intensi d'espressione, occhi sì grandi e neri, bocche che parevano

l'amore istesso e persone velate da ineffabili eleganze che... ah! il

popolo era una gran brutta bestia in paragone!

Quasi quasi si sentiva aristocratico ne l'anima; sì, che dopo tutto

nessuno la vedeva ed egli poteva foggiarsela a sua posta, secondo i

suoi desideri. I poeti fanno altrettanto. L'anima è un'espressione

elastica; è come l'onore.

Così girava gli occhi estasiato. Un giovane amico elegante, Isidoro

Quarti, gli diceva i nomi e le particolarità delle intervenute.

— Quella è la contessa Maria Agiolesi; una statua; vede? L'ufficiale

che le sta accanto è l'amante suo. Il marito è più giù, guardi, vicino

allo stendardo; parla col prefetto.

L'altra, discosta un palco, è la Sinibaldi, la famosa Sinibaldi, la

bellezza più superba della nostra terra, sindaco! La guardi bene.

Gian Battifiore aguzzò lo sguardo, stette un attimo estasiato poi

esclamò:

— Maravigliosa!

E Quarti continuava:

— Poi la Simetri, la biondissima: Annalena Vanni che ispirò tutto un

poema d'amore; la contessa Beatrice Marella, fiore degli stagni. Oh!

Guardi Marinella Albisi, la contessa Marinella: quella in celeste,

vicino al palco del generale. Le piace? È il viso più squisito ch'io mi

conosca!

Poi a voce più bassa:

— Il povero Vallata si uccise per lei.

— Davvero? Per una donna? — fece sdegnosamente Gian Battifiore.

— Per quella donna! — rispose Quarti.

Gian Battifiore rimase un poco perplesso fissando la soavissima

creatura e mormorò:

— L'uomo è sempre una bestia!

L'enumerazione piacevole continuò per qualche tempo, poi Quarti stava

per dire:

— E quella...

Ma il sindaco affrettandosi concluse:

— Quella la conosco troppo, troppo bene!

Volse le spalle e se ne andò. Il Quarti gli aveva indicato il viso

cupo, arcigno, sparuto di Asia, la tragica sorella dei tramonti

novembrini, la dolorosa immagine del costretto rifiuto.

Passò una nube su lo spirito di Gian Battifiore. Com'era subitamente

dileguato il velo di leggiadria che lo aveva ringiovanito di vent'anni!

Ecco per un cenno, per un viso egli si sentiva più vecchio delle

montagne, vedeva riapparire tutto il pandemonio che aveva turbato la

sua famiglia negli ultimi tempi trascorsi.

Trasse un grande sospiro e riguardò l'orologio. Mancavano pochi minuti

a l'ora fissata. Volse gli occhi attorno. Tutto era a l'ordine non

mancava che il conte Agesilao De' Lavilla coi professori tedeschi.

— Ma dove saranno? — si chiese. E stava per ispedire il Cavalier

Mostardo alla ricerca allorchè le cortine celanti l'entrata si

sollevarono e Fredrich Hoblein, Heinrich Krapffer, Sigmund Hoergritz

entrarono l'uno dopo l'altro lentamente, rigidamente, solennemente.

E siccome, per giungere alla cattedra oratoria, dovevan passare sotto

la tribuna degli studenti, un coro di brevi risa li seguì. Ma il

Cavalier Mostardo che avea il compito de l'entusiasmo, ebbe un grido di

evviva al quale rispose la sua numerosa popolar coorte.

— E sta bene! — mormorò Bortolo Sangiovese. Egli mostrava la sua bella

faccia rossa nella tribuna degli assessori.

Passò un silenzio preparatorio. Si aspettava veramente il conte

Agesilao De' Lavilla incaricato di presentare Fredrich Hoblein. Prima

però doveva inaugurar la seduta Gian Battifiore. Il gran silenzio

intimorì il povero maestro di democrazia. Tutti gli occhi convergevano

su lui; gli pareva avere fisso sul viso il fuoco di una lente enorme.

La musica municipale intonò la marcia della Giovane Romagna che fu

accolta da grida ed entusiasmò il popolo divoratore di semenza; sicchè

quando Gian Battifiore fu per prendere la parola (era giunto il conte

Agesilao De' Lavilla) non potè, chè, dal recinto popolare, una tempesta

di urli si levò in note acute e semitonate:

— L'Inno, l'Inno, l'Inno!

— Li hai invitati i tuoi guastamestieri? — gridò Gian Battifiore a

Ardito Popolini che gli era vicino. — Ora guarda che figura ci fanno

fare!

Il Popolini rimase un poco perplesso, guardò le tribune, guardò il

recinto de' suoi fratelli adottivi, poi come vide che il tumulto non

accennava a quietarsi, fece un cenno imperioso al capo musica che lo

fissava aspettando e le note belliche de l'inno di Garibaldi irruppero,

volarono come in uno scoppio di gioia. Tutti gli assessori si levarono

in piedi. Nel chiarissimo cielo di maggio sventolavano gli stendardi

rossi.

Poi come volle la buona sorte, il tumulto parve quietarsi. Passarono le

ultime grida:

— Evviva Mazzini e Garibaldi!

— Evviva Ermellini, evviva Saffi!

— Evviva la Repubblica Sociale!

E con più prudente voce:

— Abbasso gli sfruttatori!

Nelle tribune la calma regnò sovrana. Disse Regida alla contessa

Marinella:

— Così si commemora la memoria di uno scienziato. La Romagna è sempre

originale nelle sue vedute!

Ad un tratto il silenzio s'impose e Gian Battifiore potè pronunziare

il suo discorsetto che fu accolto da applausi fragorosi. Seguì il conte

Agesilao il quale disse poche parole di presentazione; Fredrich Hoblein

salì poi la cattedra degli oratori.

Una grande attenzione si fece intorno. Il Cavalier Mostardo si preparò

a l'applauso. L'Hoblein con voce lenta e precisa cominciò.

Vi fu qualche incertezza dapprima; gli studenti si protesero per

intender meglio, poi si udiron mormorii, sussurri, risatine.

L'Hoblein parlava latino.

E come il mormorio, con l'avanzare de l'orazione, si accrebbe e il

pubblico sempre più si mostrò disattento, il conte Agesilao fece al

Cavalier Mostardo il segno convenuto onde questi si dette ad applaudire

e dietro lui la massa dei seguaci.

Ma allorchè la calma fu ristabilita, durante una pausa che fece seguito

ad una lunga perorazione, si vide dal recinto del popolo sporgere il

viso malignetto e satiresco di Gargiuvîn e si udì la sua voce gridare

in note sopracute:

— Evviva l'anarchia!

E se l'ilarità accompagnò il bel gesto di mattoide, vi furon signore

che fecero il viso de l'arme onde ne nacque un certo turbamento.

— Fuori! — gridò una voce.

— Alla porta! — gridaron mille.

E il povero cianchettante ribelle fu preso fra i pennacchi rossi. Egli

non fece resistenza: sorrise e gli occhi suoi lampeggiarono come per un

trionfo.

Il corpo di guardia era a due passi; il tragitto fu brevissimo e

Gargiuvîn si lasciò condurre placidamente; ma quando fu per entrare,

s'inarcò su la persona, guardò le guardie che vegliavano il luogo ed

esclamò aprendo le braccia:

— Amici!... Son di ritorno!

Sventolavan ne l'aria i rossi stendardi del popolo e dal recinto un

coro di applausi si levò irrompendo nel luminoso mattino.

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 13 / 30 题