Dove si cantano gli osanna.
Gian Battifiore dette gli ultimi ordini necessari perchè la solenne
commemorazione filasse a buon vento, senza inconvenienti.
Gli operai avevan finito di erigere le grandi tribune per il pubblico,
per le autorità, per la stampa; la cattedra per gli oratori, i seggi
speciali per il sindaco e per i suoi seguaci.
Lavoro faticoso fu quello degli adobbi (nei quali dominò il rosso,
un rosso vivo di carminio puro) e molta cura richiese la diramazione
degli inviti. Quali posti si dovevano serbare alle autorità civili
e militari, ai rappresentanti del Governo monarchico? Lungo fu il
dibattito, lunghe le querele e i disaccordi. Ardito Popolini voleva
dare carattere politico alla commemorazione. Gian Battifiore era
di opposto consiglio. Poi si trattava del suo decoro; egli doveva
dimostrarsi ospite compito. Così... si esclusero i clericali.
Si invitò l'aristocrazia, la grande e la piccola borghesia, il corpo
insegnante, il questore, il prefetto, il generale. Un grande strappo
alla fiera coscienza repubblicana!
Ora le cose erano a l'ordine e nel recinto erano giunti già: il
collegio convitto, l'asilo infantile, la musica e alcuni invitati, in
ordine sparso, i quali si sbandarono qua e là per le tribune.
Gian Battifiore guardò l'orologio ogni cinque secondi passeggiando su
lo spiazzo vuoto fra le tribune. Lo seguivano a qualche distanza Ardito
Popolini e Bartolomeo Campana, assessore della pubblica istruzione.
Essi conversavano animatamente. Tutti indossavano il soprabito di
prammatica. Gian Battifiore aveva anche la fascia sindacale; ma la
teneva accuratamente celata sotto al soprabito perchè non dovevano
rifulger sul suo petto gli aborriti colori de l'insignificante
monarchia.
Suo pensiero, molto apprezzato dal Popolini, fu quello della bandiera.
Era necessario inalberare una bandiera sul recinto della commemorazione
e Gian Battifiore la inalberò, ma avvolta in guisa da sembrar tutta
rossa. Gli uomini vermigli ne impazziron di gioia.
Ora rideva il sole, (rideva, diciamo così, poichè lo vogliono fare
ridanciano il severo padre de l'infinito) e su la terra passava
primavera.
Dalla torre del palazzo comunale giunsero dieci tocchi di campana.
Gian Battifiore guardò l'orologio, forse per la centesima volta, si
soffermò aggrottando le ciglia poi si volse a Popolini e a Campana che
lo seguivano:
— L'invito è per le dieci e mezzo mi pare?
— Si.
— Sono in ritardo gli invitati.
— Ma non tanto. Guarda un po' intorno.
Le tribune cominciano ad affollarsi.
Breve pausa.
— A proposito — riprese Gian Battifiore — ci siamo dimenticati di una
cosa!
— Quale?
— Chi riceve gli invitati?
— Nessuno! — disse Popolini.
— Nessuno! — soggiunse Campana.
— Ma come, e vi pare cortese? Chi indicherà loro il posto assegnato?
— Il donzello del Municipio: Coriolano.
— Sicuramente! — chiosò Campana.
— E vi pare cortese?
— Cortesissimo. Noi siamo democratici e non potremo mica ossequiare
l'aristocrazia!
— Ma che aristocrazia d'Egitto! Ritorniamo da capo? È questione di
gentilezza! Verranno molte signore e diranno poi che siamo asini e
villani. Bisogna provvedere e subito!
— Io non vado! — esclamò Ardito Popolini.
— Neanch'io — aggiunse il Campana.
Gian Battifiore si strinse la fronte fra le mani.
— Guarda — riprese il Campana — c'è il Cavalier Mostardo laggiù,
possiamo mandar lui.
Gian Battifiore scrollò le spalle senza rispondere. Poi, alzando gli
occhi, vide un nuovo arrivato ed ebbe un'idea felice.
— Ecco il mio caso! — mormorò, e si diresse con le mani tese verso il
conte Alfonso Bigamia. — Caro conte devi farmi un grande favore! — gli
disse stringendogli le mani con effusione.
— Anche due se posso.
— Devi incaricarti di ricevere le signore e le autorità.
— È solo questo che vuoi?
— Sì.
— Sarà fatto.
E il conte si avviò.
— Ascolta — riprese Gian Battifiore — se credi può aiutarti Coriolano!
— Non ne ho bisogno — rispose Bigamia sorridendo.
— Belle storie! — fece Ardito Popolini bofonchiando.
— Povera democrazia! — aggiunse Bartolomeo Campana; ma questa volta
Gian Battifiore non udì o non volle udire.
Giunse Veneranda con le figlie; quattro eleganze sotto al sole. Asia
vestiva di giallo, un giallo cupo come quello delle zinnie le quali,
per chi non lo sa, sono fiori molto sciocchi che adornano i giardini
eleganti. Era pallida, cupa, accigliata e guardava il suo simile con
l'ira repressa e feroce delle vecchie e brutte zitelle.
Giunsero le signore de l'aristocrazia in vesti estive; tutto uno
sfolgorìo di bianco, di rosa e di celeste chiaro si espanse. Il recinto
si animò pei colori e la festevolezza che portati seco le belle
donne, ovunque. Giunsero gli studenti, gli assessori, il prefetto,
ii generale; ogni bellezza ed ogni autorità fu presente al solenne
consesso.
Il recinto per il popolo era gremito, urlante, ossessionato. Tale
recinto l'aveva voluto Ardito Popolini ed ora se ne trovava quasi
pentito, vista la mala grazia de' suoi umili fratelli in fede
repubblicana.
Infatti, per passare il tempo, i rappresentanti più interessati della
democrazia si erano empite le tasche di semenza, di lupini, di ciliegie
e di ogni sorta di ghiottonerie vegetali! Poi tanto per dimostrare
come il loro rispetto per Madonna Cortesia fosse intenso e come,
per isquisiti sentimenti di delicatezza andassero essi evolvendosi
verso l'ideal forma di perfezione per la quale qualche Grande sognò
inutilmente, gettavano i noccioli e le buccie nella cattedra degli
oratori, nelle tribune delle autorità, nello spiazzo occupato dalla
musica.
Ardito Popolini li redarguì ma per poco, che qualcuno, più animato
degli altri, rispose a' suoi consigli gridando:
— Abbasso la borghesia!
Un bubbolio sordo si levò dalla massa.
Gian Battifiore ch'era poco distante ed udì, si volse di scatto, sbarrò
gli occhi e disse forte:
— Ancora un grido come questo e faccio sgombrare il recinto!
Risposero voci di assentimento e di protesta, poi due semplici
pennacchi rossi che ondeggiarono sul tumultuare dei grandi cappelli a
enormi tese, bastaron a ristabilire la calma.
L'incidente passò inosservato al pubblico delle tribune, ebbro della
festevolezza che dànno le mattine placide e serene, le ineffabili
mattine primaverili.
Ne l'ampia corona dei due steccati che si svolgevano ad arco e innanzi
ai quali erano eretti i palchi per gli invitati, fulgeva tutta la sana,
la forte bellezza romagnola.
Il convegno aveva chiamato dalle città vicine, liete comitive
di signore e di giovani e la rossa città del piano se n'era
improvvisamente animata.
La cosa insolita inorgoglì Gian Battitore il quale vide come non solo
egli potesse essere valente e temuto uomo di parte, ma anche abile
organizzatore di piacevoli conviti.
Gian Battifiore aveva qualcosa più dei cinquantanni e i gravi pensieri
che incombono ai guidatori di greggi lo tenevano sotto il loro dominio;
pure come poteva non essere distolto dalle sue cure e affascinato da
tutta quella luminosità di bellezza che dava come un desiderio vago
di moltiplicarsi a l'infinito per tutto abbracciare? C'erano visi sì
intensi d'espressione, occhi sì grandi e neri, bocche che parevano
l'amore istesso e persone velate da ineffabili eleganze che... ah! il
popolo era una gran brutta bestia in paragone!
Quasi quasi si sentiva aristocratico ne l'anima; sì, che dopo tutto
nessuno la vedeva ed egli poteva foggiarsela a sua posta, secondo i
suoi desideri. I poeti fanno altrettanto. L'anima è un'espressione
elastica; è come l'onore.
Così girava gli occhi estasiato. Un giovane amico elegante, Isidoro
Quarti, gli diceva i nomi e le particolarità delle intervenute.
— Quella è la contessa Maria Agiolesi; una statua; vede? L'ufficiale
che le sta accanto è l'amante suo. Il marito è più giù, guardi, vicino
allo stendardo; parla col prefetto.
L'altra, discosta un palco, è la Sinibaldi, la famosa Sinibaldi, la
bellezza più superba della nostra terra, sindaco! La guardi bene.
Gian Battifiore aguzzò lo sguardo, stette un attimo estasiato poi
esclamò:
— Maravigliosa!
E Quarti continuava:
— Poi la Simetri, la biondissima: Annalena Vanni che ispirò tutto un
poema d'amore; la contessa Beatrice Marella, fiore degli stagni. Oh!
Guardi Marinella Albisi, la contessa Marinella: quella in celeste,
vicino al palco del generale. Le piace? È il viso più squisito ch'io mi
conosca!
Poi a voce più bassa:
— Il povero Vallata si uccise per lei.
— Davvero? Per una donna? — fece sdegnosamente Gian Battifiore.
— Per quella donna! — rispose Quarti.
Gian Battifiore rimase un poco perplesso fissando la soavissima
creatura e mormorò:
— L'uomo è sempre una bestia!
L'enumerazione piacevole continuò per qualche tempo, poi Quarti stava
per dire:
— E quella...
Ma il sindaco affrettandosi concluse:
— Quella la conosco troppo, troppo bene!
Volse le spalle e se ne andò. Il Quarti gli aveva indicato il viso
cupo, arcigno, sparuto di Asia, la tragica sorella dei tramonti
novembrini, la dolorosa immagine del costretto rifiuto.
Passò una nube su lo spirito di Gian Battifiore. Com'era subitamente
dileguato il velo di leggiadria che lo aveva ringiovanito di vent'anni!
Ecco per un cenno, per un viso egli si sentiva più vecchio delle
montagne, vedeva riapparire tutto il pandemonio che aveva turbato la
sua famiglia negli ultimi tempi trascorsi.
Trasse un grande sospiro e riguardò l'orologio. Mancavano pochi minuti
a l'ora fissata. Volse gli occhi attorno. Tutto era a l'ordine non
mancava che il conte Agesilao De' Lavilla coi professori tedeschi.
— Ma dove saranno? — si chiese. E stava per ispedire il Cavalier
Mostardo alla ricerca allorchè le cortine celanti l'entrata si
sollevarono e Fredrich Hoblein, Heinrich Krapffer, Sigmund Hoergritz
entrarono l'uno dopo l'altro lentamente, rigidamente, solennemente.
E siccome, per giungere alla cattedra oratoria, dovevan passare sotto
la tribuna degli studenti, un coro di brevi risa li seguì. Ma il
Cavalier Mostardo che avea il compito de l'entusiasmo, ebbe un grido di
evviva al quale rispose la sua numerosa popolar coorte.
— E sta bene! — mormorò Bortolo Sangiovese. Egli mostrava la sua bella
faccia rossa nella tribuna degli assessori.
Passò un silenzio preparatorio. Si aspettava veramente il conte
Agesilao De' Lavilla incaricato di presentare Fredrich Hoblein. Prima
però doveva inaugurar la seduta Gian Battifiore. Il gran silenzio
intimorì il povero maestro di democrazia. Tutti gli occhi convergevano
su lui; gli pareva avere fisso sul viso il fuoco di una lente enorme.
La musica municipale intonò la marcia della Giovane Romagna che fu
accolta da grida ed entusiasmò il popolo divoratore di semenza; sicchè
quando Gian Battifiore fu per prendere la parola (era giunto il conte
Agesilao De' Lavilla) non potè, chè, dal recinto popolare, una tempesta
di urli si levò in note acute e semitonate:
— L'Inno, l'Inno, l'Inno!
— Li hai invitati i tuoi guastamestieri? — gridò Gian Battifiore a
Ardito Popolini che gli era vicino. — Ora guarda che figura ci fanno
fare!
Il Popolini rimase un poco perplesso, guardò le tribune, guardò il
recinto de' suoi fratelli adottivi, poi come vide che il tumulto non
accennava a quietarsi, fece un cenno imperioso al capo musica che lo
fissava aspettando e le note belliche de l'inno di Garibaldi irruppero,
volarono come in uno scoppio di gioia. Tutti gli assessori si levarono
in piedi. Nel chiarissimo cielo di maggio sventolavano gli stendardi
rossi.
Poi come volle la buona sorte, il tumulto parve quietarsi. Passarono le
ultime grida:
— Evviva Mazzini e Garibaldi!
— Evviva Ermellini, evviva Saffi!
— Evviva la Repubblica Sociale!
E con più prudente voce:
— Abbasso gli sfruttatori!
Nelle tribune la calma regnò sovrana. Disse Regida alla contessa
Marinella:
— Così si commemora la memoria di uno scienziato. La Romagna è sempre
originale nelle sue vedute!
Ad un tratto il silenzio s'impose e Gian Battifiore potè pronunziare
il suo discorsetto che fu accolto da applausi fragorosi. Seguì il conte
Agesilao il quale disse poche parole di presentazione; Fredrich Hoblein
salì poi la cattedra degli oratori.
Una grande attenzione si fece intorno. Il Cavalier Mostardo si preparò
a l'applauso. L'Hoblein con voce lenta e precisa cominciò.
Vi fu qualche incertezza dapprima; gli studenti si protesero per
intender meglio, poi si udiron mormorii, sussurri, risatine.
L'Hoblein parlava latino.
E come il mormorio, con l'avanzare de l'orazione, si accrebbe e il
pubblico sempre più si mostrò disattento, il conte Agesilao fece al
Cavalier Mostardo il segno convenuto onde questi si dette ad applaudire
e dietro lui la massa dei seguaci.
Ma allorchè la calma fu ristabilita, durante una pausa che fece seguito
ad una lunga perorazione, si vide dal recinto del popolo sporgere il
viso malignetto e satiresco di Gargiuvîn e si udì la sua voce gridare
in note sopracute:
— Evviva l'anarchia!
E se l'ilarità accompagnò il bel gesto di mattoide, vi furon signore
che fecero il viso de l'arme onde ne nacque un certo turbamento.
— Fuori! — gridò una voce.
— Alla porta! — gridaron mille.
E il povero cianchettante ribelle fu preso fra i pennacchi rossi. Egli
non fece resistenza: sorrise e gli occhi suoi lampeggiarono come per un
trionfo.
Il corpo di guardia era a due passi; il tragitto fu brevissimo e
Gargiuvîn si lasciò condurre placidamente; ma quando fu per entrare,
s'inarcò su la persona, guardò le guardie che vegliavano il luogo ed
esclamò aprendo le braccia:
— Amici!... Son di ritorno!
Sventolavan ne l'aria i rossi stendardi del popolo e dal recinto un
coro di applausi si levò irrompendo nel luminoso mattino.