CAPITOLO VII.

Qui fa la sua prima comparsa il Cavalier Mostardo negli uffici

dell'«Aristogitone».

L'_Aristogitone_ era l'organo del partito repubblicano. Ne era anima e

corpo, Ardito Popolini, mente eletta e temperamento entusiastico.

Egli aveva avuto l'idea di sostenere il partito con un giornale,

il quale doveva essere ad un tempo: gogna dei disonesti, centro di

combattività per l'idea del Maestro e palestra aperta ai giovani

ingegni romagnoli, desiderosi di tentare il campo delle lettere e della

politica.

L'_Aristogitone_ aveva due avversari: _Il Cataclisma_, organo dei

socialisti rivoluzionari, che combatteva sotto l'egida di un motto

piuttosto medioevale: _Quia nominor leo!_; e _La Vera Croce_,

ebdomadario del partito clericale.

Ogni ingiuria creata ed ogni fantasia ingiuriosa che il clima della

calda Romagna alimentasse, trovava in detti giornali sua stabile dimora

per le ardenti e continue polemiche, nate da minime cause, divampanti

in perenni incendii.

Ardito Popolini, allorchè fu per porre un titolo al suo giornale,

frugò fra i suoi ricordi classici, perchè voleva togliersi dalle

comuni denominazioni. Rimase incerto così fra i nomi di due eroi della

libertà, dei quali conosceva le gesta: Armodio ed Aristogitone. Armodio

si prestava troppo ai facili giuochi di parola degli avversarii; la

scelta cadde su Aristogitone.

Quantunque avesse pensato a Vercingetorige, non lo elesse a vessillo,

che gli parve troppo barbaro.

Spiegò a' suoi lettori l'essenza del suo eroe e affisse, su la porta

della redazione, un cartello sul quale era stampata la seguente

dicitura:

_Redazione dell'ARISTOGITONE_ (*)

(*) ARISTOGITONE E ARMODIO

ANTICHI GRECI

FAMOSI PER LA LORO ARDITA CONGIURA

CONTRO GLI ODIATI TIRANNI IPPARCO E IPPIA

FIGLI DI

PISISTRATO L'USURPATORE

OGNI BUON REPUBBLICANO ONORI LA MEMORIA

DEI RIBELLI

Ciò per chi non sapeva. Naturalmente, Aristogitone divenne

popolarissimo tra gli uomini rossi. In tal guisa Ardito Popolini

dimostrò la sua coltura e la sua originalità e fu gran colpo per gli

avversari.

Ora frequentava gli uffici del giornale, i quali consistevano in una

sola camera a pianterreno, il Cavalier Mostardo.

Il Cavalier Mostardo aveva quarant'anni.

Portava il cappello su le ventiquattro, il colletto a pistagna e una

grande cravatta rossa; era alto, forte e piacente; gran mangiatore e

uomo di piacevoli vendette.

Il Cavalier Mostardo era un Nume.

I romagnoli adorano la forza muscolare, e Mostardo aveva dimostrato

in varie occasioni di possederne tanta, da far nutrire a' suoi simili

savio rispetto per la sua persona. Egli sollevava un uomo di statura

media, a braccio teso e con massima disinvoltura; fermava un barroccio

trascinato da due mule, afferrandolo per il verricello; faceva

divergere le sbarre di un'inferriata, con semplice garbo disinvolto.

Raccontava che, una volta, entrato in mischia, e trovatosi sprovvisto

di armi, afferrò per una gamba uno dei contendenti e se ne fece clava

mettendo così in isbaraglio, in pochi minuti, gli uomini inferociti.

Un'altra volta, combattendo in Calabria contro il brigantaggio, uccise

cinque malfattori di un colpo solo rovesciandoli in un precipizio. E

così via.

Le sue avventure erano eroiche. Egli le raccontava, ridendo del riso

solenne dei numi e lo stupore si appalesava negli occhi attoniti degli

ascoltatori. Qualcuno aveva fatto un calcolo però: secondo i fatti

d'arme ai quali Mostardo raccontava aver preso parte, egli avrebbe

raggiunto la rispettabile età di centocinquant'anni; ma siccome

l'eroe non amava essere contraddetto, ed aveva sempre qualche ragione

convincente, i maligni si guardavan bene dal comunicargli le loro

osservazioni.

Ora il suo nome di battesimo era Giovanni Casadei, nome che indicava la

sua origine ignota. Però, per la perfetta concordanza dei tipi, Augusto

Regida lo disse discendente da un antico eroe della città; del quale

eroe un cronista del quattrocento parlava in questi termini:

«Cavalier Mostardo, conduttiere et capitano di ventura, homo molto

pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle battaglie diverse

haveva havuto cento ferite nel suo corpo, delle quali mostrava le

cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di morte, et a

la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et più volte

combattè a corpo a corpo et sempre vinse».

Giovanni Casadei credette per davvero fosse il Cavalier Mostardo suo

antenato, sì che ne assunse il nome e si gloriò della discendenza.

Negli uffici de l'_Aristogitone_, il Cavaliere era la seconda persona;

la terza era Maraveja, vecchia nutrice di Ardito Popolini. Ella

assomigliava ad un arcolaio ed aveva negli occhi tutta la dolcezza

stanca delle favole che raccontava a' suoi innumerevoli nipoti. Seduta

tutto il giorno su l'uscio della casa di Popolini, faceva certi suoi

scacchi componenti una gran coperta matrimoniale destinata forse ad

una fra le bionde principesse delle sue fiabe, e si udiva sempre il

picchiettio sommesso de' suoi ferri da calza, simile al lento rodere

di un tarlo. La casa del suo figlioccio sorgeva in una strada vicina

ad una gran torre che segnava il tempo con le sue vecchie campane, fra

attimi brevi, quasi ad ogni pulsare di vena: e Maraveja, da lunghi

anni, vedeva morire il sole su le alte grondaie rossigne e vedeva

passare i fanciulli alle ore consuete. Essi crescevano di anno in

anno e la salutavano con varie voci. Ora viveva ella come ombra che si

attarda in crepuscoli estivi, solo del ricordo di un giorno.

— Ah, quando c'erano i tedeschi! — soleva dire. Allora aveva sposato,

e, per l'umile creatura, tutta la gioia vissuta era di quel tempo.

Il Mostardo amava la vecchia ch'egli chiamava _Nonna_, quasi per

antonomasia e l'amavano così tutti gli abitanti del Rione perchè ella

sapeva tacere e parlare a tempo.

Questa, la portinaia del giornale vulcanico nel quale si agitavano i

destini di tutta una gente.

Il Cavalier Mostardo fungeva da cronista ne l'_Aristogitone_; veramente

egli era analfabeta, ma il suo pensiero, passando attraverso la penna

del Popolini, nulla perdeva della sua originalità.

Il còmpito affidatogli di scovare notizie, le quali mettessero la città

a rumore, lo disimpegnava a maraviglia.

Molti scandali si dovevano alla sua perspicacia, al suo intuito da

segugio che sapeva scoprire le traccie le quali lo avrebbero tratto a

infallibile porto.

Per tale qualità il Cavalier Mostardo era molto temuto.

Un giorno, era trascorso forse un mese da l'arresto di Gargiuvîn, il

Mostardo, nelle ore del pomeriggio, andò, contro il suo solito, agli

uffici de l'_Aristogitone_.

A Maraveja ch'era seduta nella sua eterna posa, sugli scalini della

porta, chiese:

— C'è Ardito?

La vecchia, senza alzare il capo dal lavoro, rispose come sempre:

— Sì _donnino mio_!

Il Cavaliere spinse l'uscio ed entrò.

Ardito Popolini scriveva ad un gran tavolo posto in fondo alla stanza;

allorchè vide l'amico, emise una specie di saluto gutturale e riabbassò

subito gli occhi su le cartelle che riempiva di fitta calligrafia a

zampe di mosca.

Il Cavalier Mostardo a quell'ora, era sempre un po' alticcio nè

meritava il tempo e la fiducia di chi è spinto da continua fretta sul

suo fatale andare.

Mostardo si piantò in mezzo alla stanza. Aveva gli occhi un po' lucidi,

il viso era vermiglio come il vessillo del suo partito; i baffi diritti

e il cappello da parte accrescevano l'aria piacevolmente spavalda.

Si dondolò su la persona con le mani strette dietro le reni e il petto

un po' innanzi; guardò con insistenza l'amico suo, con un sorrisetto

furbo, come per dire: — Tu non immagini neppure ciò che sto per

rivelarti! — poi tossì leggermente. Attese qualche secondo e visto

che l'amichevole richiamo non serviva a distogliere Popolini dalle sue

profonde elucubrazioni, abbassò il capo, quasi a riordinar le idee, ed

esclamò con voce profonda:

— Io ho un'amante!

Rialzò gli occhi. L'altro continuava imperturbabile il suo lavoro.

Allora fece un passo innanzi e a voce più alta riprese:

— Io ho un'amante!

— Lo so! — disse Ardito e gonfiò le gote per l'impazienza.

— Ascolta — continuò il Cavalier Mostardo, col suo risolino arguto — la

mia donna si chiama.....

E il Popolini, scattando:

— Ermelinda Melisari, abita in via Pelle di leone, numero 34, piano

terzo a sinistra. Basta?

— Ma ascoltami! — ripetè con divina calma e in tono mitissimo il

Cavaliere: — Lasciami parlare!

— Non ho tempo, non ho tempo!

— Non vuoi ascoltarmi?

— No!

Il Popolini chinò di nuovo il capo sul suo lavoro.

Il Cavalier Mostardo, per nulla sconcertato, dondolandosi sempre su la

persona, sorrise.

Scorse breve tempo durante il quale il direttore de l'_Aristogitone_,

cercò riordinar le idee; ma, sotto l'insistenza dello sguardo del

Cavaliere, fu costretto inconsciamente a rialzare gli occhi.

— Ebbene lo fai tu l'articolo di fondo? — gridò a l'imperturbabile

compagno.

— Volentieri — rispose il Cavaliere con le sue più gentili inflessioni

di voce — ma non so scrivere.

— Allora lasciami lavorare, fammi questo regalo!

— Non vuoi ascoltarmi?

— Non ho tempo ora! Intendi o no?

Altra sosta, altro tentativo di lavoro. Il Popolini aveva ripreso

l'aire, ma stentando, interrompendosi a tratti, faticosamente, quasi

distillasse le parole ad una ad una, dal pensiero ribelle.

Mostardo lo lasciò fare per un po', poi, per la terza volta, con calma

indisturbata riprese:

— Io ho un'amante!

Popolini lanciò la penna sul muro, posò con forza le braccia sul tavolo

e aprì gli occhi oscuri ed inquieti sul volto del pacifico amico.

— Bravo! — disse il Cavalier Mostardo — ascolta adunque!

Ermelinda è una ragazza onesta, vuol bene a me e basta! Tu non ne vuoi

sentir parlare ed hai torto perchè, per mezzo suo, sono sulle traccie

di un mistero!

— E quale? — esclamò Ardito.

— Ascolta. Don Papera abita il secondo piano della casa di Ermelinda e

Don Papera è un prete che ha paura del diavolo e degli spiriti. Susanna

mi raccontava che la notte dorme col capo sotto alle lenzuola e non

ispegne il lume. Susanna è la sua cameriera: Lo sai? Sta bene.

Io odio i preti per convinzione e per sentimento, se posso tormentarne

qualcuno sono felice; il mio ideale sarebbe di porli tutti in fascio

dentro un vascello e mandarli a colonizzare il polo.

Ieri notte mi feci una pensatella graziosa. Mi dissi: Don Papera

rientra alle undici, io lo aspetterò sulle scale per fargli paura. E lo

aspettai.

Nascosto nel vano di una porta, avevo messo la giacchetta al rovescio,

e mi ero tirato il cappello sugli occhi. Quando Don Papera entrò,

salì le scale e mi fu vicino, sugli ultimi scalini, uscii dal mio

nascondiglio, afferrai il prete per una spalla e gli gridai: — Ed ora

confessati! — Pietà, pietà! — rispose tremando, ed io: — Non ho tempo,

spicciati! — Proprio come dicevi con me, poco fa. Sentivo che il povero

diavolo veniva a mancarmi sotto alle mani, pareva diventasse sempre più

piccolo; con un fil di voce rispose: — Io sono estraneo... io non ne

ho colpa... è stato Monsignor Rutilante! — Malmissole! pensai, qui si

tratta di cosa seria! — Ingrossata la voce ripresi: — Non è vero!...

Bada la pagherai per tutti! — L'altro respirava come un mantice ed io

pensavo: Ora mi muore ed è fatta! — Rispose ancora: — È stato Monsignor

Rutilante d'accordo con la contessa.... non odio gli anarchici. — Poi

sentii ch'era rimasto appeso al mio braccio, come fosse un cencio. Lo

adagiai su due scalini e me ne venni via.

Questa mattina Susanna mi ha detto che Don Papera è in letto con la

febbre.

Mostardo tacque e continuò ad arricciarsi i baffi. Ardito Popolini

s'era fatto serio e pensoso.

Disse quest'ultimo in tono grave:

— È tutto vero ciò che mi hai raccontato?

Mostarde fece un atto sdegnoso ed evasivo e non rispose.

— Allora — riprese Popolini — conviene parlarne nel giornale.

— Certamente.

— E se aspettassimo prove più convincenti?

— Bisogna agire subito! — rispose il Cavalier Mostardo.

Ardito si strinse la fronte fra le mani, rimase in silenzio per qualche

tempo, poi disse, scrollando il capo in atto risolutivo:

— Hai ragione. È necessario compromettere i nostri nemici. Tacendo,

lascieremmo loro tempo per riparare al mal fatto!

Riprese la penna e vergò frettolosamente un articolerò di cronaca che

lesse poi al Cavalier Mostardo.

«Fra poco sul conto dei nostri nemici, manipolatori della virtù, ne

avremo da raccontar delle belle.

«Il pubblico giudicherà allora chi meriti più la sua stima: se noi,

liberi pensatori, anime ribelli ma integramente sincere, o gli ipocriti

seguaci della Chiesa.

«Ciò che si promette, non sarà insinuazione maligna, ma verità

documentata!»

— Come va? — chiese Ardito a lettura finita.

— Benone! — rispose il Cavalier Mostardo.

— La mando in tipografia?

— Certamente.

— Mi assicuri l'esito dell'inchiesta che farai?

— Sulla mia coscienza! — rispose il Cavaliere, e inarcò le ciglia come

soleva fare allorquando Madonna Serietà lo invadeva co' suoi effimeri

fuochi.

E come decisero, fu fatto.

Il Cavalier Mostardo chiese consiglio al suo cuor leonino ed _entrò

in lizza_, giacchè egli considerava ogni atto della sua vita, come una

fiera battaglia.

Gli Uomini Rossi: Romanzo · 第 10 / 30 题