Qui fa la sua prima comparsa il Cavalier Mostardo negli uffici
dell'«Aristogitone».
L'_Aristogitone_ era l'organo del partito repubblicano. Ne era anima e
corpo, Ardito Popolini, mente eletta e temperamento entusiastico.
Egli aveva avuto l'idea di sostenere il partito con un giornale,
il quale doveva essere ad un tempo: gogna dei disonesti, centro di
combattività per l'idea del Maestro e palestra aperta ai giovani
ingegni romagnoli, desiderosi di tentare il campo delle lettere e della
politica.
L'_Aristogitone_ aveva due avversari: _Il Cataclisma_, organo dei
socialisti rivoluzionari, che combatteva sotto l'egida di un motto
piuttosto medioevale: _Quia nominor leo!_; e _La Vera Croce_,
ebdomadario del partito clericale.
Ogni ingiuria creata ed ogni fantasia ingiuriosa che il clima della
calda Romagna alimentasse, trovava in detti giornali sua stabile dimora
per le ardenti e continue polemiche, nate da minime cause, divampanti
in perenni incendii.
Ardito Popolini, allorchè fu per porre un titolo al suo giornale,
frugò fra i suoi ricordi classici, perchè voleva togliersi dalle
comuni denominazioni. Rimase incerto così fra i nomi di due eroi della
libertà, dei quali conosceva le gesta: Armodio ed Aristogitone. Armodio
si prestava troppo ai facili giuochi di parola degli avversarii; la
scelta cadde su Aristogitone.
Quantunque avesse pensato a Vercingetorige, non lo elesse a vessillo,
che gli parve troppo barbaro.
Spiegò a' suoi lettori l'essenza del suo eroe e affisse, su la porta
della redazione, un cartello sul quale era stampata la seguente
dicitura:
_Redazione dell'ARISTOGITONE_ (*)
(*) ARISTOGITONE E ARMODIO
ANTICHI GRECI
FAMOSI PER LA LORO ARDITA CONGIURA
CONTRO GLI ODIATI TIRANNI IPPARCO E IPPIA
FIGLI DI
PISISTRATO L'USURPATORE
OGNI BUON REPUBBLICANO ONORI LA MEMORIA
DEI RIBELLI
Ciò per chi non sapeva. Naturalmente, Aristogitone divenne
popolarissimo tra gli uomini rossi. In tal guisa Ardito Popolini
dimostrò la sua coltura e la sua originalità e fu gran colpo per gli
avversari.
Ora frequentava gli uffici del giornale, i quali consistevano in una
sola camera a pianterreno, il Cavalier Mostardo.
Il Cavalier Mostardo aveva quarant'anni.
Portava il cappello su le ventiquattro, il colletto a pistagna e una
grande cravatta rossa; era alto, forte e piacente; gran mangiatore e
uomo di piacevoli vendette.
Il Cavalier Mostardo era un Nume.
I romagnoli adorano la forza muscolare, e Mostardo aveva dimostrato
in varie occasioni di possederne tanta, da far nutrire a' suoi simili
savio rispetto per la sua persona. Egli sollevava un uomo di statura
media, a braccio teso e con massima disinvoltura; fermava un barroccio
trascinato da due mule, afferrandolo per il verricello; faceva
divergere le sbarre di un'inferriata, con semplice garbo disinvolto.
Raccontava che, una volta, entrato in mischia, e trovatosi sprovvisto
di armi, afferrò per una gamba uno dei contendenti e se ne fece clava
mettendo così in isbaraglio, in pochi minuti, gli uomini inferociti.
Un'altra volta, combattendo in Calabria contro il brigantaggio, uccise
cinque malfattori di un colpo solo rovesciandoli in un precipizio. E
così via.
Le sue avventure erano eroiche. Egli le raccontava, ridendo del riso
solenne dei numi e lo stupore si appalesava negli occhi attoniti degli
ascoltatori. Qualcuno aveva fatto un calcolo però: secondo i fatti
d'arme ai quali Mostardo raccontava aver preso parte, egli avrebbe
raggiunto la rispettabile età di centocinquant'anni; ma siccome
l'eroe non amava essere contraddetto, ed aveva sempre qualche ragione
convincente, i maligni si guardavan bene dal comunicargli le loro
osservazioni.
Ora il suo nome di battesimo era Giovanni Casadei, nome che indicava la
sua origine ignota. Però, per la perfetta concordanza dei tipi, Augusto
Regida lo disse discendente da un antico eroe della città; del quale
eroe un cronista del quattrocento parlava in questi termini:
«Cavalier Mostardo, conduttiere et capitano di ventura, homo molto
pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle battaglie diverse
haveva havuto cento ferite nel suo corpo, delle quali mostrava le
cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di morte, et a
la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et più volte
combattè a corpo a corpo et sempre vinse».
Giovanni Casadei credette per davvero fosse il Cavalier Mostardo suo
antenato, sì che ne assunse il nome e si gloriò della discendenza.
Negli uffici de l'_Aristogitone_, il Cavaliere era la seconda persona;
la terza era Maraveja, vecchia nutrice di Ardito Popolini. Ella
assomigliava ad un arcolaio ed aveva negli occhi tutta la dolcezza
stanca delle favole che raccontava a' suoi innumerevoli nipoti. Seduta
tutto il giorno su l'uscio della casa di Popolini, faceva certi suoi
scacchi componenti una gran coperta matrimoniale destinata forse ad
una fra le bionde principesse delle sue fiabe, e si udiva sempre il
picchiettio sommesso de' suoi ferri da calza, simile al lento rodere
di un tarlo. La casa del suo figlioccio sorgeva in una strada vicina
ad una gran torre che segnava il tempo con le sue vecchie campane, fra
attimi brevi, quasi ad ogni pulsare di vena: e Maraveja, da lunghi
anni, vedeva morire il sole su le alte grondaie rossigne e vedeva
passare i fanciulli alle ore consuete. Essi crescevano di anno in
anno e la salutavano con varie voci. Ora viveva ella come ombra che si
attarda in crepuscoli estivi, solo del ricordo di un giorno.
— Ah, quando c'erano i tedeschi! — soleva dire. Allora aveva sposato,
e, per l'umile creatura, tutta la gioia vissuta era di quel tempo.
Il Mostardo amava la vecchia ch'egli chiamava _Nonna_, quasi per
antonomasia e l'amavano così tutti gli abitanti del Rione perchè ella
sapeva tacere e parlare a tempo.
Questa, la portinaia del giornale vulcanico nel quale si agitavano i
destini di tutta una gente.
Il Cavalier Mostardo fungeva da cronista ne l'_Aristogitone_; veramente
egli era analfabeta, ma il suo pensiero, passando attraverso la penna
del Popolini, nulla perdeva della sua originalità.
Il còmpito affidatogli di scovare notizie, le quali mettessero la città
a rumore, lo disimpegnava a maraviglia.
Molti scandali si dovevano alla sua perspicacia, al suo intuito da
segugio che sapeva scoprire le traccie le quali lo avrebbero tratto a
infallibile porto.
Per tale qualità il Cavalier Mostardo era molto temuto.
Un giorno, era trascorso forse un mese da l'arresto di Gargiuvîn, il
Mostardo, nelle ore del pomeriggio, andò, contro il suo solito, agli
uffici de l'_Aristogitone_.
A Maraveja ch'era seduta nella sua eterna posa, sugli scalini della
porta, chiese:
— C'è Ardito?
La vecchia, senza alzare il capo dal lavoro, rispose come sempre:
— Sì _donnino mio_!
Il Cavaliere spinse l'uscio ed entrò.
Ardito Popolini scriveva ad un gran tavolo posto in fondo alla stanza;
allorchè vide l'amico, emise una specie di saluto gutturale e riabbassò
subito gli occhi su le cartelle che riempiva di fitta calligrafia a
zampe di mosca.
Il Cavalier Mostardo a quell'ora, era sempre un po' alticcio nè
meritava il tempo e la fiducia di chi è spinto da continua fretta sul
suo fatale andare.
Mostardo si piantò in mezzo alla stanza. Aveva gli occhi un po' lucidi,
il viso era vermiglio come il vessillo del suo partito; i baffi diritti
e il cappello da parte accrescevano l'aria piacevolmente spavalda.
Si dondolò su la persona con le mani strette dietro le reni e il petto
un po' innanzi; guardò con insistenza l'amico suo, con un sorrisetto
furbo, come per dire: — Tu non immagini neppure ciò che sto per
rivelarti! — poi tossì leggermente. Attese qualche secondo e visto
che l'amichevole richiamo non serviva a distogliere Popolini dalle sue
profonde elucubrazioni, abbassò il capo, quasi a riordinar le idee, ed
esclamò con voce profonda:
— Io ho un'amante!
Rialzò gli occhi. L'altro continuava imperturbabile il suo lavoro.
Allora fece un passo innanzi e a voce più alta riprese:
— Io ho un'amante!
— Lo so! — disse Ardito e gonfiò le gote per l'impazienza.
— Ascolta — continuò il Cavalier Mostardo, col suo risolino arguto — la
mia donna si chiama.....
E il Popolini, scattando:
— Ermelinda Melisari, abita in via Pelle di leone, numero 34, piano
terzo a sinistra. Basta?
— Ma ascoltami! — ripetè con divina calma e in tono mitissimo il
Cavaliere: — Lasciami parlare!
— Non ho tempo, non ho tempo!
— Non vuoi ascoltarmi?
— No!
Il Popolini chinò di nuovo il capo sul suo lavoro.
Il Cavalier Mostardo, per nulla sconcertato, dondolandosi sempre su la
persona, sorrise.
Scorse breve tempo durante il quale il direttore de l'_Aristogitone_,
cercò riordinar le idee; ma, sotto l'insistenza dello sguardo del
Cavaliere, fu costretto inconsciamente a rialzare gli occhi.
— Ebbene lo fai tu l'articolo di fondo? — gridò a l'imperturbabile
compagno.
— Volentieri — rispose il Cavaliere con le sue più gentili inflessioni
di voce — ma non so scrivere.
— Allora lasciami lavorare, fammi questo regalo!
— Non vuoi ascoltarmi?
— Non ho tempo ora! Intendi o no?
Altra sosta, altro tentativo di lavoro. Il Popolini aveva ripreso
l'aire, ma stentando, interrompendosi a tratti, faticosamente, quasi
distillasse le parole ad una ad una, dal pensiero ribelle.
Mostardo lo lasciò fare per un po', poi, per la terza volta, con calma
indisturbata riprese:
— Io ho un'amante!
Popolini lanciò la penna sul muro, posò con forza le braccia sul tavolo
e aprì gli occhi oscuri ed inquieti sul volto del pacifico amico.
— Bravo! — disse il Cavalier Mostardo — ascolta adunque!
Ermelinda è una ragazza onesta, vuol bene a me e basta! Tu non ne vuoi
sentir parlare ed hai torto perchè, per mezzo suo, sono sulle traccie
di un mistero!
— E quale? — esclamò Ardito.
— Ascolta. Don Papera abita il secondo piano della casa di Ermelinda e
Don Papera è un prete che ha paura del diavolo e degli spiriti. Susanna
mi raccontava che la notte dorme col capo sotto alle lenzuola e non
ispegne il lume. Susanna è la sua cameriera: Lo sai? Sta bene.
Io odio i preti per convinzione e per sentimento, se posso tormentarne
qualcuno sono felice; il mio ideale sarebbe di porli tutti in fascio
dentro un vascello e mandarli a colonizzare il polo.
Ieri notte mi feci una pensatella graziosa. Mi dissi: Don Papera
rientra alle undici, io lo aspetterò sulle scale per fargli paura. E lo
aspettai.
Nascosto nel vano di una porta, avevo messo la giacchetta al rovescio,
e mi ero tirato il cappello sugli occhi. Quando Don Papera entrò,
salì le scale e mi fu vicino, sugli ultimi scalini, uscii dal mio
nascondiglio, afferrai il prete per una spalla e gli gridai: — Ed ora
confessati! — Pietà, pietà! — rispose tremando, ed io: — Non ho tempo,
spicciati! — Proprio come dicevi con me, poco fa. Sentivo che il povero
diavolo veniva a mancarmi sotto alle mani, pareva diventasse sempre più
piccolo; con un fil di voce rispose: — Io sono estraneo... io non ne
ho colpa... è stato Monsignor Rutilante! — Malmissole! pensai, qui si
tratta di cosa seria! — Ingrossata la voce ripresi: — Non è vero!...
Bada la pagherai per tutti! — L'altro respirava come un mantice ed io
pensavo: Ora mi muore ed è fatta! — Rispose ancora: — È stato Monsignor
Rutilante d'accordo con la contessa.... non odio gli anarchici. — Poi
sentii ch'era rimasto appeso al mio braccio, come fosse un cencio. Lo
adagiai su due scalini e me ne venni via.
Questa mattina Susanna mi ha detto che Don Papera è in letto con la
febbre.
Mostardo tacque e continuò ad arricciarsi i baffi. Ardito Popolini
s'era fatto serio e pensoso.
Disse quest'ultimo in tono grave:
— È tutto vero ciò che mi hai raccontato?
Mostarde fece un atto sdegnoso ed evasivo e non rispose.
— Allora — riprese Popolini — conviene parlarne nel giornale.
— Certamente.
— E se aspettassimo prove più convincenti?
— Bisogna agire subito! — rispose il Cavalier Mostardo.
Ardito si strinse la fronte fra le mani, rimase in silenzio per qualche
tempo, poi disse, scrollando il capo in atto risolutivo:
— Hai ragione. È necessario compromettere i nostri nemici. Tacendo,
lascieremmo loro tempo per riparare al mal fatto!
Riprese la penna e vergò frettolosamente un articolerò di cronaca che
lesse poi al Cavalier Mostardo.
«Fra poco sul conto dei nostri nemici, manipolatori della virtù, ne
avremo da raccontar delle belle.
«Il pubblico giudicherà allora chi meriti più la sua stima: se noi,
liberi pensatori, anime ribelli ma integramente sincere, o gli ipocriti
seguaci della Chiesa.
«Ciò che si promette, non sarà insinuazione maligna, ma verità
documentata!»
— Come va? — chiese Ardito a lettura finita.
— Benone! — rispose il Cavalier Mostardo.
— La mando in tipografia?
— Certamente.
— Mi assicuri l'esito dell'inchiesta che farai?
— Sulla mia coscienza! — rispose il Cavaliere, e inarcò le ciglia come
soleva fare allorquando Madonna Serietà lo invadeva co' suoi effimeri
fuochi.
E come decisero, fu fatto.
Il Cavalier Mostardo chiese consiglio al suo cuor leonino ed _entrò
in lizza_, giacchè egli considerava ogni atto della sua vita, come una
fiera battaglia.