Nel quale Don Papera si trova in un terribile ginepraio e non sa come
uscirne.
Per qualche giorno il saggio prete non uscì di casa; dette ordine a
Susanna di far le provviste per una settimana, chiuse ermeticamente
porte e finestre, accese la lucerna e si dette a considerare versetto
per versetto, con soave intensità d'attenzione, una sua grande Bibbia.
Egli si dilettava di interpretare il senso religioso del Cantico
dei Cantici il quale aveva suo inizio con sì dolci parole: «_Bacimi
egli de' baci della sua bocca: perciocchè i tuoi amori son migliori
che il vino._» Anzi, ogni qualvolta aprisse la sua Bibbia, tant'era
l'abito di questa di mostrare una determinata faccia, che non v'era
caso capitassero, sotto agli occhi del reverendo, le disperate parole
de l'Ecclesiaste o le violente visioni di Isaia: sempre il prediletto
libro gli porgeva il prediletto frutto: il più bel canto che abbian
mai accompagnato, nel lento giro delle danze primaverili, i queruli
salterï.
E Don Papera si compiaceva provare la sua bella vocetta dai toni
bianchi, nella declamazione dei versetti dai quali balzavan le immagini
voluttuose in continuo susseguirsi, quasichè l'intera giovinezza di un
popolo avesse nel breve canto, profuso con regale magnificenza tutto
l'amor suo.
Chino su le pagine giallastre, un braccio gesticolante ne l'aria, Don
Papera, entusiasmandosi di parola in parola, cresceva tono, fino ad
esplicar tutta la potenzialità della sua voce.
E nella stanza non era che Susanna intenta ad avviar qualche sua lunga,
abbominevole calza.
Diceva il sacerdote:
«_O figliuola di principe, quanto son belli i tuoi piedi nel lor
calzamento! le giunture delle tue cosce son come monili di lavoro di
mani d'artefice_....»
Susanna alzava gli occhi riabbassandoli in fretta e l'altro cresceva
tono gesticolando sempre più disperatamente, col braccio teso sul capo:
«_Il tuo bellico è una tazza ritonda, nella quale non manca giammai
beveraggio: il tuo ventre è un mucchio di grano intorniato di gigli._»
Altra pausa. Maraviglia de l'uditorio ed entusiasmo crescente de
l'oratore.
«_Le tue due mammelle paiono due cavrioletti gemelli_....»
Or avveniva quasi sempre che Susanna la quale, poverella, essendo
nata in campagna non conosceva troppe sottigliezze distintive, si
appropriasse la squisita serie di bibliche galanterie ed interrompesse
la lettura, con la risatella di sdegno consenziente comune alle
creature semplici.
Don Papera alzava gli occhi furibondi dal libro galeotto.
— Perchè ridi, stupida?
— Ma.... padrone....
— Quando leggo, non devi ascoltare!
— Debbo andare in cucina? — chiedeva Susanna facendo l'atto di levarsi.
Don Papera, il quale poco simpatizzava con la solitudine, si affrettava
a rispondere:
— No rimani, e non ridere.
— Ma... dice delle sciocchezze!
— Io non dico nulla! — gridava il prete: — Io leggo il libro sacro, il
libro di Dio e tu non capisci niente!
— Può darsi!
Susanna chinava la testolina di bimba sedicenne su la sua abbominevole
calza e sorrideva muta allorchè Don Papera, continuando, diceva
con gran serietà, quelle tali cose ch'ella aveva udito, in forme
differenti, ben altre volte; ma sussurrate a l'orecchio, in qualche
aia remota, fra l'uggiolar dei cani e il palpitìo legnoso delle lontane
maciulle.
Ora, nei pochi giorni di malinconica prigionia, Don Papera, ad ogni
scampanellata, ebbe un sussulto timoroso e si consigliò con Susanna.
Che fare? La paura è una compagna che ha mille occhi; ella si trasmuta
nelle forme più bizzarre: per sollazzarsi degli uomini coi quali
simpatizza e li veglia da buona madre e sussurra loro mille sospetti
sì da renderli piacevolmente fanciulli. La paura che ha l'oscura
profondità de l'abisso e la gaietta sembianza dei conigli e delle
mansuete pecore, si compiace delle sue creature, mai le abbandona,
e, varia, molteplice, universa come lo spazio, avvolge a volte per
i repentini guizzi delle sue enigmatiche comparse tutte le cose che
ebbero il potere di un'ombra su la terra poichè il destino le trasse
dai gurgiti del mare.
Madonna Paura amava Don Papera tantochè questi, per l'assidua
vegliante, aveva adottato e il fare guardingo e il dubitoso dire e la
rinunzia a qualsiasi comando o volontà di possesso su cosa controversa.
Cauto, tollerante, remissivo con gli uomini sempre, con le donne
talvolta, il piccolo prete palliduccio e mingherlino cercava seguire
una sua viuzza oscura che non recasse danno a nessuno, che a nessuno
desse noia; e si curvava tutto ne l'ombra per passare inosservato e
s'inchinava ai burberi, povera piccola creatura! Perchè è ben naturale
che al mondo si debba vivere con solazzevole pace.
Era modesto; un po' pettegolo forse, ma con discreta parsimonia;
gli piaceva dir male del prossimo, ma, in tutta segretezza, sotto il
vincolo del giuramento. D'altra parte gli uomini non erano lo specchio
della bontà e, se Don Papera ne biasimava la condotta, lo faceva per
augurar loro il perdono da Colui che, sempre benevolente, è disposto ad
indulgere.
Aveva due occhietti di adamatica ingenuità infitti a fior di pelle
alle prime radici di un gran naso angolare, sottile come una lamina; la
boccuccia asciutta stirata in sorrisetto benigno, lasciava in mostra,
per tale particolare atteggiamento, i denti giallastri. Portava il capo
leggermente inclinato su la spalla sinistra.
Ora nel terzo giorno di prigionia, Susanna presentò al suo piccioletto
signore, una lettera che il postino, aveva fatto passare fra l'uscio e
la soglia.
— Una lettera?! — esclamò Don Papera — e dove l'hai trovata?
— Nella stanza d'ingresso.
— Quando?
— Poco fa.
— Oh! — fece il reverendo e rimase fisso a guardare la calligrafia de
l'indirizzo; poi con subita decisione, strappò la busta e lesse:
«Molto Reverendo,
«Vi prego intervenire domani all'adunanza che si terrà al mio
domicilio (Via Sacro Cuore, N. 10) alle ore tre pomeridiane.
«Non mancate poichè la seduta sarà di somma importanza e vi si
dovranno discutere cose gravissime.
«P. RUTILANTE EMERSI.»
Rilesse, si passò una mano su la fronte, alzò gli occhi al soffitto,
guardò Susanna ed esclamò:
— È fatta!
Per quel giorno più non ebbe pace. L'indecisione lo tenne,
palleggiandolo piacevolmente fra due punti estremi, onde mille volte
guardò Susanna con aria interrogativa e le chiese:
— Che debbo fare?
La piacente camerista non seppe quale consiglio suggerirgli, essendole
ignota la causa che poneva in simile turbamento il suo signore, sicchè
rispose imperturbabile, col fatalismo rassegnato che è proprio delle
genti della campagna romagnola:
— Ma?! Ci penserà il buon Dio!
E Don Papera la guardò con gli occhi foschi. Se non si fosse trattato
della Grande Maestà de l'Eterno, avrebbe sentito, la piccola ignorante,
come sapevan d'amaro le sue parole.
Giunto il momento fatale, Don Papera ebbe la disperata decisione dei
deboli: infilò una veste, si pose il tricorno ed uscì. In via Sacro
cuore, trovò adunati Don Barchetta, Don Eucaristia e molti altri
reverendi.
Al suo giungere passò qualche risolino sardonico, perchè Don Papera era
valutato un niente da' suoi colleghi. Già il suo nome era Abelardo; il
nomignolo, col quale era noto a tutti, gli era stato imposto a l'inizio
della carriera e precisamente al tempo del suo primo quaresimale.
Allora, fresco di studi, ci teneva a far bella figura; la timidezza lo
perdette.
Quando si trovò su l'alto del pulpito e guardò la folla assiepata
che aspettava le sue parole, un gran tremore lo colse, pensò a ciò
che avrebbe detto, al suono della sua voce, al giro de' pensieri suoi
e gli parve essere innanzi ad una tenebra fitta. Aveva preparato un
panegirico coi fiocchi: _Gesù a Gerusalemme_ — frutto di lungo lavoro:
ora non ne ricordava parola. Comunque fosse, bisognava ben parlare!
Trasse un grande sospiro, puntò le mani sul parapetto del pulpito e si
protese verso la folla sperduta ne l'oscurità. — La sua voce risuonò
ad un tratto sotto le grandi arcate e parve un'altra! Dio, che pena! Ma
chi parlava? Era veramente lui? Don Abelardo? Poi udì qualche sussurro.
Aveva detto, dimenticando una semplice regola di madre grammatica:
— _Fedele e fedeli!_
Ciò bastò per aumentar a mille doppi l'intenso timore che lo faceva
tremare a verga a verga. Dopo una sosta, fatalmente, a voce alta,
scandendo le sillabe, continuò:
— Allorchè dalla verde, dalla lussureggiante Galilea, portato
da Dio che lo guidava sulle vie della salvazione, _Gerù scese in
Gesuralemme_...
Breve pausa. Che aveva detto mai? sentiva salire un mormorio cupo,
giù, da l'ombra minacciosa e vedeva i volti più vicini atteggiati
in ismorfie di riso trattenuto. Alzò gli occhi agli alti domi per
dimenticare il presente e proseguì:
— ... un fatale monito _dagli oscuri veli cielò_... un fatale monito
_cielò dagli oscuri veli_...
Altra pausa. Riprese quasi singhiozzando: Dagli oscuri cieli velò il
cuore degli uomini pravi, delle male femmine e dei perduti.
Doveva dire ancora, più innanzi, in un punto in cui, por il crescendo
della voce e l'incitamento della passione, la folla si sarebbe
commossa; doveva dire: _Una folgore minacciosa_... ecc. — E, rincorato
un poco, che, tanto tanto una diecina di periodi si erano annodati
bellamente in seguito decoroso, prese lo slancio oratorio, protese le
braccia sul capo, e, nel silenzio, gridò:
— Sì, fratelli, fu proprio allora che _una fragorosa minaccia_ piombò
su gli infedeli!...
Fu uno scandalo! Subitamente una pazza risata salì, si propagò fra la
folla e risuonò bacchicamente nel tempio. Egli era perduto. Scese dal
pulpito e da quel tempo gli fu tolta la facoltà di predicare e gli fu
imposto il nomignolo di Don Papera.
Trovatosi adunque Don Papera nella grande sala del palazzo vescovile,
fra una severa ricchezza di arredi (ricchezza che gli toglieva ogni
facoltà di libero movimento onde più non sapeva come atteggiarsi e
dove guardare) rimase alcun tempo immobile a pochi passi dalla soglia,
sorridendo a destra ed a sinistra, senza sapere precisamente a chi;
poi, scorto poco lontano un gruppo di preti che discutevano con
animazione, vi si mischiò quasi a nascondervisi.
Poco stette ascoltando e poco apprese dal vociferio indistinto, chè un
subito movimento di sorpresa mosse tutti a guardare ad un punto, e lui
con gli altri.
Una pesante cortina di velluto rosso, in fondo alla sala, si era
sollevata, e l'alta e mirifica persona di Rutilante era apparsa nel
vano, in posa di «_Non mette conto!_»
Avanzò inchinandosi leggermente e mentre tutti rispondevano con
rispettoso ossequio al suo saluto, si sedette su la sua grande
poltrona, adorna come una signora crepuscolare.
Poichè erano convenuti in quel giorno, per suo ordine, anche i parroci
delle lontane campagne, Don Rutilante cominciò da questi e dette loro
singoli avvertimenti e consigli, licenziandoli poi ad uno ad uno.
Disse ad esempio a Don Rosolia, parroco di Mongrande, di non avere più
tante tenerezze per i socialisti della sua parecchia; a Don Presente,
prete evoluzionista, di intendimenti prettamente moderni, impose, sotto
minaccia di grave punizione, di togliere l'indecorosa iscrizione posta
a sommo della Chiesa.
Don Presente vedendo che i fedeli non erano più assidui alle funzioni
religiose, per richiamarli, su la facciata della chiesa, fra due enormi
mani nere da l'indice teso, aveva fatto dipingere a lettere cubitali le
seguenti parole: — _Qui si parla di Dio!_
Ciascuno ebbe il suo consiglio o il suo avvertimento severo. La sala si
sfollò lentamente e come Don Papera si vide sempre più solo, più il suo
timore si accrebbe.
Finalmente rimasero di fronte al gran vescovo dai folti sopraccigli:
Don Papera, Don Barchetta, Don Eucaristia, Don Giovanni, Don Crisantemo
e Don Amilcare.
Il Vescovo stette alcun tempo in silenzio quasi si concentrasse,
poi, da una tasca segreta della lunga veste, tolse una copia de
l'_Aristogitone_.
Don Barchetta tossì e Don Amilcare, un prete donnaiuolo, ciarliero ed
aggressivo, mormorò:
— Io non c'entro!
— Neanch'io! — soggiunse Don Papera chinando il capo.
E Don Crisantemo, sacerdote dagli eterni dubbi, chiosò, alzando gli
occhi al soffitto e continuando metodicamente la rotazione dei pollici:
— Speriamo!
— Saprete — prese a dire Monsignor Rutilante — come il giornale del
partito repubblicano, abbia qualche giorno fa pubblicato un articoletto
di cronaca nel quale si minacciano rivelazioni gravi a proposito del
noto affare Liturgico-Battifiore. Dette rivelazioni implicherebbero
naturalmente una campagna, aspra e dannosa al massimo grado, contro il
partito clericale.
Ora io ho iniziato particolari ricerche, riuscite fino ad ora
infruttuose, per sapere dove e come il Signor Popolini, o chi per esso,
possa avere assunto le gravi informazioni, le quali, naturalmente,
condurrebbero i nostri nemici su le traccie dei fuggitivi. Riuscirò
all'intento, sviando le malvagie insidie! Comunque sia, chiedo fin
d'ora il vostro indispensabile aiuto.
Voi conoscete la doppia conversione che siamo per compiere mercè
l'opera oculata ed assidua del molto Reverendo Canonico Bartoletti,
il quale si è recato appositamente al Castello dei Lecci; ora,
sarebbe atroce se le nostre migliori speranze venissero troncate di
un colpo per il divulgarsi della cosa. Come ho detto, fino ad ora
non ho certezze; ho solo alcuni indizi (e qui guardò acutamente Don
Papera) i quali mi condurranno o prima o poi a buon porto. Comunque
sia raccomando la massima oculatezza (e fissò sempre il povero
piccolo prete) la prudenza più rigorosa, la segretezza più assoluta.
Se qualcuno fra voi (qui la voce crebbe e gli occhi lampeggiarono
minacciosi) trasgredisce a questi miei ordini, che sono la volontà
della Chiesa, mi troverò costretto a punirlo con severità della quale
fin qui non ho dato esempio!
— Io non so niente! — sussurrò Don Papera che si credeva diggià
scoperto.
— Non ho parlato con lei in particolare! — soggiunse Monsignor
Rutilante: — Vi ho messi tutti sull'avviso. D'altra parte credo che
ognuno agirà da buon sacerdote.
— Speriamo! disse Don Crisantemo.
E Don Barchetta sorridendo:
— Può darsi!
— Ma io vorrei — riprese don Amilcare — vorrei che Ella specificasse
i suoi dubbi perchè da sacerdote onesto non posso lasciare che altri
supponga...
— Nessuno può supporre un ette, dal momento che io solo so. D'altra
parte hanno intesa la mia volontà. Ora ogni discussione è esaurita.
I sacerdoti s'inchinarono, poi, siccome il comando del gran vescovo
dagli occhi volpini era stato esplicito, uscirono uno alla volta,
lentamente, in silenzio.
Quando Don Papera si trovò nella strada, già erano accese le prime
scialbe fiammelle dei fanali. Udì per ultima la voce di Don Barchetta,
il quale diceva:
— Già già, l'affaruccio si complica. Prima Fedele e Didino: amor
fraterno, disinteressato e platonico; poi Didino ed Europa: amor
fulmineo, irresistibile, sensuale; infine Didino, Europa, il canonico
Bartoletti e una piccola cicala che canta. C'è un po' d'idilio, un
po' di farsa e si delinea la tragedia. Ci divertiremo! — E se ne andò
fregandosi le mani.
Don Papera prosegui la sua via rasentando i muri e guardò con la coda
de l'occhio, sospettosamente tutti i passanti, vicini o lontani. Non
mai, come in quella sera, la paura lo arroncigliò e sì forte lo tenne.
Non fece dieci passi senza rivolgere il capo. Gli parve aver sempre
alle spalle qualcuno che lo seguisse spiandolo. Quando svoltò per un
vicoletto oscuro che scorreva fra due alte mura, cercò farsi piccolo
piccolo, per non essere osservato, per non esser veduto neppure dai
tralci d'edera o dai rami di glicinie, i quali, soverchiando gli alti
ripari, condiscendevano per buon tratto lungo le mura screpolate, nidi
alle lucertole e culla di tenaci gramigne.
La metodica luna, spavento delle solitarie cagne, adornatrice di tenui
ricami; invocata dai grandi alberi ciechi, immobili giganti della
terra e sorrisa nel suo viaggio, dagli occhi delle querule rane che
l'abboccano negli stagni, non aveva peranco raggiunto il colmo del suo
andare, sì che, celata in parte da una muraglia, proiettava su l'altra
e la sua luce metallica e l'ombra lieve dello cose.
Don Papera, a tratti, aveva un sussulto di paura, poichè vedeva, per
l'affanno del vento, le ombre rincorrersi e scomparire; sminuire e
giganteggiare in successione continua.
Andava così tutto timoroso e della notte e della triste fortuna che
lo perseguitava, allorchè udì, proprio dietro le spalle, una voce
imperiosa gridargli:
— Fermati Don Papera!
Il povero prete provò quel tal brivido che imbianca d'improvviso il
volto e priva il corpo di ogni vigoria, sicchè, come non ebbe forza
di continuare il cammino, così non trovò il coraggio di rivolgersi. Si
appoggiò al muro e si posò una mano sul cuore il quale ballava una sua
indemoniata furlana.
Poi la stessa voce ripetè:
— Buona sera cittadino!
Don Papera alzò gli occhi, tutto rincorato da l'augurio e provò un
impeto di gratitudine per lo sconosciuto, perchè si aspettava qualche
grave insulto. Quando riconobbe il Cavalier Mostardo, gli tese le mani
e disse con la tenera foga dei deboli ai quali preme ingraziarsi i
forti:
— Buona sera, caro Cavaliere, buona sera! Come state? Come mai siete da
queste parti?
— Ti cercavo — disse il repubblicano.
— Mi cercavate?
— Si, tu devi dirmi alcune cose che sai.
— Io non so nulla, io non so nulla! — sussurrò Don Papera, e si sentì
morire.
Il Cavalier Mostardo, da quattro giorni dava la caccia a Don Papera.
Avendolo visto uscire in quel pomeriggio, architettò il piano per
catturarlo.
— Ascolta cittadino! — prosegui Mostardo, dondolandosi su la persona: —
Io non ti farò alcun male però ti avviso che di qui non potrai fuggire.
Ai due sbocchi del vicolo, ci sono gli amici miei; se urli nessuno ti
udirà. Poi, con me non si scherza e tu lo sai.
— Ma io non vi ho fatto niente! — sussurrò la povera creatura mesta. —
Lasciatemi in pace, per la carità del vostro Dio!
— Guarda! — esclamò l'uomo rosso alzando un dito in segno d'attenzione:
— Se tu dirai ciò che voglio sapere, ti prenderò sotto la mia
protezione e ti giuro che non vi sarà persona la quale si attenti di
torcerti un capello. Tu mi conosci! Il primo che ti tocca lo mando
a fare una visita alla moglie del sonno e sai ch'io non le faccio
spicciolare le mie monete!... Una e due!... — E Don Papera vide
luccicare in due atti bruschi, qualcosa di orribilmente lucido nel
baglior lunare.
— Però... — continuò lentamente il Cavalier Mostardo — però se vorrai
fare il cocciuto e intestarti nel silenzio, non mi faccio garante di
nulla. Accada ciò che vuol accadere!
— Ma io non so niente! — riprese il sacerdote. — Io non saprei proprio
che dirvi!
— Ti farò domande semplicissime alle quali risponderai.
— Oh! Vergine benedetta! — mormorò Don Papera torcendo il viso.
— Presta attenzione perchè incomincio. È vero che gli anarchici hanno
rapito Europa?
Don Papera si guardò intorno con aria timorosa e sussurrò:
— Voi mi perderete, voi mi perderete!
— Rispondi. È vero?
E il prete, con tono rassegnato, precipitosamente disse:
— No!
— Bravo! Ora ti metti su la buona strada e guadagnerai la mia stima
che potrà esserti utile, molto più utile di quella del tuo gran
Monsignore, perchè qui, il tuo principale comanda alle donne e questa è
commedia da ridere; io invece, ho in mano una leva con la quale posso
mandare tutto all'aria: la Chiesa, i sacerdoti, le donne. Basta mi
piaccia gridare una parola perchè tutti siano con me. Questa parola
è il sole dell'avvenire. — S'inarcò su la persona, allargò le spalle,
spinse il cappello un po' più su l'orecchio, e, fissando con le ciglia
aggrottate, la metodica luna che sfiorava allora il comignolo di un
camino, gridò: Viva la rivoluzione! — Da l'ombra del vicolo, alcune
voci risposero:
— Evviva!
— Hai udito? — riprese il Cavalier Mostardo. Don Papera si rannicchiò
sempre più vicino al muro, invidiando le lucertole che hanno il nido
nei crepacci.
— E avanti! — continuò Mostardo — Rispondi a tono. Dov'è Europa?
— Non lo so, ve l'assicuro, non lo so!
— Bada ch'io non posso perdere tempo. Rispondi: dov'è?
Don Papera che stava fra la paura della vendetta di Monsignore e quella
del repubblicano, pensò appigliarsi ad un partito sicuro rivolgendosi
al buon cuore di quest'ultimo:
— Ascoltate — disse — datemi la vostra parola, Mostardo, la vostra più
sacra parola che non mi tradirete, che non direte neppure all'ombra
vostra ch'io vi ho parlato! Ne va del mio decoro, della mia vita, e voi
non vorrete rovinarmi!
— Ehi! — fece il Cavaliere alzando il capo: — Tu non sai che voglia
dire repubblicano! Sta attento figliuolo, che questa è sacra dottrina.
Repubblicano, vuol dire: Dignità e Coscienza; Pensiero ed Azione;
Progresso e Cortesia! — Hai inteso? Ora, puoi fidarti.
— Ma datemi la vostra parola! — ripetè Don Papera poco convinto dalla
dichiarazione.
— Bestia! — rispose il Cavalier Mostardo indispettito. — Non capisci
niente! Ebbene, su la mia parola d'onore non farò il tuo nome.
E allora, rapidamente, a voce bassissima Don Papera cantò:
— Didino è fuggito con Europa, perchè si volevano bene; gli anarchici
non c'entrano. Ora gli innamorati sono in campagna, in una villa delle
vicinanze, ma non so dove.
— È possibile mai che tu non lo sappia?
— Ve lo direi come vi ho detto il resto.
— Voglio crederti perchè sei un buon figliuolo e meriti la mia stima.
Ora puoi andartene a casa senza timore. Sei salvo!
— Buona sera Mostardo! — disse il prete.
— Addio cittadino! — rispose il gigante battendogli una mano su la
spalla. Mentre Don Papera si avviava lentamente rasentando il muro,
il Cavalier Mostardo mandò un fischio d'intesa al quale altri fischi
simili risposero di rimando. Poi gridò:
— Passo libero!
E quando Don Papera svoltò per un vicoletto remoto, vide tre brutti
figuri che lo salutarono togliendosi il cappello e gridando:
— Evviva la repubblica!
Al qual grido il povero prete, cercando il suo miglior sorriso, rispose:
— Evviva!