Che serve d'intermezzo esplicativo.
Monsignor Rutilante, nel breve tempo che trascorse fra l'arresto di
Gargiuvîn e la ricerca de' suoi complici, pose in opera tutta la sua
attività per evitare lo scandalo.
Egli spinse la polizia su le orme degli anarchici, giacchè sapeva
che, per dirigere la pubblica opinione in certi casi, basta muovere
abilmente la prima pedina. Se da uno stormo, una pispola si getta nella
pania, tutte la seguono di un grido.
Così avvenne alla popolazione ciarliera la quale si impigliò nelle reti
de l'uccellatore mattiniero.
Ebbe il pasto per la sua fantasia, e, in buona fede, aiutò chi non era
nelle sue grazie.
Monsignor Rutilante non avea proseliti fra gli uomini rossi; la
sua cura era quasi esclusivamente di anime femminili, de l'alta
aristocrazia e del popolo. Le donne accorrevano in massa alla parola
del sacerdote fascinatore, dalla figura maschia e maestosa, dagli
occhi neri e penetranti per assidua forza interiore, dalle folte
sopracciglia, dalla sottile bocca piegata sempre in sorriso ambiguo,
fra lo scherno e la benevolenza, e, di questo suo dominio, il benigno
padre era soddisfatto.
A volte aveva destato una vera frenesia fra le sue ammiratrici, perchè
rappresentava il Signore! La sua voce calda, dalle cadenze lente,
avvinceva le donne che han seguito l'amore; poi era bello! Bello come
una palma ieratica!
Il sacerdote solenne ebbe così in suo potere, nella piccola società
in cui il suo dominio si esplicava, la donna, la quale, anche fra gli
uomini rudi e battaglieri, rappresenta la brezza soave e Borea che
scompiglia, scendendo con sibili dalle nubi tumultuose.
Alle sue parole di incitamento, le regine del fuoco rosseggiante
fra gli alari, si votarono alla giustizia, con l'entusiasmo degli
sfaccendati, per i quali la benchè minima causa è ragione di gran
fiamma.
Inoltre la giustizia è donna: si trovò in famiglia così e sussurrò con
le gravi-osannanti sorelle i proprii sospetti e le formidabili realtà.
Monsignor Rutilante circuì i liberi pensatori, nelle invisibili trame
del suo esercito innumerevole che combatte a guerriglie e non ha
temibili nemici.
D'altra parte Gian Battifiore aveva chinato il capo al destino e si era
rassegnato a pagare il riscatto che gli anarchici avrebbero chiesto,
forse, per rendergli la bella creatura scomparsa.
Europa era la sua intelligenza viva; era il ramo più forte della sua
prolifica pianta, colei che si era adorna di ogni più squisita bellezza
del sapere e poteva sostenerlo nelle sue difficili vie, ed essergli di
consiglio e di aiuto.
Gli doleva ch'ella fosse stata vittima di occulte vendette; ma
intimamente pensava alla grande dignità di dolore e alla nuova forza
di potere che gli avean dato gli anarchici, vendicandosi in tal guisa
della superiorità sua e del suo partito.
Dunque avevano necessità di colpirlo negli affetti, non riuscendo loro
possibile altra via di vendetta?
Forte come uomo, più forte come capo di una falange ardita e
battagliera, i dinamitardi non potevano aver l'ardire di prenderlo di
fronte, e gridargli:
— Ora si veda fra noi, Gian Battifiore, chi vale più!
Ma oscuramente, eludendo la vigilanza, lo colpivano nel suo nido; nella
persona più cara ch'egli avesse su la terra.
Tristi e dolorose necessità queste, nella vita; il destino, per
esaltare una creatura, vuole sempre le sue vittime.
Così l'uomo calvo, che aveva nel sangue una terribile capacità
vulcanica; il violento oratore dei comizi, assumeva di fronte agli
estranei che si dolevano per la sua disgrazia, un contegno enigmatico,
tanto che alcuni andavan sussurrando:
— Ma Gian Battifiore impazzisce!
Mentre in cuor suo, il libero pensatore, sentiva che la gloria lo
trascinava su cime luminose; lo poneva nel suo nido di falco, fra le
asprezze adamantine delle rupi; gli donava un trono, alto su la folla
plaudente alla vittima delle segrete mene politiche, dei terribili odii
di parte, delle oscure vendette settarie.
Europa, la gaia Europa, l'ultima nata fra le cinque parti del mondo,
era stata sempre la sua dolcezza. Sbocciata di maggio, portava con sè
la fortuna che rinnova, povera santa anima sua!
Prima, amore e dolce luce della triste casa; ora, vittima della
grandezza di suo padre!
Bortolo Sangiovese, Bartolomeo Campana e Ardito Popolini non avevano
abbandonato un istante il loro capo, dal giorno della disgrazia. Alla
mattina erano ad attenderlo e lo riaccompagnavano la sera, camminando
in silenzio, le mani dietro le reni e il capo chino.
Sui tre seguaci, si rifletteva un po' la gloria del doloroso.
E, al loro passare, tutti si facevan su le porte e sussurravano:
— Guardali, guardali!
Gian Battifiore era al centro, la corte si distribuiva ai lati.
Solo Bortolo Sangiovese, ch'era piccolo e rotondo ed aveva le gambe
cortissime, rimaneva un poco addietro e seguiva agitando le braccia,
tutto acceso nel volto, ma felice di quel suo affrettarsi.
— Com'è pallido! — dicevano i curiosi segnando Gian Battifiore. — Pare
abbia vissuto mill'anni!
E ancora:
— È una tempra d'acciaio. La sventura non lo vince!
Una domenica, giorno in cui gli uomini si guardano le vesti nuove e si
aggreggiano abitualmente per le vie, in nome del Signore che si riposò,
Gian Battifiore e i tre devoti al suo cammino, avendo occasione di
traversar un quartiere popolare, si ebbero dimostrazioni di simpatia,
prima da un gruppo di pochi operai, poi da una vera folla.
Fu allora che Gian Battifiore pronunziò il suo primo discorso dopo la
triste sventura. Tanto commosse i fieri-urlanti ascoltatori suoi, che,
quand'ebbe finito, Albena, una bella del luogo, si inoltrò recando
un boccale azzurro, decorato di rossi festoni, e offrì al sindaco
riluttante, col suo più bel sorriso, un bicchiere ricolmo del sanguigno
vino che Bertinoro dalle vigne opime, profonde agli uomini che
scalerebbero il cielo.
Gian Battifiore bevve al bicchiere di Albena e il popolo, a l'atto di
fiera democrazia, plaudì frenetico; poi accompagnò, inneggiando alla
rivoluzione ed alla scomparsa di tutte le monarchie, il sindaco fino
alla sua abitazione e rimase sotto le finestre ad urlar canzoni ed
evviva, finchè la notte non fu nei cieli.
Allora Coriolano, il donzello del Municipio, disse a Gian Battifiore:
— Tutto il male non vien per nuocere!
E Bortolo Sangiovese, rispose:
— È vero!
Un'altra volta, quattro ciechi che andavan cantando per le terre
di Romagna, su fisarmoniche e vecchi violini sonori, le rapsodie di
ignoti eroi, si fermarono sotto la casa di Gian Battifiore. Avevano
improvvisato la nenia de l'odio e del ratto, ed ora venivano a farne
omaggio al loro signore.
Così per molteplici esplicazioni, Gian Battifiore si vide accresciuto
ne l'affetto e nella considerazione de' suoi simili e amministrati.
Egli non pensò di iniziar ricerche per rintracciare la figlia perduta.
Di questo si occupava la polizia, sempre solerte e, per quanto i
tentativi non avessero dato alcun risultato soddisfacente, nutriva fede
nella buona riuscita delle cose.
Più lo preoccupava la sua fama. Al bene pubblico, un uomo superiore,
deve talvolta sacrificare e i suoi particolari interessi e gli affetti
famigliari ed ogni suo bene; in tale sacrificio sta la sua superiorità,
il coefficiente primo che lo distanzia e lo diversifica dalla massa dei
mediocri e degli intelligenti.
E Gargiuvîn, frattanto, nelle lunghe notti di sua prigionia, contava
dalle strette inferriate, le stelle, chiedendosi serenamente se egli
fosse per davvero l'uomo più folle fra la folle brigata rivoluzionaria.