Non sono dunque nè poche nè di poco momento le ragioni che
spingerebbero oggi l’Italia a unire le proprie armi a quelle che già
fanno guerra agli Imperi germanici. Sono ragioni così vitali che, se
l’Italia resterà con le braccia incrociate, è facile prevedere possa
riceverne un colpo mortale. Si dovrebbe quindi credere che in Italia
popolo e Governo siano uniti e concordi nel deliberato proposito di
rompere gli indugi e di affrettare il destino. Molti stranieri infatti
sono di questo pensiero; e di giorno in giorno aspettano che l’Italia
si muova. Ma passano le settimane e i mesi, senza che il gran gesto
si compia: onde ogni tanto molti voltano la testa sorpresi verso il
Mediterraneo e la penisola che in quella è chiusa, come chiedendo: «Ma
che cosa dunque aspetta l’Italia?». Quante lettere mi giungono ogni
settimana, da ogni parte, che mi pongono tutte la grande questione: «Ma
l’Italia cosa fa? Quando suonerà l’ora del destino?».
Eppure è così. Gli stranieri si ingannano. Quella volontà concorde,
risoluta ed unanime di tutti, che molti stranieri suppongono, non
esiste ancora. L’Italia è perplessa e divisa. C’è ancora chi pensa
che l’Italia avrebbe dovuto scendere in campo con l’Austria e la
Germania contro la Francia, la Russia e l’Inghilterra. C’è chi vuole
che l’Italia conservi la neutralità sino alla fine della guerra;
e chi vuole infine, che essa intervenga a fianco della Francia,
dell’Inghilterra e della Russia contro l’Austria. Di queste tre
opinioni, la prima ormai non è professata apertamente che dai pochi
fedeli della Triplice ancora superstiti; tra la seconda e la terza
è diviso quasi tutto il Paese; ma sebbene non sia cosa facile fare
il conto di quelli che professano l’una e di quelli che professano
l’altra opinione, non è dubbio che la maggioranza parteggia per la
neutralità. Se guardiamo al mondo politico, noi troviamo infatti
apertamente favorevoli alla neutralità il partito socialista e il
partito clericale; apertamente favorevoli all’intervento il partito
repubblicano, il partito riformista, che raccoglie la parte più
moderata del partito socialista, e il partito radicale; incerto e
perplesso il partito liberale, che è nel Parlamento il più numeroso.
Ma il partito socialista e il partito clericale hanno un seguito ben
più numeroso che non il partito radicale, il partito repubblicano e il
partito riformista.
Se dai partiti politici si passa al Paese si può affermare che il
popolo — i contadini e gli operai — sono quasi tutti avversi ad
ogni guerra, anche alla guerra contro l’Austria. I ceti industriali,
commerciali e finanziari sono più favorevoli alla pace che alla guerra;
ma la maggiore istruzione facendo chiaro a molti che in questo mondo
non basta voler la pace per averla, questi ceti si rassegnano alla
guerra, se questa sarà necessaria, come a una disgrazia che non c’è
mezzo di schivare. Bellicose — con maggiore o minor fervore — sono
invece le classi istruite: la burocrazia, i giornalisti, gli insegnanti
delle scuole, molti professionisti. Quasi tutti i giornali largamente
diffusi predicano la guerra all’Austria.
Anche più difficile è il distinguere tra regione e regione. Differenze
da città a città non mancano mai, in Italia; ma questa volta sono
più incerte e confuse che di solito. Pare che il Veneto, il quale
confina con l’Austria, sia favorevole alla guerra. Il Piemonte invece
l’avversa risolutamente, mentre la Lombardia e la Liguria sono divise.
Nell’Italia centrale ci sono regioni, come la Romagna, dove lo spirito
bellicoso, forse per opera del partito repubblicano, è entrato nella
moltitudine; ma anche nell’Italia centrale il partito favorevole alla
neutralità è forte. Si dice invece che il desiderio della guerra
prevalga nell’Italia meridionale e in Sicilia. Molte persone che
conoscono a fondo quei paesi me l’hanno ripetuto.