Non una frase sola di queste pagine è invecchiata, dopo quasi mezzo
secolo. Nessuno potrebbe, neppure oggi, esporre più lucidamente le
ragioni per le quali l’Italia dovrebbe sforzarsi di compiere la sua
unità nazionale e di farla finita con il pericolo austriaco che dal
1859 in poi non ha cessato un istante di minacciarci. Ma se oggi ancora
valgono tutte le ragioni, enumerate nel 1866 dal Mazzini per dimostrare
che il Regno d’Italia non sarà sicuro del presente e dell’avvenire
sinchè non avrà conquistate le provincie italiane oggi ancor soggette
all’impero degli Absburgo, a quelle enumerate dal Mazzini se ne possono
ora aggiungere altre due, che allora non esistevano ancora. La prima
è una ragione di ordine militare. Tutti sanno che nell’Adriatico la
sponda orientale è frastagliata, piena di golfi e di seni, ricca quindi
di eccellenti porti naturali; la sponda occidentale invece — l’italiana
— è liscia, senza golfi e seni profondi, e quindi senza porti. Noi non
possiamo opporre nessun porto ai meravigliosi porti naturali di Pola e
di Cattaro. Ma dal 1866 in poi le armate navali si sono fatte giganti;
e quindi cercano case proporzionate alla loro mole crescente; hanno
bisogno di porti immensi e di arsenali giganteschi. Onde l’Italia si
trova e si troverà sempre quasi disarmata nell’Adriatico, di fronte
alla potenza che tenga l’Istria, Pola e la Dalmazia.
L’altra è ragione nazionale e linguistica. In Istria ed in Dalmazia
le città sono italiane, mentre le campagne sono popolate da slavi.
Ma sino a trenta anni fa, gli slavi delle campagne non pensavano di
essere una razza ed un popolo diverso dagli italiani delle città:
imparavano l’italiano; frequentavano le scuole italiane; ambivano di
ascendere con lo studio e il lavoro in quella borghesia italiana che
nelle città commerciava, esercitava le professioni liberali, studiava,
scriveva e coltivava le arti; consideravano la loro lingua nazionale
come un dialetto, che serviva per la famiglia e la casa. Molte famiglie
italiane viventi nelle città discendono da slavi italianizzati e che
furono ai loro tempi fieri di diventare italiani. Uno dei più illustri
scrittori italiani del secolo XIX, e uno dei più insigni maestri della
filologia, Niccolò Tommaseo, era uno slavo di Zara, che la scuola e
la cultura avevano, come tanti altri, italianizzato. Senonchè questo
stato di cose s’è, negli ultimi trent’anni, profondamente alterato.
Per indebolire l’elemento italiano delle città, il Governo austriaco
si è studiato di accendere in Istria e in Dalmazia una fiera discordia
tra slavi e italiani, risvegliando nelle campagne slave il sentimento
nazionale; dicendo agli slavi che essi erano un popolo e una razza
differente dagli italiani, e che la loro lingua non doveva rimpiattarsi
nelle case, come un rozzo dialetto, ma essere ammessa nei tribunali,
nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle banche, a pari della
lingua italiana, con gli stessi onori. È apparsa infatti e cresce
da qualche decennio, nelle città e nelle cittadine che specchiano
nelle acque dell’Adria la bella faccia ancor veneziana, una borghesia
slava di professionisti, di mercanti, di banchieri, di professori, di
giornalisti, che si atteggia a rivale e nemica dell’italiana. Siccome
gli slavi son più numerosi e prolifici degli italiani, non solo la
costa Dalmata, ma l’Istria stessa, e in questa Trieste, difficilmente
potranno scampare al pericolo di slavizzarsi se l’Austria aiuterà
ancora per mezzo secolo gli slavi con la forza di uno Stato potente.
Solo conquistando l’Istria, noi potremo impedire che a Trieste non
si parli e non si scriva più tra cinquant’anni italiano; e che ogni
memoria dell’Italia sia perduta in quelle terre che dai tempi di
Augusto in poi furono sempre latine. Il che sarebbe come una disfatta
storica dell’Italia. Per ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare,
è cosa oggi assai difficile di conquistare alla lingua italiana nuovi
territori. Tanto maggiore è dunque il nostro dovere di impedire che
nessuno dei territori in cui oggi si parla italiano lo dimentichi.