3. — Non vogliate essere troppo abili!

(Dal _Secolo_, del 1º maggio 1914).

Mi è capitato spesso, in questi ultimi tempi, di udire deputati di

parte ministeriale esclamare sospirando: «Pare impossibile, ma dal 1911

in poi Giolitti non ha commesso che errori! Dove se ne è andata quella

sua antica e famosa abilità?». In verità l’on. Giolitti non ha commesso

che un errore, dal quale tutti gli altri hanno poi proceduto, per quel

ferreo destino che lega l’una all’altra le azioni umane.

Dico errore, perchè questo è forse uno dei pochi casi della

storia politica in cui la parola «errore» può essere adoperata non

impropriamente, ma per quel che davvero significa: atto cioè che ebbe

conseguenze non liete e che poteva schivarsi. Troppo spesso infatti

noi imputiamo le pubbliche sciagure all’errore di un uomo di Stato,

il quale fu invece costretto ad agire a quel modo, pur scorgendo

dell’agire il pericolo, perchè altrimenti incorreva in un male

maggiore. A pochi uomini di Stato invece capitò la rara fortuna e il

tremendo cimento, che toccò al Giolitti in quella primavera dell’11, in

cui la sua potenza toccò l’apogeo. Egli era allora veramente arbitro

della situazione: poteva cercare i suoi ministri a destra come a

sinistra, perchè ogni parte della Camera era pronta all’ossequio e alla

chiamata; poteva scegliere nella farragginosa eredità del Gabinetto

antecedente a piacere; fare un passo indietro o fare un passo innanzi

sulla via della riforma elettorale, in cui il suo predecessore aveva

messo il piede troppo alla leggera.

Per qual ragione egli cercò i suoi collaboratori tra i radicali e i

socialisti, e propose il monopolio e il suffragio universale? Lo mosse

certamente la speranza di gettare un altro ponte tra le istituzioni e

la moltitudine, anche a rischio di dover affrontare aspre lotte con i

partiti conservatori. Proposito nobile, senza dubbio: ma alla nobiltà

del proposito corrispondevano le forze? Se è vero quel che si dice,

egli avrebbe pensato che la sua potenza personale, tanto cresciuta

nell’ultimo decennio, potesse bastare, se appoggiata risolutamente

dagli uomini di parte Estrema, a sforzare le resistenze dei partiti

conservatori. Senonchè questo pensiero fu il vero e proprio errore

suo, dal quale tutti gli altri mali hanno proceduto. I fatti hanno

data ragione ai pochi che sin dal principio giudicarono artificioso

e temerario quel piano. Offrendo parte del potere ai radicali e ai

socialisti, il Giolitti si indebolì invece di rafforzarsi ad un Governo

di riforme: perchè la maggioranza, composta ancora di conservatori,

avversò le sue riforme per una doppia ragione e con una forza doppia:

per essere quelle ancora acerbe al loro gusto e per esser proposte da

un Ministero che scivolava troppo a sinistra. Cosicchè per conservare

il potere e per poter vincere l’opposizione nascosta o palese alle due

leggi capitali da lui proposte, dovè fare la guerra e farla secondando

la corrente imperialista.

A questo errore del capo del Governo corrispose un errore della parte

Estrema. Troppo facilmente questa parte si illuse, tre anni fa, di

potere, facendo leva della potenza personale dell’on. Giolitti,

smuovere il principio della maggioranza su cui posa il regime

parlamentare e impadronirsi, almeno parzialmente, del Governo prima del

tempo, pur essendo ancora piccola minoranza. Il sogno era bello, ma era

un sogno: e quanto meglio avrebbero fatto quei partiti a dar retta al

Fradeletto, che parve allora ai più un sognatore, mentre era il solo

che vegliasse e vedesse, ad occhi aperti, il mondo e le cose quali

erano! Forse il Paese non si troverebbe oggi in tanti guai.

Ma più grave è la responsabilità dei partiti e dei gruppi che

disponevano della maggioranza nel Parlamento. Questi gruppi e questi

partiti avevano il diritto di governare e la forza per far valere

questo diritto, che nei regimi parlamentari è appunto la maggioranza.

Questi gruppi e questi partiti non volevano nè un Governo per metà

radicale, nè il monopolio, nè il suffragio universale: perchè dunque

non si sono serviti della forza di cui pure disponevano per rovesciare

il Ministero sin dal principio? Perchè hanno invece giuocato di astuzia

prima e tentato poi, quando l’esaltazione popolare parve offrirne

l’occasione, di affogare nel Mediterraneo quel detestato Governo con

le sue leggi, mentre avevano pronta e alla mano l’arma infallibile per

recidere il sottile stame a cui per tanti mesi fu appesa la sua vita?

Perchè delirando alla fine anche essi insieme con le masse, e nella

folle speranza di sterminare i socialisti, hanno forzato il Governo

non soltanto a impadronirsi nel modo più spiccio e più semplice della

Tripolitania, ma a fare di proposito e per un puntiglio d’amor proprio

una guerra lunga e dispendiosa, che ha così sordamente irritate le

plebi?

La qual cosa apparirà un immane errore, sopratutto a chi la consideri

alla stregua dei ragionevoli interessi dei partiti conservatori. Questi

avranno negli anni venturi fin troppo frequenti occasioni di borbottar

fra i denti, come Strepsiade nelle _Nuvole_ di Aristofane: «Maledetta

guerra! Non posso più nemmeno castigare i miei servi». La lunghezza

della guerra — ci accadrà pur troppo di dover toccare spesso questo

tasto — ha indebolito ancor più lo Stato così di fronte alle masse,

come a petto delle potenti consorterie finanziarie e burocratiche che

da un pezzo minacciano sopraffarlo: ed è questo, tra gli effetti della

guerra, certamente il più funesto, quello che forse annulla da solo

tutti gli altri vantaggi che la guerra ha potuto procurarci, e quello

che peserà maggiormente sulle classi alte.

Non ho ricapitolata la storia di questi tre anni per incoraggiare il

pubblico alle sterili recriminazioni o per giudicare uomini e cose con

il facile senno di poi: l’ho ricapitolata affinchè riesca più agevole

ai più intendere la luminosa lezione che essa ci porge. Per quale

ragione siamo noi cascati nelle presenti difficoltà, che se non sono

invincibili, sono certo gravi e numerose? Perchè tutti i partiti hanno

voluto esser troppo abili e furbi; e hanno creduto di poter giocare

impunemente di scaltrezza con il principio stesso su cui riposa il

regime parlamentare: il principio di maggioranza.

Questo principio, come tutti i principî su cui posa di secolo

in secolo, nelle sue mutazioni incessanti, l’ordine sociale, è

convenzionale, limitato, rovesciabile, non necessario. È una finzione,

che un ingegno sottile e baldanzoso può facilmente, solo che voglia,

sbugiardare, provando che non nelle maggioranze ma nelle minoranze si

ritrova più spesso il senno e la ragione. Ma gli italiani furon sempre

gente di ingegno sottile e baldanzoso: da quando poi hanno perduto il

santo timor di Dio frequentando le scuole filosofiche aperte da due

secoli nei diversi Paesi di Europa, e specialmente in Germania, sono

diventati dei terribili sofisti, che giuocano con i principî politici,

morali, giuridici, estetici di cui il mondo ha vissuto e in cui il

mondo ha creduto per tanti secoli, come il prestigiatore giuoca con i

fazzoletti, i coltelli, le palle od i piatti.

Non è quindi da meravigliare se un uomo, fattosi in dieci anni

potentissimo nel Parlamento e nello Stato, abbia pensato alla fine di

poter sforzare questa finzione convenzionale sino a farne lo strumento

per porre ad effetto, a dispetto della maggioranza, un suo vasto

disegno politico; se delle minoranze abbiano creduto di potere, con un

po’ di scaltrezza, eluderla a proprio vantaggio e del Paese, scalzando

la maggioranza; se la maggioranza, minacciata da queste scaltrissime

abilità, si sia a sua volta illusa di poter difendersi con una

scaltrezza ancor più sottile: mantenendo intatti i suoi diritti senza

compier nessuno sforzo per farli valere!

Poche volte si videro tante abilità giostrare tra di loro in più

elegante torneo, intorno ad una formula, che essendo finzione, e

cioè apparenza, sembrava innocua ed inerte. Ma ahimè! Le finzioni che

reggono il mondo si vendicano a volte in maniere impensate e terribili

degli uomini che tentano far loro violenza o frodarle. Così fu che

per voler vincersi l’un l’altro in abilità ed in scaltrezza, uomini e

partiti accumularono negli ultimi tre anni tanta mole di errori, di

imprudenze e di impegni, che il Governo non meno che il Paese se ne

risentiranno per un pezzo.

È dunque venuto il tempo di ricordare che, se i principî su cui posa

l’ordine sociale sono in una certa misura convenzionali, limitati,

arbitrari, non necessari, non è possibile nè Stato, nè politica, nè

ordine morale, nè ragionevole concordia di intenti e di opere, se

gli uomini non frenano le passioni e la smania di ragionare in modo

da agire come se quei principî, sinchè vigono, fossero assoluti ed

eterni; se non li rispettano lealmente, invece di cercare di eluderli

o violentarli. Il che tradotto in linguaggio meno filosofico e più

chiaro vuol dire che la politica italiana ha bisogno di sincerità, di

lealtà e di verità. Noi non ci trarremo dalle difficoltà in cui ci ha

spinta una abilità troppo innamorata di combinazioni artificiose, se i

partiti, se i gruppi, se gli uomini non ritorneranno ad una più aperta

schiettezza e semplicità di intenzioni e di atti; se tra il dire e il

fare continuerà a interporsi un oceano di reticenze, di sottintesi,

di scaltre menzogne, di segrete mire, di interessate e consapevoli

imposture; se le minoranze non avranno pazienza di aspettare il potere

finchè non saranno maggioranza; se la maggioranza non avrà il coraggio

e l’energia di far valere il proprio diritto, ma crederà che ad

assicurarlo bastino i testi e le dottrine che i professori commentano

nelle Università innanzi a qualche dozzina di studenti sonnecchianti

e svogliati; se gli uomini cui tocca di governare il Paese, a furia di

volere esser abili, saranno così ingenui da illudersi che all’abilità

dei partiti politici sia rimasto quel potere di far miracoli, che gli

uomini negano ormai perfino a Domeneddio.

La guerra europea · 第 55 / 82 题