(Dal _Secolo_, del 26 aprile 1914).
Per quale ragione l’Italia mosse, tre anni sono, così all’improvviso,
tanta mole di armi alla conquista della Libia? Perchè l’ora del
destino era suonata sul quadrante della storia? Perchè l’equilibrio del
Mediterraneo sarebbe, se no, stato alterato ai nostri danni? Perchè i
giornali avevano scaldata la testa al pubblico ignaro o perchè faceva
comodo al Banco di Roma? Ognuno scioglie il quesito a modo suo; tutti
credono di avere — e in parte hanno — ragione. Il popolo non si muove
mai ad una impresa di guerra, se molti non sono a spingerlo. Tuttavia
tra i fattori dell’impresa due furono certo di grande rilievo: il
movimento della opinione pubblica, che tra l’agosto e il settembre
del 1911 venne per la Tripolitania in quella furia di conquista che
tutti ricordano; e la debolezza del Governo, che non potè opporsi alla
pubblica esaltazione.
Nei mesi di giugno e di luglio del 1911, mentre la legge del monopolio
era discussa nella Camera dei deputati, la situazione politica si
alterò più profondamente che non paresse agli osservatori superficiali.
Quella legge, la leggerezza e l’incapacità che l’avevano preparata,
la sopraffazione statale che essa minacciava con ogni parola, gli
argomenti demagogici che l’avevano difesa, la baldanza dei socialisti
e la impazienza manifesta con cui affrettavano le desiate nozze con
il potere, risvegliarono nei conservatori o costituzionali che dir si
vogliano — nella maggioranza — il sopito malumore e la sonnecchiante
diffidenza per l’avvento dell’Estrema Sinistra al potere. Con che
diritto una minoranza usurpava tanta parte del potere? Spetta o non
spetta il potere, nel regime parlamentare, alla maggioranza? E poi: era
proprio matura una riforma, che inscriveva nella lista degli elettori
milioni di analfabeti? Il suffragio universale, pure spiacendo, non
aveva troppo inquietata da principio la maggioranza, sinchè questa
aveva pensato di poter fidarsi a occhi chiusi del capo del Governo.
Ma ormai molti non riconoscevano più nel capo del Governo l’uomo che
per tanti anni aveva loro permesso di dormire sonni tranquilli. Dove
volgeva? Quale uso intendeva fare dell’autorità acquistata governando
per un decennio l’Italia? Voleva forse conciliare la Monarchia e i
Rossi a spese dei vecchi partiti e delle classi ricche?
Chi sfogliasse i giornali di quei tempi li troverebbe pieni di queste
ansie e di questi timori. Nel tempo stesso il Governo, dopo aver
sognata per qualche mese l’onnipotenza sicura, apriva gli occhi; si
avvedeva che così il mantenersi al potere come il far approvare il
monopolio e il suffragio universale sarebbero imprese più ardue del
previsto. E come sempre è accaduto e accadrà, dalle difficoltà interne
cercò aiuto e riparo fuori di casa.
Tutti ricordano che tra il luglio e l’agosto del 1911 il Governo
italiano attaccò briga con l’Argentina, a proposito di certi
regolamenti sanitari; e da un giorno all’altro vietò l’emigrazione per
il Plata. Questa mossa energica non poteva non piacere all’opinione
pubblica, ancora calda delle feste cinquantenarie; e quindi rafforzava
il Ministero. Ma intanto erano incominciate le trattative tra la
Francia e la Germania per il Marocco; e ben presto fu chiaro che
il decrepito impero stava per cadere, implorando protezione, ai
piedi della Francia. Incominciò allora, nell’opinione pubblica, una
inquietudine che, fomentata da molti giornali — e massime da quelli che
più fortemente avevano avversato il Ministero e il monopolio — divampò
presto in agitazione. Si rinfrescarono nella memoria del pubblico
le delusioni dell’Egitto e di Tunisi; si ripetè che tutti pigliavan
qualche cosa e noi sempre a mani vuote; si gridò che quella era la
suprema occasione; sinchè commosso e agitato come un gran pericolo
ci pendesse sul capo imminente, il pubblico chiese a gran voce la
Tripolitania a compenso del Marocco preso dalla Francia. Quale sarebbe
stato il dovere di un Governo forte in quel frangente difficile?
Resistere. Il pubblico non sapeva che, chiedendo la Tripolitania,
chiedeva nientemeno che l’aggressione in piena pace di una grande
Potenza europea; e dimenticava, mettendo in un fascio la Tripolitania,
la Tunisia ed il Marocco, che la Tripolitania era una provincia
dell’Impero turco, e l’Impero turco una grande Potenza europea, come
la Francia, l’Austria-Ungheria o la Germania, rappresentata nelle
capitali del mondo da ambasciatori; che tra Potenze europee non si
fanno guerre e conquiste se non c’è almeno un serio pretesto, in
mancanza di una ragione. La fatalità storica, il diritto della civiltà
superiore, la necessità di compensi per gli altrui ingrandimenti non
sono ammessi ancora in Europa tra i motivi o i pretesti di guerra. Se
l’Austria, delusa nelle sue ambizioni orientali dalla guerra balcanica,
avesse gridato a un tratto di sentirsi spinta dalla fatalità storica
a impadronirsi del Veneto e ci avesse dichiarata la guerra, affermando
che essa non voleva essere soffocata nell’Adriatico, che cosa avremmo
detto noi e che cosa avrebbe detto il mondo? Ma il pubblico incitava il
Governo italiano ad agire con la Turchia proprio a questo modo.
È vero che i letterati italiani, dal Machiavelli in poi, hanno sovente
e volentieri considerato il diritto e la morale come veli bugiardi
gettati sul mondo per nascondere la lotta brutale degli interessi, dai
quali un uomo di Stato abile e destro non si lascia impacciar troppo.
Ma è da sperare, per l’avvenire e per la salute del nostro Paese,
che il Governo non dimenticherà sempre così facilmente che anche i
principî di diritto internazionale, pur essendo limitati, parziali e
convenzionali, sono una delle impalcature che reggono alla meglio nel
mondo quell’ordine a cui si suol dare nome di civiltà. Nè credo possa
dubitarsi che, se il Governo fosse stato più forte, non si sarebbe così
facilmente indotto a dichiarare la guerra in quel modo che parve troppo
spicciativo in tutta Europa, a quanti pensano che il diritto delle
genti non debba essere solo un elegante passatempo di professori o un
pretesto per concorrere al premio Nobel.
Ma il Governo non poteva fare più assegnamento nella Camera sopra una
sicura maggioranza. Ma aveva proposto il monopolio e il suffragio
universale che la Camera non voleva approvare. Ma aveva urtati,
indispettiti, anche un po’ spaventati i partiti più potenti e i ceti
più ricchi. Se avesse cercato anche di resistere a quella esaltata
opinione popolare, avrebbe corso pericolo di essere rovesciato. Tutti
i nemici del monopolio e del suffragio universale non l’avrebbero
assalito, rimproverandogli di non aver difesi gli interessi dell’Italia
nel Mediterraneo? Con l’aiuto della collera pubblica, anche una
opposizione imbelle come quella che guatava nell’ombra il Governo,
poteva buttare nel Mediterraneo il Ministero e quelle leggi detestate,
senza più temere lo scioglimento della Camera. Non parrà cosa
probabile, a chi ricordi quale era lo spirito pubblico nell’autunno del
1911, che un Governo, rovesciato per non aver agito in Africa, avrebbe
osato appellarsi al Paese; e tanto peggio per lui, se avesse osato!
Non è da meravigliarsi dunque che il Ministero Giolitti abbia in
settembre gettati i dadi. La situazione politica interna non gli
lasciava scampo: o conquistava la Tripolitania o era spacciato. E
quella situazione non diè tregua al Governo nei primi mesi della
guerra, sinchè le due leggi, da cui tutto questo scompiglio è nato — il
monopolio ed il suffragio — non furono approvate.
Nell’ultima discussione parlamentare l’on. Giolitti, rispondendo agli
oratori che avevano biasimate le lentezze della guerra, disse che il
Governo aveva voluto piuttosto spendere denaro che versare sangue.
Decisione che a me pare molto savia, anche se sarà giudicata un’eresia
dai generali educati alla scuola di Napoleone. Ma la guerra è un’arte
viva e parte della politica: bisogna dunque adattarne i metodi ai tempi
e agli uomini. Chi pensa che le masse avrebbero allegramente consentito
a prodigare il proprio sangue per conquistare la Tripolitania e
la Cirenaica, vada a governare la repubblica di Platone. Ai tempi
che corrono, guai al Governo il quale, in una guerra coloniale,
dimenticasse che il sangue è un liquido più prezioso dell’inchiostro; e
che non si può prodigare il sangue a far delle grandi battaglie, come i
giornali prodigano l’inchiostro a reclamarle e a descriverle!
Senonchè qualche deputato socialista avrebbe, a quel punto del suo
savio discorso, dovuto interrompere il capo del Governo, dicendogli:
«Sta bene, ma allora non dovevate decretare l’annessione!». Qui sta
il punto. Il decreto di annessione richiedeva una guerra rapida,
energica, aggressiva: non la cauta guerra di posizioni, che abbiamo
rinnovata in Africa dalle campagne militari del settecento. Tutti i
guai della guerra di cui ci lagniamo sono nati da questa contradizione
tra lo scopo che si voleva conseguire — l’annessione, ossia la resa
incondizionata dell’avversario — e il modo di guerreggiare che abbiamo
scelto e che — lo ripeto — era il solo che potesse essere voluto da
un Governo non impazzito. Da questa contradizione, procedè infatti
la interminabile lunghezza della guerra e la sua spesa immoderata; da
questa contradizione, quello snervante gioco di minaccie eternamente
sospese, di bombardamenti a fior di pelle, di operazioni mai decisive;
da questa contradizione, quella guerra platonica, che alla fine
aveva esasperato noi, i nostri nemici e l’Europa tutta; da questa
contradizione, la fine della guerra, che sarebbe difficile dire se fu
una gran fortuna o una catastrofe. La pace di Losanna fu sottoscritta
dai Turchi, perchè ormai incalzava la guerra balcanica: la guerra
balcanica, dunque, fu lì per lì una provvidenza, perchè ci permise
di uscire alla meglio da quella contradizione impossibile in cui ci
eravamo cacciati, volendo uccidere il nemico senza colpirlo a morte.
Ma è lecito chiederci se non minacci di diventare nell’avvenire una
catastrofe, tante difficoltà nuove sono nate da quella.
Orbene: perchè nei primi giorni di novembre, quando appena avevamo
messo il piede nel paese, all’improvviso, il Governo usci fuori con
quel decreto? Nella risposta sta la ragione di molte tra le maggiori
difficoltà in cui siamo impigliati. Nè pretendo di darla io, questa
risposta. Non occorre però esser molto addentro nei segreti della
nostra politica, per affermare che il motivo primo di quell’atto
gravissimo, il motivo senza il quale gli altri, che possono avervi
contribuito, sarebbero stati senza effetto, deve cercarsi anche
quello nella situazione interna. Una pace che avesse assegnato a noi
i territori turchi dell’Africa salvando il prestigio del Sultano di
fronte ai Mussulmani, poteva, pur essendo seme di difficoltà future,
risparmiarci molte delle difficoltà presenti. Ma tale pace, finchè
durava la furia nazionalista dell’opinione pubblica, e finchè le due
famose leggi non erano approvate, poteva mettere in gran pericolo
il Governo. Che rumore avrebbero levato in ogni parte i nemici del
Ministero, i nemici del monopolio, i nemici del suffragio universale,
che erano tanti, denunciandola all’opinione pubblica come una sciagura!
Non ci sarebbe da meravigliarsi se un giorno si venisse a sapere
che il Governo, inquieto per lo zelo con cui qualche Potenza europea
cercava di persuaderci ad una ragionevole transazione con la Turchia,
abbia fatto il famoso decreto per poter meglio resistere a consigli
ed esortazioni, che gli avrebbero create gravi difficoltà interne.
Quel famoso Ministero insomma, per le persone che lo componevano e le
leggi che proponeva, non ha potuto reggersi in una Camera di diversa
opinione e di altro sentire; non ha potuto far approvare il monopolio
e il suffragio universale, che capitolando innanzi alla corrente
nazionalista, scatenata dalla guerra. La guerra alla Turchia e il
decreto di annessione furono il prezzo posto dal partito conservatore
all’approvazione del monopolio e del suffragio. Il Paese sborsò
volonteroso il prezzo; e quindi il Governo potè forzare la situazione
parlamentare e far approvare, da una maggioranza ostile, una legge
attenuata di monopolio, e il suffragio universale, tal quale l’aveva
proposto. Ma il prezzo era più gravoso assai che il Paese non credesse
da principio; onde è nato il penoso stato presente. Il quale richiede
ancora una breve disamina; e sarà poi possibile tirare la conclusione
di questa rapida storia.