(Dal _Secolo_, del 17 giugno 1914).
Abbiamo noi veduti in questi giorni, per le piazze e per le vie delle
cento città, proprio quei guizzi e quei lampi, che precorrono nella
storia tutte le guerre civili? Non saprei. Certo è però che i casi di
Ancona furono più che altro l’occasione a manifestare una avversione
generale contro lo Stato e l’ordine costituito, che, sebbene sorda e
confusa, apparisce — il negarlo sarebbe cecità — largamente diffusa.
Si potrebbe discutere assai e molto si discuterà intorno alle cause
di questa crescente avversione. Io ne vorrei oggi studiare una sola,
che non è tra le minori: l’indebolimento dello Stato. I popoli sentono
i governi, come il cavallo sente il cavaliere: se è fermo in sella o
se si può sbalzarlo di groppa. Lo spirito rivoluzionario e la forza
dello Stato son come i due piatti della bilancia: uno scende, quando
l’altro sale. Le masse italiane prendono coraggio a manifestare con
atti rivoluzionari la loro avversione allo Stato, perchè lo sentono
indebolito. Indebolito dalla guerra e dalla Libia. Indebolito dalle
strettezze di denaro e dalle ultime elezioni. Indebolito dalla rivolta
della burocrazia, dal disordine intellettuale delle classi governanti,
dagli odî e dalle discordie che le dividono. Indebolito infine
dall’estenuamento in cui il Parlamento è caduto.
Chi voglia capire in che strette ci ritroviamo, volga lo sguardo dal
Paese a Montecitorio. Mentre si incendiano stazioni e chiese; mentre
in tutta la penisola folle infuriate assaltano lo Stato con i sassi
e lo Stato risponde a fucilate; mentre si preparano in ogni parte
repressioni e rappresaglie, oscure notizie arrivano dall’Abissinia.
A chi le sa leggere dicon chiaro che potrebbe presto scoppiare
un’altra guerra tra il regno d’Italia e l’impero di Etiopia. Abbiamo
ancora sulle braccia la Libia conquistata solo a metà. Abbiamo sulle
braccia l’Albania. Siamo ricascati di nuovo in quella contradizione
tra la nostra politica coloniale e la nostra politica continentale,
che fu una delle cause di Adua. Dobbiamo versare nell’erario, ogni
anno, parecchie centinaia di milioni di più. E pronto per affrontare
tutti questi pericoli, per vincere tutte queste difficoltà, sta un
Ministero che, sebbene conti parecchi ministri di ingegno egregio,
non ha e non avrà mai maggioranza sicura; che vive alla giornata, non
sapendo ogni mattina se il tramonto lo saluterà ancora al potere....
Ma la Camera non si risolve a rovesciarlo, perchè sa che il Ministero
che gli succederebbe non sarebbe nè più stabile nè più forte di
questo; perchè sa che il solo uomo il quale sarebbe sostenuto da una
maggioranza sicura, ha bisogno di riposo. Cosicchè i più sono ridotti
ad augurarsi che il solito «interregno», che si apre al principio di
ogni legislatura, duri poco.
Se la situazione fosse quale la vedon costoro, sarebbe già grave. In
un momento difficile la fortuna dell’Italia potrebbe pender dunque
da un filo così sottile e così fragile come è la energia, la forza,
la salute di un uomo solo? Ma più grave apparirà se si consideri che
anche le speranze riposte segretamente o palesemente da molti nell’uomo
possono a ragione giudicarsi chimeriche. Altro che _interregno_! È
una vera crisi dello Stato, questa: la crisi del Governo che ha retta
l’Italia negli ultimi quattordici anni; di quel curioso, artificioso e
in parte misterioso Governo non compreso dai più, che fu una mescolanza
— o contaminazione, se vogliamo adoperare la parola antica — di potere
personale e di governo di parte.
Questo fenomeno è di così vitale importanza, che giova soffermarsi
alquanto a studiarlo. Ci sono nel Parlamento, come si agitano nel
Paese, dei partiti veramente politici, bene o male organizzati, e che
rappresentano, alla meglio o alla peggio, le aspirazioni e i bisogni di
questa o di quella parte della Nazione. Tali il partito socialista, il
partito repubblicano, il partito radicale, il partito clericale; tale
anche quel partito, meno ben definito, più ondeggiante e svaporato,
ma di tutti il più potente, che chiamandosi qui costituzionale, là
liberale, altrove monarchico o moderato, dappertutto sbandierando
il tricolore e intonando la marcia reale, è il braccio e la voce di
quella parte delle classi alte che, per sentimento o per interesse,
è più ligia all’ordine di cose stabilito nel 1860. Ma questi partiti
non contendono tra di loro con varia fortuna che per una parte dei
508 collegi. Gli altri collegi sono rappresentati in Parlamento o da
milionari che li hanno comperati a peso d’oro; o da faccendieri, che
li hanno mendicati con i favori spiccioli; o da campioni di potenti
consorterie locali, che se ne sono impadroniti con le buone o con le
cattive maniere; o da beniamini del Governo, che li hanno scroccati con
l’aiuto di questo.
Di questa disparità di condizioni politiche un uomo si è abilmente
prevalso, nel primo decennio del secolo, per primeggiare, come nessun
altro prima di lui, nello Stato. Forte del prestigio acquistato
debellando ed ammansando i socialisti, favorito dalla prosperità
economica e da altre circostanze, che sarebbe troppo lungo esporre,
l’on. Giolitti riuscì, tra il 1900 e il 1906, a raccogliere, nei
collegi dove i partiti politici erano meno forti, una clientela di
deputati ligi a lui personalmente, numerosa e fedele. Ci riuscì qui
imponendo con la forza del Governo degli amici provati; là puntellando
la fortuna pericolante di un partito o di un uomo; dovunque discernendo
con occhio sicuro quello tra gli uomini e i partiti rivali che già da
solo era più forte e facendo piegare definitivamente a suo vantaggio le
sorti della contesa.
Ma il rapido e il rigoglioso crescere in Parlamento d’una forte
clientela ligia ad un uomo soltanto, e quindi di un potere personale,
in mezzo ai partiti che già del Parlamento occupavano tanta parte, non
poteva non generare un perturbamento profondo. Il Governo parlamentare
è un sistema di convenzioni, che non può reggere alla critica del buon
senso, se non ci sono dei partiti un po’ distinti e disposti a lottare
tra di loro con una certa lealtà. Questi tolti di mezzo o indeboliti
oltre misura, quel Governo non è più che una commedia senza senso.
Si spiega dunque come tra il 1900 e il 1906 tutti i partiti — quelli
di destra e quelli di sinistra — si siano sentiti ogni tanto spinti
ad assaltare, per distruggerlo, quel potere personale che si andava
rafforzando in mezzo a loro. Ma tutti gli assalti — movessero da destra
o da sinistra — furono brevi, fiacchi, slegati. Ogni partito, solo,
era troppo debole; e nessuno aveva tal repugnanza al potere personale,
da non acconciarvisi facilmente, se il potere personale servisse le
sue ambizioni e i suoi interessi. D’altra parte lo stringere alleanze
era cosa difficile. Ci si provò il Sonnino nel 1906. Parve strano a
molti che egli comparisse al banco dei ministri tra il Sacchi e il
Pantano da una parte, il Boselli e il Rubini dall’altra! Ma strano
non era. Il Sonnino aveva cercato con quel Ministero di unire tutti i
partiti più propriamente politici, rappresentati alla Camera, contro la
preponderanza di una clientela personale.
Il tentativo non riuscì, per molte ragioni; tra le altre, perchè
poco prima della battaglia decisiva, i socialisti, l’ala sinistra
della coalizione, si sbandarono. Ma se, a capo di quella clientela,
l’on. Giolitti era il più forte tra tutti i parlamentari, non avrebbe
neppur egli potuto governare a dispetto di tutti i partiti. Quindi
lo studio indefesso per procurarsi, a destra e a sinistra, l’appoggio
sottinteso e indiretto almeno, quando non poteva averlo dichiarato e
manifesto, dei partiti politici. Ma egli non fu veramente l’arbitro
della situazione che dopo il 1906, allorchè, fallito il tentativo del
Sonnino, tutti i partiti rinunciarono, apertamente o tacitamente,
a combattere la sua preminenza nello Stato. In ciascun partito gli
inconciliabili che non vollero deporre le armi, il Ferri e il Ciccotti
sulla montagna, il Sonnino e il Salandra a destra, furono lasciati in
disparte a continuare una stanca guerriglia di sparuti manipoli. E gli
altri cercarono d’intendersi con quel potere personale che ormai teneva
saldo l’acropoli dello Stato.
Così nacque e crebbe, nel primo lustro del secolo, quel potere
tra costituzionale e personale, tra consortesco e politico, che ha
governata l’Italia senza contrasto, tra il 1906 e il 1911, facendo del
bene e del male. Narcotizzò, se non spense, molti odî, molti rancori,
molte collere e molte impazienze; infrenò in Parlamento le furibonde
gare dei capi, che ci avevano condotti ad Adua; seppe e potè — sino
al 1911 — non chiedere al Parlamento e alla Nazione nè sangue, nè
sacrifici straordinari, nè più denaro di quel che già il popolo era
avvezzo a pagare: sopratutto — e fu sino al 1911 il suo merito maggiore
— non die’ in nessuna di quelle tragiche follie, non commise nessuno
di quegli errori irreparabili, in cui pare destino che noi dobbiamo
ogni tanto ricascare. Ma ha nel tempo stesso indebolito lo Stato ad
un punto, che anche i ciechi incominciano adesso a vedere il pericolo,
cercando di accontentare i partiti, le classi e gli interessi opposti,
il più spesso a danno degli interessi generali e della giustizia.
Negli ultimi dieci anni io ho potuto vedere e parlare, in molti
Stati d’Europa e delle due Americhe, con capi di Stato, con ministri,
ambasciatori, membri di famiglie regnanti o di Parlamenti. Figurarsi
se non ne ho sentite di tutti i colori intorno all’arte di governare
gli uomini! Ma in nessuna città di Europa e d’America provai mai
tal sorpresa, come una sera in Roma, in casa di un amico, alla cui
mensa pranzavo con un uomo di Stato molto autorevole anche oggi e
che ha occupati parecchi ministeri nei diversi Governi dell’ultimo
quindicennio, tra gli altri quello che è forse il più spinoso tra i
ministeri non politici. Il discorso era caduto sui terribili guai che
avevano tribolato parecchi dei suoi predecessori in quel ministero:
quand’ecco quel potente ci dice che egli aveva trovato il mezzo di
superare tutte le difficoltà in cui gli altri avevano così malamente
incappato. Gli fu chiesto quale; e quello sorridendo:
— Ho _esautorato_ il Ministero!
Non potei trattenere un gesto così espressivo di stupore, che il
ministro, volgendosi con un cortese sorriso verso di me:
— Sì — continuò scandendo le sillabe — ho _e-sa-u-to-ra-to_ il
Ministero.... — E mi spiegò, lieto e orgoglioso, che aveva pensato
non ci fosse miglior mezzo di evitar guai, che deferire quanto più
gli riusciva i poteri del Ministero alle Commissioni, ai Consigli
superiori, ai Corpi amministrativi, ai Sindacati del personale —
non lasciando al ministro altro compito che quello di attaccare i
francobolli sulle lettere. Orbene: questa frase alquanto ingenua
definisce meravigliosamente il Governo che ha retta negli ultimi
quindici anni l’Italia. Per non assumere responsabilità troppo grandi,
per semplificare il suo compito, per non cedere alla tentazione di mal
fare, per disarmare opposizioni talvolta giuste e tal’altra faziose,
per procurarsi una facile popolarità, lo Stato ha lasciato fare, ha
chiuso un occhio, ha ceduto poteri, ha rinunciato a diritti, ha veduti
abusi in quantità convertirsi in diritti acquisiti; cosicchè oggi si è
ridotto a non aver quasi più alcuna autorità per difendere l’interesse
generale e per imporre la giustizia.
Avevamo bevuto il vino senz’alcool, e fumati i sigari senza nicotina:
il secolo felice vuol che obbediamo anche allo Stato senza autorità!
Ma è facile capire che un Governo esautorato può governare in tempi
prosperi e facili, non in tempi agitati e difficili. Perciò vorremmo
che il Parlamento non si facesse soverchie illusioni sulla miracolosa
potenza di nessun uomo, e neppure dell’uomo che dal 1901 governa
l’Italia. Egli potrebbe, forse, comporre un Ministero forte e sicuro
nelle votazioni e nei tornei oratorî di Montecitorio; ma non so se
potrebbe comporre un Ministero non solo più stabile, ma anche più
fattivo di quello che ora governa. Ha dato le dimissioni nel mese di
marzo perchè, nonostante la maggioranza che aveva numerosa e sicura,
non aveva forza ad affrontare la difficilissima situazione creata dalla
guerra di Tripoli e dal suffragio universale; e non si vede in quale
combinazione, a destra o a sinistra, potrebbe ringagliardirsi al nuovo
còmpito fattosi tanto più arduo. La maggioranza — non dimentichiamolo,
per carità, in questo grave momento — è nei regimi parlamentari la
finzione — o se volete adoperare una parola più elegante — il principio
convenzionale che legittima il potere. Non è per se stessa fonte nè di
energia, nè di intelligenza. Quanti Governi si son visti, sostenuti da
strabocchevoli maggioranze, eppure impotenti e paralitici!
E allora? La conclusione è chiara. Ci troviamo in pericoli molto
maggiori che i più non pensino. Se il Parlamento e il Paese non fanno
a tempo uno sforzo vigoroso, noi potremmo anche incorrere in qualche
catastrofe. E ancora e sempre occorrerebbe ricordarci di Adua!