1. — Il monopolio delle assicurazioni.

(Dal _Secolo_, del 23 aprile 1914).

L’erario, le industrie, i commerci in tormentose strettezze;

disorientate le menti e inaspriti gli animi in ogni parte; i

socialisti di nuovo in armi come nel 1900; mal sicure e piene di

sospetti le relazioni coi vicini, in Europa ed in Africa; debole

e incerto il Governo; la moltitudine un mare che si arriccia

minacciando tempesta.... Lunga è la lista dei mali presenti. Quel certo

assestamento a cui il Paese era giunto faticosamente nel primo decennio

del secolo, è sconvolto di nuovo; ma nessuno potrebbe dire in quanto

tempo ed a spese di chi le cose torneranno a bilanciarsi.

Ci rifaremo, per capire come venimmo a questi guai, da quel giorno

della primavera del 1911, in cui Leonida Bissolati arrivò a piedi,

in giacchetta e cappello moscio, alle porte della reggia; e salì bel

bello le scale del Quirinale per ragionare con il Sovrano intorno

alla situazione parlamentare. Nessuno ha dimenticato il susurro di

quei giorni, e il gran malcontento che agitò il partito conservatore

o costituzionale che dir si voglia, quando si ebbe notizia che il

Bissolati era nelle viste del nuovo Governo come ministro. A stento e

brontolando la maggioranza aveva tollerato che due ministri radicali

sedessero nel Gabinetto Luzzatti; ed ora l’uomo in cui il partito o

i partiti costituzionali riponevano piena fiducia, che tutti avevano

evocato dal suo ritiro a Roma a impugnare con mano più ferma il timone,

voleva chiamare al Governo i socialisti addirittura? Ma i malcontenti

si rabbonirono, quando il Bissolati ebbe fatto il gran rifiuto; perchè

a paragone del peggio che avevano temuto — dei socialisti — i ministri

radicali parvero un male tollerabile. L’on. Giolitti era in quei

dieci anni venuto in tanta fama di abilità, che non parve alla parte

conservatrice lecito disperare egli volesse e sapesse servirla anche

con quel Ministero screziato di rosso. Onde la Camera gli manifestò

unanime fiducia, quando egli espose il suo programma, annunciando

due grandi riforme: il monopolio delle assicurazioni sulla vita e il

suffragio universale.

Fu dopo quel voto, e nei mesi di aprile e di maggio del 1911, che la

fortuna dell’on. Giolitti toccò l’apogeo. «Siamo giunti al perfetto

equilibrio — mi diceva verso la metà di maggio un deputato tra i

più colti e intelligenti. I partiti si bilanciano ormai, egualmente

contenti». E così poteva sembrare davvero, in quelle settimane. Delle

tre sorelle dell’Estrema, l’Estrema radicale si godeva la luna di

miele del potere; l’Estrema socialista non stava in sè per la gioia

di sapersi ormai ufficialmente fidanzata con il Governo, si chiedeva

ogni giorno se sognava o era desta, e affrettava con il desiderio le

auspicate nozze; la Estrema repubblicana non poteva esser nè maritata

nè fidanzata, avendo fatto voto di castità, ma non osava turbare la

gioia delle due sorelle più fortunate, che del resto nell’egoismo

della loro felicità non la guardavano più neanche in faccia. L’Estrema

socialista anzi non si riconosceva più; e come succede spesso alle

fidanzate, si sentiva presa di subito affetto e ammirazione per tutto

quello che circondava o avvicinava lo sposo; anche per il suocero, che

nel caso era l’on. Giolitti.

Ma la prosperità è caduca — diceva la saggezza antica. Questa gioia

e questa ammirazione di tutti i partiti durarono fino al giorno in

cui fu scoperto in Roma il gran monumento di Re Vittorio. La sera

prima, a tarda ora, la «Stefani» aveva divulgato il disegno di legge

proposto dal Governo per monopolizzare le assicurazioni sulla vita.

Caddero quella mattina le tele che avvolgevano la statua del Re; e

tutto il giorno, fino a notte inoltrata, Roma tripudiò, esaltandosi

nelle memorie del passato. Ma che sorpresa, i giorni seguenti, quando,

quetate le fanfare e tolte vie le bandiere della festa, le gente

rilesse a mente fredda e con ponderazione il testo della legge! Io non

voglio qui discutere le ragioni di alto interesse pubblico, con cui si

cercò giustificare una tanto grave perturbazione dell’ordine giuridico

garantito dalle leggi a tutte le industrie e a tutti i commerci: se

cioè fosse quello il miglior modo o almeno un modo sicuro di far lo

Stato meno ligio ai grandi potentati della finanza. Anche se l’avvenire

dovesse comprovare definitivamente questo argomento, lo storico

non può non osservare che, nel momento in cui la legge fu proposta,

questo interesse di Stato appariva remoto, mentre la perturbazione era

profonda e imminente. Con un tratto di penna quella legge pretendeva

distruggere una industria fiorita liberamente per forza propria e

all’ombra del diritto comune, rifiutando qualsiasi risarcimento a

coloro che ne vivevano, per i capitali e il lavoro spesi a farla

prosperare; gettava nell’ansietà un infinito numero di persone poco

facoltose, riducendole a temere — a torto o a ragione — che rovinassero

le Compagnie di assicurazione a cui avevano affidati i sudati risparmi,

unico schermo contro certi colpi molto temuti della Fortuna; screditava

l’Italia presso l’alta finanza dell’Europa, largamente interessata

in molte Compagnie operanti nella penisola, e che non potevano

rassegnarsi, senza almeno protestare, ad una così improvvisa confisca.

Io non so davvero spiegare come la consumata esperienza di uomo,

invecchiato nel Governo degli uomini, abbia potuto così lungamente

illudersi che una legge di quel tenore potesse essere facilmente

approvata, in un Paese in cui — e chi poteva saperlo meglio di lui? —

il Governo è così debole di fronte a tutti gli interessi particolari;

ed è costretto a rispettare come sacri tanti diritti acquisiti molto

meno legittimi e meno difesi di questi, di cui si proponeva di far

scempio nel volger di un giorno. O piuttosto me lo spiego, ripensando

che agli uomini i quali hanno governato a lungo succede spesso che alla

fine presumono troppo della propria potenza. Questo caso così frequente

si ripetè forse una volta ancora, nella primavera del 1911, in Italia.

In pochi giorni, infatti, il Governo che poche settimane prima pareva

idolatrato da tutta l’Italia, fu assalito da ogni parte da critiche,

recriminazioni, invettive e rampogne furenti. L’Orlando Furioso

dell’opposizione, il martello dei ministri novelli, il _Giornale

d’Italia_, diè in un’altra di quelle sue matte furie e incominciò a

tirar colpi all’impazzata; gli interessati — assicurati e assicuratori

— si intesero e cercarono di far valere le proprie ragioni come

sapevano e potevano; i sonnecchianti rancori dei gruppi e dei partiti

si risvegliarono. Per opprimere i ricchi con leggi di quella natura

l’Estrema Sinistra voleva scalare il potere e l’on. Giolitti si curvava

a farle spalla!

Gli stessi socialisti avevano da principio ricevuto con una certa

indifferenza questo regalo del Governo. Avrebbero forse preferito

un altro presente di nozze. Non si riscaldarono un po’ che quando

videro la maggioranza parlamentare e i giornali conservatori andar

sulle furie: ma allora uscirono in un elogio della legge che dovette

far venire la pelle d’oca al Governo. Dissero che la legge a loro

piaceva solo perchè era il primo saggio di «espropriazione senza

risarcimento!». Anche gli altri difensori meno accesi della legge

usarono, forse anche abusarono, di argomenti presi a prestito alla

demagogia: denunciarono all’invidia delle masse i grassi guadagni e

le pingui sinecure degli assicuratori; malmenarono alla cieca l’alta

banca; e scagliarono qualche saetta intrisa di tossico nazionalista

contro la finanza che non conosce frontiere. Ma tutti questi argomenti

esasperavano addirittura la maggioranza del Parlamento contro il

detestato monopolio; cosicchè nelle settimane in cui il testo della

legge giacque sul tavolo della Commissione parlamentare incaricata di

scrutarne le viscere, la corrente delle opposizioni e delle critiche

ingrossò rapidamente, rumoreggiando sempre più fragorosa, come una

piena, nei giornali, negli anditi della Camera, nei crocchi politici e

perfino in qualche pubblico comizio....

La critica del resto facilmente trionfava delle timide difese,

perchè la legge, preparata con incredibile fretta e leggerezza da un

ministro incompetente e incapace, era zeppa di errori, di lacune e di

contradizioni. Ma quando la discussione incominciò nella Camera dei

Deputati.... Oh meraviglia! Quella piena di critiche e di rampogne

parve ad un tratto sparire sotto terra, in qualche misteriosa voragine.

Per molti giorni la legge, che in piazza era stata impugnata con tanta

veemenza, fu timidamente criticata e superficialmente difesa da oratori

quasi tutti oscuri, silenti od assenti gli uomini più autorevoli,

davanti ad una assemblea enigmatica, che applaudiva ugualmente amici e

nemici, e nella quale si vedevano i socialisti volteggiare intorno al

Governo come una torma di beduini, lanciando per difenderlo invettive e

interruzioni ai conservatori, che infuriati raccattavano e ritorcevano

contro di essi i dardi da cui tante volte erano stati feriti,

chiamandoli ascari, mazzieri e servitori del Giolitti. Il mondo alla

rovescia, insomma! Chi avesse seguito da una tribuna, come l’ho seguita

io, questa discussione, ma senza conoscere uomini ed interessi, avrebbe

potuto pensar di leggere un rebus vivente che sfidava l’intelletto più

sottile. Come era chiaro e piano invece quel rebus, a chi ne possedeva

la chiave! La Camera non voleva approvare la legge, ma non osava

neppure rovesciare il Ministero, ognuno temendo lo scioglimento della

Camera. Applaudiva quindi i deputati favorevoli per dimostrare ossequio

al Governo; applaudiva gli oppositori per fare manifesto il proprio

animo avverso alla legge; e intanto aspettava con pazienza, come una

moglie sottomessa aspetta che il marito ritorni a lei da un passaggero

capriccio, che il Governo si ravvedesse, capisse il tormento che la

struggeva, e correggesse almeno la legge. Tante altre volte il capo del

Governo aveva saputo cedere a tempo!

Ma il capo del Governo si ostinò questa volta. Non si lasciò smuovere

nè dai giornali, nè dagli interessi, nè dai savî, nè dal numero delle

opposizioni, nè dagli incerti umori della maggioranza. Fu necessario il

discorso dell’on. Salandra e i segni manifesti di una imminente rivolta

della maggioranza, perchè acconsentisse finalmente a tentare accordi e

accomodamenti tra la legge e i diritti acquisiti: ma era troppo tardi!

Il momento in cui il Ministero avrebbe potuto riparare l’errore

iniziale senza scapitare nel prestigio e nella forza era passato da

un pezzo. La Camera si aggiornò dopo aver approvato il principio

generico della legge e rimandata a novembre la discussione degli

articoli. Ma ormai il destino era irrevocabile. Pochi mesi ancora, e il

Governo democratico, con tutti i propositi che maturava, con tutte le

speranze che aveva risvegliate, andrebbe ad arenarsi per sempre nelle

Sirti. Poichè proprio la grave crisi interna e parlamentare, generata

dall’accordo dell’on. Giolitti con l’Estrema Sinistra, dal monopolio e

dalla legge del suffragio universale, ha spinto il Governo alla guerra

di Libia.

La guerra europea · 第 53 / 82 题