Quanti esempi si potrebbero citare! Basti uno, tratto da studi con
cui ho maggiore domestichezza; e che forse apparirà memorando agli
uomini, il giorno in cui saranno guariti da questa malattia: la
questione omerica. L’_Iliade_ e l’_Odissea_ — tutti lo sanno — sono
i due solenni monumenti di poesia che fiancheggiano le porte della
nostra storia. Incomincia da quelli la letteratura dell’Europa. Non
è dunque meraviglia che in tutti i secoli essi siano stati oggetto di
molti e diligenti studi. Ma per quanto siano grandi le libertà che di
solito i critici si arrogano nell’interpretare, commentare e ammirare i
capolavori, i cui autori sono morti da un pezzo, i critici avevano per
secoli rispettati almeno due limiti, nel trattare quei due venerandi
decani della letteratura. Uno di questi limiti era la tradizione, la
quale ci raccontava che nell’ottavo secolo a. C. era vissuto un poeta,
chiamato Omero, il quale aveva composti i due poemi e di cui ci narrava
alla meglio la vita. Sebbene la tradizione fosse manchevole, lacunosa
e non in ogni parte concorde, gli uomini avevano creduto per secoli
di rispettarla, pensando che in fin dei conti gli antichi erano in
grado di saper da chi, quando e come erano state scritte l’_Iliade_ e
l’_Odissea_ meglio di noi; e che se già gli antichi avevano dimenticato
il vero nome dell’autore, era poco probabile che potessimo ricordarcene
noi. L’altro limite era ancora più umile, perchè era posto dal buon
senso; il quale pretende che, come ogni figlio ha un padre, così
ogni libro debba avere un autore; e che se tutti i libri che noi
possediamo sono purtroppo stati scritti da uno sciagurato, che un bel
giorno ha intinto la penna nel calamaio e ha incominciato a scrivere
la prima parola, continuando sino all’ultima pagina, così dovrebbero
essere state scritte anche l’_Iliade_ e l’_Odissea_. Se dunque la
tradizione e queste considerazioni del senso comune non soddisfacevano
a pieno il nostro desiderio di sapere, almeno furono per secoli le
colonne d’Ercole, oltre le quali la curiosità degli uomini non osò
avventurarsi, sinchè non sopraggiunse la scienza tedesca. Questa, senza
esitare, varcò anche quei limiti; e il castigo non mancò: invece di
continuare a rinfrescar la mente in quella viva onda di poesia, gli
uomini si scervellarono a voler risolvere l’insolubile problema di
rifar la storia di un’opera, intorno a cui non ci sono più notizie;
architettarono e discussero sul serio le ipotesi più insensate,
studiarono e scrissero molto, ma non conchiusero nulla; finchè uno
sciagurato portò le rozze manaccie sul capolavoro immortale, osò
spezzarlo per ricostruire, egli, in Germania, l’_Ur-Ilias_, la vera
Iliade.