IV.

Altri esempi simiglianti potrebbe somministrarci la storia di

Roma, nella quale la scienza tedesca ha condotta l’Italia sino agli

incredibili delirî critici del Pais; e forse gli ordini di studi

più diversi, se avessimo il tempo di inoltrarci nello studio della

cultura tedesca, in tutti i campi. È questa insomma una cultura a cui

fa difetto il senso del limite e quindi l’ordine e la disciplina; una

cultura che non sa graduare i problemi, ma troppo spesso li confonde

facilmente nel modo più bizzarro; che pecca nel tempo stesso per troppo

orgoglio e per troppa ingenuità; e che perciò è stata cagione di un

immenso disordine in tutti i paesi — e tra questi pur troppo occorre

annoverare l’Italia — che non hanno saputo far in essa rigorosamente

la cernita dei principî buoni e dei deleteri. Orbene: la vera causa

della guerra europea deve cercarsi in questa ineguaglianza, per cui al

centro dell’Europa si sono trovate accanto nello stesso popolo tanta

indisciplina intellettuale e tanta disciplina politica. Da questo

squilibrio tra la disciplina intellettuale e la disciplina politica

della Germania è nato il ciclone, che sta devastando l’Europa. In

qual modo e come, non è difficile intendere. Le idee non possono

tenere un po’ a freno le passioni, se non sono fortemente legate in

un sistema e appoggiate sul sodo: o sopra una tradizione, o sopra

un’autorità, o sopra principî riconosciuti, sentiti e venerati per

veri da tutti. Se questi appoggi e sostegni mancano, se il pensiero

vuol spiccare il salto dalla pedana di se medesimo, porre ogni mattina

a capriccio i principî da cui prendere le mosse per rifare da capo

a fondo l’universo, necessariamente la bellezza, la morale e la

verità non saranno più che un immenso e volubile giuoco di sofismi,

in cui ognuno, mutando arbitrariamente i principî, potrà dimostrare

a piacere le tesi opposte; e nel quale, quali tesi trionferanno alla

fine? Quelle che lusingheranno maggiormente le passioni dominanti.

Le idee opereranno non come freni, ma come stimoli delle passioni più

forti. Questo han fatto la letteratura e la filosofia in tutti i tempi

di anarchia intellettuale, e questo hanno fatto in Germania, negli

ultimi quarant’anni, la storia, la filosofia, la letteratura, quelle

che si chiamano le scienze politiche, a mano a mano che l’orgoglio

delle vittorie e della potenza era rinfocolato dall’incremento della

popolazione, dalle nuove ricchezze, estratte così facilmente da un

suolo tanto ricco di ferro e di carbone. Debole perchè libera; non

regolata nè da principî, nè da tradizioni, nè da autorità di nessun

genere e perciò impotente a sua volta a regolare le menti, la cultura

tedesca, la sua scienza, la sua filosofia, la sua letteratura si

sono messe al servizio di quelle passioni che non potevano infrenare

o correggere, delle buone e delle cattive, esaltandole tutte: il

patriotismo, lo spirito di disciplina e di unione, la reverenza per

il Sovrano e lo Stato, la fretta dei subiti guadagni, l’orgoglio e

la petulanza nazionali, quel che si suol chiamare con barbara parola

l’arrivismo. Hanno dunque secondate e infervorate tutte le inclinazioni

dello spirito pubblico, senza poter distinguerle in buone e cattive, in

benefiche e pericolose; e tra queste il vezzo di scambiare per grande

quel che è colossale soltanto, di assumere la quantità a misura della

qualità, e di credere che il popolo tedesco fosse il sale della terra

e il modello del mondo; hanno infiammato l’orgoglio della moltitudine

ed inasprito quel delirio di persecuzione che segue sempre, compagno

inseparabile e castigo immediato, tutti gli orgogli eccessivi. Onde

a poco a poco noi abbiamo veduto — fenomeno grandioso e terribile —

ripetersi nel centro dell’Europa la biblica tragedia di Ninive e di

Babilonia: non più un re, ma tutto un popolo crescer di potenza, di

ricchezza, di prestigio così da aver intorno tutta l’Europa e l’America

tra ammirate e intimorite: ma farsi nel tempo stesso sempre più

inquieto, malcontento, sospettoso; lagnarsi che a lui non si tributava

il giusto rispetto, che la sua potenza non era temuta a dovere, che i

suoi meriti erano misconosciuti e i suoi beni insidiati da ogni parte

dall’invidia di nemici sleali. Sinchè un giorno, al sommo della potenza

e della ricchezza, in una Europa che tremava al pensiero di veder

risfolgorare al sole la spada del ’70, quando solo in Europa avrebbe

potuto godersi sicuramente la pace, perchè era temuto e non temeva,

questo strano popolo, in una settimana, a proposito di una questione

che non lo toccava, ha mandato un cartello di sfida, si può dire, al

mondo; ha provocati cinque Stati, tra cui nientemeno che i tre più

vasti e potenti imperi del mondo, a un duello mortale; e lanciata la

folle sfida, è mosso alla battaglia e alla morte in file serrate, tutto

unito e concorde, al comando dell’imperatore, docile alle spinte di

uno Stato, per disgrazia del mondo troppo autorevole in mezzo ai suoi.

La guerra europea non sarebbe scoppiata se il popolo tedesco fosse

stato più savio, o se il Governo fosse stato più debole: la disciplina

politica e il disordine intellettuale hanno generata la catastrofe.

Così un Governo forte, bene amato, ben temprato contro i colpi della

fortuna, servito da uomini intelligenti, provvisto di denaro e di

mezzi, è diventato lo strumento della più sregolata imaginazione e

ambizione, in una impresa nella quale al popolo tedesco non par che

resti altra speranza se non quella di render memorabile per secoli

la sua caduta, trascinando il mondo intero nella propria rovina; di

seppellire la sua potenza immolata in un’ora di follia sotto le macerie

di una civiltà, sino ad un anno fa floridissima e che nessuno può dire

in che stato sarà tra un anno o due.

La guerra europea · 第 32 / 82 题