II.

Se noi paragoneremo rapidamente tra loro i tre maggiori Stati

dell’Europa considerandoli a questa stregua, noi spiegheremo forse

per qual ragione la Francia e l’Inghilterra desideravano la pace, e

la Germania abbia invece loro imposta, come l’ha imposta al mondo, la

guerra. Nel grande rivolgimento di idee e di principî, onde è nata la

civiltà moderna, la Francia ha fatta la parte sua — e che parte: la

Rivoluzione! La Rivoluzione francese ha opposto, come tutti sanno, al

principio dell’autorità che per tanti secoli aveva retti gli Stati,

il principio della libertà. Perciò la Francia è certamente la nazione

d’Europa in cui il principio nuovo della libertà ha maggiormente

prevalso nella politica sull’antico: la sola nazione, forse, presso

la quale lo Stato, distaccato dalla sua facciata tutto il mistico e

magnifico apparato di un tempo, apparisce agli uomini quale è, nuda

opera della ragione, inteso solo a servire gli uomini che gli sono

sottoposti; e l’autorità, invece di discender dall’alto, emana da

coloro che devono obbedire. L’opinione quindi, abbandonata alle sue

libere ispirazioni, governa senza limiti e freni la repubblica: una

cosa che sarebbe sembrata, tre secoli fa, una empietà o una follia

solo a parlarne. Ma dallo Stato e dalle dottrine politiche in fuori,

non c’è forse altra nazione di Europa in cui lo spirito antico — il

rispetto della tradizione, il senso della misura e dell’autorità —

sia così forte come in Francia. La Francia è giudicata da molti un

paese «arretrato», come oggi si dice, perchè, quando non si tratti

di teorie politiche, l’antico vi resiste molto meglio che altrove al

modernismo invadente. La gente vive ancora, non ostante la ricchezza,

con modestia e semplicità, almeno a paragone dei larghi mezzi di cui

dispone; pratica l’antiquata virtù del risparmio; è restia a mutare

i modi usati del vivere quotidiano; ha forte il sentimento della

famiglia. Le classi colte non sentono ancora così viva come in altri

paesi la smania di rammodernare senza tregua filosofie, arti, scienze.

Dopo la Rivoluzione, la Francia — e non è questo uno dei suoi meriti

minori — non ha più dato alla luce molte filosofie nuove e non si è

molto riscaldata per quelle che la Germania veniva partorendo con tanta

fecondità. Oggi ancora la Francia, sola forse tra le nazioni, dubita

che l’arte debba anch’essa fare ad ogni costo e sempre delle cose

nuove; e non ripugna dal riconoscere l’autorità dei modelli.

Non è difficile dunque intendere come un popolo, il quale era ricco,

potente, istruito, e aveva il senso della misura, e non si lasciava

facilmente abbagliare da speciose dottrine a desiderare l’impossibile,

e lasciava l’opinione popolare governare lo Stato, desiderasse la

pace. La Francia era paga della sua sorte e non desiderava cose

impossibili: per quale ragione avrebbe attirato sulla sua terra felice

il flagello della guerra? La moltitudine, quando può seguire la sua

inclinazione naturale, vuol piuttosto pace che guerra. La Francia

aveva desiderata la pace con tanto ardore, che più di un vicino —

e forse anche il nemico — aveva conchiuso che fosse infrollita. Se

passiamo a considerare l’Inghilterra noi troviamo una contradizione

diversa. L’Inghilterra ha fatta anche essa la sua parte nel recente

sconvolgimento del mondo. Opera più sua che d’altri è la rivoluzione

industriale, senza la quale la rivoluzione politica avrebbe assai meno

alterato l’antico ordine del mondo. Quando l’uomo non possedeva altri

strumenti che quelli — i più di legno — che erano mossi dalla sua

mano o dai muscoli di qualche animale addomesticato, egli poteva, sì,

fabbricar delle meraviglie, ma in quantità scarsa; e perciò pure doveva

considerare la parsimonia come una virtù, la prodigalità come un vizio.

Ma quando gli uomini riuscirono a congegnare nuove macchine di ferro, a

muoverle con la forza del vapore e a produrre beni in quantità, sia pur

più scadenti, non cercarono più nelle cose la bellezza o la bontà, ma

la varietà e l’abbondanza. Se no, a che scopo fabbricarne tanto numero?

L’uomo sembrò allora farsi più perfetto, quanto più imparava a lavorar

rapido e quanto più numerosi si facevano i suoi bisogni.

L’Inghilterra avendo iniziato la rivoluzione industriale, doveva —

come ha fatto — cercare prima e più di ogni altro popolo di screditare

i costumi dei padri, le tradizioni casalinghe, la semplicità, la

parsimonia. Tutti sanno che nella vita privata l’inglese è una specie

di zingaro, che non può più affezionarsi seriamente a nessuna delle

cose che lo circondano: nè alla famiglia, da cui si stacca facilmente

e presto, nè alla casa che cambierà cento volte in sua vita, nè alle

proprie abitudini, perchè la tirannica forza della moda, governata a

sua volta dall’industria, lo costringerà ogni pochi anni a contrarne

di nuove. Ma questa instabilità di gusti, di abiti, di costumi posa

invece sopra un fondamento di tradizioni politiche ed intellettuali,

poco meno che granitico. Non c’è popolo più restio dell’inglese a

mutare opinioni, gusti, metodi, principî, convinzioni, nell’arte,

nella scienza, nella religione, nella filosofia e sino ad un certo

segno anche nella politica. Accusano oggi i tedeschi l’Inghilterra

di aver voluta e fatta nascere la guerra: ma sono davvero ingrati con

la nazione che aveva fatto quanto stava in lei perchè essi potessero

impadronirsi di sorpresa dell’Europa. L’Inghilterra non solo non

voleva la guerra europea, ma non ha mai neppure creduto, per quanto

pochi veggenti l’avessero più volte messa sull’avviso, che potesse

scoppiare; perchè nella storia non aveva mai visto un altro ciclone che

somigliasse a questo e perchè la guerra l’avrebbe disturbata troppo

nei suoi piaceri e nei suoi affari. Onde non aveva preparato nulla

per la guerra — nè alleanze, nè esercito, nè tesoro; ha esitato fino

all’ultimo istante, sinchè i soldati tedeschi non hanno varcata la

frontiera belga; e per parecchi mesi ancora dopochè la conflagrazione

era scoppiata, non ha capita la grandezza del cimento a cui si era

accinta. Buon per lei che la Francia è riuscita da sola a contenere

l’invasione tedesca; se no, che cosa mai sarebbe stato di te,

disgraziatissima Europa!

In Germania invece ritroveremo una contradizione, diversa così da

quella della Francia come da quella dell’Inghilterra. Tutti sanno

quanta forza il principio mistico dell’autorità abbia conservato,

anche nel ventesimo secolo, in mezzo ai tedeschi. Dio governa ancora

i tedeschi, i quali perciò credono di dover essere i suoi beniamini.

Si ripete sovente in Europa che la Germania è un pezzo di medio evo:

a torto, se si guarda alle forme dello Stato, che si sono abbastanza

rammodernate; a ragione, se si guarda allo spirito. Dove se non in

Germania possiamo noi ritrovare l’adorazione della potestà regia e

di tutte le autorità che emanano dal Sovrano, trasportata dal secolo

XVII al secolo XX ma più viva e sincera, perchè temperata con un certo

spirito di libertà e di critica; ma più universale e più imperativa,

perchè insegnata e inculcata da uno Stato organato mirabilmente,

onnipotente, onnipresente? Le monarchie assolute che furono prima della

Rivoluzione, erano venerate molto più che non fossero davvero obbedite.

Come venerata più che obbedita è oggi ancora l’autorità dello Stato

in Russia e in Turchia. In Germania l’autorità, applicando con forza e

misura moderna gli antichi principî del governo monarchico, è riuscita

a farsi rispettare e obbedire; cosicchè lo Stato tedesco era certo,

allo scoppiar della guerra, il più forte d’Europa, quello che aveva a

temere meno così la contradizione, come la malavoglia e l’indifferenza

dei sudditi.

Ma quale anarchia di costumi, di gusti, di aspirazioni, di criteri, di

idee controbilancia, nella Germania moderna, questa forza dello Stato!

Non c’è popolo presso il quale le antiche tradizioni di semplicità e di

modestia siano state soprafatte da una smania più furente di ricchezza

e di lusso: non c’è popolo che abbia santificato con maggior fervore

per tutti gli uomini l’eroico dovere di guadagnare e di spendere, di

lavorare e di godere finchè bastano le forze e il respiro: non c’è

popolo che si sia più gloriato di scavalcare, pensando e operando,

tutti i limiti che per tanti secoli l’uomo aveva rispettati: non solo

quelli segnati dalle autorità antiche o dalla tradizione, ma anche

quelli segnati dal buon senso, o dal senso morale o dalla verecondia.

Tutti avete sentito anche troppo parlare, in questi mesi e prima

della guerra, della cultura tedesca, di quella scienza e di quella

filosofia che dalla Rivoluzione francese in poi hanno trovati tanti

alunni tra i popoli troppo vecchi e i popoli troppo giovani, e di cui

disgraziatamente le Università d’Italia sono oggi le ancelle più umili

che ci siano in tutta Europa. Ma in che propriamente si distingue

questa cultura dalle altre, che l’hanno preceduta o che le vivono

accanto? In questo: che troppo spesso o per soverchio orgoglio o per

scarsa esperienza o per qualche altro mancamento, non sa discernere

il punto a cui il pensiero deve nella ricerca fermarsi, perchè se

lo oltrepassa si capovolge e precipita roteando su se medesimo nel

vuoto sofistico. C’è molta gente che da otto mesi, levando gli occhi

e le mani al cielo, esclama e sospira: «Chi l’avrebbe mai detto? La

Germania.... La Germania.... Far tutto quello che ha fatto! Dar tanti

cattivi esempi! Un paese con tanti scienziati e filosofi, così istruito

e sapiente!». Ma credete voi davvero che la scienza e la sapienza

siano, come dicono gli scienziati e i filosofi, beni immarcescibili

e incorruttibili, l’essenza stessa del progresso, un raggio della

luce divina che ovunque si posi, purifica, avviva, rallegra? No:

anche la scienza e la sapienza, opere umane, sono soggette a tutte

le perversioni e le corruzioni, in cui la natura umana può incorrere:

errano anch’esse e traviano, sopratutto se presumono di oltrepassare

nel conoscere una certa misura, che non è mai tracciata dalla scienza

stessa, ma dalla modestia, dal senno, da un certo, quasi direi,

«senso umano» che il sapiente deve avere di sè e delle cose. Ma è

proprio questo «senso umano» che fa difetto alla cultura tedesca,

insofferente di limiti. Spinto da un orgoglio frenetico a non voler

prendere le mosse che da se medesimo, smanioso di creare ogni giorno

morali, diritti, arti, religioni, filosofie tutte nuove e originali,

lo spirito tedesco compie da un secolo un lavoro titanico, per riuscir

troppo spesso a complicare le questioni semplici, a oscurare le chiare,

a porre problemi insolubili, a confondere la coscienza morale, a

intorbidare il gusto artistico del mondo!

La guerra europea · 第 30 / 82 题