La guerra europea — questo terremoto che ha già diroccato a metà il
vecchio mondo; la guerra europea, di cui da tanti anni tutti parlavano
ma i più senza credere che potesse scoppiare, come si parlava del
giorno in cui il sole si spegnerà nel firmamento o la terra incontrerà
nello spazio qualche errabonda cometa, la guerra europea è scoppiata
in otto giorni. La sera del 24 luglio l’Europa si è addormentata, dal
Baltico all’Ionio, dai Pirenei agli Urali, pensando che il giorno
seguente sarebbe giunto tra gli uomini all’ora consueta, simile a
quelli che lo avevano preceduto e a quelli che lo seguirebbero, per
scaricare sul mondo il consueto fardello di beni e di mali, e dileguare
poi inosservato nella vasta uniformità del tempo. L’imperatore di
Germania faceva la solita crociera nei Mari del Nord; l’imperatore
d’Austria era alle acque d’Ischl; il presidente della Repubblica
francese partiva dalla Russia, per far visita ai Sovrani scandinavi. Ma
la mattina del 25 — era un sabato — l’Europa tutta lesse, sbigottendo,
le torbide minaccie che il ministro austriaco a Belgrado intimava di
sorpresa al Governo serbo; e il sabato dopo — il 1º agosto — il conte
di Pourtalès, ambasciatore di Germania a Pietroburgo, consegnava
al Governo russo la dichiarazione di guerra. Come è accaduto? Per
colpa di chi? Per quali motivi? Anche oggi, dopo otto mesi, ci par di
sognare, quando pensiamo a quei giorni fatali, alla rapidità con cui
in una settimana la supposta cometa errabonda negli spazi è apparsa,
è ingrandita, è piombata su di noi; allo stupore sbigottito ed inerte
con cui l’abbiamo vista correre alla nostra volta, sfolgoreggiare sul
firmamento, travolgerci in un torrente di fiamme.
La storia indagherà a suo tempo e racconterà agli uomini, giorno per
giorno, ora per ora, quanto fu detto, sussurrato, pensato, voluto,
operato, nelle Corti e nelle Cancellerie dell’Europa, in quella
settimana fatale. Oggi ogni Governo si studia di non divulgare se
non quanto serve a ributtare su gli altri Governi la responsabilità
dell’immane catastrofe. Ciò non ostante un punto non può ormai più
essere messo in dubbio da nessun osservatore imparziale e informato.
La guerra europea è scoppiata, perchè la Germania — popolo e governo —
l’hanno voluto. Quale sia stata la parte del governo e quale la parte
del popolo, poco importa: quel che conta, è che nel momento decisivo
popolo e governo sono stati d’accordo nel fulmineo assalire a ponente
e a levante due potenti vicini, che non avrebbero desiderato di meglio
che di godersi la prospera pace di cui si allietavano. Onde il gran
quesito: perchè un popolo che, essendo così industrioso e professando
gli stessi principî morali e politici dei suoi vicini, avrebbe dovuto
desiderare la pace alla pari degli altri popoli d’Europa, è stato
ad un tratto invasato da tanta furia guerresca, senza aver ricevuto
provocazione, a proposito di fatti che lo toccavano solo per via
indiretta? È questo popolo, a dispetto delle apparenze, diverso dai
suoi vicini e in verità straniero all’Europa, nel cui cuore vive e
cresce di numero?
Per rispondere a questo quesito occorre innanzi tutto ricordare
che questa guerra non è soltanto una guerra; ma è, come la caduta
dell’impero d’Occidente, come l’avvento del Cristianesimo e la
Rivoluzione francese, un cataclisma storico. Perciò, se gli accidenti
che ne furono l’occasione sono nel presente, le cause profonde, cioè
le vere, rimontano lontano: a quella immensa rivoluzione di cui la
stessa Rivoluzione francese è un episodio, e che da due secoli va
capovolgendo i principî su cui l’ordine sociale aveva posato sin dalle
origini della storia. I secoli avevano detto all’uomo: ogni cosa nuova,
solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore delle antiche, e
quindi ogni cosa antica deve essere sacra. E un secolo — il decimonono
— osò rovesciare questo principio e affermare, in nome del progresso,
che la novità, solo perchè nova, doveva esser migliore dell’antico;
che ogni generazione aveva il dovere di rinnovare quante più cose
potesse tra quelle che troverebbe. I secoli avevano detto all’uomo che
la moderazione dei desiderî, la semplicità del vivere, la parsimonia
erano le virtù massime. E il secolo decimonono rovesciò anche
queste opinioni; disse virtù il guadagnare e lo spendere largamente,
l’accrescere i desiderî, i bisogni, le aspirazioni. Per secoli e secoli
era stato detto che l’uomo nasceva per obbedire alle autorità umane e
divine: e il secolo decimonono gli disse invece che egli nasceva per
vivere libero e per esercitare nella libertà tutte le facoltà sue; che
egli perciò doveva domandare la ragione di tutte le autorità a cui
si vuol sottoporlo. Necessario effetto di quel gran moto di popoli,
di classi, di idee, di ambizioni che dopo la scoperta dell’America
ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e l’America insieme alla
conquista della terra, questo capovolgimento di principî, per cui quel
che era male è diventato o sta diventando bene e quel che era bene
è diventato o sta diventando male, doveva generare un perturbamento
universale nella vita del mondo, più grande assai di quello effettuato
dal Cristianesimo, che anch’esso tanti principî della società antica
aveva capovolti, sebbene con un procedimento diverso; un perturbamento,
le cui cagioni sfuggono ai più, ma che si fa sentire in ogni parte del
mondo presente. O che non possa accadere mai che il principio nuovo
della libertà e del progresso sradichi e tolga di mezzo per sempre e
tutto intero il principio antico dell’autorità e della tradizione; o
che per sradicarlo e annullarlo occorra più tempo di quello che sinora
è corso, fatto sta che presso tutti i popoli d’Europa il principio
nuovo non ha trionfato che in parte, mentre in parte l’antico si è
conservato. Nasce da ciò, in tutte le moderne nazioni d’Europa, una
interna ineguaglianza, tormentosa e continua ma diversa dall’una
all’altra; perchè la tradizione e l’autorità non hanno vinto e non
hanno ceduto allo stesso modo in tutta Europa. Un popolo è conservatore
e tradizionalista in cose in cui l’altro cerca smanioso il progresso,
la novità, la libertà — e viceversa.