Voi però mi direte a questo punto: «Ma — di grazia — la misura vera,
qual’è? Quale dobbiamo adoperare sicuri di non errare? La quantità? La
qualità? Possiamo noi vivere senza sapere se progrediamo o decliniamo
— e quale dei due mondi possa ragionevolmente aspirare al primato?
Camminare, ignorando dove la via ci mena?». E chi dicesse così,
avrebbe ragione. Noi dovremmo poter definire quel progresso in cui
crediamo quasi come i nostri nonni credevano in Dio. E invece...
E invece continueremo per un pezzo a balbettarne delle definizioni
confuse e incoerenti — come di parecchie altre parole, oggi non meno
strapazzate di questa: della parola libertà, per esempio. E difatti:
possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini
come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come
regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe
che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma
possiamo noi credere possibile oggi un moto — o religioso o politico o
intellettuale — che imponga a tutti gli ordini sociali una restrizione
un po’ rigorosa dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinchè
il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno;
sinchè i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia
di far più spese, la quantità dilaterà il suo impero sulla terra,
l’incremento delle ricchezze servirà come misura unica del progresso,
e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel
poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare
macchine più veloci, a coltivare più vaste distese di terre e a scavare
miniere.... Queste cose son così vere, che molti pensano di sciogliere
il quesito, pigliandolo bravamente dall’altro capo. «Volgiamoci allora
alla quantità — dicono. Incoroniamola regina del mondo. Sia progresso
l’incremento delle ricchezze. Anche il produrre ricchezza è opera
grande e meritevole». Certamente. Ma chi riuscirebbe a imaginare un
mondo che fosse quantità pura, privo di arte e di morale, spoglio
di bellezza e di giustizia? Non facciamoci dunque illusioni: non c’è
scienza, filosofia o religione — venga essa dalla Germania, dall’India
o dal pianeta Marte — che possa effettuare questa quadratura del
circolo, almeno sinchè noi non ci decideremo a volere o la vittoria
definitiva della quantità sulla qualità o quella della qualità sulla
quantità. Ma noi non possiamo — oggi almeno — volere nè l’una nè
l’altra; dunque il mondo continuerà a vivere, malamente contento di
una equivoca definizione del progresso e i tempi sembreranno per un
pezzo ancora tralignare insieme ed ascendere. Volgeranno cioè propizi
ai popoli ricchi di terre, di ferro e di carbone, pur non potendo
largire a costoro che delle ricchezze imperfette e manchevoli; mentre
i popoli cui toccarono in sorte le tradizioni di una antica e gloriosa
cultura e un territorio magro, malediranno in cuor loro quel fardello
diventato inutile in tempi in cui bisogna alleggerirsi per correre
alla conquista della terra; brameranno insoddisfatti, cercheranno,
ammireranno l’opulenza ignorante. Il segreto della più recente storia
d’Italia, delle sue fortune e delle sue sventure, è questo e non altro.
L’Italia, che è un piccolo territorio naturalmente nè molto ricco nè
molto povero — una cosa di mezzo — fu grande sinchè la qualità regnò
sola nel mondo; sinchè una gente potè per forza d’ingegno e di lavoro
imporsi ai popoli più ricchi; sinchè la grandezza delle nazioni dipese
dalla cultura più che dalle risorse naturali del territorio. Ma la sua
decadenza incominciò quando la quantità entrò nel novero delle forze
storiche, e cioè nel secolo XVI; lenta da prima, come lenti furono
da prima i progressi della quantità, e via via più rapida, finchè si
giunse alla Rivoluzione francese. In mezzo al gran rivolgimento del
settecento anche l’Italia aveva preso a sognare, sia pur nel vago, un
qualche rinnovamento della antica grandezza; e con quel sogno, dopo
la fragorosa rovina del ’15, aveva consolata insieme ed esacerbata la
lunga attesa della generazione che visse tra la caduta di Napoleone
e la Rivoluzione del ’48. Ma in quel trentennio, mentre l’Italia
aspettava e sognava, la quantità si impossessava alla fine del mondo:
si costruivano le prime ferrovie, la grande industria e l’America
uscivano insieme di adolescenza. Cosicchè non appena, nel ’59,
l’Italia entrò nel mondo, in veste di nazione unita e moderna, subito
si accorse che il modesto patrimonio ereditato dagli avi non bastava
più; occorrevano oro, ferro, carbone, armi e tante altre dispendiose
diavolerie ormai obbligatorie. E si mise all’opera con ardore: ma
ahimè! il suo territorio era angusto; ed era ormai già quasi tutto
spoglio di boschi; e aveva poche miniere, non carbone, scarso ferro
sebbene eccellente: molte invece le bocche; anzi queste crescevano
ogni anno, a vista d’occhio, da ogni parte, intorno alle mense non
lautamente imbandite. Fu dunque forza lavorare, lavorare, lavorare per
produrre la maggior somma di ricchezza possibile, a qualunque costo,
sconvolgendo e rimescolando tutto il paese da un capo all’altro, le sue
tradizioni, istituzioni e fortune; sopratutto immolando i sogni fatti
negli anni dell’attesa e le alte ambizioni agli spiccioli bisogni del
giorno, o per ripetere ancora una volta la formula di cui forse ho
abusato: immolando la qualità alla quantità.
Da cinquanta anni la storia dell’Italia è quasi dominata da una legge
di degradazione dei modelli o, se vi piace meglio, di volgarizzazione
degli ideali: degradazione e volgarizzazione, che nella politica
come nella cultura e nell’industria, hanno avvicinati e sostituiti
i modelli o gli ideali lontani e difficili con altri più vicini e
più facili. Abbiamo allargate le basi dello Stato fino al suffragio
universale. Abbiamo accresciuta e assai — se si pon mente alla povertà
iniziale del suolo — la ricchezza totale. Abbiamo diffusa l’istruzione
nei ceti medi e popolari. Ma tutti i modelli di perfezione verso
i quali si era sforzata l’Italia antica si son perduti o confusi
— dall’umanesimo, le cui ultime faville furono barbaramente spente
nelle Università, alle tradizioni delle nostre arti più antiche e
gloriose. Sotto nome di libertà prevalse una anarchia intellettuale,
per la quale, caduti i modelli e indebolite, quando non rovesciate,
tutte le autorità spirituali che li imponevano, la nazione ha perduta
ogni chiara nozione dell’eccellenza in tutte le alte attività della
mente; e ora seguendo troppo alla leggera mode caduche, ora ingannata
dai ciarlatani venute in credito spacciando sofistiche filosofie
distruttive d’oltr’alpe, ha perduto il coraggio e la lena delle vaste
opere organiche; si è, nell’arte come nella scienza, nell’industria
come nel diritto, troppo spesso accontentata della mediocrità dozzinale
e del genere frammentario — lirica e novelle in letteratura, monografie
nella scienza, espedienti nella politica — pur non appagandosene,
pur aspirando in cuor suo all’eccelso, al grande, al nobile, ma non
sapendo più precisamente a quale stregua riconoscerlo e con quale
premio incoronarlo. Non per nulla anche nel secolo della quantità,
noi siamo gli eredi di tanti secoli di civiltà qualitativa! Di qui
la smania che non dà pace alle classi alte e colte, e che le spinge
così spesso a lacerarsi le proprie carni; quella smania, di cui voi
potete vedere l’insorgere improvviso nella nostra storia, confrontando
i due scrittori maggiori della prima e della seconda metà del secolo
XIX. Alessandro Manzoni ci apparisce nella prima come uomo pieno di
dubbi, perplesso e quasi timido, schivo di giudicare gli altri o di
imporre loro le proprie opinioni e il proprio sentire. Ma quanto ai
principî suoi no, era fermo e sicuro: fermo e sicuro nei principî
d’arte, che professò e seguì; sicuro e fermo nei principî religiosi,
morali, politici, che fece suoi dopo varie prove e vicende. C’è nella
sua vita una conversione: ma è risoluta e definitiva, come il colpo di
spada che tagliò il nodo gordiano. Visse insomma con la mente in un
mondo circoscritto e limitato; ma in quello sapendo quel che voleva
e di quel che voleva sapendo rendere ragione chiaramente: onde, pur
non lavorando con alacrità grande che una parte sola della sua vita,
potè lasciare parecchie opere, diverse tra loro ma tutte figlie di
una intenzione precisa, e un capolavoro. Giosuè Carducci ci guarda
invece, anche dai ritratti che adornano le sue edizioni, quasi con un
atteggiamento di sfida: e difatti sembra dominare la generazione sua
come un Dio che investe, giudica e fulmina. Ma non lasciatevi ingannare
dalle apparenze! Quelle collere e quelle violenze coprono in verità la
perenne incertezza e la smania incessante di una mente che cerca dei
criteri fermi e sicuri per giudicare il mondo, un appoggio cioè, e non
lo trova; che ondeggia sempre tra il classicismo e il romanticismo,
tra l’erudizione e la poesia, tra la ricerca e l’intuizione, tra
l’inno a Satana e l’invocazione alla Vergine, tra la democrazia e il
nazionalismo, tra la repubblica e la monarchia. Non c’è quasi grande
questione d’arte e di politica, sulla quale Giosuè Carducci non abbia
professate in buona fede e sinceramente le opinioni opposte; cosicchè
le sue opere sono una miniera inesauribile di citazioni per tutti
i partiti e per tutte le scuole. Ma se si è contradetto spesso, non
si è convertito quasi mai, e anche quando si è convertito nel modo e
per i motivi più degni di rispetto, non ha voluto riconoscerlo: anzi
che furie, se lo sentiva a dire! Quanto ha lavorato! Tutta la vita,
infaticatamente: molto più che il Manzoni, e quanto pochi altri nostri
scrittori del secolo scorso. Ma nei suoi numerosi volumi c’è tutto,
c’è prosa e poesia, storia e critica, politica e filosofia, polemica ed
estetica, e quanti meravigliosi frammenti possono bastare alla gloria
di molti scrittori: non c’è però un’opera di lunga lena. Che cosa sta
in mezzo a questi due grandi, che sono così vicini e così lontani? Una
rivoluzione — e non soltanto politica: una rivoluzione che, togliendo
di mezzo ogni regolatore della vita intellettuale, ha gettato le menti,
al di là di tutti i limiti antichi, in un immenso vuoto vorticoso.