Voi mi direte che, prese le mosse dall’America, noi abbiamo fatto un
lungo cammino, ritornando per un così tortuoso giro in Italia. È vero.
Ma credo che, almeno per chi non ami nè quel particolar genere di
filosofia che specula fuori dello spazio e del tempo, nè quell’altro
genere ancor più particolare di scienza che per capirla tagliuzza la
realtà in tanti pezzetti, un viaggio meditativo dalle civiltà antiche
in America possa chiarire molti oscuri problemi intorno al passato e
al presente. Chiarire almeno che quel che noi chiamiamo il progresso,
non è in verità altra cosa che il capovolgimento dei principî a
cui alludevo poco fa, e che, incominciato appunto dopo la scoperta
dell’America, precipita ora per la spinta che il torrente delle nuove
ricchezze americane gli imprime. Tutti i secoli avevano detto all’uomo:
ogni cosa nuova, solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore
delle antiche. Il secolo decimottavo e il decimonono rovesciarono
questo principio, affermando che la novità, solo perchè nova, doveva
presumersi migliore dell’antico. Tutti i secoli avevano detto all’uomo
che egli si avvicinerebbe tanto più alla perfezione, quanto più fosse
moderato nei suoi desiderî, semplice e parsimonioso nei suoi abiti,
ossequente alle Autorità e alla tradizione. I tempi rovesciarono
anche questi principî; affermarono che per salire la scala della
perfezione, l’uomo deve accrescere desiderî, bisogni, aspirazioni,
aguzzare la curiosità e il senso critico a domandar la ragione di
tutte le cose. Tutti i secoli avevano ingiunto all’uomo di rispettar
i limiti che trovava tracciati in ogni parte nascendo. E venne un
secolo che gli disse invece di smuoverli, per verificar se erano
solidamente piantati e nel luogo opportuno. Necessario effetto di
quel gran moto di popoli, di classi, di idee, di ambizioni che dopo
la scoperta dell’America ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e
l’America insieme alla conquista della terra, questo capovolgimento
doveva generare un perturbamento universale nella vita del mondo,
più grande assai di quello effettuato dal Cristianesimo che anch’esso
tanti principî della società antica aveva rovesciati, sebbene con un
procedimento diverso: quel perturbamento di cui noi siamo testimoni e
autori, e nel quale la stessa crisi dell’Italia di cui vi ho parlato
si perde come una ondata in una tempesta. Mi ingannerò: ma pare a me
che questo modo di considerare la storia del mondo aiuti a intendere
il tempo nostro e nelle loro congiunture vitali le idee e le dottrine
in cui crede, la politica che segue, le aspirazioni e i bisogni che lo
travagliano, i pericoli e le crisi che lo minacciano. Perciò ritornando
dall’America, sulle cui strade io l’ho trovato, ho creduto bene di
esporlo, in un libro che a molti è sembrato oscuro: come penso non
sarebbe stata sterile in un pubblico insegnamento, se la catastrofe a
cui è soggiaciuta in Italia l’alta cultura, negli ultimi cinquant’anni,
non avesse chiuse le pubbliche scuole ad ogni non sterile idea. Ma per
quanto nemica voglia e debba essere a questo modo di considerare il
passato e il presente un mandarinato di falsi savi, che intravede forse
adombrata in quella la condanna della sua leggerezza e del suo vano
orgoglio, non sarà male di insistere, non foss’altro che per inculcare
nello spirito delle nuove generazioni — massime in quella parte che
può sfuggire più facilmente alle influenze nocive di troppe sciagurate
dottrine accolte e divulgate senza discernimento — che l’Italia può
chiedere alla quantità il pane quotidiano per la moltitudine, non la
grandezza, la gloria, il prestigio. Di quel che occorre affinchè un
popolo grandeggi per la quantità, la natura non ci ha dato che un
elemento che solo, senza territori, miniere, boschi, capitali, non
basta: la fecondità. Noi non possiamo dunque sperar gloria e grandezza,
come i nostri padri, che dalla qualità: il che vuol dire che ci è
toccato nella vita un compito particolarmente difficile. Se a un popolo
che ha avuto dalla sorte un territorio ricco, l’ordine e la laboriosità
bastano per sbalordire nello spazio di una generazione il mondo con le
sue subite ricchezze, ad eccellere per qualità in ogni ramo dell’umano
lavoro, non basta invece neppure saper raggiungere un modello difficile
di perfezione: occorre oggi, come sempre, farlo riconoscere per tale,
imporlo agli altri, nessun modello essendo necessario e assoluto. E per
imporlo agli altri, occorre imporlo a se medesimi; e per imporlo a se
medesimi, è necessaria disciplina, tradizione, abnegazione, un senso
sicuro dei limiti; tutte qualità che si van perdendo nel formidabile
vortice della civiltà moderna. Salvarle in mezzo a questo vortice, è
dunque l’impresa più ardua a cui una nazione possa accingersi; ma la
virtù degli uomini come dei popoli grandi si mostra nel saper fare non
le cose facili, ma le cose difficili.