III.

Così fu che, dopo aver errato assai nel nuovo mondo per monti, per

valli ed entro il labirinto di questi dubbi e di queste contradizioni,

mi trovai alla fine un giorno alle prese con questo problema: che cosa

è il progresso? Era chiaro che solo dopo aver definito il progresso, si

poteva giudicare l’America; ma che, definitolo, si potrebbe giudicare

addirittura la civiltà moderna nei suoi fini e nei suoi mezzi, Poichè

se il progresso è incremento della ricchezza, l’America è il modello

dei popoli e il mondo cammina sulla buona via. Se invece il progresso

è alcunchè diverso dall’incremento dei beni, potrebbe anche esser

vero che l’America e l’Europa vadano rimbarbarendo. Ma purtroppo il

quesito era oscuro e difficile. Se domandassimo a mille persone che

cosa è il progresso, quante saprebbero rispondere con sicurezza; e

quante definizioni, tutte incerte e tutte diverse, non ci verrebbe

fatto di raccogliere? Non ci volle molto tempo a scoprire che tutti

pronunciamo cento volte al giorno questa gran parola, ma che nessuno

di noi sa quel che propriamente significhi. Ricorsi ai libri dei

dotti, per riceverne luce e consiglio: ma invano. Ogni savio definiva

il progresso a modo suo e in modo arbitrario, poichè invano cercavo

nell’uno e nell’altro un argomento decisivo che dimostrasse vera una

definizione e false tutte le altre. Insomma, il secolo del progresso

non sa che cosa il progresso sia e quindi non sa se l’America è da

più o da meno dell’Europa, e se esso stesso progredisce davvero o no.

Qualche volta dice di sì, qualche volta di no. Come si spiegano queste

stranissime contradizioni e incertezze? Forse le spiegheremo, se ci

volgeremo insieme, come io mi volsi allora, dal fondo dell’America

verso le civiltà antiche, tra le rovine delle quali, prima di prender

la mossa al viaggio del nuovo mondo, avevo vissuto tanti anni. Sì:

le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e

limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desiderî,

le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo

della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un

merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi

perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben

altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative

e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi

gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita

pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran

peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto

certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità;

e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di

tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose;

ci siamo proposti come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo

rovesciati o cancellati tutti i limiti antichi conquistando la libertà:

ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità,

e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri

antenati tenevano in mezzo alla casa al posto d’onore. La decadenza

degli studi classici, per esempio. Molti non sanno darsi pace che i

tempi non vogliano più saperne di Omero, di Virgilio e di Cicerone;

e vorrebbero ripristinare gli antichi nell’antico onore. Ma come e

in che modo? Gli antichi scrittori furono studiati con zelo indefesso

sinchè furono il modello ammirato da tutti della perfezione letteraria,

e sinchè questa perfezione, oltre che ornare la mente, fruttò la

pubblica stima, la fama, qualche volta la gloria e cospicue dignità.

Ma da un secolo una sordida polvere ha coperti anche quei modelli, un

tempo così sfolgoranti: altre letterature e diverse, più accese e più

colorite, sono venute in fama: e poi che catena sarebbero tutte quelle

antiche regole del bello scrivere, per un secolo che vuol scrivere

e parlar tanto, e così a precipizio! Gli antichi non possono essere

più i maestri del gusto, nel secolo della ferrovia e del telegrafo;

e non potendo esser più i maestri del gusto, non sono, per il maggior

numero, più nulla, neppure degli scrittori interessanti — perchè molti

si dilettano maggiormente di libri più freschi. Tutte le arti, voi lo

sapete, sono oggi travagliate da un misterioso malessere; ma non tutte

allo stesso modo e nella stessa misura: perchè delle arti ce ne son

due sorta, quelle che divertono gli uomini — la musica, il teatro, la

letteratura; e quelle che abbelliscono il mondo — l’architettura, la

scultura, la pittura e in genere le arti decorative. Orbene: le arti

che abbelliscono il mondo sono oggi le più tribolate. Nessun secolo

costruì mai tanti palazzi, tanti monumenti, tante nuove città; nessuno

nutrì tanti architetti, pittori, scultori e decoratori di ogni genere.

Noi abbiamo tutto quello che occorre, pare, per far bello il mondo: il

denaro, gli artisti, il desiderio. Perchè non ci riesce? Che cosa ci

manca? Una cosa sola: il Tempo. Lodavo un giorno certe architetture

di New York ad un valentissimo architetto di quella città. «Sì, sì —

mi rispose ironicamente. I miei concittadini spenderebbero volentieri

cento milioni di dollari per costruire un nuovo San Marco o una seconda

Nôtre Dame: ma a un patto... Che io la terminassi in diciotto mesi!».

Ecco il punto. Come abbellire un mondo che non sta mai fermo, che

sempre muta, che ha tanta fretta e che vuol moltiplicare la quantità

di tutte le cose? Che si voglian fabbricare dei bei palazzi, o dei

bei mobili, o dei bei gingilli — quale si sia, grande o piccola, la

perfezione ambita — ci vuol tempo, e non furia; ci vuol discrezione

nella richiesta e gusti non troppo volubili. In diciotto mesi non si

poteva edificare San Marco: nè la Francia avrebbe creati i famosi

stili del settecento, se già allora gli uomini fossero stati morsi

dalla tarantola del nuovo, e avessero desiderato rinnovar mobiglio e

inventare uno stile novissimo ogni dieci anni.

La guerra europea · 第 23 / 82 题