Così fu che, dopo aver errato assai nel nuovo mondo per monti, per
valli ed entro il labirinto di questi dubbi e di queste contradizioni,
mi trovai alla fine un giorno alle prese con questo problema: che cosa
è il progresso? Era chiaro che solo dopo aver definito il progresso, si
poteva giudicare l’America; ma che, definitolo, si potrebbe giudicare
addirittura la civiltà moderna nei suoi fini e nei suoi mezzi, Poichè
se il progresso è incremento della ricchezza, l’America è il modello
dei popoli e il mondo cammina sulla buona via. Se invece il progresso
è alcunchè diverso dall’incremento dei beni, potrebbe anche esser
vero che l’America e l’Europa vadano rimbarbarendo. Ma purtroppo il
quesito era oscuro e difficile. Se domandassimo a mille persone che
cosa è il progresso, quante saprebbero rispondere con sicurezza; e
quante definizioni, tutte incerte e tutte diverse, non ci verrebbe
fatto di raccogliere? Non ci volle molto tempo a scoprire che tutti
pronunciamo cento volte al giorno questa gran parola, ma che nessuno
di noi sa quel che propriamente significhi. Ricorsi ai libri dei
dotti, per riceverne luce e consiglio: ma invano. Ogni savio definiva
il progresso a modo suo e in modo arbitrario, poichè invano cercavo
nell’uno e nell’altro un argomento decisivo che dimostrasse vera una
definizione e false tutte le altre. Insomma, il secolo del progresso
non sa che cosa il progresso sia e quindi non sa se l’America è da
più o da meno dell’Europa, e se esso stesso progredisce davvero o no.
Qualche volta dice di sì, qualche volta di no. Come si spiegano queste
stranissime contradizioni e incertezze? Forse le spiegheremo, se ci
volgeremo insieme, come io mi volsi allora, dal fondo dell’America
verso le civiltà antiche, tra le rovine delle quali, prima di prender
la mossa al viaggio del nuovo mondo, avevo vissuto tanti anni. Sì:
le civiltà che furono prima della civiltà presente erano povere e
limitavano da ogni parte lo spirito umano, incatenandone i desiderî,
le ambizioni, l’ardimento; lavoravano poco e lente; e, pur soffrendo
della penuria, pensavano che l’accrescere i beni fosse, più che un
merito e un vanto, una croce. Ma in compenso volevano una qualsiasi
perfezione: o esigevano negli oggetti fabbricati dall’industria ben
altra solidità, finitezza e bellezza; o avevano le arti decorative
e i loro grandi maestri in quella stima in cui noi abbiamo oggi
gli inventori fortunati e gli abili tecnici; o ingombravano la vita
pubblica e la privata di cerimonie fastose ed eleganti; o davano gran
peso alle questioni di morale personale e onoravano di pubblico culto
certe virtù. Insomma, badavano alla qualità più che alla quantità;
e perciò sapevano limitarsi con una pazienza che è cagione a noi di
tanto stupore. Noi abbiamo capovolto quell’antico ordine di cose;
ci siamo proposti come fine l’incremento della ricchezza; abbiamo
rovesciati o cancellati tutti i limiti antichi conquistando la libertà:
ma abbiamo dovuto subordinare in ogni cosa la qualità alla quantità,
e relegare tra le anticaglie gli esempi di perfezione che i nostri
antenati tenevano in mezzo alla casa al posto d’onore. La decadenza
degli studi classici, per esempio. Molti non sanno darsi pace che i
tempi non vogliano più saperne di Omero, di Virgilio e di Cicerone;
e vorrebbero ripristinare gli antichi nell’antico onore. Ma come e
in che modo? Gli antichi scrittori furono studiati con zelo indefesso
sinchè furono il modello ammirato da tutti della perfezione letteraria,
e sinchè questa perfezione, oltre che ornare la mente, fruttò la
pubblica stima, la fama, qualche volta la gloria e cospicue dignità.
Ma da un secolo una sordida polvere ha coperti anche quei modelli, un
tempo così sfolgoranti: altre letterature e diverse, più accese e più
colorite, sono venute in fama: e poi che catena sarebbero tutte quelle
antiche regole del bello scrivere, per un secolo che vuol scrivere
e parlar tanto, e così a precipizio! Gli antichi non possono essere
più i maestri del gusto, nel secolo della ferrovia e del telegrafo;
e non potendo esser più i maestri del gusto, non sono, per il maggior
numero, più nulla, neppure degli scrittori interessanti — perchè molti
si dilettano maggiormente di libri più freschi. Tutte le arti, voi lo
sapete, sono oggi travagliate da un misterioso malessere; ma non tutte
allo stesso modo e nella stessa misura: perchè delle arti ce ne son
due sorta, quelle che divertono gli uomini — la musica, il teatro, la
letteratura; e quelle che abbelliscono il mondo — l’architettura, la
scultura, la pittura e in genere le arti decorative. Orbene: le arti
che abbelliscono il mondo sono oggi le più tribolate. Nessun secolo
costruì mai tanti palazzi, tanti monumenti, tante nuove città; nessuno
nutrì tanti architetti, pittori, scultori e decoratori di ogni genere.
Noi abbiamo tutto quello che occorre, pare, per far bello il mondo: il
denaro, gli artisti, il desiderio. Perchè non ci riesce? Che cosa ci
manca? Una cosa sola: il Tempo. Lodavo un giorno certe architetture
di New York ad un valentissimo architetto di quella città. «Sì, sì —
mi rispose ironicamente. I miei concittadini spenderebbero volentieri
cento milioni di dollari per costruire un nuovo San Marco o una seconda
Nôtre Dame: ma a un patto... Che io la terminassi in diciotto mesi!».
Ecco il punto. Come abbellire un mondo che non sta mai fermo, che
sempre muta, che ha tanta fretta e che vuol moltiplicare la quantità
di tutte le cose? Che si voglian fabbricare dei bei palazzi, o dei
bei mobili, o dei bei gingilli — quale si sia, grande o piccola, la
perfezione ambita — ci vuol tempo, e non furia; ci vuol discrezione
nella richiesta e gusti non troppo volubili. In diciotto mesi non si
poteva edificare San Marco: nè la Francia avrebbe creati i famosi
stili del settecento, se già allora gli uomini fossero stati morsi
dalla tarantola del nuovo, e avessero desiderato rinnovar mobiglio e
inventare uno stile novissimo ogni dieci anni.