II.

Questa affermazione sembrerà oscura. Cercherò di chiarirla con questo

discorso. Che cosa sono dunque queste tanto celebrate ricchezze

dell’America? Molti scrollano le spalle, a sentir questa domanda,

in Europa. Dei barbari che vogliono arricchire per arricchire, nelle

cui mani l’oro diventa sterile: e gli Americani son giudicati. Ma non

è necessario aver viaggiato a lungo, per esempio, negli Stati Uniti

dell’America del Nord, per sapere quanto questa opinione si dilunghi

dal vero. Cupido solo di ricchezza il paese ove i corpi pubblici e

i ricchi privati fanno a gara per fondare biblioteche, musei, scuole

d’ogni genere e specie? Dove gli studenti e i ricchi mecenati bastano

a mantenere, senza sussidio alcuno dello Stato, immense Università —

come Harward e Columbia? Dove Stati, Città, Banche, Ferrovie, Società

di assicurazioni e milionari profondono ogni anno tesori per abbellire

di sontuosi edifici le città? Il popolo che spalanca le porte, da ogni

epoca della storia e da ogni contrada della terra, a tutte le arti,

a tutte le scienze, a tutte le dottrine e le credenze? Dove si creano

ogni giorno delle religioni nuove? — No: l’Americano non è il barbaro

carico d’oro, di cui favoleggiano certe leggende in Europa. Anche

l’Americano sa che, se è necessario produrre ricchezza, il produrla

non basta. «Ma — si dice — l’arte, la scienza, la religione sono cose

a cui l’Americano attende a tempo perso: alla ricchezza, invece, no.

_Totus in hoc est_». È vero: ma, di grazia, e l’Europa? Chi oserebbe

affermare che oggi, al sommo dei pensieri del vecchio mondo stiano

la morale, il diritto, le arti, le lettere o le scienze? Di che si

parla anche tra noi tuttodì se non delle industrie, dei commerci,

dell’agricoltura e del loro incremento? Non abbiamo noi forse udito

sovrani regnanti per la grazia di Dio vantarsi di seguire con occhio

vigile il commercio del proprio popolo su tutte le vie della terra? Se

dunque l’America è barbara, anche l’Europa e il mondo rimbarbariscono.

E a dire il vero non pochi fanno propria, almeno di tempo in tempo e

quasi senza accorgersene, questa conclusione. Non ci lamentiamo forse

tutti — dieci volte ogni dì — che gli operai, che gli impiegati, che

i soldati, che gli studenti, che i professori, che i figli e i padri,

che i mariti e le mogli, che i ministri dello Stato e i camerieri

non valgono più quelli di una volta; che l’arte del ben cucinare si

perde insieme con i prelibati vini di un tempo e con le maniere della

buona creanza, il senso del bello e i sentimenti generosi? Ma il

tralignar di tutte queste cose non è forse un rimbarbarire? Dunque,

il mondo rimbarbarisce.... E sia: ma donde è nato questo movimento

che ad un tempo sospinge i popoli alla ricchezza e alla barbarie?

Volgiamoci verso il passato: lo vedremo scaturire e discendere alla

volta del nostro secolo dai tempi lontani, in cui un genovese oscuro

e ostinato spiegò dalle coste della Spagna le sue vele e sparve a

Ponente nell’Oceano intentato. Sì: sino ad allora l’Europa aveva creato

arti, religioni, filosofie, morali, sistemi giuridici di incomparabile

perfezione: ma era povera: lavorava poco e lenta: venerava le

tradizioni e l’autorità: aveva costretta l’energia dell’uomo entro

leggi, pregiudizi e precetti senza numero: si sforzava di inculcare

nelle generazioni il tenebroso pensiero che l’uomo è un essere debole,

corrotto e simile — come canta Virgilio — al barcaiolo che risale a

forza di remi la corrente vorticosa di un fiume. Guai a lui, se per

un istante egli cessa di far forza! La corrente lo travolgerà. Ma

come ebbe scoperto in mezzo all’Oceano un continente nuovo, l’Europa a

poco a poco si fece ardita: si accorse che Prometeo era stato un ladro

maldestro, perchè del fuoco non aveva rubato che una piccola scintilla;

scoprì il carbone e l’elettricità; fabbricò la macchina a vapore, e

non si appagò più di sognare la Terra promessa ma la volle; distrusse

le tradizioni, le leggi e le istituzioni che avevano incatenate tante

generazioni; imparò a lavorar presto e assai; non desiderò più solo la

ricchezza, ma anche la libertà; e gettò nel mondo, come un rimprovero

al passato e una sfida alla natura, la parola che domina il secolo:

progresso!...

Poichè l’idea del progresso è nata proprio tra il crepuscolo del

Seicento e l’alba del Settecento, dopo i primi trionfi delle scienze:

e si è diffusa, ha vinta nel popolo come nei grandi la forza della

tradizione, gli scrupoli della fede, le obiezioni dei filosofi e le

paure del misoneismo, a mano a mano che l’uomo, armato di fuoco e

di scienza, conquistava la terra e i suoi tesori. Ma allora, se noi

viviamo nel secolo del progresso, come accade che ci lagniamo della

decadenza di tutte le cose? Come può rimbarbarire il secolo del

progresso? Affermando che l’America è barbara e che il mondo deteriora,

bestemmiamo noi forse alla leggera il progresso? O altrimenti, che cosa

è questo progresso che lascia il mondo sdrucciolare nel peggio e per il

quale ogni giorno ci affatichiamo, soffriamo e talora gettiamo perfino

la vita?

La guerra europea · 第 22 / 82 题