I.

L’europeo che viaggia l’America in ferrovia, può figurarsi che

attraversa un deserto. Vede all’Argentina trascorrergli innanzi, lenta

e monotona, una verde pianura, nella quale ogni tanto quattro o cinque

casette rosse, allineate al di là di una stazione, appaiono, tutte

eguali, a ricordare che degli uomini vivono pure in quella infinita

solitudine. Vede nel Brasile, sin dove l’occhio giunge, montagne cupe

nella luce sfolgorante del giorno; e in mezzo a quelle ogni tanto delle

montagne più chiare, su cui la foresta primitiva fu incendiata per far

posto ai filari del caffè: ma non vede case e villaggi, se non ogni

tanto, nella solitudine, e dopo un lungo viaggiare. Vede nell’America

del Nord un villaggio apparire ogni tanto qua e là in mezzo al deserto:

poi a un tratto il treno irrompe, sbuffando e sibilando, tra case,

camini, edifici, casette che sembrano rincorrersi alla rinfusa; si

intravedono strade, uomini, veicoli, che appena visti scompariscono.

Entriamo in una grande città. Mezzo milione, un milione, due milioni di

uomini si pigiano su quel piccolo territorio, sotto il nero padiglione

di fumo che distendono sul loro capo i mille camini. Ma ripigliando

dopo una breve sosta la corsa, il treno getta di nuovo, dopo pochi

minuti, il suo stridulo fischio nella vasta solitudine.

Spettacolo di singolare novità per l’europeo, che viene da una delle

terre più popolose del mondo, dove case e casette si arrampicano a

branchi dalle rive del mare alle ultime vette abitabili delle Alpi!

Ma in quelle pianure e in quelle montagne che paiono spopolate, come

in quelle città che sembrano sorgere in mezzo al deserto, l’uomo ha

trovata finalmente la Terra promessa, il Giardino delle Esperidi,

l’Eldorado sognato per tanti secoli: ma da quelle pianure, da quelle

montagne, da quelle città trabocca ogni anno sul mondo una piena di

diverse ricchezze: di cereali, di cotone, di tabacco, di caffè, di

lana, di carne, di oro, di argento, di rame, di carbone, di petrolio,

di ferro e manufatti di ogni specie; ma in quelle pianure, in quelle

montagne, in quelle città milioni di europei trovano ogni anno il pane,

il tetto, il giaciglio, l’agiatezza; e la Fortuna sembra scapricciarsi

a gettare alla cieca in mezzo agli uomini, a piene mani, i suoi doni

più ricchi. Tante favole corrono oggi per l’Europa intorno agli orrori

e alle meraviglie dell’America, che non si raccomanderà mai abbastanza

agli uomini del vecchio mondo di non essere troppo creduli: ma non sono

favole invece e sono forse maggiori che l’Europa non creda, le sue

ricchezze. Quelle ricchezze che risvegliano nell’anima della vecchia

Europa tanta ammirazione, tanta invidia e tanta cupidigia; quelle

ricchezze intorno alle quali in tutto il mondo tanto si scrive, si

disputa e si farnetica.... Ed a ragione. Non che l’America si prepari

con quella, come troppo spesso si dice, a comperare il vecchio mondo in

bisogno; ma perchè l’America precipita con la forza di quelle ricchezze

un rovesciamento di ideali e di misure, che già da un secolo venivano

lentamente capovolgendosi.

La guerra europea · 第 21 / 82 题