LXIII. Nel caso di Grey non erano circostanze attenuanti. Per le sue

doti, il suo sapere, il grado che per retaggio ei teneva nello Stato,

e l’alto comando che aveva avuto nell’armata ribelle, sarebbe stato

agli occhi d’un Governo giusto, obietto più meritevole di castigo di

quello che fossero Alice Lisle, Guglielmo Hewling, o chiunque altri

delle centinaia di contadini ignoranti, de’ quali i teschi e gli

squartati corpi erano esposti nelle città della Contea di Somerset. Ma

il patrimonio di Grey era grande, e rigorosamente ipotecato. Egli altro

non aveva de’ suoi beni che una rendita vitalizia, e non poteva perdere

più di ciò che fruiva. Se veniva punito di morte, le sue terre erano

subito devolute allo erede prossimo. Se gli si concedeva il perdono,

poteva pagare un grosso riscatto. Gli fu quindi concesso di redimersi,

dando una scritta d’obbligo per quaranta mila lire sterline al Lord

Tesoriere, ed altre somme minori ad altri cortigiani.[470]

LXIV. Sir Giovanni Cochrane aveva tenuto fra i ribelli scozzesi

il grado medesimo occupato da Grey nelle contrade occidentali

d’Inghilterra. Che Cochrane fosse perdonato da un principe oltremodo

vendicativo, pareva incredibile. Ma Cochrane era cadetto d’una ricca

famiglia; non poteva, dunque, daini ottenersi danaro se non col

salvargli la vita. Il padre suo, Lord Dundonald, offerse cinque mila

lire sterline di mancia ai preti della casa reale; e la grazia fu

conceduta.[471]

Samuele Storey, rinomato seminatore di sedizioni, che era stato

commissario nella armata ribelle, e con veementi arringhe, in cui

Giacomo era descritto come incendiario ed avvelenatore, aveva

infiammato l’ignorante popolaccio della Contea di Somerset, ottenne

il perdono; imperocchè aiutò mirabilmente Jeffreys ad estorcere le

quindici mila lire sterline a Prideaux.[472]

Nessuno dei traditori aveva meno diritto a sperare grazia che Wade,

Goodenough e Ferguson. Questi tre capi della ribellione erano fuggiti

insieme dal campo di Sedgemoor, ed erano giunti salvi alla costa;

ma avevano trovato una fregata in crociera presso il luogo dove

speravano imbarcarsi. Si erano quindi l’uno dall’altro partiti.

Wade e Goodenough, in breve tempo scoperti, furono menati a Londra.

Comunque fossero stati profondamente implicati nella congiura di Rye

House, comunque si fossero resi notevoli fra’ capi della insurrezione

delle contrade occidentali, fu loro lasciata la vita, perchè potevano

rivelare cose, onde il Re togliesse cagione ad uccidere e spogliare

taluni ch’egli odiava, ma ai quali non aveva fino allora potuto trovare

delitto da apporre.[473]

In qual modo Ferguson fosse fuggito, fu, ed è tuttavia, un mistero. Di

tutti gl’inimici del Governo, egli era, senza dubbio nessuno, il più

reo. Era stato il primo macchinatore della congiura per assassinare

Carlo e Giacomo. Aveva scritto il manifesto, che per insolenza,

malignità e bugiarderia, non ha paragone fra i libelli di que’

procellosi tempi. Aveva incitato Monmouth prima ad invadere il Regno,

e poi ad usurpare la corona. Era ragionevole credere che si sarebbe

con ogni studio cercato l’arcitraditore, come spesso lo chiamavano;

alle quali ricerche un uomo così singolare per aspetto e loquela mal

poteva sottrarsi. Affermavasi con sicurezza nelle botteghe da caffè

in Londra, che Ferguson fosse stato preso; notizia che fu creduta da

uomini i quali avevano buoni mezzi di sapere il vero. Dopo, si seppe

ch’egli era sano e salvo sul continente. Corse molto il sospetto che

egli di continuo carteggiasse col Governo, contro cui di continuo

macchinava congiure; che mentre incitava i suoi colleghi ad ogni

eccesso d’imprudenza, desse a Whitehall tante notizie rispetto ai loro

procedimenti, quante sarebbero potute bastare a salvargli la vita; e

che perciò si fossero dati ordini a lasciarlo fuggire.[474]

Jeffreys, compiuta l’opera, ritornò a chiedere il meritato premio.

Giunse a Windsor, lasciandosi addietro strage, lutto e terrore. L’odio

che gli portavano le genti della Contea di Somerset, è senza esempio

nella storia nostra. Non fu spento dal tempo o da politici mutamenti,

fu lungamente tramandato di generazione in generazione, e si sfogò

ferocemente sopra la sua innocente progenie. Da molti anni era già

morto, il suo nome e il suo titolo erano già estinti, allorchè la

contessa di Pomfret, viaggiando per la strada d’occidente, fu insultata

dalla plebe, e si accorse di non rimanere in sicurtà fra i discendenti

di coloro che avevano veduto il Tribunale di Sangue.[475]

Ma alla Corte, Jeffreys fu cordialmente accolto. Era il giudice tanto

gradito al proprio signore. Giacomo aveva con interesse e diletto

tenuto dietro alla missione di lui. Nelle sue sale ed a mensa aveva

spesso favellato della devastazione che si stava facendo tra i

suoi disaffezionati sudditi, con esultanza che rendeva attoniti i

ministri stranieri. Di propria mano aveva scritto racconti di quella

ch’egli, con frase faceta, chiamava la campagna del suo Lord Capo

Giudice nelle contrade occidentali. Scrisse all’Aja, come parecchie

centinaia di ribelli fossero stati condannati. Alcuni di loro erano

già stati impiccati, altri lo sarebbero; i rimanenti verrebbero

deportati alle piantagioni. Non giovò a nulla lo avere Ken scritto per

implorare mercè al traviato popolo, e lo avere dipinto con commovente

eloquenza l’orribile stato della propria diocesi. Lamentava come fosse

impossibile procedere per le strade maestre senza vedere qualche

terribile spettacolo, e come l’aria della Contea di Somerset fosse

pregna di morte. Il Re lesse, e rimase, secondo il detto di Churchill,

più duro del marmo de’ camini di Whitehall.

LXV. A Windsor, il Gran Sigillo d’Inghilterra fu posto nelle mani

di Jeffreys, e nel prossimo numero della Gazzetta di Londra fu

solennemente annunziato che cosiffatto onore era la rimunerazione de’

molti insigni servigi da lui resi alla Corona.[476] In un periodo

posteriore di tempo, allorquando gli uomini tutti di tutti i partiti

parlavano con raccapriccio del Tribunale di Sangue, il malvagio Giudice

e il Re malvagio provaronsi di scolparsi, gettandosi scambievolmente il

biasimo addosso. Jeffreys, rinchiuso nella Torre, protestò che negli

atti più feroci di crudeltà da lui commessi, non aveva travarcati gli

ordini espressi del proprio signore; che anzi non gli aveva osservati

con quella severità che gli era stata ingiunta. Giacomo, in Saint

Germain, avrebbe voluto far credere ch’egli era stato inchinevole alla

clemenza, e che la violenza del ministro gli aveva attirato sul capo un

biasimo non meritato. Ma niuna di queste due anime crude può mandarsi

assoluta, l’una a detrimento dell’altra. La falsità della scusa addotta

da Giacomo è provata da ciò che scrisse di proprio pugno. Quella di

Jeffrey, quando anche fosse vera in fatto, è estremamente indegna.

La strage delle contrade occidentali era finita; quella di Londra

era presso a cominciare. Il Governo singolarmente desiderava

trovare vittime fra i grandi mercatanti Whig della Città. Nel

regno precedente essi erano stati parte formidabile della potenza

dell’Opposizione. Erano ricchi; e la loro opulenza non era, al pari

di quella di molti nobili e gentiluomini di provincia, protetta da

ipoteche contro la confisca. Nel caso di Grey, e d’altri uomini nella

medesima condizione, era impossibile saziare ad un’ora la crudeltà

e la rapacità; ma un ricco trafficante poteva essere mandato alle

forche, e insieme spogliato. I grandi del commercio, nondimeno,

ancorchè comunemente fossero ostili al papismo e al potere arbitrario,

erano stati scrupolosi o timidi tanto, da non incorrere nel delitto

d’alto tradimento. Uno de’ più considerevoli fra essi, era Enrico

Cornish. Era stato Aldermanno quando la Città possedeva il suo antico

statuto; teneva l’ufficio di Sceriffo mentre la questione della Legge

d’Esclusione occupava le menti di tutti. In politica era Whig, in

religione pendeva verso le opinioni presbiteriane; ma era d’indole

cauta e temperata. Non è stato provato con testimoni di fede degni,

ch’egli si spingesse mai fino all’orlo dell’alto tradimento, senza

tuttavia gettarvisi dentro. Mentre era Sceriffo, gli aveva ripugnato

l’animo a servirsi, come suo deputato, di un uomo irruente e immorale

quale era Goodenough. Scoperta la congiura di Rye House, la Corte sperò

grandemente di trovarvi implicato Cornish; speranze che andarono a

vuoto. Uno de’ congiurati, a dir vero, cioè Giovanni Rumsay, era pronto

a giurare ogni cosa; ma un solo testimone non fu riputato sufficiente,

e un secondo non fu possibile trovare. Da quel tempo erano corsi due e

più anni. Cornish si credeva sicuro, ma l’occhio del tiranno vegliava

sopra di lui. Goodenough, atterrito dal prossimo spettacolo della

morte, e scusando la propria malignità colla sfavorevole opinione in

cui lo aveva sempre tenuto il suo antico padrone, assentì a fare la

parte di quel testimone che fino allora non s’era potuto trovare.

Cornish venne preso mentre negoziava alla Borsa, condotto in carcere,

tenuto per alcuni giorni in istretta solitudine, e tratto senza essere

punto preparato al tribunale di Old Bailey. L’accusa era interamente

fondata sopra la testimonianza di Rumsay e di Goodenough. Entrambi,

siccome essi medesimi confessarono, erano complici della congiura

onde accusavano il prigione. Entrambi erano fortemente stimolati da

speranza e timore ad incriminarlo. Furono addotti anche testimoni che

provavano come Goodenough gli fosse nemico personale. La storiella che

disse Rumsay, era incompatibile con quella ch’egli aveva raccontata

allorquando comparve in tribunale a testificare contro Lord Russell. Ma

queste ragioni furono addotte invano. Al banco sedevano tre giudici che

avevano seguito Jeffreys nella sua missione di sangue alle contrade

occidentali; e fu notato da coloro che ne osservavano il contegno,

ch’essi erano tornati dalla strage di Taunton con feroce ed irritato

animo. Egli è pur troppo vero che il gusto del sangue è un appetito che

anco gli uomini di non crudele natura possono per abitudine agevolmente

acquistare. La barra e il seggio si congiunsero ad atterrire il

malfortunato Whig. I Giurati, eletti dal cortigiano Sceriffo, decisero

di leggieri esistere la colpa; e, malgrado il mormorare dello indignato

pubblico, Cornish fu fatto morire dieci giorni dopo essere stato

imprigionato. E perchè fosse intera la degradazione, la forca fu

innalzata dove King Street si congiunge con Cheapside di faccia alla

casa nella quale quell’infelice, riverito da tutti, era lungamente

vissuto; voglio dire di faccia alla Borsa, dove egli aveva sempre

avuto immenso credito, ed al Guildhall, dove s’era reso cospicuo come

capo popolare. Ei morì animosamente, profferendo molte pie parole;

ma co’ gesti e con lo sguardo mostrò tale forte risentimento per la

barbarie ed ingiustizia onde era stato trattato, che i suoi nemici

sparsero una vile calunnia, dicendo come egli fosse ubriaco o fuori di

sè allorquando venne condotto al patibolo. Guglielmo Penn, nondimeno,

che stava presso alla forca, e i cui pregiudizi erano tutti a favore

del Governo, affermò poscia di non avere veduto nel contegno di Cornish

null’altro che la indignazione naturale d’un uomo innocente, tratto al

macello con forme legali. La testa dell’assassinato magistrato fu posta

sopra il Guildhall.[477]

LXVI. Per quanto iniquo fosse il riferito caso, non era l’iniquissimo

de’ tanti che infamarono le sessioni autunnali di quell’anno in Old

Bailey. Fra gl’implicati nella congiura di Rye House, era un uomo

chiamato Giacomo Burton. Per confessione propria, s’era trovato

presente allorchè i suoi compiici avevano discusso intorno al disegno

d’assassinio. Scoperta la congiura, fu promesso un premio a chi lo

avesse arrestato. Ei venne salvato da morte da una vecchia matrona,

di nome Elisabetta Gaunt, che professava le dottrine de’ Battisti.

Questa donna, con le maniere e le frasi peculiari alla sua sètta, era

armata di un grande spirito di carità. Spendeva la vita a soccorrere

gl’infelici di qualunque opinione religiosa si fossero, ed era ben

conosciuta come colei che di continuo andava visitando le carceri.

Le opinioni politiche e teologiche, non che la inchinevolezza alla

commiserazione, la indussero a fare tutto ciò che potè a fine di

salvare Burton. Provvide che una barca lo trasportasse a Gravesend,

dove s’imbarcò sopra un legno che andava ad Amsterdam. Nel partirsi,

ella gli pose in mano una somma di denari, che, rispetto ai suoi

mezzi, era assai grande. Burton, dopo d’essere vissuto lungo tempo

in esilio, ritornò con Monmouth in Inghilterra, pugnò in Sedgemoor,

fuggì a Londra, ed ebbe asilo in casa di Giovanni Fernley, barbiere

in Whitechapel. Fernley era poverissimo. Sapeva che un premio di

cento lire sterline era stato offerto dal Governo per la cattura di

Burton. Ma l’onesto uomo era incapace di tradire colui che nell’estremo

pericolo aveva trovato ricovero sotto il suo tetto. Sventuratamente si

sparse la voce, che Giacomo era maggiormente rigoroso contro coloro i

quali davano ricetto ai ribelli, che contro i ribelli stessi. Aveva

pubblicamente dichiarato, che di tutte le specie di crimenlese, quella

di sottrarre i traditori alla sua vendetta, era la più imperdonabile.

Burton lo seppe; si diede nelle mani del Governo, accusando Fernley ed

Elisabetta Gaunt come rei di averlo ricoverato ed aiutato a fuggire.

Furono tratti al tribunale. Lo scellerato al quale avevano salvata la

vita, ebbe cuore e faccia di comparire come precipuo testimone contro

loro. Dichiarati convinti, Fernley fu condannato alla forca, Elisabetta

Gaunt al fuoco. Anche dopo gli orribili fatti di quell’anno, molti

credevano impossibile che coteste sentenze si mandassero ad esecuzione.

Ma il Re fu senza pietà. Fernley venne impiccato. Elisabetta Gaunt

fu arsa viva in Tyburn il dì medesimo nel quale Cornish fu tratto

a morte in Cheapside. Lasciò un foglio, scritto, a dir vero, in

istile non leggiadro, ma tale che fu letto da migliaia di persone con

commiserazione e raccapriccio. «Il mio fallo» diceva essa «è stato tale

da essere perdonato da un principe. Altro non ho fatto che aiutare una

povera famiglia, ed ecco! è forza ch’io muoia per avere ciò fatto.»

Querelavasi della insolenza de’ giudici, della ferocia del carceriere,

e della tirannia del maggiore di tutti, al piacere del quale essa e

tante altre vittime erano state immolate. Perdonava le ingiurie che le

erano state da loro fatte; ma come implacabili nemici di quella buona

causa, che pure sarebbe risorta e trionferebbe, li abbandonava al

giudizio del Re dei Re. Fino allo estremo mantenne forte e tranquillo

l’animo: il che rammentò agli spettatori le più eroiche morti di cui

avevano letta la descrizione nel libro di Fox. Guglielmo Penn, che, a

quanto pare, piacevasi sommamente di quegli spettacoli che gli uomini

d’indole mite comunemente sogliono schivare, da Cheapside, dove aveva

veduto impiccare Cornish, corse in fretta a Tyburn per vedere ardere

Elisabetta Gaunt. Riferì poscia, che come ella si pose con calma a

disporre la paglia in guisa che il suo patire fosse più breve, a tutti

gli astanti scoppiarono le lagrime. Fu notato che mentre compivasi il

più iniquo assassinio giudiciale che avesse infamato que’ tristissimi

tempi, si sfrenò tale una procella, che non ve n’era mai stata un’altra

somigliante dopo quel grande uragano che aveva infuriato mentre giaceva

sul letto di morte Oliviero. Gli oppressi Puritani contarono, non senza

trista soddisfazione, le case atterrate, le navi sbalzate dall’impeto

della procella; e sentivano alquanto racconsolarsi pensando che il

cielo mostrasse spaventevoli segni della ira sua contro la iniquità che

affliggeva la terra. Da quel terribile giorno in poi, nessuna donna in

Inghilterra ha patita la pena di morte per delitto politico.[478]

LXVII. Ciò che Goodenough aveva fatto, non fu reputato bastevole a

meritarsi la grazia. Il Governo voleva ancora una vittima di non

alta condizione; un chirurgo, cioè, di nome Bateman. Aveva, come

tale, servito Shaftesbury, ed erasi mostrato zelante Esclusionista.

Forse era stato anche partecipe del segreto della congiura Whig;

ma gli è certo, lui non essere stato uno de’ precipui congiurati;

perocchè nella congerie delle deposizioni pubblicate dal Governo,

il suo nome si incontra una volta sola, e non implicato in nessun

delitto che toccasse l’alto tradimento. Dal suo atto d’accusa, e dalla

relazione che ci rimane intorno al suo processo, chiaro si deduce che

non gli venne mai apposta la colpa di avere partecipato al disegno

di assassinare i due reali fratelli. La malignità con che un uomo

cotanto oscuro, reo di sì lieve fallo, venne perseguitato, mentre

a traditori assai più rei e bene altrimenti notevoli fu conceduto

redimersi testificando contro lui, sembrava richiedere spiegazione; e

una spiegazione disonorevole fu data. Allorchè Oates, dopo la patita

flagellazione, fu portato privo di sensi, e come tutti pensavano,

nell’estrema agonia, a Newgate, Bateman gli aveva cavato sangue e

fasciate le ferite. E questo fu per lui delitto imperdonabile. I

testimoni addottigli contro, erano uomini di tristissima fama; i quali,

inoltre, giuravano ciò che veniva loro ingiunto, a fine di salvare la

propria vita. Nessuno di loro aveva fino allora ottenuto il perdono;

e il popolo soleva dire che essi pescavano la preda, come corvi di

mare, con la corda al collo. Il prigione, istupidito dal sentirsi

male, non potè proferire parola, o intendere ciò che accadeva. Il

figlio e la figlia di lui gli stavano accanto sul banco degli accusati.

Lessero, come meglio poterono, alcuni appunti ch’egli aveva notati,

ed esaminarono i testimoni. E tutto fu invano. Bateman fu dichiarato

convinto, impiccato e squartato.[479]

LXVIII. Giammai, nè anche sotto la tirannia di Laud, le condizioni

de’ Puritani erano state deplorabili come in quel tempo; giammai le

spie erano state così affaccendate a scoprire ragunanze; giammai

i magistrati, i grandi Giurati, i rettori e i sorvegliatori delle

chiese erano stati così vigilanti. Molti Dissenzienti furono citati

dinanzi le Corti ecclesiastiche. Ad altri era forza comprare la

connivenza degli agenti del Governo con doni di fiaschi di vino, e di

guanti pieni di ghinee. Riusciva impossibile ai Separatisti ragunarsi

insieme a pregare, senza usar cautele simili a quelle che adoperano i

coniatori di monete false, e i ricettatori di robe rubate. Cangiavano

spesso il luogo dell’adunanza. Gli uffici divini talvolta facevansi

innanzi lo spuntare del giorno, tal’altra nel cuore della notte.

Attorno all’edifizio dove stavasi raccolto il piccolo gregge, ponevano

sentinelle a dare lo annunzio se vedevano appressarsi una persona

estranea. Il ministro travestito veniva introdotto per il giardino e la

corte di dietro. In alcune case vi erano uscì invisibili, per i quali,

in caso di pericolo, egli se ne sarebbe potuto andare. Se accadeva che

i Non–Conformisti abitassero in case contigue, le pareti erano spesso

forate, in guisa che vi fosse secreta comunicazione di casa in casa.

Non cantavano salmi, e adoperavano diversi ingegni a impedire che la

voce del predicatore, negl’istanti di fervore, fosse udita oltre le

pareti. Non ostanti tutte coteste cautele, tornava impossibile eludere

la vigilanza dei delatori. Ne’ suburbii di Londra, segnatamente, la

legge veniva eseguita col massimo rigore. Vari ricchi gentiluomini

furono accusati di tenere conventicoli. Inquisironsi minutamente le

loro case, e furono fatti sequestri equivalenti alla somma di molte

migliaia di lire sterline. I settarii più fieri ed audaci, così

cacciati dalle case, ragunavansi all’aria aperta, deliberati di opporre

forza alla forza. Un giudice di Middlessex che aveva saputo esservi

una ragunanza di settari in un renaio, prese seco un numeroso branco

di agenti di polizia, piombò sopra l’assemblea e pose le mani addosso

al predicatore. Ma la congrega che era composta di circa duecento

uomini, liberò tosto il pastore, ponendo in fuga il magistrato e i

suoi uomini.[480] Simili fatti, nondimeno, non accadevano d’ordinario.

Generalmente parlando, lo spirito puritano non era stato mai, ne’

tempi anteriori o posteriori, con tanta efficacia domato, come lo fu

in quell’anno. I libellisti Tory vantavansi come nessuno de’ fanatici

osasse muovere la lingua o la penna a difendere le proprie opinioni

religiose. I Ministri Dissenzienti, comunque fossero uomini egregi per

dottrina e doti d’animo, non potevano rischiarsi a passeggiare per le

vie, temendo di patire oltraggi; i quali non solo non erano repressi,

ma venivano promossi da coloro che avevano debito di tutelare la pace.

Alcuni teologi di gran fama, fra’ quali Riccardo Baxter, erano sepolti

in carcere. Altri, e fra essi Giovanni Howe, i quali per venticinque

anni s’erano mantenuti intrepidi contro l’oppressione, si persero

d’animo, ed abbandonarono il Regno. Gran numero di gente, assuefatta ad

intervenire alle conventicole, andava alle parrocchie. E fu notato che

gli scismatici, i quali dal terrore erano stati costretti a uniformarsi

al culto del Governo, potevano di leggieri distinguersi alla difficoltà

che avevano a trovare le collette nel libro delle preghiere, ed alla

mal destra maniera onde chinavano il capo al nome di Gesù.[481]

Per lunghi anni, lo autunno del 1685 fu ricordato dai Non–Conformisti

come tempo di calamità e di terrore. Nulladimeno, in quell’autunno si

sarebbero potuti discernere i primi lievi indizi di un gran mutamento

di fortuna; e innanzi che scorressero diciotto mesi, lo intollerante Re

e la Chiesa intollerante mostravansi, a vicendevole rovina, ansiosi di

procacciarsi il soccorso del partito al quale entrambi avevano recato

cotanto male.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

NOTE:

[1] In questo e nel seguente Capitolo rarissime volte ho reputato

necessario di citare autorità di scrittori; perocchè in questi

Capitoli non ho descritti minutamente gli avvenimenti, e adoperati

materiali reconditi; e i fatti che rammento sono in gran parte tali,

che chi conosce anche non molto la storia d’Inghilterra, ove non li

sapesse equamente estimare, saprebbe per lo meno dove ricorrere per

sincerarsene. Ne’ Capitoli susseguenti indicherò studiosamente le fonti

alle quali ho ricorso.

[2] Queste cose vengono magistrevolmente esposte da Hallam nel primo

capitolo della sua _Storia Costituzionale_.

[3] Sentiamo il dovere di avvertire una volta per sempre i nostri

lettori, onde non dimentichino mai che l’autore inglese del presente

libro è protestante; e quindi, comunque si mostri imparzialissimo

e superiore alle passioni di setta, dipingendo a tratti brevi e

filosofici il lacrimevole periodo delle lotte religiose nella Gran

Bretagna, manifesta delle dottrine non conformi alla nostra religione

cattolica. Tralasciamo di apporre delle annotazioni, prima perchè

questa essendo un’opera storica, non può essere un trattato di

controversia religiosa; e poi perchè ricorrono spontanee alla mente

d’ogni lettore le risposte con le quali la Chiesa ha vittoriosamente

combattute e respinte le opinioni de’ protestanti.

(_L’Editore_.)

[4] Vedi un documento singolarissimo che Strype credeva scritto di mano

di Gardiner. _Ecclesiast. Memor._, Lib. II, c. 17.

[5] Sono precise parole di Cranmer. Vedi l’Appendice alla _Storia della

Riforma_, di Burnet; Parte I, Lib. III, N. 21; Questione 9.

[6] Neale, storico puritano, dopo d’avere riprovata la crudeltà con che

Elisabetta trattò la setta alla quale egli apparteneva, conclude in

questa guisa: «La regina Elisabetta, malgrado tutti cotesti falli, sarà

sempre rammentata qual principessa savia e politica, per avere liberato

il proprio Regno dalle difficoltà in cui trovavasi involto al suo

avvenimento al trono; per avere serbata la Riforma protestante contro

i vigorosi attentati del papa, dello Imperatore e del Re di Spagna al

di fuori, e contro la Regina di Scozia, e i suoi sudditi papisti al di

dentro ... Fu gloria del suo secolo, e sarà sempre l’ammirazione de’

posteri.» _Storia dei Puritani_, Part. I, cap. 8.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 53 / 58 段