Trecento e più erano i prigioni ai quali doveva farsi il processo. La

impresa pareva grave; ma Jeffreys aveva immaginato come renderla lieve.

Fece intendere che l’unico mezzo di ottenere perdono o mitezza di pena,

era il confessarsi colpevole. Ventinove individui, i quali confidavano

nello spirito patrio, dichiarati convinti, furono senza alcun indugio

legati insieme. Gli altri prigioni si confessarono rei a centinaia.

Contro dugentonovantadue fu profferita sentenza di morte. Coloro che

vennero impiccati nella Contea di Dorset furono settantaquattro.

Da Dorchester Jeffreys si condusse ad Exeter. La guerra civile

era giunta appena alle frontiere del Devonshire. Quivi, dunque,

comparativamente poche furono le persone condannate a morire. La

Contea di Somerset, sede precipua della ribellione, era stata serbata

all’ultima e più tremenda vendetta. In quella Contea, dugentotrentatrè

prigioni in pochi giorni furono impiccati, strascinati per le vie,

e squartati. In ogni luogo dove due strade s’incrociassero, in ogni

mercato, sul prato d’ogni grosso villaggio che avesse dati soldati a

Monmouth, cadaveri in catene sbattuti dal vento, o teschi e membra

confitti sui pali, attoscavano l’aria, e facevano inorridire i

viandanti. In molte parrocchie, il contadiname non poteva ragunarsi

nella casa di Dio, senza vedere il teschio del vicino digrignante i

denti dal portico. Il Capo Giudice si trovava nel proprio elemento.

Come procedeva l’opera di sangue, ei si sentiva rifare d’animo.

Sghignazzava, mandava gridi di gioia, scherzava, bestemmiava da

farsi credere da mattina a sera briaco. Ma in lui non era facile

distinguere la frenesia prodotta dalle malvagie passioni, da quella

cagionatagli da’ liquori spiritosi. Uno de’ prigioni protestò che i

testimoni addottigli contro non erano degni di fede. Uno di loro, ei

disse, era un papista, l’altro una prostituta. «Svergognato ribelle,»

esclamò il Giudice «osi fare riflessioni sui testimoni del Re? Ti

vedo, scellerato, già ti vedo col capestro al collo.» Un altro

dichiarò d’essere buon protestante. «Protestante!» disse Jeffreys;

«volete intendere presbiteriano; ci scommetterei. Io so fiutare un

presbiteriano a quaranta miglia di distanza.» Un malarrivato uomo mosse

a pietà anche i Tory più acerrimi. «Milord,» dissero eglino «questa

povera creatura vive della carità della parrocchia.»—«Non pensate,»

disse il Giudice «libererò io la parrocchia di cotesto carico.»

Non erano solo i prigioni coloro che erano segno al suo furore.

Gentiluomini e nobili di gran conto e d’intemerata lealtà, i quali

provavansi di fargli conoscere qualche circostanza attenuante, erano

quasi certi di ricevere ciò che egli, nello sconcio dialetto da lui

imparato nelle osterie di Whitechapel, chiamava un colpettino con la

parte aspra della sua lingua. A Lord Starnell, Pari Tory, il quale non

potè frenare il ribrezzo ch’egli provava vedendo l’iniquissimo modo

di macellare i suoi vicini, in punizione venne appeso alla porta del

parco un cadavere in catene.[454] Da tali spettacoli ebbero origine

molti terribili racconti, che gli agricoltori della Contea di Somerset

solevano narrare col bicchiere colmo di sidro ai fuochi di Natale.

Negli ultimi quaranta anni, i contadini, in alcune contrade, ben

conoscevano i luoghi maledetti, e dopo il tramonto vi passavano mal

volentieri.[455]

Jeffreys gloriavasi d’avere impiccati più traditori egli solo, che

non tutti insieme i suoi predecessori dal tempo della Conquista in

poi. Certo è che il numero dei giustiziati da lui in un mese e in una

Contea, sorpassò quello di tutti i delinquenti politici che sono stati

giustiziati nell’isola nostra dalla Rivoluzione in qua. Le ribellioni

del 1715 o del 1745, durarono più lungamente, e furono più estese e di

più formidabile aspetto di quella che fu spenta in Sedgemoor. Non si è

comunemente creduto che dopo la ribellione del 1715 e quella del 1745,

la Casa di Hannover si mostrasse clemente. Eppure, tutte le esecuzioni

capitali del 1715 e del 1745 congiunte insieme, parranno poche in

confronto di quelle che infamarono il Tribunale di Sangue. Il numero

dei ribelli impiccati in quella occasione da Jeffreys fu di trecento

venti.[456]

Tanta strage doveva disgustare chiunque, anche se quegli sciagurati

fossero stati generalmente esosi. Invece, per la maggior parte, erano

uomini di vita irreprensibile, e profondamente religiosi. Consideravano

sè stessi, ed erano considerati da moltissimi loro vicini, non come

malfattori, ma come martiri che suggellavano col proprio sangue la

verità della religione protestante. Pochi de’ condannati si mostrarono

pentiti del già fatto. Molti, animati dall’antico spirito puritano,

andarono incontro alla morte, non solo con fortezza, ma con esultanza.

Invano i ministri della Chiesa stabilita gli ammonivano intorno alla

colpa della ribellione, e alla importanza della assoluzione del prete.

La pretesa del Re ad autorità illimitata nelle cose temporali, e la

pretesa del clero al potere spirituale di legare e di sciogliere,

movevano a riso quegl’intrepidi settarii. Taluni di loro composero

inni in prigione, e li cantavano sulla funebre treggia che li menava

a guastare. Cristo—cantavano essi, mentre spogliavansi per patire il

macello—sarebbe tra breve venuto in terra a redimere Sion, ed a far

guerra a Babilonia; avrebbe innalzato il proprio vessillo, suonata

la tromba, e reso ai suoi nemici dieci volte più quel male che era

stato fatto ai suoi servi. Le estreme parole loro furono notate; le

loro lettere d’addio serbate come tesori; ed in tal modo, mescendovi

qualche invenzione o esagerazione, formossi un copioso supplemento al

martirologio de’ tempi di Maria la Bevisangue.[457]

LVI. È pregio dell’opera fare speciale menzione di alcuni casi. Abramo

Holmes, ufficiale veterano dello esercito parlamentare, uno di quei

zelanti che non vorrebbero altro Re che Re Gesù Cristo, era stato preso

in Sedgemoor. Nel furore della battaglia gli era stato orribilmente

fracassato un braccio, e non essendovi lì pronto un chirurgo, il

robusto vecchio soldato se lo amputò da sè. Fu condotto a Londra, ed

esaminato dal Re in Consiglio; ma non volle sottomettersi. «Io sono

un uomo vecchio,» disse egli «e i giorni che mi rimangono a vivere

non valgono il prezzo d’una bugia o d’un atto di viltà. Io sono stato

sempre repubblicano, e lo sono ancora.» Fu rimandato alle contrade

occidentali, ed ivi impiccato. Il popolo s’atterrì nel vedere che le

bestie le quali dovevano trascinarlo alla forca, divennero restie e

tornarono indietro. Holmes anch’egli dubitava l’Angelo del Signore,

come nei tempi antichi, non istesse in sulla via con la spada in pugno,

invisibile all’occhio umano, ma visibile a quello degli animali.

«Fermate, signori,» egli esclamò «lasciatemi andare a piedi. In questo

fatto si asconde più di ciò che voi pensate. Rammentatevi come l’asina

vedesse colui che il profeta non poteva vedere.» Andò con piè fermo

alla forca, sorridendo favellò al popolo, pregò fervidamente Dio

perchè affrettasse la caduta dell’Anticristo e la liberazione della

Inghilterra; salì la scala, e per iscusarsi che non saliva speditamente

disse: «Voi lo vedete, io ho un braccio solo.»[458]

LVII. Non meno animosamente morì Cristoforo Battiscombe, giovine

avvocato di buona famiglia ed agiata, il quale in Dorchester,

piacevole città di provincia, altera del gusto e della cultura che vi

regnava, veniva da tutti ammirato come esempio del gentiluomo compito.

Grande fu l’interesse a salvargli la vita. Si credeva in que’ luoghi,

che fosse promesso sposo d’una giovine signora di gentile lignaggio,

sorella dello Sceriffo; che ella si gettasse ai piedi di Jeffreys per

implorare mercè, e che Jeffreys la cacciasse via con uno scherzo così

osceno, che ripeterlo offenderebbe la decenza e l’umanità. Il suo

amante patì la pena con pietà e coraggio in Lyme.[459]

LVIII. Interesse anche maggiore destò la sorte di due valorosi

fratelli, Guglielmo e Beniamino Hewling. Erano giovani, avvenenti,

compiti, e bene imparentati. L’avo loro materno chiamavasi Kiffin; era

uno de’ principali mercatanti di Londra, e generalmente considerato

come capo dei Battisti. Jeffreys trattò nel Processo con insigne

brutalità Guglielmo Hewling, dicendogli: «Voi avete un nonno che

merita d’essere impiccato splendidamente al pari di voi.» Il povero

giovanetto, che aveva soli diciannove anni, soffrì la morte con tanta

mansuetudine e fortezza d’animo, che un ufficiale dell’armata, il

quale assisteva alla esecuzione della sentenza, e s’era reso notevole

per asprezza e severità, ne fu stranamente intenerito, e disse: «Non

credo che il Lord Capo Giudice stesso potrebbe sostenere questo

spettacolo.» Nutrivasi speranza che a Beniamino sarebbe concesso il

perdono. E davvero, una vittima di teneri anni bastava allo strazio

d’una sola famiglia. Lo stesso Jeffreys era, o simulava d’essere,

proclive alla clemenza. Vero è che uno de’ suoi congiunti, dal quale

egli sperava molto, e che perciò non poteva essere da lui trattato come

generalmente lo erano gli altri intercessori, favellò vigorosamente

a favore della derelitta famiglia. Fu quindi differita la esecuzione

della sentenza, onde riferirsi a Londra. Una sorella del condannato

andò con una supplica a Whitehall. Molti de’ cortigiani le desiderarono

prospero successo; e Churchill, che fra i non pochi suoi falli non

annoverava la crudeltà, ottenne che venisse ammessa alla presenza del

sovrano. «Con tutto il cuore desidero che la vostra preghiera venga

esaudita,» disse egli, mentre con la donna aspettava in anticamera.

«Ma non v’illudete di speranze. Questo marmo» e toccò con la mano il

caminetto «non è più duro del Re.» La predizione avverossi. Giacomo fu

inesorabile. Beniamino Hewling morì con animo indomito fra i lamenti

degli spettatori, ai quali non poterono frenarsi di fare eco i soldati

che stavano schierati intorno alla forca.[460]

LIX. Eppure, i ribelli dannati a morire erano meno degni di

commiserazione, che coloro i quali rimasero in vita. Parecchi prigioni,

ai quali Jeffreys non potè in nessuna guisa apporre il delitto di

crimenlese, furono dichiarati rei di cattiva condotta, e condannati

ad una fustigazione non meno terribile di quella inflitta ad Oates.

Una donna, accusata di alcune sconsiderate parole quali erano state

profferite da mezze le donne delle contrade dove infuriava la guerra,

fu condannata ad essere flagellata in tutte le città di mercato della

Contea di Dorset. Patì parte della pena innanzi che Jeffreys fosse

ritornato a Londra; ma come egli più non fu nelle contrade occidentali,

i carcerieri, con la caritatevole connivenza de’ magistrati, presero

sopra di sè la responsabilità di non darle altre torture. Una

sentenza anche più terribile fu profferita contro un giovinetto

chiamato Tutchin, processato come reo di parole sediziose. Secondo il

costume, il Giudice con detti osceni e scurrili lo interruppe mentre

si difendeva: «Voi siete un ribelle; e tutta la vostra famiglia, da

Adamo in qua, è stata di ribelli. Mi si dice che siate poeta; io

rimerò versi con voi.» La condanna fu sette anni di prigionia, e la

fustigazione, da infliggerglisi ciascun anno in tutte le città di

mercato della Contea di Dorset. Le donne che trovavansi nelle gallerie,

dettero in uno scoppio di pianto. L’istruttore del processo alzossi

grandemente turbato, dicendo: «Milord, lo accusato è assai giovane;

e molte sono le città di mercato nella Contea. La sentenza equivale

ad una fustigazione ogni quindici giorni per sette anni.»—«Se egli è

giovane d’anni,» disse Jeffreys «è vecchio di ribalderia. Donne, voi

non conoscete bene, come lo conosco io, questo bricconcello. La pena

non è nè anche metà di quella che meriterebbe. S’interessi anche tutta

l’Inghilterra, nulla m’indurrà a mitigarla.» Tutchin in preda alla

disperazione scongiurò, e forse con ischiettezza, lo impiccassero.

Avventuratamente per lui, in quella occasione cadde malato di vajuolo,

e fu lasciato libero. E posciachè pareva molto probabile che la

sentenza non verrebbe mai eseguita, il Capo Giudice si indusse al

perdono in compenso d’una grossa mancia che gettò il condannato in

fondo alla miseria. L’indole di Tutchin, per lo innanzi non mite,

fu esasperata fino alla frenesia per effetto di ciò ch’egli aveva

sofferto. E’ visse per diventare uno de’ più virulenti e pertinaci

avversari della Casa Stuarda e del partito Tory.[461]

LX. Il numero de’ prigioni deportati da Jeffreys fu ottocento

quarantuno. Costoro, assai più miseri de’ loro colleghi dannati a

morte, furono distribuiti a branchi e concessi a persone godenti il

favore della Corte. Le condizioni del dono, furono che i condannati

verrebbero trasportati oltremare come schiavi, che non sarebbero

emancipati per dieci anni, e che il luogo del loro confine fosse

qualcuna delle isole dell’Indie Occidentali. Questa ultima condizione

fu con sommo studio immaginata per accrescere la infelicità degli

esuli. Nella Nuova Inghilterra o nella Nuova Jersey avrebbero potuto

trovare una popolazione disposta a mitigare le loro miserie, ed un

clima non isfavorevole alla salute ed alle forze loro. Fu quindi

deliberato mandarli in quelle colonie nelle quali un puritano non

avrebbe potuto aspettarsi di destare un poco di compassione, e dove un

lavorante nato sotto la zona temperata avrebbe avuto poca salute. Ed

erano tali le condizioni del traffico degli schiavi, che que’ nuovi

infelici, non ostante la lunghezza del viaggio e le infermità in cui

sarebbero probabilmente caduti, valevano molto. Jeffreys calcolò che,

l’un per l’altro, pagate tutte le spese, valevano da dieci a quindici

lire sterline ciascuno. E però ci furono molte ostinate contese a

farseli concedere. Alcuni Tory delle contrade occidentali d’Inghilterra

credettero d’avere, a cagione degli sforzi fatti e de’ danni sofferti

nel tempo della insurrezione, diritto a essere partecipi degli utili

che erano stati sollecitamente carpiti dai parassiti di Whitehall.

Nondimeno i cortigiani la vinsero.[462]

La sciagura degli esuli uguagliava appieno quella de’ Negli che oggidì

vengono trasportati da Congo al Brasile. Da’ migliori documenti che

finora si conoscano, risulta che la quinta parte di coloro che furono

imbarcati, vennero, avanti che finisse il viaggio, gettati in pasto

ai pesci. Questa mercanzia umana fu stivata nel fondo di piccoli

legni. Così poco era lo spazio, che gl’infelici, molti de’ quali erano

anche tormentati dalle ferite non per anche richiuse, non potevano

tutti insieme giacere senza che l’uno si ponesse sull’altro. Non gli

lasciavano mai venire sul ponte. I boccaporti erano sempre guardati da

sentinelle armate di coltelli e di tromboni. In fondo alla nave tutto

era tenebre, puzzo, lamenti, morbi e morte. Di novantanove condannati

che trasportava una nave, ventidue morirono prima che giungessero alla

Giamaica, quantunque il viaggio fosse fatto con insolita celerità.

Quei che rimasero vivi, quando arrivarono al luogo del loro servaggio,

avevano sembianza di scheletri. Per alcune settimane avevano avuto

cattivo biscotto ed acqua fetida in così poca quantità, che sarebbe

appena bastato ad uno solo quel tanto che doveva servire per cinque.

Trovavansi quindi in tale stato, che un mercatante al quale erano stati

affidati, reputò necessario, innanzi che li vendesse, ingrassarli.[463]

LXI. Intanto, una folla di avidi delatori contrastavansi e dividevansi

a brani le sostanze de’ ribelli che erano stati giustiziati, e degli

altri infelicissimi che consumavansi sotto il sole del Tropico.

Secondo la legge, un suddito condannato come reo di crimenlese, perde

gli averi; la qual legge dopo il Tribunale di Sangue fu eseguita

con un rigore crudele ad un’ora e ridicolo. Le sconsolate vedove e

i miseri orfani de’ lavoranti i cui cadaveri erano appesi sui canti

delle piazze, venivano intimati a comparire dinanzi agli agenti del

Tesoro, perchè rendessero ragione di ciò che fosse divenuto di una

cesta, d’un’oca, d’un pezzo di lardo, d’un fiasco di sidro, d’un sacco

di fave, d’un mannello di fieno.[464] Mentre i piccoli impiegati

del Governo spogliavano le famiglie de’ contadini giustiziati, il

Capo Giudice rapidamente accumulava un patrimonio, saccheggiando

l’alta classe de’ Whig. Faceva largo traffico di grazie. L’affare

più lucrativo di questa specie ch’egli facesse, fu con un gentiluomo

chiamato Edmondo Prideaux. È certo che Prideaux non aveva prese le

armi contro il Governo; ed è probabile che il suo unico delitto fosse

la ricchezza avuta in retaggio dal padre, illustre legale, che aveva

occupato uffici eminenti sotto il Protettore. Jeffreys non lasciò

intentato alcun mezzo per farlo comparire reo di tradigione. Offerse

la grazia ad alcuni prigioni, a patto di testificare contro Prideaux.

Questo sventurato giacque lungo tempo in carcere; e infine, vinto dal

timore della forca, consentì a pagare quindici mila lire sterline, onde

esserne liberato. Questa gran somma di danaro andò tutta nelle mani

di Jeffreys; il quale comprò una terra, cui il popolo pose il nome di

Aceldama, alludendo a quel campo maledetto che era stato comperato col

prezzo d’un sangue innocente.[465]

In questo lavoro d’estorsione, egli era abilmente aiutato dalla ciurma

de’ parassiti che avevano costume di ubriacarsi e ridere con lui.

L’ufficio di questi uomini era di mercanteggiare coi condannati vinti

dal terrore della morte, e coi genitori tremanti per la vita de’

figli. Parte di questo bottino andava a Jeffreys. Dicesi, che con uno

di questi compagnoni gozzovigliando, giuocasse la grazia di un ricco

traditore. Non era senza pericolo il ricorrere ad altro intercessore

che ai suoi cagnotti; perocchè egli era gelosissimo di codesto

monopolio di clemenza. Altri sospettò perfino ch’egli avesse fatti

impiccare taluni, soltanto perchè s’erano ingegnati d’ottenere la regia

clemenza per vie indipendenti da lui.[466]

LXII. Alcuni cortigiani, nondimeno, studiaronsi di partecipare alquanto

di cotesto traffico. Le donne della corte della Regina si resero

notevoli per rapacità e durezza di cuore. Parte del disonore da esse

acquistato cade sulla loro signora; imperocchè solo per la relazione

che avevano con essa poterono arricchirsi con quel turpe traffico; e

non è dubbio che ella con una parola, con uno sguardo, avrebbe potuto

frenarle. Invece, le inanimiva coi pessimo esempio, se non voglia

credersi con espressa approvazione. Pare ch’ella fosse una delle molte

creature che sostengono l’avversa meglio che la prospera fortuna.

Mentre il suo marito era suddito ed esule, escluso dai pubblici uffici,

e in presentissimo pericolo di perdere il diritto–al trono, con la

soavità e la umiltà de’ modi ella rendeva a sè cortesi anche coloro che

maggiormente abborrivano la religione di lei. Ma la sua buona indole

scomparve appena la fortuna mutò aspetto. La mansueta ed affabile

Duchessa divenne una sgraziata ed altera Regina.[467] Le sciagure che

poi ebbe a patire, l’hanno resa obietto di qualche interesse; ma tale

interesse si accrescerebbe non poco, ove alcuno potesse dimostrare che

ella, nel tempo della sua grandezza, salvasse o almeno si provasse di

salvare una sola vittima dalla più spaventevole proscrizione che sia

mai stata in Inghilterra. Sventuratamente, la sola richiesta che si

conosca fatta da lei rispetto ai ribelli, fu che le fossero donati

cento di quelli condannati alla deportazione.[468] L’utile ch’ella

ne trasse, computando quelli che nel viaggio morirono di fame o

di febbre, non può estimarsi a meno di un migliaio di ghinee. Non

possiamo, adunque, maravigliarci che le sue serve imitassero la sua

avidità, indegna di una principessa; e la sua crudeltà, innaturale ad

una donna. Richiesero mille lire sterline da Ruggiero Hoare, mercante

di Bridgewater, che aveva contribuito alla cassa militare dell’armata

ribelle. Ma la preda sopra la quale gettarono con maggiore avidità li

artigli, fu tale, che anche i cuori più crudi se ne sarebbero astenuti.

Già alcune delle fanciulle che avevano in Tauton offerta a Monmouth la

bandiera, avevano crudelmente scontato il loro delitto. Una di loro

era stata gettata in un carcere, dove una infermità contagiosa faceva

strage. Ammalatasi, vi morì. Un’altra erasi presentata in tribunale

dinanzi a Jeffreys implorando misericordia. «Portala via, carceriere,»

urlò il Giudice, con uno di quegli atroci sguardi che spesso avevano

atterrito animi più robusti che non era quello della malarrivata

fanciulla. Ella dètte in uno scoppio di lacrime, si gettò il cappuccio

sul viso; seguì il carceriere, e presa di spavento, dopo poche ore

era freddo cadavere. La maggior parte, però, delle donzelle che erano

andate in processione, viveva tuttavia. Alcune di esse non avevano nè

anche dieci anni d’età. Tutte avevano agito secondo gli ordini della

loro maestra di scuola, senza sapere che commettevano un delitto. Le

dame di corte della Regina chiesero al Re licenza di estorcere danari

dai genitori di quelle povere creature; e la licenza fu data. In

Taunton giunse l’ordine di prendere e mettere in carcere tutte quelle

tenere fanciulle. Sir Francesco Warre di Hestercombe, rappresentante

Tory di Bridgewater, fu pregato di togliersi il carico di riscuotere

il danaro del riscatto. Gli fu scritto di manifestare con vigorosi

termini, come le dame di Corte non avrebbero patito indugio alcuno,

e fossero deliberate di tradurre le colpevoli dinanzi al tribunale,

se non veniva tosto sborsata una convenevole somma di danari, e per

somma convenevole intendevano sette mila lire sterline. Warre ricusò

di immischiarsi, menomamente in un affare così scandaloso. Le dame

di corte allora si rivolsero a Guglielmo Penn, il quale accettò la

commissione. Eppure parrebbe che un po’ di quel pertinace scrupolo

ch’egli aveva spesso mostrato circa al togliersi il cappello di capo,

non sarebbe stato fuori di luogo in simigliante occasione. Forse egli

fe’ tacere i rimorsi della propria coscienza, ripetendo a sè stesso

che nessuna parte della estorta pecunia rimarrebbe nelle sue mani; che

ricusando egli il mandato delle dame, esse avrebbero trovato agenti

meno umani; che compiacendole, avrebbe accresciuta la propria influenza

in Corte: e che mercè tale influenza, egli aveva potuto e poteva ancora

rendere grandi servigi ai suoi oppressi confratelli. Le dame d’onore,

infine, furono costrette a contentarsi di meno del terzo della somma

che avevano primamente richiesta.[469]

Nessun sovrano inglese ha mai porto maggior prove d’indole feroce,

di quel che facesse Giacomo II; e nondimeno, la sua crudeltà non era

odiosa quanto la sua clemenza, o forse sarebbe più esatto il dire, che

la clemenza e crudeltà sue erano tali da infamarsi vicendevolmente. Il

ribrezzo che sentiamo alla sorte de’ semplici villani, de’ fanciulli,

delle dame delicate, si accresce qualvolta ci facciamo a considerare a

chi e per quali ragioni egli accordava il perdono.

La regola secondo la quale un principe, dopo una ribellione, dovrebbe

condursi nello scegliere i ribelli perchè siano puniti, è singolarmente

chiara. Contro i capi, gli uomini cospicui per ricchezza e educazione,

i quali con la potenza e le arti proprie abbiano indotta la moltitudine

ad errare, il Governo deve mostrarsi dirittamente severo. Ma lo

ingannato volgo, finita la strage sul campo di battaglia, è d’uopo che

venga trattato con estrema clemenza. Questa regola, così manifestamente

concorde alla giustizia ed alla umanità, non solo non venne osservata,

ma fu invertita. Mentre coloro i quali si sarebbero dovuti mandare

impuniti, venivano tratti a centinaia al macello, i pochi che si

sarebbero potuti giustamente abbandonare allo estremo rigore della

legge, erano risparmiati. Cotesta bizzarra clemenza ha resi perplessi

alcuni scrittori, e ad altri è stato subietto di ridicoli elogi. Non

era nè al tutto misteriosa, nè al tutto degna di lode: e può in

ciascun caso attribuirsi ad una cagione sordida o ad una malefica, a

sete di pecunia o a sete di sangue.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 52 / 58 段