sostenere la morte in modo convenevole ad uomo che non s’era creduto
indegno di portare la corona di Guglielmo il Conquistatore e di
Riccardo Cuor di Lione, dell’eroe di Cressy e dell’eroe d’Agincourt.
Egli avrebbe potuto richiamare alla mente altri domestici esempi, anco
meglio convenienti alla propria condizione. In duecento anni, due
sovrani, il cui sangue scorreva nelle sue vene, l’uno de’ quali era
una delicata donna, s’erano trovati nella condizione medesima in cui
egli stava;—avevano mostrato nel carcere e sul palco una virtù, della
quale nella prospera fortuna sembravano incapaci, e quasi redensero i
loro grandi delitti ed errori sopportando con cristiana mansuetudine e
con dignità principesca le pene inflitte loro dai nemici vittoriosi.
Monmouth non era mai stato accusato di codardia; e quand’anche avesse
avuto difetto di coraggio naturale, si sarebbe sperato che in quella
estremità gliene dessero la disperazione e l’orgoglio. A lui erano
rivolti gli occhi di tutto il mondo. La più tarda posterità avrebbe
saputo come egli, in quel solenne momento, si fosse condotto. Verso i
valorosi contadini dell’occidente egli era in debito di mostrare, che
essi non avevano sparso il proprio sangue per un capo indegno del loro
affetto. Verso colei che aveva tutto sacrificato per amor suo, egli
era in debito di mostrarsi in guisa, che ella, dovendo piangere di
lui, non ne avesse ad arrossire. Non era degno di lui il lamentarsi
o il supplicare. Oltredichè, la propria ragione gli avrebbe dovuto
addimostrare, essere vano ogni lamento ed ogni preghiera. A ciò ch’egli
aveva fatto, non potea esservi perdono. Trovavasi fra gli artigli di un
uomo che non perdonava giammai.
Ma la forza d’animo di Monmouth non era di quella specie che nasce
dalla riflessione e dal rispetto di sè; nè la natura gli aveva largito
uno di que’ cuori robusti, da’ quali nè avversità nè pericolo valgono a
strappare un segno di debolezza. Il suo coraggio innalzavasi e cadeva
coi suoi spiriti animali. Nel campo di battaglia lo sostenevano lo
eccitamento dell’azione, la speranza della vittoria, e la misteriosa
potenza dell’esempio altrui. Tutti cotesti sostegni adesso più non
erano. L’idolo della Corte e della plebe, avvezzo ad essere amato
e adorato dovunque si fosse mostrato, ora vedevasi cinto da rigidi
carcerieri, negli occhi de’ quali ei leggeva la propria sorte. Dopo
poche ore di trista prigionia, egli doveva patire violenta e vergognosa
morte. Il cuore gli venne meno. La vita gli parve degna d’essere
comprata con ogni specie d’umiliazione; nè il suo intelletto, stato
sempre debole, ed ora perturbato dal terrore, poteva intendere che la
umiliazione lo avrebbe avvilito, ma salvato non mai.
XLVII. Appena giunto a Ringwood, scrisse al Re una lettera, come
poteva dettarla un uomo cui un codardo timore abbia tolto ogni senso
di vergogna. Con caldissime parole espresse il rimorso ch’egli sentiva
pel tradimento commesso. Affermò, che allorquando aveva ai proprii
cugini nell’Aja promesso di non suscitare commovimenti in Inghilterra,
egli intendeva osservare pienamente la promessa. Per sua sventura,
era stato poi sedotto al misfatto da certe orride genti, le quali gli
avevano con varie calunnie scaldato il cervello, e sofisticando lo
avevano traviato: ma oramai abborriva que’ tristi; abborriva sè stesso.
Pregava, con pietosi detti, d’essere ammesso alla presenza del Re.
Aveva da palesargli un secreto che ei non poteva fidare alla penna, un
secreto che era racchiuso in una sola parola; e s’egli avesse potuto
dire quella tale parola, il trono sarebbe fatto sicuro d’ogni pericolo.
Il dì seguente scrisse altre lettere alla Regina vedova, e al Lord
Tesoriere, pregandoli ad intercedere per lui.[429]
Appena si seppe in Londra ch’egli si era siffattamente avvilito, ognuno
ne rimase attonito; e nessuno quanto Barillon, il quale aveva, stando
in Inghilterra, vedute due sanguinose proscrizioni, in cui non poche
vittime sì dell’opposizione che della Corte, senza preghi e piagnistei
donneschi, eransi sobbarcate al proprio fato.[430]
XLVIII. Monmouth e Grey rimasero due giorni in Ringvood. Furono poi
menati a Londra, sotto la guardia di un grosso corpo di milizie
regolari e civiche. Nel cocchio del Duca era un ufficiale, che aveva
ordine di pugnalarlo se si fosse tentato di liberarlo. In ogni città
giacente lungo il cammino, stavano schierati i militi cittadini delle
vicinanze, sotto il comando de’ precipui gentiluomini. La marcia durò
tre giorni fino a Wauxhall, dove un reggimento comandato da Giorgio
Legge, Lord Dartmouth, era apparecchiato a ricevere i prigionieri.
I quali furono posti in una barca, e pel fiume condotti a Whitehall
Stairs. Lumley e Portman guardarono a vicenda giorno e notte il Duca,
finchè lo ebbero messo dentro il Palazzo.[431]
Il contegno di Monmouth e quello di Grey nel viaggio, riempirono di
ammirazione chiunque li vedeva. Monmouth era affatto prostrato. Grey
non solo era tranquillo, ma brioso; parlava piacevolmente di cavalli,
di cani, di cacce, e alludeva perfino scherzevolmente al pericolo in
cui trovavasi.
Il Re non è da biasimarsi d’avere dannato Monmouth a morire. Chiunque
si faccia capo d’una ribellione contro un Governo stabilito, rischia
la vita sull’esito di quella; e la ribellione era la parte minore de’
delitti di Monmouth. Egli aveva dichiarato contro il proprio zio una
guerra a morte. Nel manifesto promulgato in Lyme, aveva condannato
Giacomo alla esecrazione come incendiario, come assassino, che aveva
strangolato un uomo innocente e mozzo il capo ad un altro, e infine
come avvelenatore del proprio fratello. Perdonare ad un nemico che
non aveva abborrito di ricorrere a cosiffatte enormezze, sarebbe
stato un atto di generosità rara, e forse biasimevole. Ma vederlo e
non perdonargli la vita, era un offendere ogni senso d’umanità e di
decenza.[432] Se non che, il Re era risoluto di mostrarsi implacabile.
Il prigioniero, le braccia legate con un laccio di seta dietro
le spalle, fu menato al cospetto dell’inesorabile parente da lui
oltraggiato.
XLIX. Monmouth prostrossi a terra, trascinandosi a piedi del Re.
Pianse; tentò di stringere con le incatenate braccia le ginocchia
dello zio. Lo supplicò di concedergli la vita, solo la vita, la vita
ad ogni costo. Confessò d’essere reo d’un gran delitto, ma provossi di
darne la colpa agli altri, e in ispecie ad Argyle; il quale avrebbe
meglio poste le proprie gambe nello stivaletto, che salvare la vita
con tanto avvilimento. A nome de’ vincoli del sangue, della memoria
del Re defunto, che era stato il migliore e più sincero de’ fratelli,
lo sventurato implorò mercè ai piedi di Giacomo. Giacomo con gravità
rispose essere tardi il pentirsi; a lui spiacere la sciagura che il
prigioniero s’era voluto chiamare sul capo, ma il delitto non esser
tale da potersi usare clemenza. Un proclama pieno d’atroci calunnie era
stato pubblicato. Il regio titolo era stato assunto. Per così gravi
tradimenti non potere esserci perdono in questo mondo. Lo esterrefatto
Duca giurò non aver mai voluto usurpare la Corona, ma essere stato da
altri tratto in quel fatale errore. In quanto al proclama, egli non
era colui che lo aveva scritto; non lo aveva nè anche letto; lo aveva
firmato senza gettarvi gli occhi sopra: era tutta opera di Ferguson,
di quel sanguinario e scellerato Ferguson. «Sperate voi ch’io creda»
disse Giacomo, con ben meritato disprezzo, «che abbiate apposta la
vostra firma ad una scrittura di tanto momento, senza saperne il
contenuto?» Ma gli rimaneva a scendere oltre in fondo alla infamia.
Egli era il gran campione della religione protestante, lo interesse
della quale gli era servito di pretesto a congiurare contro il Governo
del proprio padre, e gettare la patria nelle calamità della guerra
civile: e nondimeno, non vergognò di accennare come egli fosse proclive
a riconciliarsi con la Chiesa di Roma. Il Re gli offerse volentieri
ogni aiuto spirituale, ma non fe’ motto di perdono o di clemenza. «Non
v’è dunque speranza?» chiese Monmouth. Giacomo non rispose, e gli volse
le spalle. Allora Monmouth si sforzò di rifarsi d’animo, e si alzò,
ritirandosi con una fermezza da lui non mostrata mai dopo la propria
caduta.[433]
Poi Grey comparve alla regia presenza. Egli si condusse con tale
decoro e fortezza, che commosse anche l’austero e astioso Giacomo:
non si scusò punto, e non si piegò punto a chiedere la vita. Ambi i
prigionieri furono mandati pel fiume alla Torre. Non vi fu tumulto; ma
molte migliaia di persone, con l’ansietà e il cordoglio dipinti sul
volto, provaronsi di vedere i due sciagurati. Appena il Duca si vide
lontano dallo aspetto del Re, la risolutezza rinatagli in cuore svanì.
Andando al carcere gemeva, accusava i suoi seguaci, e con abbiettezza
implorava Dartmouth intercedesse per lui. «So bene, Milord, che amavate
mio padre. Per l’amore di lui, per l’amore di Dio, ingegnatevi di
trovar modo ad ottenermi mercè.» Dartmouth rispose che il Re aveva
parlato il vero, e che un suddito che aveva assunto il titolo regio, si
era chiuso ogni via al perdono.[434]
Poco dopo che Monmouth venne rinchiuso nella Torre, gli fu annunziato
che la moglie, per ordine del Re, era arrivata per vederlo. Era in
compagnia del Conte di Clarendon Lord del Sigillo Privato. Il marito
le fece freddissima accoglienza, e rivolse quasi sempre la parola a
Clarendon, implorando intercedesse per lui. Clarendon non gli porse
nessuna speranza; e la sera stessa due prelati, Turner vescovo di
Ely, e Ken vescovo di Bath e Wells, arrivarono alla Torre, recando
un solenne messaggio da parte del Re. Era la notte del lunedì. Il
mercoledì prossimo Monmouth doveva morire.
Ei cadde in grande agitazione; il sangue gli fuggì dalle guance, e per
qualche tempo non potè profferire parola. La più parte del breve spazio
di tempo che gli rimaneva, egli spese provandosi indarno di ottenere,
se non perdono, almeno una sospensione della sentenza. Scrisse al Re ed
a vari cortigiani lettere compassionevoli, ma indarno. Gli furono dalla
Corte mandati alcuni sacerdoti cattolici; i quali tosto s’accorsero
ch’egli avrebbe volentieri comprata la vita rinnegando la religione di
cui in modo speciale erasi dichiarato difensore: nondimeno, se gli era
forza morire, sarebbe morto senza la loro assoluzione, egualmente che
con quella.[435]
Nè Ken e Turner rimasero satisfatti delle opinioni di lui. Secondo
loro, come secondo la maggior parte de’ loro confratelli, la dottrina
della non–resistenza era il segno distintivo della Chiesa Anglicana.
I due Vescovi insistettero perchè Monmouth confessasse, che snudando
la spada contro il Governo, egli aveva commesso un gran peccato; e in
ciò lo trovarono ostinatamente eterodosso. Nè era questa la sola delle
sue eresie. Sosteneva che la sua relazione con Lady Wentworth fosse
irreprensibile agli occhi di Dio. Diceva d’avere contratto matrimonio
mentre era fanciullo. Non si era dato mai pensiero della sua Duchessa.
La felicità ch’egli non aveva trovata in casa propria, l’aveva cercata
in seno a dissoluti amori, dannati dalla religione e dalla morale.
Enrichetta era stata colei che lo aveva redento da una vita di vizi. Ad
essa egli era stato rigorosamente fedele. Entrambi d’accordo avevano
pôrte al cielo ferventi preghiere perchè li guidasse. Dopo le quali
preghiere, il loro scambievole affetto erasi afforzato: non potevano,
quindi, più oltre dubitare che al cospetto di Dio essi erano come due
sposi. I vescovi rimasero così scandalezzati a coteste idee intorno
al vincolo coniugale, che ricusarono di ministrargli la comunione.
Tutto ciò che da lui poterono ottenere, fu la promessa, che nella
unica notte che gli restava a vivere, pregasse Iddio a largirgli lume
bastevole onde conoscere se fosse nell’errore.
Il mercoledì mattina, a sua particolare richiesta, il Dottore Tommaso
Tenison, che allora era vicario di San Martino, e in quell’importante
ufficio erasi acquistato la pubblica stima, andò alla Torre. Da
Tenison, uomo noto per moderatezza d’opinioni, il Duca aspettavasi
indulgenza maggiore di quanta gliene avessero potuto mostrare Ken e
Turner. Ma Tenison, qualunque fossero le sue opinioni concernenti la
non–resistenza in astratto, reputava la recente ribellione sconsiderata
ed iniqua, e le idee di Monmouth rispetto al matrimonio pericolosissimo
inganno. Monmouth fu ostinato, dicendo d’avere pregato il cielo perchè
lo illuminasse. I suoi sentimenti rimanevano sempre gli stessi; e non
poteva dubitare d’essere nella diritta via. Tenison lo esortò con modo
più mite di quello che avevano adoperato i due vescovi. Ma al pari di
loro, pensò di non potere in coscienza amministrare la eucaristia ad un
uomo la cui penitenza era così poco soddisfacente.[436]
L’ora appressavasi: ogni speranza era spenta: Monmouth da un timore
pusillanime era passato all’apatia della disperazione. Gli furono
condotti i figliuoli, perchè desse loro l’estremo vale; erano
accompagnati dalla moglie. Le parlò cortesemente, ma senza emozione.
Comecchè fosse donna di gran forza d’animo, e avesse poca cagione ad
amarlo, il suo dolore fu tanto, che nessuno degli astanti potè frenare
le lacrime. Egli solo non ne rimase commosso.[437]
L. Battevano le ore dieci. Il cocchio del Luogotenente della Torre era
pronto. Monmouth pregò i suoi consiglieri spirituali lo accompagnassero
al luogo del patibolo; e quelli acconsentirono: ma gli dissero, che,
secondo il loro giudicio, egli stava per morire male apparecchiato; e
che dovendolo accompagnare, stimavano debito loro esortarlo fino allo
estremo momento. Passando dinanzi alle milizie schierate, le salutò
con un sorriso, e con passi fermi ascese sul palco. Tower Hill era
coperto fino ai tetti d’una innumerevole folla di spettatori, i quali
in solenne silenzio, rotto solo da sospiri e da pianti, aspettavano
d’udire le supreme parole dell’idolo del popolo. «Dirò poco:» cominciò
egli «io qui vengo non a parlare, ma a morire. Io muoio protestante
della Chiesa Anglicana.» I vescovi lo interruppero, dicendo che ove non
confessasse la resistenza essere peccato, egli non era membro della
loro Chiesa. Cominciò a parlare d’Enrichetta, e disse: lei essere
virtuosa ed onorata giovine; lui averla amata fino allo estremo, e
non poter morire senza esprimere ciò che sentiva. I vescovi di nuovo
lo pregarono non parlasse in quel modo. Seguì un alterco. I sacerdoti
sono stati accusati d’avere trattato aspramente un moribondo. Ma
sembra che solo adempissero quello che essi reputavano debito proprio.
Monmouth conosceva i loro principii, e se avesse voluto schivare la
importunità loro, non avrebbe dovuto richiedere la loro assistenza. I
loro argomenti generali contro la dottrina della resistenza, non fecero
in lui effetto veruno. Ma allorquando gli favellarono della rovina
alla quale aveva trascinati i suoi valorosi ed affettuosi seguaci, del
sangue che era stato sparso, delle anime che s’erano presentate senza
i debiti apparecchi al tribunale di Dio, ei ne fu commosso, e disse
con flebile voce: «Lo confesso, e me ne dolgo.» I sacerdoti fecero con
lui lunghe e ferventi preci; ed egli li accompagnò fino al punto in
cui invocavano la benedizione divina sul Re. Egli tacque. «Signore,»
disse uno di loro «non pregate con noi per il Re?» Monmouth, dopo
una tenzone fra il sì e il no, esclamò «Amen.» Ma indarno i prelati
lo scongiurarono di dirigere ai soldati ed al popolo poche parole
onde esortarli ad obbedire al Governo. «Io non vo’ fare discorsi»
rispose.—«Solo poche parole, o Milord.» Volse le spalle, chiamò il suo
servo, gli pose nelle mani un astuccio da stecchini, ultimo pegno d’un
amore sventurato, dicendogli: «Recalo a colei.» Allora si fe’ presso
al carnefice Giovanni Ketch, scellerato uomo che aveva macellate molte
valorose e nobili vittime, e il cui nome per un secolo e mezzo è stato
regolarmente appiccato a tutti coloro che gli succedevano nell’odioso
mestiere.[438] «Ecco» disse il Duca «sei ghinee per voi. Non fate a
me ciò che faceste a Lord Russell. Mi è stato detto che gli deste tre
o quattro colpi. Il mio servo vi darà dell’altro oro, se voi farete
bene l’ufficio vostro.» Allora spogliossi, tastò il taglio della
scure, disse che temeva non fosse bene affilato e adattò il capo sul
ceppo. I sacerdoti frattanto seguitavano ad esclamare con gran forza:
«Dio accolga il vostro pentimento; Dio accolga il vostro imperfetto
pentimento.»
Il boia si pose in atto di fare il proprio ufficio. Ma erasi conturbato
alle parole del Duca. Il primo colpo fece soltanto un lieve taglio.
Il Duca si divincolò, rizzossi dal ceppo, fulminando cogli occhi il
carnefice, poi ripiegò il capo. Il colpo fu ripetuto due e tre volte,
ma tuttavia il capo non era separato dal tronco il quale seguiva a
divincolarsi. La folla mandava urli d’orrore e di rabbia. Ketch,
bestemiando, gittò via la scure, e disse: «Non posso farlo; il cuore
mi manca.»—«Ripiglia la scure,» gridò lo sceriffo.—«Gettatelo giù dal
palco,» urlò la folla. Finalmente il carnefice riprese la scure, e
con due altri colpi lo finì; ma gli fu d’uopo usare un coltello per
ispiccare il capo dal collo. La folla fu presa da tanta frenesia di
rabbia, che il boia fu quasi per essere sbranato, e venne condotto via
fra mezzo a numerose guardie.[439]
In quel mentre, molti tuffavano i loro fazzoletti nel sangue di
Monmouth; avvengachè da gran parte della folla venisse considerato come
un martire, che era morto per la religione protestante. Il capo mozzo
e il tronco furono posti in un feretro coperto d’una coltre di velluto
nero, e sotterrati senza pompa sotto la tavola della comunione della
Cappella di San Pietro nella Torre. Dopo quattro anni, il pavimento del
santuario fu di nuovo smosso; e accanto alle ossa di Monmouth, furono
sepolte quelle di Jeffreys. In vero, non v’è sulla terra luogo più
tristo di questo piccolo cimitero. La idea della morte ivi è congiunta,
non come in Westminster o in San Paolo, con quella del genio e della
virtù, della venerazione pubblica e della fama gloriosa; non come nelle
nostre chiese e campisanti più umili, con ciò che v’è di più dolcemente
diletto nella carità sociale e domestica: ma con ciò che vi è di più
funesto nella umana natura e nelle sorti umane; col barbaro trionfo di
nemici implacabili; con la incostanza, la ingratitudine, la codardia
degli amici; con tutte le miserie della grandezza caduta e della fama
infame. Ivi sono state deposte, per tanti anni e tanti, dalle ruvide
mani de’ carcerieri, senza pianto di amici, le reliquie di uomini che
sono stati capitani d’eserciti, capi di partiti, oracoli di senati,
ed ornamenti di Corti. Ivi fu trasportato, avanti alla finestra dove
Giovanna Grey soleva pregare, lo sbranato cadavere di Guildford Dudley.
Ivi riposa, accanto al fratello da lui assassinato, Eduardo Seymour,
Duca di Somerset, e Protettore del Regno. Ivi è fatto cenere il tronco
di Giovanni Fisher, Vescovo di Rochester e Cardinale di San Vitale,
uomo degno di essere vissuto in età migliore, e d’esser morto per una
miglior causa. Ivi giace Giovanni Dudley, Duca di Northumberland, Lord
Grande Ammiraglio; e Tommaso Cromwell, Conte di Essex, Lord Tesoriere.
Ivi anche è un altro Essex, sul quale la natura aveva profuso invano
tutto il tesoro de’ suoi doni; e che il valore, la grazia, lo ingegno,
il regio favore, i plausi popolari condussero a prematura e ignominiosa
morte. Nè molto discosto dormono due capi della gran Casa di Howard;
Tommaso, quarto Duca di Norfolk, e Filippo, undecimo Conte d’Arundel.
Qua e colà, fra le spesse sepolture d’irrequieti ed ambiziosi uomini di
Stato, giacciono alcune vittime più delicate; Margherita di Salisbury,
ultima reliquia dell’altero nome di Plantageneto; e quelle due
leggiadre regine spente dalla gelosa rabbia d’Enrico. Con le ceneri di
questi cotali fu mescolata la cenere di Monmouth.[440]
Pochi mesi dopo, il tranquillo villaggio di Toddlington, nella Contea
di Bedford, vide un assai più tristo funerale. Presso a quel villaggio
innalzavasi una antica e splendida magione, dove abitavano i Wentworth.
La loro sepoltura era sempre stata sotto l’arcata di mezzo della
chiesa parrocchiale. Quivi, nella primavera che seguì alla morte di
Monmouth, fu trasportato il feretro della giovine baronessa Wentworth
di Nettlestede. La famiglia le innalzò un sontuoso mausoleo: ma un suo
ricordo meno dispendioso fu per lungo tempo ammirato con più profondo
interesse. Il suo nome intagliato da lui ch’ella aveva cotanto amato,
potevasi, pochi anni sono, discernere sul tronco d’un albero del parco
contiguo.
LI. Lady Wentworth non era la sola che amasse con immenso affetto la
memoria del Duca. La immagine di lui rimase impressa nel cuore del
popolo, finchè la generazione che lo aveva conosciuto non fu spenta.
Nastri, fiocchi, ed altre simiglianti inezie portate da lui, furono
venerate come preziose reliquie da coloro che avevano sotto lui pugnato
a Sedgemoor. I vecchi che gli sopravvissero, desideravano, sul punto
di morire, che que’ cari ricordi fossero con loro sepolti. Un bottone
d’oro filato, che a mala pena potè evitare tale destino, anche oggi
si vede in una casa d’onde si scuopre il campo della battaglia. Anzi,
tanta era la devozione che il popolo portava al suo prediletto, che,
non ostante la più forte prova che possa rendere indubitabile il fatto
d’una morte, molti seguitavano a illudersi della speranza che il Duca
fosse vivo, e dovesse tosto mostrarsi in armi. Un uomo, dicevano,
che mirabilmente somigliava Monmouth, si era sacrificato per salvare
lo eroe de’ protestanti. Il volgo continuò per lungo tempo, in ogni
grave occasione, a bisbigliare che il giorno era vicino, e che il
Re Monmouth sarebbe tra poco riapparso. Nel 1686, un ribaldo che si
spacciava pel Duca, ed aveva ragunata pecunia in diversi villaggi
della Contea di Wilt, fu preso e fustigato da Newgate fino a Tyburn.
Nel 1698, allorchè la Inghilterra da parecchi anni godeva la libertà
costituzionale sotto una nuova dinastia, il figlio di un locandiere
si fece credere, fra mezzo ai piccoli possidenti di Sussex, il loro
amato Monmouth, e frodò molti che non erano dell’infima classe. Gli
venne fatta una colletta di cinquecento lire sterline. I fattori gli
diedero un cavallo. Le mogli loro gli mandarono ceste piene di polli e
d’anitre, e gli si mostrarono generose, secondo che fu detto, di favori
più teneri; imperocchè, rispetto alla galanteria per lo meno, la copia
non era indegna di rappresentare l’originale. Come quell’impostore fu
gettato in prigione, i suoi creduli seguaci lo mantenevano con lusso.
Alcuni di loro comparvero in tribunale per dargli animo allorquando fu
processato nella Corte di Horsham. E tanto durò lo inganno, che Giorgio
III era già da parecchi anni sul trono, che Voltaire estimò necessario
confutare seriamente la ipotesi, che l’uomo dalla maschera di ferro
fosse il Duca di Monmouth.[441]
Forse egli è un fatto poco meno notevole, che fino ad oggi gli
abitatori di alcuni luoghi delle contrade occidentali d’Inghilterra,
qualvolta qualche legge concernente i loro interessi discutesi nella
Camera de’ Lordi, si reputano in diritto di chiedere soccorso al Duca
di Buccleuch, discendente dello sventurato capo pel quale i loro
antecessori versarono il proprio sangue.