Tutto era perduto, null’altro a lui rimanendo che apparecchiarsi a

sostenere la morte in modo convenevole ad uomo che non s’era creduto

indegno di portare la corona di Guglielmo il Conquistatore e di

Riccardo Cuor di Lione, dell’eroe di Cressy e dell’eroe d’Agincourt.

Egli avrebbe potuto richiamare alla mente altri domestici esempi, anco

meglio convenienti alla propria condizione. In duecento anni, due

sovrani, il cui sangue scorreva nelle sue vene, l’uno de’ quali era

una delicata donna, s’erano trovati nella condizione medesima in cui

egli stava;—avevano mostrato nel carcere e sul palco una virtù, della

quale nella prospera fortuna sembravano incapaci, e quasi redensero i

loro grandi delitti ed errori sopportando con cristiana mansuetudine e

con dignità principesca le pene inflitte loro dai nemici vittoriosi.

Monmouth non era mai stato accusato di codardia; e quand’anche avesse

avuto difetto di coraggio naturale, si sarebbe sperato che in quella

estremità gliene dessero la disperazione e l’orgoglio. A lui erano

rivolti gli occhi di tutto il mondo. La più tarda posterità avrebbe

saputo come egli, in quel solenne momento, si fosse condotto. Verso i

valorosi contadini dell’occidente egli era in debito di mostrare, che

essi non avevano sparso il proprio sangue per un capo indegno del loro

affetto. Verso colei che aveva tutto sacrificato per amor suo, egli

era in debito di mostrarsi in guisa, che ella, dovendo piangere di

lui, non ne avesse ad arrossire. Non era degno di lui il lamentarsi

o il supplicare. Oltredichè, la propria ragione gli avrebbe dovuto

addimostrare, essere vano ogni lamento ed ogni preghiera. A ciò ch’egli

aveva fatto, non potea esservi perdono. Trovavasi fra gli artigli di un

uomo che non perdonava giammai.

Ma la forza d’animo di Monmouth non era di quella specie che nasce

dalla riflessione e dal rispetto di sè; nè la natura gli aveva largito

uno di que’ cuori robusti, da’ quali nè avversità nè pericolo valgono a

strappare un segno di debolezza. Il suo coraggio innalzavasi e cadeva

coi suoi spiriti animali. Nel campo di battaglia lo sostenevano lo

eccitamento dell’azione, la speranza della vittoria, e la misteriosa

potenza dell’esempio altrui. Tutti cotesti sostegni adesso più non

erano. L’idolo della Corte e della plebe, avvezzo ad essere amato

e adorato dovunque si fosse mostrato, ora vedevasi cinto da rigidi

carcerieri, negli occhi de’ quali ei leggeva la propria sorte. Dopo

poche ore di trista prigionia, egli doveva patire violenta e vergognosa

morte. Il cuore gli venne meno. La vita gli parve degna d’essere

comprata con ogni specie d’umiliazione; nè il suo intelletto, stato

sempre debole, ed ora perturbato dal terrore, poteva intendere che la

umiliazione lo avrebbe avvilito, ma salvato non mai.

XLVII. Appena giunto a Ringwood, scrisse al Re una lettera, come

poteva dettarla un uomo cui un codardo timore abbia tolto ogni senso

di vergogna. Con caldissime parole espresse il rimorso ch’egli sentiva

pel tradimento commesso. Affermò, che allorquando aveva ai proprii

cugini nell’Aja promesso di non suscitare commovimenti in Inghilterra,

egli intendeva osservare pienamente la promessa. Per sua sventura,

era stato poi sedotto al misfatto da certe orride genti, le quali gli

avevano con varie calunnie scaldato il cervello, e sofisticando lo

avevano traviato: ma oramai abborriva que’ tristi; abborriva sè stesso.

Pregava, con pietosi detti, d’essere ammesso alla presenza del Re.

Aveva da palesargli un secreto che ei non poteva fidare alla penna, un

secreto che era racchiuso in una sola parola; e s’egli avesse potuto

dire quella tale parola, il trono sarebbe fatto sicuro d’ogni pericolo.

Il dì seguente scrisse altre lettere alla Regina vedova, e al Lord

Tesoriere, pregandoli ad intercedere per lui.[429]

Appena si seppe in Londra ch’egli si era siffattamente avvilito, ognuno

ne rimase attonito; e nessuno quanto Barillon, il quale aveva, stando

in Inghilterra, vedute due sanguinose proscrizioni, in cui non poche

vittime sì dell’opposizione che della Corte, senza preghi e piagnistei

donneschi, eransi sobbarcate al proprio fato.[430]

XLVIII. Monmouth e Grey rimasero due giorni in Ringvood. Furono poi

menati a Londra, sotto la guardia di un grosso corpo di milizie

regolari e civiche. Nel cocchio del Duca era un ufficiale, che aveva

ordine di pugnalarlo se si fosse tentato di liberarlo. In ogni città

giacente lungo il cammino, stavano schierati i militi cittadini delle

vicinanze, sotto il comando de’ precipui gentiluomini. La marcia durò

tre giorni fino a Wauxhall, dove un reggimento comandato da Giorgio

Legge, Lord Dartmouth, era apparecchiato a ricevere i prigionieri.

I quali furono posti in una barca, e pel fiume condotti a Whitehall

Stairs. Lumley e Portman guardarono a vicenda giorno e notte il Duca,

finchè lo ebbero messo dentro il Palazzo.[431]

Il contegno di Monmouth e quello di Grey nel viaggio, riempirono di

ammirazione chiunque li vedeva. Monmouth era affatto prostrato. Grey

non solo era tranquillo, ma brioso; parlava piacevolmente di cavalli,

di cani, di cacce, e alludeva perfino scherzevolmente al pericolo in

cui trovavasi.

Il Re non è da biasimarsi d’avere dannato Monmouth a morire. Chiunque

si faccia capo d’una ribellione contro un Governo stabilito, rischia

la vita sull’esito di quella; e la ribellione era la parte minore de’

delitti di Monmouth. Egli aveva dichiarato contro il proprio zio una

guerra a morte. Nel manifesto promulgato in Lyme, aveva condannato

Giacomo alla esecrazione come incendiario, come assassino, che aveva

strangolato un uomo innocente e mozzo il capo ad un altro, e infine

come avvelenatore del proprio fratello. Perdonare ad un nemico che

non aveva abborrito di ricorrere a cosiffatte enormezze, sarebbe

stato un atto di generosità rara, e forse biasimevole. Ma vederlo e

non perdonargli la vita, era un offendere ogni senso d’umanità e di

decenza.[432] Se non che, il Re era risoluto di mostrarsi implacabile.

Il prigioniero, le braccia legate con un laccio di seta dietro

le spalle, fu menato al cospetto dell’inesorabile parente da lui

oltraggiato.

XLIX. Monmouth prostrossi a terra, trascinandosi a piedi del Re.

Pianse; tentò di stringere con le incatenate braccia le ginocchia

dello zio. Lo supplicò di concedergli la vita, solo la vita, la vita

ad ogni costo. Confessò d’essere reo d’un gran delitto, ma provossi di

darne la colpa agli altri, e in ispecie ad Argyle; il quale avrebbe

meglio poste le proprie gambe nello stivaletto, che salvare la vita

con tanto avvilimento. A nome de’ vincoli del sangue, della memoria

del Re defunto, che era stato il migliore e più sincero de’ fratelli,

lo sventurato implorò mercè ai piedi di Giacomo. Giacomo con gravità

rispose essere tardi il pentirsi; a lui spiacere la sciagura che il

prigioniero s’era voluto chiamare sul capo, ma il delitto non esser

tale da potersi usare clemenza. Un proclama pieno d’atroci calunnie era

stato pubblicato. Il regio titolo era stato assunto. Per così gravi

tradimenti non potere esserci perdono in questo mondo. Lo esterrefatto

Duca giurò non aver mai voluto usurpare la Corona, ma essere stato da

altri tratto in quel fatale errore. In quanto al proclama, egli non

era colui che lo aveva scritto; non lo aveva nè anche letto; lo aveva

firmato senza gettarvi gli occhi sopra: era tutta opera di Ferguson,

di quel sanguinario e scellerato Ferguson. «Sperate voi ch’io creda»

disse Giacomo, con ben meritato disprezzo, «che abbiate apposta la

vostra firma ad una scrittura di tanto momento, senza saperne il

contenuto?» Ma gli rimaneva a scendere oltre in fondo alla infamia.

Egli era il gran campione della religione protestante, lo interesse

della quale gli era servito di pretesto a congiurare contro il Governo

del proprio padre, e gettare la patria nelle calamità della guerra

civile: e nondimeno, non vergognò di accennare come egli fosse proclive

a riconciliarsi con la Chiesa di Roma. Il Re gli offerse volentieri

ogni aiuto spirituale, ma non fe’ motto di perdono o di clemenza. «Non

v’è dunque speranza?» chiese Monmouth. Giacomo non rispose, e gli volse

le spalle. Allora Monmouth si sforzò di rifarsi d’animo, e si alzò,

ritirandosi con una fermezza da lui non mostrata mai dopo la propria

caduta.[433]

Poi Grey comparve alla regia presenza. Egli si condusse con tale

decoro e fortezza, che commosse anche l’austero e astioso Giacomo:

non si scusò punto, e non si piegò punto a chiedere la vita. Ambi i

prigionieri furono mandati pel fiume alla Torre. Non vi fu tumulto; ma

molte migliaia di persone, con l’ansietà e il cordoglio dipinti sul

volto, provaronsi di vedere i due sciagurati. Appena il Duca si vide

lontano dallo aspetto del Re, la risolutezza rinatagli in cuore svanì.

Andando al carcere gemeva, accusava i suoi seguaci, e con abbiettezza

implorava Dartmouth intercedesse per lui. «So bene, Milord, che amavate

mio padre. Per l’amore di lui, per l’amore di Dio, ingegnatevi di

trovar modo ad ottenermi mercè.» Dartmouth rispose che il Re aveva

parlato il vero, e che un suddito che aveva assunto il titolo regio, si

era chiuso ogni via al perdono.[434]

Poco dopo che Monmouth venne rinchiuso nella Torre, gli fu annunziato

che la moglie, per ordine del Re, era arrivata per vederlo. Era in

compagnia del Conte di Clarendon Lord del Sigillo Privato. Il marito

le fece freddissima accoglienza, e rivolse quasi sempre la parola a

Clarendon, implorando intercedesse per lui. Clarendon non gli porse

nessuna speranza; e la sera stessa due prelati, Turner vescovo di

Ely, e Ken vescovo di Bath e Wells, arrivarono alla Torre, recando

un solenne messaggio da parte del Re. Era la notte del lunedì. Il

mercoledì prossimo Monmouth doveva morire.

Ei cadde in grande agitazione; il sangue gli fuggì dalle guance, e per

qualche tempo non potè profferire parola. La più parte del breve spazio

di tempo che gli rimaneva, egli spese provandosi indarno di ottenere,

se non perdono, almeno una sospensione della sentenza. Scrisse al Re ed

a vari cortigiani lettere compassionevoli, ma indarno. Gli furono dalla

Corte mandati alcuni sacerdoti cattolici; i quali tosto s’accorsero

ch’egli avrebbe volentieri comprata la vita rinnegando la religione di

cui in modo speciale erasi dichiarato difensore: nondimeno, se gli era

forza morire, sarebbe morto senza la loro assoluzione, egualmente che

con quella.[435]

Nè Ken e Turner rimasero satisfatti delle opinioni di lui. Secondo

loro, come secondo la maggior parte de’ loro confratelli, la dottrina

della non–resistenza era il segno distintivo della Chiesa Anglicana.

I due Vescovi insistettero perchè Monmouth confessasse, che snudando

la spada contro il Governo, egli aveva commesso un gran peccato; e in

ciò lo trovarono ostinatamente eterodosso. Nè era questa la sola delle

sue eresie. Sosteneva che la sua relazione con Lady Wentworth fosse

irreprensibile agli occhi di Dio. Diceva d’avere contratto matrimonio

mentre era fanciullo. Non si era dato mai pensiero della sua Duchessa.

La felicità ch’egli non aveva trovata in casa propria, l’aveva cercata

in seno a dissoluti amori, dannati dalla religione e dalla morale.

Enrichetta era stata colei che lo aveva redento da una vita di vizi. Ad

essa egli era stato rigorosamente fedele. Entrambi d’accordo avevano

pôrte al cielo ferventi preghiere perchè li guidasse. Dopo le quali

preghiere, il loro scambievole affetto erasi afforzato: non potevano,

quindi, più oltre dubitare che al cospetto di Dio essi erano come due

sposi. I vescovi rimasero così scandalezzati a coteste idee intorno

al vincolo coniugale, che ricusarono di ministrargli la comunione.

Tutto ciò che da lui poterono ottenere, fu la promessa, che nella

unica notte che gli restava a vivere, pregasse Iddio a largirgli lume

bastevole onde conoscere se fosse nell’errore.

Il mercoledì mattina, a sua particolare richiesta, il Dottore Tommaso

Tenison, che allora era vicario di San Martino, e in quell’importante

ufficio erasi acquistato la pubblica stima, andò alla Torre. Da

Tenison, uomo noto per moderatezza d’opinioni, il Duca aspettavasi

indulgenza maggiore di quanta gliene avessero potuto mostrare Ken e

Turner. Ma Tenison, qualunque fossero le sue opinioni concernenti la

non–resistenza in astratto, reputava la recente ribellione sconsiderata

ed iniqua, e le idee di Monmouth rispetto al matrimonio pericolosissimo

inganno. Monmouth fu ostinato, dicendo d’avere pregato il cielo perchè

lo illuminasse. I suoi sentimenti rimanevano sempre gli stessi; e non

poteva dubitare d’essere nella diritta via. Tenison lo esortò con modo

più mite di quello che avevano adoperato i due vescovi. Ma al pari di

loro, pensò di non potere in coscienza amministrare la eucaristia ad un

uomo la cui penitenza era così poco soddisfacente.[436]

L’ora appressavasi: ogni speranza era spenta: Monmouth da un timore

pusillanime era passato all’apatia della disperazione. Gli furono

condotti i figliuoli, perchè desse loro l’estremo vale; erano

accompagnati dalla moglie. Le parlò cortesemente, ma senza emozione.

Comecchè fosse donna di gran forza d’animo, e avesse poca cagione ad

amarlo, il suo dolore fu tanto, che nessuno degli astanti potè frenare

le lacrime. Egli solo non ne rimase commosso.[437]

L. Battevano le ore dieci. Il cocchio del Luogotenente della Torre era

pronto. Monmouth pregò i suoi consiglieri spirituali lo accompagnassero

al luogo del patibolo; e quelli acconsentirono: ma gli dissero, che,

secondo il loro giudicio, egli stava per morire male apparecchiato; e

che dovendolo accompagnare, stimavano debito loro esortarlo fino allo

estremo momento. Passando dinanzi alle milizie schierate, le salutò

con un sorriso, e con passi fermi ascese sul palco. Tower Hill era

coperto fino ai tetti d’una innumerevole folla di spettatori, i quali

in solenne silenzio, rotto solo da sospiri e da pianti, aspettavano

d’udire le supreme parole dell’idolo del popolo. «Dirò poco:» cominciò

egli «io qui vengo non a parlare, ma a morire. Io muoio protestante

della Chiesa Anglicana.» I vescovi lo interruppero, dicendo che ove non

confessasse la resistenza essere peccato, egli non era membro della

loro Chiesa. Cominciò a parlare d’Enrichetta, e disse: lei essere

virtuosa ed onorata giovine; lui averla amata fino allo estremo, e

non poter morire senza esprimere ciò che sentiva. I vescovi di nuovo

lo pregarono non parlasse in quel modo. Seguì un alterco. I sacerdoti

sono stati accusati d’avere trattato aspramente un moribondo. Ma

sembra che solo adempissero quello che essi reputavano debito proprio.

Monmouth conosceva i loro principii, e se avesse voluto schivare la

importunità loro, non avrebbe dovuto richiedere la loro assistenza. I

loro argomenti generali contro la dottrina della resistenza, non fecero

in lui effetto veruno. Ma allorquando gli favellarono della rovina

alla quale aveva trascinati i suoi valorosi ed affettuosi seguaci, del

sangue che era stato sparso, delle anime che s’erano presentate senza

i debiti apparecchi al tribunale di Dio, ei ne fu commosso, e disse

con flebile voce: «Lo confesso, e me ne dolgo.» I sacerdoti fecero con

lui lunghe e ferventi preci; ed egli li accompagnò fino al punto in

cui invocavano la benedizione divina sul Re. Egli tacque. «Signore,»

disse uno di loro «non pregate con noi per il Re?» Monmouth, dopo

una tenzone fra il sì e il no, esclamò «Amen.» Ma indarno i prelati

lo scongiurarono di dirigere ai soldati ed al popolo poche parole

onde esortarli ad obbedire al Governo. «Io non vo’ fare discorsi»

rispose.—«Solo poche parole, o Milord.» Volse le spalle, chiamò il suo

servo, gli pose nelle mani un astuccio da stecchini, ultimo pegno d’un

amore sventurato, dicendogli: «Recalo a colei.» Allora si fe’ presso

al carnefice Giovanni Ketch, scellerato uomo che aveva macellate molte

valorose e nobili vittime, e il cui nome per un secolo e mezzo è stato

regolarmente appiccato a tutti coloro che gli succedevano nell’odioso

mestiere.[438] «Ecco» disse il Duca «sei ghinee per voi. Non fate a

me ciò che faceste a Lord Russell. Mi è stato detto che gli deste tre

o quattro colpi. Il mio servo vi darà dell’altro oro, se voi farete

bene l’ufficio vostro.» Allora spogliossi, tastò il taglio della

scure, disse che temeva non fosse bene affilato e adattò il capo sul

ceppo. I sacerdoti frattanto seguitavano ad esclamare con gran forza:

«Dio accolga il vostro pentimento; Dio accolga il vostro imperfetto

pentimento.»

Il boia si pose in atto di fare il proprio ufficio. Ma erasi conturbato

alle parole del Duca. Il primo colpo fece soltanto un lieve taglio.

Il Duca si divincolò, rizzossi dal ceppo, fulminando cogli occhi il

carnefice, poi ripiegò il capo. Il colpo fu ripetuto due e tre volte,

ma tuttavia il capo non era separato dal tronco il quale seguiva a

divincolarsi. La folla mandava urli d’orrore e di rabbia. Ketch,

bestemiando, gittò via la scure, e disse: «Non posso farlo; il cuore

mi manca.»—«Ripiglia la scure,» gridò lo sceriffo.—«Gettatelo giù dal

palco,» urlò la folla. Finalmente il carnefice riprese la scure, e

con due altri colpi lo finì; ma gli fu d’uopo usare un coltello per

ispiccare il capo dal collo. La folla fu presa da tanta frenesia di

rabbia, che il boia fu quasi per essere sbranato, e venne condotto via

fra mezzo a numerose guardie.[439]

In quel mentre, molti tuffavano i loro fazzoletti nel sangue di

Monmouth; avvengachè da gran parte della folla venisse considerato come

un martire, che era morto per la religione protestante. Il capo mozzo

e il tronco furono posti in un feretro coperto d’una coltre di velluto

nero, e sotterrati senza pompa sotto la tavola della comunione della

Cappella di San Pietro nella Torre. Dopo quattro anni, il pavimento del

santuario fu di nuovo smosso; e accanto alle ossa di Monmouth, furono

sepolte quelle di Jeffreys. In vero, non v’è sulla terra luogo più

tristo di questo piccolo cimitero. La idea della morte ivi è congiunta,

non come in Westminster o in San Paolo, con quella del genio e della

virtù, della venerazione pubblica e della fama gloriosa; non come nelle

nostre chiese e campisanti più umili, con ciò che v’è di più dolcemente

diletto nella carità sociale e domestica: ma con ciò che vi è di più

funesto nella umana natura e nelle sorti umane; col barbaro trionfo di

nemici implacabili; con la incostanza, la ingratitudine, la codardia

degli amici; con tutte le miserie della grandezza caduta e della fama

infame. Ivi sono state deposte, per tanti anni e tanti, dalle ruvide

mani de’ carcerieri, senza pianto di amici, le reliquie di uomini che

sono stati capitani d’eserciti, capi di partiti, oracoli di senati,

ed ornamenti di Corti. Ivi fu trasportato, avanti alla finestra dove

Giovanna Grey soleva pregare, lo sbranato cadavere di Guildford Dudley.

Ivi riposa, accanto al fratello da lui assassinato, Eduardo Seymour,

Duca di Somerset, e Protettore del Regno. Ivi è fatto cenere il tronco

di Giovanni Fisher, Vescovo di Rochester e Cardinale di San Vitale,

uomo degno di essere vissuto in età migliore, e d’esser morto per una

miglior causa. Ivi giace Giovanni Dudley, Duca di Northumberland, Lord

Grande Ammiraglio; e Tommaso Cromwell, Conte di Essex, Lord Tesoriere.

Ivi anche è un altro Essex, sul quale la natura aveva profuso invano

tutto il tesoro de’ suoi doni; e che il valore, la grazia, lo ingegno,

il regio favore, i plausi popolari condussero a prematura e ignominiosa

morte. Nè molto discosto dormono due capi della gran Casa di Howard;

Tommaso, quarto Duca di Norfolk, e Filippo, undecimo Conte d’Arundel.

Qua e colà, fra le spesse sepolture d’irrequieti ed ambiziosi uomini di

Stato, giacciono alcune vittime più delicate; Margherita di Salisbury,

ultima reliquia dell’altero nome di Plantageneto; e quelle due

leggiadre regine spente dalla gelosa rabbia d’Enrico. Con le ceneri di

questi cotali fu mescolata la cenere di Monmouth.[440]

Pochi mesi dopo, il tranquillo villaggio di Toddlington, nella Contea

di Bedford, vide un assai più tristo funerale. Presso a quel villaggio

innalzavasi una antica e splendida magione, dove abitavano i Wentworth.

La loro sepoltura era sempre stata sotto l’arcata di mezzo della

chiesa parrocchiale. Quivi, nella primavera che seguì alla morte di

Monmouth, fu trasportato il feretro della giovine baronessa Wentworth

di Nettlestede. La famiglia le innalzò un sontuoso mausoleo: ma un suo

ricordo meno dispendioso fu per lungo tempo ammirato con più profondo

interesse. Il suo nome intagliato da lui ch’ella aveva cotanto amato,

potevasi, pochi anni sono, discernere sul tronco d’un albero del parco

contiguo.

LI. Lady Wentworth non era la sola che amasse con immenso affetto la

memoria del Duca. La immagine di lui rimase impressa nel cuore del

popolo, finchè la generazione che lo aveva conosciuto non fu spenta.

Nastri, fiocchi, ed altre simiglianti inezie portate da lui, furono

venerate come preziose reliquie da coloro che avevano sotto lui pugnato

a Sedgemoor. I vecchi che gli sopravvissero, desideravano, sul punto

di morire, che que’ cari ricordi fossero con loro sepolti. Un bottone

d’oro filato, che a mala pena potè evitare tale destino, anche oggi

si vede in una casa d’onde si scuopre il campo della battaglia. Anzi,

tanta era la devozione che il popolo portava al suo prediletto, che,

non ostante la più forte prova che possa rendere indubitabile il fatto

d’una morte, molti seguitavano a illudersi della speranza che il Duca

fosse vivo, e dovesse tosto mostrarsi in armi. Un uomo, dicevano,

che mirabilmente somigliava Monmouth, si era sacrificato per salvare

lo eroe de’ protestanti. Il volgo continuò per lungo tempo, in ogni

grave occasione, a bisbigliare che il giorno era vicino, e che il

Re Monmouth sarebbe tra poco riapparso. Nel 1686, un ribaldo che si

spacciava pel Duca, ed aveva ragunata pecunia in diversi villaggi

della Contea di Wilt, fu preso e fustigato da Newgate fino a Tyburn.

Nel 1698, allorchè la Inghilterra da parecchi anni godeva la libertà

costituzionale sotto una nuova dinastia, il figlio di un locandiere

si fece credere, fra mezzo ai piccoli possidenti di Sussex, il loro

amato Monmouth, e frodò molti che non erano dell’infima classe. Gli

venne fatta una colletta di cinquecento lire sterline. I fattori gli

diedero un cavallo. Le mogli loro gli mandarono ceste piene di polli e

d’anitre, e gli si mostrarono generose, secondo che fu detto, di favori

più teneri; imperocchè, rispetto alla galanteria per lo meno, la copia

non era indegna di rappresentare l’originale. Come quell’impostore fu

gettato in prigione, i suoi creduli seguaci lo mantenevano con lusso.

Alcuni di loro comparvero in tribunale per dargli animo allorquando fu

processato nella Corte di Horsham. E tanto durò lo inganno, che Giorgio

III era già da parecchi anni sul trono, che Voltaire estimò necessario

confutare seriamente la ipotesi, che l’uomo dalla maschera di ferro

fosse il Duca di Monmouth.[441]

Forse egli è un fatto poco meno notevole, che fino ad oggi gli

abitatori di alcuni luoghi delle contrade occidentali d’Inghilterra,

qualvolta qualche legge concernente i loro interessi discutesi nella

Camera de’ Lordi, si reputano in diritto di chiedere soccorso al Duca

di Buccleuch, discendente dello sventurato capo pel quale i loro

antecessori versarono il proprio sangue.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 50 / 58 段